Non conosco ancora telegramma Stefani cui allude V. E.»

«Parigi, 23 gennaio 1891.

(_Riservato_). Ecco secondo il testo ufficiale il solo periodo

mordace del brevissimo discorso di Ribot: «Quant à cette

campagne, dont vous a parlé tout à l'heure monsieur Pichon,

quant à tous ces articles de journaux dont la fréquence et la

similitude peuvent en effet attirer l'attention, c'est peut-être

leur faire beaucoup d'honneur que de s'en occuper ici. Ce n'est

pas le Gouvernement français qui doit se plaindre de ces

articles; c'est, il me semble, le Gouvernement italien, car,

dans un discours, que vous n'avez pas oublié, l'honorable

monsieur Crispi a déclaré qu'il tenait à l'amitié de la France».

L'ironia era più spiegata nel discorso Pichon che perfino in una

frase di calde proteste di amicizia, chiamando l'Italia il più

simpatico sorriso della civiltà latina, sembrò rinviare a V. E.

il complimento di Firenze.»

L'on. Crispi il 22 stesso, ricevendo dall'Agenzia _Stefani_ il resoconto

telegrafico della interpellanza Pichon e della risposta del ministro

Ribot, aveva notato l'ironia che contenevano e se ne era lagnato come di

una sconvenienza col Menabrea. Il 26 telegrafava a quest'ultimo:

«(_Personale_). Ieri al ricevimento ebdomadario venne da me il

Signor Billot. Dopo parlato di vari argomenti, egli cominciò

insistere nel voler conoscere la mia opinione sulla

interrogazione del signor Pichon. Avendolo io più volte pregato

di non toccare quello increscevole tema ed egli seguitando a

parlarne gli dissi: «Vous français vous aimez faire de l'esprit

et monsieur Pichon en a fait parlant de l'Italie, comme monsieur

Ribot en parlant de moi». Allora l'ambasciatore tentò scusare il

suo Ministro osservando che forse non conoscevo testualmente le

parole da lui pronunciate. Risposi e gli mostrai che ne avevo il

testo ufficiale sotto gli occhi e lo pregai nuovamente di

cambiar discorso. Non aderendo egli a questo mio desiderio

dissi: «Eh bien, comme homme je me sens supérieur à votre

monsieur Ribot, parce que j'ai fait pour la cause de la liberté,

ce qu'il n'a fait jamais; comme ministre je suis son égal et par

conséquent j'ai droit à son respect». E avendo il signor Billot

esclamato: «c'est de la susceptibilité italienne» replicai:

«non, c'est l'effet de l'attitude de vous français, d'autant

plus que l'interpellation avait été combinée entre monsieur

Pichon et monsieur Ribot. Or je comprends que dans une

improvisation un ministre puisse sortir de la juste mesure. Je

ne comprends pas que cela arrive lorsque le discours a été

preparé d'avance».

Il signor Billot non seppe che rispondere ed io allora per

mutare argomento gli chiesi del signor Desmarest, e di altro;

così la conversazione procedette e finì amichevolmente come al

solito.

Di quanto precede ho voluto informare Vostra Eccellenza per sua

norma personale, non già perchè Ella prenda occasione

d'intrattenerne il signor Ribot.

_Crispi_.»

Gl'incidenti di frontiera, come le esplorazioni militari

nell'_hinterland_ tripolitano, continuarono negli anni seguenti. Le

autorità turche o lasciavano indisturbati i francesi o fiaccamente

mostravano di ostacolarli. Al principio del 1894, quando Crispi

riassunse il governo, la Francia aveva allargato il suo già vastissimo

dominio africano a danno della Tripolitania, e continuava a sopraffare

le timide resistenze della Turchia, con silenziosa pertinacia, impedendo

ai viaggiatori di altre nazioni europee d'inoltrarsi verso il sud[8]

affinchè mancasse ogni accertamento delle voci, che pur correvano a

Tripoli, di nuove usurpazioni, in aprile di Kuka, in giugno delle oasi

di Gadames e di Ghat, più tardi di Zuara e della baia di El Biban, oltre

la quale avevano portato il confine sul litorale.

[8] Al viaggiatore italiano Sebastiano Martini, che da Gabes in

gennaio 1894 si proponeva partire pel Sud tripolitano, fu vietata

la partenza dalle autorità francesi.

Rinnovando proteste ed esortazioni ad agire diplomaticamente per

impedire che l'equilibrio del Mediterraneo fosse ulteriormente turbato,

Crispi trovò indifferente l'Inghilterra e tepide la Germania e

l'Austria. Il 4 aprile, l'ambasciatore Tornielli telegrafava:

«Lord Kimberley non ha ancora ricevuto avviso della occupazione

di Kuka, ma non mette dubbio che i francesi sieno in cammino per

raggiungere il Bar-el-Ghazal. Gli domandai se a suo avviso la

Turchia non avesse nulla a dire in proposito, e rimase

silenzioso. Credo che malgrado che qui si continui a credere che

Francia non potrà tenere un paese così vasto, tuttavia la marcia

verso il Sudan egiziano inquieta Governo.»

E da Costantinopoli avvertiva l'ambasciatore Collobiano:

«La Sublime Porta sembra non dimostri interesse per la questione

dell'_hinterland_ tripolino dopo insuccessi delle pratiche fatte

nel 1890.»

L'attività e la fermezza della Francia nell'estendere i confini del suo

impero africano erano davvero sorprendenti. Grande era lo slancio dei

suoi ufficiali e funzionari coloniali, i quali avrebbero voluto

inalberare il vessillo francese su tutta l'Africa; ma anche il governo

di Parigi nel suo spirito d'intraprendenza non vedeva ostacoli. Il 4

febbraio 1894 fu stipulato un accordo tra la Francia e la Germania per

la delimitazione dei rispettivi territorii del Camerun e del Congo, la

quale partiva dalla intersezione del parallelo della foce del fiume

Campo col 15º meridiano Est Greenwich e seguiva una linea spezzata i cui

lati principali erano il 13º longit. E. Greenwich, il 10º lat. N. e il

_thalweg_ dello Sciarì, sino al lago Tciad.

La Francia riuscì con quell'accordo a congiungere i suoi possedimenti

del Congo coll'_hinterland_ riconosciutole dall'Inghilterra nel 1890 e

che s'estendeva dall'Algeria e dalla Tunisia al lago Tciad. Praticamente

le sponde di quel lago, dalla foce dello Sciarì girando a destra fino a

Barruva (limite anglo-francese), divennero francesi; e verso oriente la

Francia non aveva altri impedimenti alla sua espansione che quelli che

potessero esserle suscitati dall'Inghilterra il giorno in cui volesse

penetrare nel bacino del Nilo.[9] Parve allora che tutto l'_hinterland_

tripolino cadesse in balìa della Francia, e sebbene nell'accordo del

1890 l'Inghilterra riservasse i diritti della Porta, si prevedeva che la

Turchia non avrebbe sollevato resistenze, e neppure l'Inghilterra,

allorquando la Francia, impadronitasi del Wadai e del Baghirmi, si fosse

avanzata verso la frontiera tripolina meridionale.

[9] La Francia tentò di metter piede nella valle dell'Alto Nilo tra il

1895 e il 1898. Impotente a far uscire l'Inghilterra dall'Egitto,

volle con mosse caute e lente avvicinarsi al Sudan Egiziano. Il

governo britannico avvertì subito i disegni francesi e non esitò

ad ammonire per bocca di Sir Edward Grey (seduta della Camera dei

Comuni del 28 marzo 1895) che avrebbe considerata una spedizione

francese nella valle del Nilo come un «atto nemico

(_unfriendly_)». Tuttavia, essendo ministro degli affari esteri in

Francia l'Hanotaux, fu affidata segretamente al capitano Marchand

la missione di raggiungere Fachoda, capoluogo del Bar-el-Ghazal, e

di alzarvi la bandiera francese. Il Marchand raggiunse

l'obbiettivo il 10 luglio 1898. Ma il 19 settembre giunsero

dinanzi a Fachoda anche gl'inglesi e intimarono al Marchand lo

sgombero della posizione. Il bravo ufficiale dovette rassegnarsi

quando da Parigi gli giunse un ordine conforme.

La Francia cedette, pur credendo che il suo diritto fosse leso,

dinanzi alla forza, poichè l'Inghilterra era decisa a far valere

la propria volontà.

L'Hanotaux, il quale era stato sostituito al ministero degli

affari esteri dal Delcassé quando l'incidente ebbe quella

soluzione dolorosa per l'orgoglio francese, ha esposto nel suo

volume «_Le partage de l'Afrique: Fachoda_» le ragioni che a

proprio avviso giustificavano la condotta della Francia, dolendosi

che l'opinione pubblica del suo paese non confortasse il governo a

resistere:

«.... l'impérialisme (britannico) faisait feu de toutes pièces....

il prenait position en vue d'une rupture et agitait le spectre de

la guerre. A ce degré d'exaltation, il ne trouvait plus de

contre-partie dans l'opinion française:.... une véritable panique,

emportait les esprits; cette panique, accrue par tant de moyens

dont dispose l'Angleterre, s'exagérait par elle-même et donnait à

cette puissance toujours admirablement renseignée, la mesure de ce

qu'elle pouvait tenter. La France ne trouva pas à cette heure,

dans son droit, dans sa bonne foi, dans ses intentions aussi

raisonnables qu'honorables, une de ces impulsions unanimes et

chaleureuses qui, en d'autres circonstances, ont réchauffé et

animé les gouvernements» (pag. 147).

Per dare un'idea dell'attività usurpatrice della Francia riferiamo due

memorie che in giugno 1894 e in giugno 1895 l'Ufficio Coloniale del

Ministero degli Affari Esteri faceva a Crispi:

«Con rapporto 2 corrente il regio console generale a Tripoli

riferisce intorno ad una corrispondenza comparsa sul giornale

francese _La Dépêche Tunisienne_ del 26 maggio, nella quale,

sulle traccie di un articolo del _Journal des Débats_, si

raccomanda la prossima occupazione delle oasi di Ghadames e di

Ghat da parte della Francia. Con altro rapporto del 3 corrente

il cav. Grande dice d'averne parlato al governatore di Tripoli,

il quale non dubita punto che i francesi mirino ad impadronirsi

di quei due villaggi e che presto o tardi vi riescano.

Le oasi di Ghadames e di Ghat si trovano sulla carovaniera che

parte da Tripoli, e biforcandosi a Ghat, conduce per Agades al

Sokoto, oppure per Bilma al lago Tciad. La ricchezza della

Tripolitania è esclusivamente commerciale, e privata delle

carovaniere che mettono al Sokoto, al Bornù, ai Baghirmi e al

Wadai, la Tripolitania potrebbe paragonarsi ad «uno scrigno

vuoto». Ora, lo stabilimento della Francia a Barruva sul lago

Tciad, permesso dalla delimitazione anglo-francese del 5 agosto

1890, taglierà le comunicazioni fra Tripoli ed il Sokoto, e

renderà difficili quelle col Bornù; la occupazione francese di

Ghadames e di Ghat lascierebbe alla Tripolitania la sola strada

Bengasi-Kufra, la quale però perderebbe ogni sbocco colla

conquista, pur troppo non impossibile, del Wadai da parte della

Francia.

A Ghadames i turchi hanno una guarnigione d'oltre 500 soldati, e

dominio effettivo; gli stranieri non possono risiedervi ed un

algerino che intrigava apertamente a favore della Francia venne

ultimamente espulso.

L'incidente relativo provocò la destituzione del kaimacan di

Ghadames, che la Turchia promise, _pro bono pacis_,

all'ambasciatore Cambon.

Adesso la Francia vuol ottenere a favore degli algerini la

facoltà di risiedere a Ghadames, e ottenutala, ne approfitterà

per mandarvi emissari i quali facciano deviare su Tunisi il

commercio della regione del Tciad.

A questo si aggiunga che una esplorazione francese

semi-ufficiale, condotta dal giovane de Maistre, è partita in

questi giorni dall'Algeria nella direzione di Ghat.

Venne chiamata sulla questione l'attenzione dei governi di

Berlino e di Londra, come interessati, al pari del nostro, a

conservare l'equilibrio del Mediterraneo. Ma quelle pratiche,

non formali, trovarono poco ascolto. La Germania non vuole

contrastare alla Francia i suoi progressi africani, e

l'Inghilterra, minacciata nel bacino del Nilo, cerca adesso un

aggiustamento a Parigi, e tutto lascia credere che per ottenerlo

sacrificherebbe di buon grado l'_hinterland_ tripolino.»

«La _Carte générale des possessions françaises en Afrique au 1er

janvier 1895_ edita in Parigi da Augustin Challamel (Librairie

coloniale, 5 rue Jacob) a cura di quel Ministero delle Colonie,

e destinata ai membri del Parlamento francese, è tale da

richiamare la generale attenzione.

Affinchè l'occhio di coloro ai quali è destinata non sia

distratto dallo scopo cui si è mirato, sulla distesa in bianco

del continente africano sono colorati con due diverse tinte

rosee solo i paesi ed i territori considerati in Francia come

possessi francesi, i quali (come si apprende dalla leggenda

della carta stessa) vengono distinti in due categorie; cioè:

1.ª Possessions et pays de protectorat proprement dits;

2.ª Zone d'influence politique;

quelli, segnati con fitte righe orizzontali continue; questi,

con punteggiatura; segni che danno all'occhio l'impressione di

un colore vivo per i primi, più attenuato per i secondi.

La carta è stata costruita prendendo per meridiano di base

quello di Parigi.

Or, ciò che nell'esaminarla colpisce, a prima vista,

l'osservatore, è oltre all'aver fatto della Tunisia una semplice

continuazione, una cosa sola col diretto possesso dell'Algeria,

la franchezza con la quale vi si accenna a costituire in un

grande insieme, senza soluzione di continuità, tutta la

sterminata distesa di territorii che va dal capo Bon a

Brazzaville sul Congo, dal Capo Verde al Bahr-el-Ghazal, con

tentativo di limitare alla costa, senza alcun _hinterland_, il

Marocco ed i possessi europei di qualunque nazionalità

scaglionati sull'Atlantico fin verso le foci del Congo.

La gran macchia rosea s'avanza così con una larga curva, che va

dal golfo di Gabes al 5º di latitudine nord, donde s'insinua nel

territorio del Bar-el-Ghazal.

Nè basta: altra macchia parte dalla baja di Tagiura con

sfumatura che accenna all'intendimento di congiungersi alla

precedente, in modo da avvolgere a sud la valle del Nilo,

tagliandole tutte le comunicazioni con l'Africa australe.

Quando si rifletta alla tenacia dei propositi con cui la Francia

continua a rodere gli _hinterlands_ ancora rimasti al Marocco ed

alla Tripolitania; al diritto di prelazione che si arroga sul

territorio dello Stato indipendente del Congo, col quale, in

questi ultimi tempi, ha stretto una convenzione in antitesi con

la precedente stipulata dal Congo coll'Inghilterra circa la zona

fiancheggiante l'Alberto-Nianza, disponendo così in favore del

Congo di un territorio posto nella valle del Nilo; e si pensa,

inoltre, all'opposizione non dissimulata contro l'azione inglese

in Egitto, nonchè ai tentativi fatti in Etiopia a danno

dell'influenza italiana sancita dai trattati; dinanzi a questa

carta così recente ed ufficiale, risulta evidente che la Francia

prosegue il disegno grandioso di ridurre al suo dominio ed alla

sua influenza il continente nero, a partire da oltre il 10º

parallelo di latitudine sud, per giungere fino alle rive del

Mediterraneo.

Quando poi da una osservazione sommaria si passa ad un esame

minuto della carta, ciò è eloquentemente confermato da

significanti particolari.

Infatti, mentre per i paesi dell'Africa australe fin verso

l'Equatore gli scompartimenti territoriali sono indicati,

segnando e i rispettivi confini e la potenza che ne ha il

possesso diretto od il protettorato, per quelli a settentrione

non avviene altrettanto. In tutta l'Africa orientale non si

trova nessun segno di confine e nessuna indicazione di possesso,

tranne sulla costa dell'Oceano indiano, che va dal confine N. e

N.-E. dei possedimenti tedeschi nell'Africa orientale, al capo

Guardafui; costa divisa dalla foce del Giuba in due parti. Su di

essa e ben prossime al mare si trovano le due leggende:

«_Possessions anglaises de l'Est africain_» ad ovest del Giuba,

e «_Possessions italiennes_» ad est di detto fiume.

Ma più a nord non si trova nessuna traccia dei confini fissati

dal protocollo anglo-italiano del maggio 1894 per le rispettive

zone d'influenza nella penisola dei Somali. E peggio ancora

avviene risalendo al golfo d'Aden ed al mar Rosso; che, mentre

il confine di sud-est del possedimento francese di Obock viene

spinto sin presso alla città di Harar, nessunissimo cenno reca

la carta sui possedimenti italiani del mar Rosso, sull'Eritrea,

sul nostro protettorato in Etiopia e sui protocolli

anglo-italiani del marzo ed aprile 1891, che fissano i confini

occidentali della nostra sfera di influenza.

Solo confine segnato nella vasta zona d'influenza italiana ed

inglese nell'Africa orientale è quello suaccennato, che fu

stabilito con la nota convenzione anglo-francese del febbraio

1888; ma, senza far altri nomi o dare altre indicazioni, che

potevano riuscire incomode, il confine stesso viene -- come s'è

già rilevato -- spinto vicino alla città di Harar, la quale è

lambita a nord dal colore roseo sfumato indicante i paesi

d'influenza francese, invece di fermarsi a nord-est di Gildezza,

come è fissato nel detto protocollo.

Ma non la sola Italia è trattata, in questa carta ufficiale, in

modo fantastico.

Sulle coste del mar Rosso, come lungo tutta la valle del Nilo, è

vano ricercare qualsiasi punto che accenni ad un qualche

interesse od influenza inglese o d'altra potenza; così pure

lungo le spiaggie africane del Mediterraneo fino al golfo di

Gabes, fin dove, cioè, incomincia il _roseo vivace_ del dominio

francese.

Nel Mediterraneo è degno di nota il fatto che, mentre alla

indicazione «I. de Malte» fa seguito fra parentesi quella di (A)

«anglaise», e così avviene pure per «Gibraltar», non avviene

altrettanto per l'«Ile de Chypre».

Mentre poi il compilatore della carta ha sentito vivo scrupolo

di far conoscere che l'_Ile de Malte_ e _Gibraltar_ sono

inglesi, dimentica invece di segnare che sullo stretto di

Gibilterra, e precisamente sulla sponda africana, la Spagna ha

da secoli dei possedimenti; e del pari dimentica d'indicare

essere la costa dell'Atlantico che corre da capo Bojador al capo

Bianco pure possesso spagnuolo, conosciuto col nome di governo

del Rio dell'Oro, e riunito alla capitaneria delle isole

Canarie.

Nè minori sono le sorprese che riserva allo studioso l'ispezione

degli altri paesi segnati in colore di rosa, e che a parere

dell'autore della carta, formano le «Possessions françaises en

Afrique».

Con lo stesso metodo con cui si è fatta giungere l'influenza

francese sino alla città di Harar, si fanno lambire dalle varie

tonalità del delicato colore, Figuig, finora marocchino,

Ghadames e Ghat (sulla carta Rhât) appartenenti senza

contestazione all'_hinterland_ tripolino; e così Jat, donde la

linea sfumata della influenza francese volge arditamente a

sud-est, per terminare, come si disse, sul Bahr-el-Ghazal al 5º

grado di latitudine nord. Ivi si congiunge al colore più denso,

segnale di possesso effettivo, che dall'Ubangi e dal M'Bomu a

sud, va a nord ed a nord-ovest, abbracciando tutto il bacino

dello Sciarì superiore fino al 10º di latitudine nord e da

questo punto la destra soltanto, recingendo il lago Tciad dalla

foce dello Sciarì ad est, nord ed ovest fino a Cuca, rasentata,

al solito, dal colore di rosa.

Dalla parte occidentale, una linea retta che parte dai possessi

algerini, segnati come effettivi fino a sud di Figuig, taglia lo

incrocio del 5º di longitudine occidentale da Parigi col 30º di

latitudine boreale, e va a terminare al 21º 20' pure di

latitudine nord, sul prolungamento della linea di divisione fra

il Senegal ed il governatorato di Rio dell'Oro, togliendo al

medesimo ogni _hinterland_.

Con queste due linee sono congiunti i possessi francesi del

Mediterraneo a quelli del Senegal, della Guinea francese, della

Costa dell'Avorio e del Congo francese; e la congiunzione si

termina, dal Niger al lago Tciad, con altra linea, che,

nonostante la convenzione anglo-francese dell'agosto 1890, va

direttamente secondo il 12º 30' di latitudine nord, lasciando

Barruva e Sokoto alla Francia.

Dal vasto aggregato rimarrebbe tagliato fuori il territorio del

Dahomey poichè gli _hinterlands_ rispettivi della costa d'Oro

inglese, del Togo tedesco, del Dahomey francese e del territorio

del Niger anche inglese, non furono mai oggetto di convenzione

fra le potenze interessate, i cui interessi potrebbero essere in

antagonismo; ma l'ingegnoso autore della carta non si scoraggia

per ciò. Prolunga alquanto verso nord i confini che separano il

Dahomey ad ovest del Togo germanico, ad est del territorio del

Niger britannico; quindi li fa volgere arditamente, il primo a

nord-ovest fino poco sopra il 10º di latitudine nord, il secondo

a nord-ovest fino alla riva destra del Niger, il quale fiume è

preso da lui per confine effettivo a nord-est, poi con una larga

fascia del solito color di rosa attenuato, limita l'hinterland

del Togo tedesco e della Costa d'Oro inglese, mentre collega il

Dahomey all'impero africano francese.

Il quale impero viene così ad avere, per ora, tre basi

d'espansione, senza pregiudizio dell'altra a cui si mira d'altro

lato: la baia di Tadjura. Esse sono Tunisi ed Algeri a nord,

quello che l'autore della carta chiama Sudan francese ad ovest,

ed il Congo francese, aspettando che vi si aggiunga il Congo

indipendente, a sud.

Così senza parlare dell'oasi di Tuat, che verrebbe ad essere

considerata come completamente avvolta dalla zona d'influenza

francese ed in essa compresa, senza parlare del modo equivoco

col quale figurano Figuig, Ghadames e Ghat, modo che può

offendere gli interessati all'integrità marocchina e tripolina,

l'_hinterland_ tripolino viene a subire un altro ben grave

attentato.

Le due grandi strade carovaniere, le quali da Ghadames e da

Tripoli per l'oasi di Bilma conducono al Tciad, sarebbero,

accettando questa nuovissima geografia politica dell'Africa, a

discrezione della Francia, venendo ad essere in suo potere

l'oasi di Bilma stessa, ove debbono necessariamente far capo. Nè

basta: venendo con tale sistema anche il Vadai ed il Baghirmi ad

essere inclusi nella sfera d'influenza francese, questa non

troverebbe ormai più altri limiti alla sua espansione verso est

che nel suo beneplacito stesso.

Quando nella convenzione anglo-germanica del 20 novembre 1893

sul lago Tciad, l'Inghilterra proponeva e la Germania accettava

che quest'ultima non avrebbe estesa la sua influenza ad est

dello Sciarì, e quando nell'accordo del 4 febbraio 1894 fra la

Germania e la Francia si ripeteva ancora che lo Sciarì era il

limite dell'espansione tedesca ad est, non poteva essere certo

nell'intenzione di tutte le parti Contraenti che quello che non

veniva consentito alla Germania dovesse senz'altro essere

considerato come concesso alla Francia.

Tutt'al più la questione potrà essere oggetto di ulteriori

accordi fra le potenze interessate, anche per il fatto evidente

che, in rapporto alla Francia, detti paesi sfuggono alla sua

influenza secondo la teoria degli _hinterlands_, e che,

rinunziandovi per parte loro e la Germania e l'Inghilterra per i

possessi rispettivi sull'Atlantico (compagnia Niger e Cameron),

la teoria stessa starebbe in favore della Tripolitania, anche

senza tener conto dei diritti della Turchia.

Nè va omesso che, a norma di quanto venne stabilito dall'Atto

Generale della Conferenza di Berlino, le affermazioni di

protettorato debbono essere notificate alle potenze firmatarie,

alle quali fu riconosciuto il diritto di fare le proprie

eccezioni.

Ora nulla di simile è avvenuto per il Vadai e per il Baghirmi, e

per tante altre delle regioni summenzionate.

Riassumendo, la carta che abbiamo esaminato, mentre segna vere

usurpazioni di territori per parte della Francia, sia perchè la

presa di possesso non ne fu mai notificata alle potenze

firmatarie dell'Atto Generale di Berlino, sia perchè essi

formano parte integrante di legittimo dominio di altre potenze,

non tiene alcun conto dei diritti acquistati dall'Italia in

Africa in virtù di regolari trattati, non accenna neppure a

quelli dell'Inghilterra lungo il corso del Nilo, e porta un

fiero colpo all'equilibrio del Mediterraneo, con una arbitraria

determinazione degli _hinterlands_ tripolino, tunisino, algerino

e marocchino. Così anche i possedimenti spagnuoli del

Mediterraneo, i possedimenti tedeschi e portoghesi

dell'Atlantico e quelli dello stesso Stato libero del Congo

sono, come si è visto, arbitrariamente delimitati.»

La marcia della Francia attraverso le vie carovaniere che congiungono

Tripoli al centro dell'Africa non si arrestò più. Una nuova convenzione

franco-britannica (14 giugno 1898), completata con una dichiarazione

addizionale del 21 marzo 1899 dopo l'urto di Fascioda, estendeva ancora

la zona d'influenza francese. La difesa che l'Italia tentò dei diritti

della Turchia fu fiacca e senza effetto. A Costantinopoli si dava più

importanza al sospetto che l'Italia meditasse l'occupazione di Tripoli,

anzichè alla realtà delle usurpazioni della Francia.

Questa non aveva più preoccupazioni per la sua conquista tunisina.

Finchè il governo italiano tenne fermo ai diritti e ai privilegi che

godeva in Tunisia in virtù di trattati che la Francia aveva nel 1881

dichiarato di volere rispettare, l'Italia era in grado di proteggere

gl'interessi italiani nell'antica Reggenza, e teneva una posizione che

imponeva alla Francia, e l'avrebbe costretta, desiderosa com'era di

consolidare la sua conquista, a scendere a patti. Ma il ministero

Rudinì-Visconti Venosta, al desiderio di disarmare i malumori francesi

sacrificò quella posizione senza compenso.

Già il 15 agosto 1895 il governo francese aveva denunciato il trattato

di amicizia, commercio e navigazione concluso l'8 settembre 1868 tra

l'Italia e la Tunisia, dichiarando di agire in nome del Bey e in virtù

del trattato di Kassar-Said (detto anche del Bardo) del 12 maggio 1881.

Il Ministero Crispi aveva risposto, per mezzo del conte Tornielli

ambasciatore a Parigi,

«essere bensì vero che, con nota del 9 giugno 1881, il signor

Rustan portava a notizia della R. Agenzia e Consolato Generale

d'Italia in Tunisi il trattato di Kassar-Said; ma che di tale

comunicazione non fu da noi preso atto e nemmeno segnata

ricevuta. Epperò mentre fo le più ampie riserve in merito

all'argomento cui si riferisce la nota del signor di Lavaur,

prego Vostra Eccellenza di voler significare, verbalmente per

ora, a codesto Governo, le eccezioni del Governo del Re al

procedimento seguito.»

Il governo della Repubblica rispondeva come risulta dal seguente

telegramma del Tornielli:

«Ministro degli Affari Esteri mi disse che la clausola di

riconduzione tacita per 28 anni non gli lasciava per così dire

libera scelta di condotta, e gli imponeva di denunziare il

trattato italo-tunisino perchè nessuno presentemente acconsente

a lasciare impegno per così lungo periodo. Fortunatamente, egli

soggiunse, previdenza dei negoziatori di quel trattato ci lascia

un anno di tempo, durante il quale avremo tempo scambiare

insieme molte idee, e di vedere insieme il miglior assetto da

dare alle cose. Il Ministro non suppone che in Italia il Governo

abbia potuto attribuire alla denunzia del trattato un effetto

diverso da quello che è nell'intenzione del Governo francese di

darvi, cioè, di un atto reso necessario eventualità clausola di

riconduzione anzidetta; ma egli tiene ad escludere che altri

concetti abbiano guidato il Governo francese in questa

occasione. Dissi che io non avevo ricevuto istruzioni a tale

riguardo, e che avrei trasmesso a Vostra Eccellenza questa

dichiarazione.»

Crispi non era disposto a rinunziare senza compenso ai benefici che le

capitolazioni e le convenzioni anteriori -- richiamate nel trattato del

1868, non annullate -- assicuravano all'Italia, e la Francia avrebbe

dovuto tenere conto degli interessi italiani. Vi era un anno di tempo

per discutere e negoziare; ma ai primi di marzo 1896 il ministero Crispi

si dimise, e il negoziato fu condotto dal Ministero Rudinì-Caetani, il

quale volle trattare contemporaneamente la questione tunisina e il

ristabilimento delle relazioni commerciali franco-italiane. In realtà le

due cose erano estranee l'una all'altra; in Tunisia avevamo una

posizione giuridica eccellente e diritti da far valere, mentre non era

sperabile che, cedendo su quelli, la Francia ci avrebbe accordato

tariffe di favore.

Infatti in Francia, dove la considerazione dei nostri diritti non

entrava in mente a nessuno, anche l'idea di tornare al regime

convenzionale nei commerci con l'Italia sembrò una concessione

eccessiva, cioè senza corrispettivo. Il governo francese sapeva

l'opinione pubblica così prevenuta contro di noi che scongiurò il

ministro italiano di non insistere. Passarono alcuni mesi; il ministero

Rudinì si ricompose, alla Consulta il duca Caetani fu sostituito dal

Visconti-Venosta. Quest'ultimo trovò la situazione peggiorata, poichè

mancata la vigilanza del governo italiano, l'Inghilterra -- la quale in

agosto 1895 aveva assicurato che avrebbe proceduto d'accordo con

l'Italia -- aveva consentito a negoziare con la Francia, rinunziando al

trattato perpetuo che aveva col Bey; e anche l'Austria-Ungheria, in

luglio 1896, aveva ceduto alle istanze francesi, riservandosi in Tunisia

il trattamento della nazione più favorita. Insistere nella via tracciata

da Crispi era, ormai, impossibile, poichè l'Italia non avrebbe trovato

nelle potenze amiche e alleate l'appoggio sul quale Crispi aveva fatto

assegnamento. L'on. Visconti-Venosta non insistette neppure per un

accordo commerciale; e il 28 settembre 1896 furono firmate le

convenzioni con le quali l'Italia riconosceva senza compensi, dopo

quindici anni, la conquista francese della Tunisia con tutte le sue

conseguenze. «Nous y gagnions -- ha scritto recentemente[10]

l'ambasciatore che la Francia aveva allora in Italia, il signor Billot

-- de libérer notre protectorat des entraves qui en paralysaient

l'exercice.... l'Italie renonçait à y demeurer avec nous sur un pied de

complète égalité et reconnaissait implicitement les consequences des

événements qui nous y avaient conféré une situation privilegiée.»

[10] _A. Billot_: _La France et l'Italie. Histoire des années

troubles_, vol. II, pag. 372.

Nel 1902 avvenne il noto accordo franco-italiano pel quale l'Italia si

disinteressò del Marocco a favore della Francia, e la Francia ci lasciò

mano libera in Tripolitania e in Cirenaica.

Il governo della Repubblica fece con cotesta combinazione un buon

affare, poichè mentre il valore commerciale di quei due _vilayets_ era

di molto ridotto per le erosioni fatte dagli stessi francesi nei loro

_hinterlands_, il ministro Delcassé -- che concluse l'accordo col

ministro italiano Prinetti -- abbandonava all'influenza italiana un

territorio dove la Francia non aveva interessi e che mai avrebbe potuto

far suo; l'Italia non avrebbe subìto quest'altro colpo, e non sarebbe

rimasta sola a pararlo.

L'abbandono del Marocco all'esclusiva influenza francese fu un notevole

sacrificio degli interessi italiani e pregiudicò irrimediabilmente

l'avvenire della nostra politica mediterranea. Una Francia troppo forte

nel mare che ci circonda è un pericolo permanente per noi. Crispi

intendeva che la Tripolitania divenisse italiana come compenso

all'ingrandimento già avvenuto della Francia con la occupazione della

Tunisia; il Marocco allora indipendente, non poteva formare oggetto di

accordi che avessero relazione col passato. Per questo egli lavorò a

creare interessi italiani e influenza italiana nell'impero sceriffiano e

prese intelligenze con la Spagna che, purtroppo, i suoi successori non

seppero mantenere.

Durante il suo primo ministero, Crispi colorì il suo disegno con

importanti successi. Il Sultano Mulei Hassan dette a italiani consenso e

denaro per l'impianto di una fabbrica d'armi a Fez e di una zecca, e

giunse nella sua deferenza ai consigli del nostro governo sino a

risolversi alla creazione di una marina da guerra e ad ordinare ad un

cantiere italiano, quello degli Orlando di Livorno, la costruzione della

sua prima nave.[11]

[11] Questa nave, alla quale fu imposto il nome di _Bascir_, era già

pronta da tempo (la commissione era stata data con contratto del

19 giugno 1890) quando il Sultano Mulei Hassan, superando

gl'intrighi francesi, si decise a farne prendere la consegna, come

risulta dal seguente documento. Disgraziatamente Mulei Hassan morì

quindici giorni dopo gli ordini dati al Vizir Garrit, e il

successore Mulei Abd-el-Aziz mutò idea:

«_Il Vizir Garrit al R. Ministro in Tangeri._

(_Traduzione letterale_)

20 Caada 1311.

(25 maggio 1894).

Lode a Dio. Non havvi forza e possanza se non in Dio Altissimo,

Onnipotente.

Abbiamo ricevuto la tua lettera con la quale ci informi che la

nave da guerra costruita per Sua Maestà Sceriffiana nel vostro

paese è pronta e che i costruttori che la costruirono desiderano

farne la consegna, ed in questo senso rivolsero domanda al tuo

eccelso Governo. Che il tuo Governo ti ha ordinato di interessarti

a tale cosa e ci inviasti, entro la tua lettera, le note della

spesa annua occorrente per la nave, siccome te ne aveva fatto

richiesta Sua Maestà Sceriffiana -- che Iddio esalti. Ci inviasti

altresì entro la tua lettera la nota della spesa occorrente per

l'acquisto delle munizioni per i cannoni che saranno collocati su

questa nave, perchè ogni nave da guerra è provvista di tali

munizioni e l'acquisto di esse è a carico del Makhzen (governo

Marocchino). Ci hai infine domandato di farti conoscere l'epoca

che S. M. Sceriffiana designerà per ricevere la nave suddetta e

chi sarà incaricato da parte di S. M. di riceverla perchè tu ne

renda informato il Governo del tuo augusto e potente Sovrano, e

quando arriverà in Italia il delegato del nostro Signore -- che

Iddio renda vittorioso -- il tuo Governo si occuperà con lui

dell'affare della scelta degli ufficiali che dovranno andare sulla

nave suddetta.

Ho portato il contenuto della tua lettera e delle note annessevi a

cognizione del nostro sceriffiano Padrone -- che Iddio renda

vittorioso. -- Sua Maestà prese conoscenza di tutto ed emanò

ordine sceriffiano ai Governatori dei porti di mare, menzionati in

margine, di scegliere a mezzo del tuo rappresentante, che tu

invierai presso di loro, trentaquattro marinai fra i marinai di

quei porti e sedici artiglieri. Manda presso di loro (dei

Governatori) il tuo rappresentante perchè li scelga egli stesso.

S. M. ha altresì ordinato agli amministratori delle Dogane dei

porti suddetti di provvederli (i marinai e gli artiglieri) del

necessario e di imbarcarli per Tangeri. Ha ordinato al Governatore

di Tangeri di alloggiarli convenientemente, e agli amministratori

della Dogana di quest'ultima città di dar loro il vestiario d'uso

e di somministrar loro la muna d'uso (un tanto al giorno per il

vitto) fino a che partiranno per l'Italia. -- Le lettere

sceriffiane per i Governatori e gli amministratori dei suddetti

porti e quelle per il Governatore, gli Amministratori di Tangeri

ed il Naib (rappresentante) Sid Mohamed Torres arriveranno a tue

mani dentro questa lettera. Il nostro Signore -- lo esalti Iddio

-- ha designato El Agi El Arbi Briscia quale rappresentante della

S. M. Sceriffiana per ricevere la consegna della nave suddetta,

consegna formale siccome è detto nel relativo contratto. S. M. --

la sua gloria sia duratura -- ha eziandio designato

l'Amministratore Sid Omar ben el Medhi Ben Gellun di Rabat quale

amministratore sulla nave da guerra. Entrambi arriveranno presso

di te con la risposta circa la spesa annua per la nave e circa la

spesa per l'acquisto delle munizioni per i cannoni.

_firmato:_ _Mohammed-el-Mufadde Ben_

_Mohammed Garrit_.»

(Dio siagli propizio).

La Spagna aveva nel Marocco una tradizione da continuare e ingenti

interessi, sia per i possessi effettivi tenuti in quell'impero, sia per

i diritti che vantava per il trattato di Wad Ras e per la stessa sua

posizione geografica. Era quindi sana politica quella seguita da alcuni

suoi statisti, come il duca di Tetuan, di procedere di conserva con

l'Italia per resistere alla invadenza francese. Crispi sinchè fu al

governo dette alla Spagna l'appoggio della sua autorità presso le grandi

potenze e dei suoi consigli, e le sorti dell'influenza spagnuola nel

Marocco sarebbero state più propizie se Spagna e Italia avessero

continuato quell'indirizzo.

L'accordo franco-italiano del 1902, sebbene oneroso per l'Italia, ebbe

contraria una gran parte dell'opinione pubblica francese. Non v'è

scrittore francese di questioni internazionali che non l'abbia

deplorato, considerandolo da un angolo visuale esclusivo come se la

Francia sola esistesse e gli altri popoli non avessero il diritto di

provvedere al loro avvenire. «Lo _statu-quo_ nella Tripolitania -- hanno

scritto sino a ieri -- non è la migliore garenzia della durata delle

buone relazioni tra la Francia e l'Italia nel Mediterraneo? Quando

l'Italia si sarà stabilita a Tripoli, le buone relazioni non potranno

durare!»[12]

[12] Cfr. _R. Pinon_: _L'Empire de la Méditerranée_.

E pochi mesi or sono, in febbraio 1912, quando l'Italia già guerreggiava

contro la Turchia, Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli affari esteri,

ha scritto che l'occupazione italiana della Tripolitania «apre un grande

conflitto tra l'Italia e la Francia!»[13]

[13] Cfr. nel giornale _Figaro_: «Il pericolo punico».

Se il senso dell'equità non riuscirà a penetrare nelle menti dei nostri

vicini d'occidente, se il governo della Repubblica non saprà rendersi

superiore alla latente ostilità del popolo francese per ogni interesse

italiano, se la Francia non dimenticherà la storia del suo predominio e

della sua influenza al di qua delle Alpi, le parole di Gabriele Hanotaux

saranno un vaticinio. E sarà un triste giorno per i due popoli, i quali

anche nell'opera d'incivilimento dell'Africa potrebbero giovarsi di una

solidarietà che sarebbe gloriosa per entrambi.

Ma se l'avvenire ci riserba il «grande conflitto», siamo sicuri che non

sarà l'Italia ad accenderlo.

La Porta accettò soltanto nel 1910 di trattare una delimitazione di

frontiera, ma chiese ed ottenne, affinchè non fosse implicito, per tale

suo atto, il riconoscimento del trattato del Bardo, che i commissarii

tunisini fossero nominati dal Bey e non dal Residente francese.

La Commissione si riunì a Tripoli in aprile 1910. Dapprima i commissarii

ottomani sostenevano una linea che da El-Biban, sul mare, va all'oasi di

Remada, rivendicando alla Tripolitania le usurpazioni compiute dai

francesi. Poi, chissà per quali influenze, ripiegarono, e il 10 maggio

venne firmato un atto che indicava sulla carta il tracciato della

frontiera. Cotesto tracciato si sviluppa dal Mediterraneo a Gadames su

di una lunghezza di 480 chilometri; parte da Ras Adjedir (o Adijr),

tocca Dehibat, passa tra Dehibat e Uezzen, volge verso i due pozzi di

Zar, dei quali uno rimane alla Tripolitania e l'altro alla Tunisia,

quindi si dirige verso il pozzo di Mechiguig (o Imchiguig) che rimase in

Tripolitania. A partire da questo pozzo, la frontiera resta equidistante

tra le carovaniere Djeneien-Gadames e Nalut-Gadames, gira la

Sebkhat-el-Melah e va a finire a 15 chilometri al sud di Gadames, che

rimane alla Tripolitania. (Cfr. _Leon Pervinquière_: _La Tripolitaine

interdite -- Ghadamès_.)

La commissione franco-turca doveva poi proseguire i suoi lavori per la

delimitazione delle zone d'influenza oltre Gadames, rimaste incerte

anche negli accordi anglo-francesi che, del resto, la Turchia non

riconobbe. La guerra italo-turca impedì quella riunione; così che la

questione è aperta e dovrà trattarsi tra l'Italia e la Francia, se il

governo italiano non ha già commesso la debolezza di cedere alle pretese

francesi, senza vagliarle, cominciando dal riconoscere legittima

l'occupazione di Gianet, compiuta dalla Francia durante quest'ultima

guerra, in ispregio alla dichiarazione di neutralità.

_Capitolo Terzo._ -- Le fortificazioni di Biserta.

Biserta, la «maggiore posizione strategica del Mediterraneo». -- Crispi

impedisce alla Francia di fortificarla. -- Gl'impegni del 1881,

confermati da vari ministri francesi, sono da Ribot dichiarati senza

valore. -- Sorpresa della Germania per la teoria di Ribot. -- Lord

Salisbury presta fede alle dichiarazioni della Francia che non

fortificherebbe Biserta. -- Pro-memoria di Crispi a Salisbury. -- Il

cancelliere Caprivi e il reclamo italiano. -- Possibilità di guerra. --

Il ritiro di Crispi dal Governo lascia libera la Francia. -- Lo Stato

Maggiore germanico e Biserta. -- Una lettera angosciosa di Crispi al Re

Umberto. -- Biserta fortificata è l'orgoglio della Francia e una

minaccia per l'Italia.

La questione di Biserta, accesa, si può dire, fin dal 1881, si fece viva

e ardente più che mai, sotto il primo ministero Crispi (1887-91).

L'on. Crispi, nella qualità di ministro per gli affari esteri, tenne

costantemente rivolta la propria attenzione a siffatta vertenza, e non

si stancò mai:

_a_) di far tener dietro, con vigilante cura, sul posto, al progresso e

alla natura de' lavori che si venivano compiendo a Biserta:

_b_) di denunziare alle potenze amiche, alleate, o interessate, siffatti

progressi ed ogni lieve fatto che meritasse di essere rilevato;

_c_) di chiedere schiarimenti e ottenere assicurazioni dal governo

francese;

_d_) e sopratutto, di interessare l'Inghilterra a prendere l'iniziativa

e ad associarsi a noi e ai nostri alleati in una azione diretta ad

impedire il proseguimento di que' lavori. che si rivelavano contrari

agl'impegni presi dalla Francia all'epoca dell'imposizione del suo

protettorato in Tunisia, e che minacciavano di turbare l'equilibrio e lo

_statu quo_ nel Mediterraneo.

Il gabinetto britannico, dietro nostre replicate sollecitazioni, con

memorandum 10 gennaio 1889 ammise e dichiarò al nostro governo di

riconoscere che Biserta era la _maggiore posizione strategica nel

Mediterraneo_, e fermamente ammonì, in conseguenza, il governo della

Repubblica francese rammentando gl'impegni da esso presi nel 1881. La

Germania fece altrettanto a Parigi per mezzo del proprio ambasciatore. E

risulta così che la Francia non dette esecuzione ai suoi progetti perchè

l'Europa teneva gli occhi rivolti a Biserta. La Repubblica francese,

infatti, -- (essendo ministro degli esteri il Goblet) -- si affrettò a

rassicurare Londra e Roma che non aveva intenzione nè di ampliare nè di

fortificare il porto di Biserta, e che trattavasi soltanto di scavi

necessarii e periodici.

A nuove insistenze del ministro Crispi in data 29 gennaio 1889,

Salisbury risponde confermando che la questione di Biserta interessa non

meno la Gran Brettagna che l'Italia, e avvertendo che fa esercitare sul

luogo continua vigilanza e manda ogni tanto una nave della flotta a

constatare il vero stato delle cose.

Incessante dopo d'allora fu lo scambio di comunicazioni in proposito con

Londra, con Parigi, Vienna e Berlino. Ancora il 5 novembre 1889 lord

Salisbury trova giustificate le apprensioni nostre rispetto al porto e

ai lavori che cautamente si eseguono a Biserta.

Il 25 giugno 1890 l'ambasciatore Tornielli telegrafa a Roma:

«Salisbury mi ha detto che il signor Waddington [ambasciatore

francese a Londra] nega che i lavori di Biserta abbiano

carattere militare.»

Ma in ottobre il ministro degli affari esteri della Francia, Ribot,

mentre assicura che non sono in corso studi per l'erezione a Biserta di

opere militari, afferma che la Francia ha facoltà di erigervene, e alla

obiezione mossagli dall'ambasciatore italiano che per bocca dei ministri

suoi predecessori la Francia ha assunto impegno di non fortificare quel

porto, risponde che qualunque dichiarazione precedente non lega il

governo francese, e che il Bey, in ogni caso, ha piena libertà di

premunirsi.

Questa arditissima teoria del ministro Ribot, comunicata alle

Cancellerie amiche col rapporto del generale Menabrea che la riferiva,

parve ed era una sfida. La Cancelleria germanica l'accolse severamente,

secondo si legge nella lettera che segue dell'ambasciatore di Launay:

«Berlino, 5 Novembre 1890.

_Signor Ministro,_

Nel ricevimento ebdomadario di ieri ho dato lettura al

Segretario di Stato del dispaccio di V. E. del 30 ottobre scorso

num.... Mi sono giovato dell'allegato per redigere un promemoria

confidenziale che rimetterò in copia, omettendo le due ultime

frasi che concernono l'attuale attitudine dell'Inghilterra. Ma

nel senso di esse mi sono espresso verbalmente.

Il barone de Marschall criticò vivamente la dottrina enunziata

dal signor Ribot sul non valore delle dichiarazioni scritte e

verbali fatte dai suoi due predecessori circa il porto di

Biserta. Una dottrina simile sarebbe contraria a tutte le regole

adottate nelle relazioni internazionali ed in opposizione con la

buona fede, dalla quale nessuno saprebbe fare astrazione.

Sarebbe altresì un atto cinico ed una vera mistificazione il

porsi dietro la sovranità del Bey di Tunisi, ridotto a

rappresentare una parte da marionetta, per mascherare i progetti

della Francia. È questa una nuova goffaggine da aggiungere alle

altre commesse dal ministro degli affari Esteri della

Repubblica. Egli avrebbe fatto meglio dal suo punto di vista

limitandosi a sostenere che la natura dei lavori progettati o in

corso di esecuzione a Biserta, e il loro scopo, non hanno e non

avranno che un carattere commerciale.

Il Segretario di Stato m'ha promesso di scrivere

all'ambasciatore di Germania a Londra affinchè parli al _Foreign

Office_ nel senso del promemoria predetto e ne richiami

l'attenzione sul contenuto del medesimo. Se lord Salisbury --

forse perchè l'opinione pubblica del suo paese non si appassiona

ancora a tale questione -- non crede che sia venuto il momento

per ricordare al gabinetto francese i suoi impegni formali,

questo ministro è però animato da buone intenzioni verso di noi

e sorveglia da vicino le mene francesi. Nondimeno è utile dare

al marchese di Salisbury una spinta.

Il Cancelliere dell'Impero, che ho accompagnato ieri alla

stazione per prendere congedo da lui nel momento che partiva per

l'Italia, mi ha confermato in termini generali quello che mi ha

detto il Segretario di Stato.

_Launay_.»

Lord Salisbury, in verità, si dimostrava proclive a prestar fede alle

assicurazioni francesi, e all'Incaricato d'affari della Germania

esprimeva il parere

«non essere opportuno risolvere la questione a Parigi finchè non

si produca qualche fatto palese sulle intenzioni del governo

francese, mentre il Waddington l'aveva assicurato in modo

positivo che il suo governo non mirava a fare di Biserta un

porto fortificato.»

Dovette Crispi dimostrare a Londra l'irrefutabile carattere militare dei

lavori, la gravità della questione e le irreparabili conseguenze che

sarebbero per derivarne.

Il _pro-memoria_ che fece presentare a lord Salisbury è questo:

«Bizerte ou Benzert, l'ancienne Hippo-Zarytos des Phéniciens,

située sur la côte de la Tunisie, là où le continent africain

s'allonge vers la Sicile, est à cheval sur le bras de mer qui

mène au lac du même nom. Ce lac a une étendue et une profondeur

suffisantes pour offrir aux plus gros navires, à l'achèvement

des travaux, cinquante milles carrées de mouillage. Ainsi placée

sur la Mediterranée, favorisée par la nature qui lui a donné un

port très vaste et parfaitement à l'abri des colères de la mer

et des attaques des flottes ennemies, et se trouvant aujourd'hui

aux mains d'une puissance maritime de premier ordre, Bizerte est

un élément de grande valeur dans le calcul des ressources

défensives et offensives actuellement à la position des

différentes puissances européennes.

Cette nouvelle situation, créée par les événements de 1881,

attira immédiatement l'attention des cabinets intéressés au

maintien de l'équilibre dans la Mediterranée, et il en vint cet

échange de notes, de remontrances d'un côté et de vagues

assurances de l'autre, qui, commencé dès la descente des

Français en Tunisie, n'a pas encore pris fin.

Il appert de cet échange de notes qu'au commencement de 1889 le

premier ministre de S. M. Britannique paraissait avoir pris un

grand intérêt à cette affaire, à cause de laquelle de pressantes

démarches avaient été faites auprès de lui, même de Berlin; mais

que, plus tard, des explications fournies à Paris l'avaient

persuadé que «les travaux projetés n'avaient point de grande

importance». Une année après, le 3 juin dernier, toujours

convaincu que ce qu'on était en train de faire ou de projeter

pour Bizerte n'offrait qu'une mediocre importance, il disait à

l'ambassadeur du Roi que «si, comme il le désirait et

l'espérait, l'Angleterre et l'Italie restaient unies, leurs

forces navales suffisaient à leur donner la supériorité sur

toute autre puissance, et n'avaient rien à redouter des

_fortins_ de Bizerte». Plus tard, en septembre, le

sous-secrétaire d'Etat aux affaires étrangères déclarait que

«les travaux en voie d'execution ne paraissaient pas encore

avoir un but militaire».

Les considérations suivantes pourront démontrer que l'avis

exprimé par le _Foreign Office_ n'est guère conforme à l'état

réel des choses.

En creusant de quelques mètres le port actuel de Bizerte et en

élargissant le canal d'entrée moyennant la démolition de la

Kasba, on répondrait suffisamment aux exigences du commerce qui

est à peu près nul, comme il est démontré à l'evidence par les

récettes de la douane qui n'atteignent jamais 50 000 fr. par an.

Or, comme il n'est guère admissible qu'on songe à faire de

Bizerte le port commercial de la Tunisie, de grands travaux

étant en même temps en cours d'exécution dans le port de

Tunis,[14] à 32 milles de Bizerte, il est facile d'en conclure

que tout ouvrage visant non pas à améliorer le port actuel, mais

à en créer un nouveau de grands proportions, a un but

essentiellement militaire. Et les travaux qu'on est en train

d'executer à Bizerte ont précisément en vue un port immense,

l'un des plus grands du monde, pour lequel on creuse un canal

d'entrée de 200 mètres de largeur et de 12 de profondeur.

[14] M. Ribot, ministre des affaires étrangères dans un rapport

presenté le 15 octobre 1890 au président de la République, expose

qu'il y a en voie de construction: 1º un avant-port à la Goulette;

2º un canal de 8 kilomètres de longueur et 6 m. 50 de profondeur

de la Goulette à Tunis à travers le lac de ce nom; 3º un _bassin_

à Tunis. Le tout devant étre achevé en juillet 1894. La dépense

prévue est de 13 millions.

Il est à remarquer que quand même le mouillage serait de

beaucoup plus limité, la profondeur que l'on veut donner à ce

canal suffit à prouver qu'il est destiné aux grands navires de

guerre. En effet, il n'y a pas aujourd'hui de navire marchand

ayant un tirant d'eau de 8 ou 9 mètres, qu'atteignent seulement

les navires de combat de 1re classe, jaugeant de 12 à 14 000

tonnes. Le canal de Suez qui interesse tous les pays, qui a été

creusé exclusivement pour le commerce et donne passage aux plus

grands steamers de toutes les marines marchandes du monde, n'a

qu'une profondeur de 8 mètres.

Il existe d'ailleurs des preuves directes que dans ce que l'on

fait ou qu'on compte faire a Bizerte, on s'est proposé pour but

non le commerce mais la guerre. On trouve ces preuves dans la

construction d'une grande caserne pour laquelle on a publié dès

le mois de mai dernier le décret d'expropriation du terrain

nécessaire; dans la construction déjà achevée de baraques pour

le génie militaire; dans l'augmentation de l'effectif de la

garnison qui a eu lieu ces derniers jours; dans la construction

imminente d'ouvrages de fortification en vue desquelles le

gouvernement tunisien vient de publier (le 3 de ce mois) un

décret du Bey portant constitution de servitudes militaires.[15]

En dernier lieu la fondation d'une grande compagnie appelée du

_Port de Bizerte_[16] avec un capital de neuf millions, prouve

qu'il ne s'agit point de travaux de petite importance, mais bien

de travaux grandioses dans lesquels, d'après ce qu'on vient

d'exposer et malgré le caractère privé qu'on leur a

artificiellement donné, on peut, selon toute raison, reconnaître

l'intention de faire de Bizerte un port militaire.

[15] L'art. 1 du décret, vue par le ministre résident général de la

République, fixe la zone de servitudes au «polygone exceptionnel

du village des Andalous» qui est un faubourg au bord de la mer,

immédiatement au nord de Bizerte.

[16] Dans son rapport précité M. Ribot dit que «la Compagnie est

fondée, ses statuts sont publiés et les travaux sont en cours

d'exécution».

Il est inutile d'objecter qu'il faudra de plus grandes sommes et

beaucoup d'années pour que cette transformation s'accomplisse;

on ne sait que trop que lorsqu'il s'agit de pareils travaux, qui

intéressent la défense nationale, les crédits sont toujours

accordés aussitôt qu'ils deviennent nécessaires. Il faut au

contraire remarquer, ce qui n'est pas aussi universellement

connu, qu'il ne faut point de travaux de grandes proportions

pour faire de Bizerte un port de guerre, mais qu'il suffit

relativement de peu de chose, de façon que le temps et les

dépenses nécessaires ne seraient rien moins que proportionnés

aux résultats que l'on obtiendrait.[17] Il ne faut d'ailleurs

pas oublier que quand même la place ne serait point fournie de

tout le nécessaire dès le commencement des hostilités, elle n'en

serait pas moins une grande ressource pour la France et une

menace sérieuse pour ses ennemis, si seulement le canal en était

rendu praticable aux grands navires sous la protection de

quelques puissantes batteries côtières, et si la place contenait

les approvisionnements indispensables de charbon, vivres et

munitions de guerre et les moyens nécessaires pour radouber des

navires.

[17] Le canal aurait un kilomètre et demi de longueur dont un tiers

seulement à creuser dans toute sa profondeur, dans la langue de

terre qui sépare le lac de la mer.

Il n'y a par conséquent rien que de vraisemblable dans la

supposition que la France si elle veut (et tout nous prouve

qu'elle le veut) possédera à Bizerte, dans un peu plus de cinq

ans, un port militaire vaste et sûr qui lui servira de base pour

des expéditions maritimes dans la Mediterranée meridionale, et

de port de refuge en cas d'insuccès. Et quand même cela

n'arriverait que dans dix ans, y a-t-il moyen de ne pas voir que

sa puissance sur mer en serait énormément augmentée?

La France ne possède actuellement sur la Méditerranée qu'un seul

port militaire, celui de Toulon, qui occupe par rapport à

l'Italie méridionale et à la mer Jonienne, une position

tellement excentrique qu'un gros convoi de troupes de

débarquement ne pourrait mettre à la voile de ce port pour le

sud de la péninsule ni pour la Sicile, sans courir de graves

dangers, soit à cause de la distance à franchir, soit à cause de

la flotte italienne qui, de la Madeleine, surveillerait ce

mouvement. Mais lorsque Bizerte sera devenue accessible aux

grands navires et ceux-ci pourront y trouver du charbon, des

vivres, des munitions de guerre et des moyens pour réparer leurs

avaries; lorsque cette place sera munie de fortifications

maritimes et terrestres, les Français seront alors en mesure de

menacer, de la côte tunisienne, les escadres ennemies

manoeuvrant dans le bassin méridional de la Méditerranée, et

pourront se porter en 20 heures sur Naples, en évitant les eaux

surveillées de la Madeleine par la flotte italienne, et se jeter

en 8 heures sur Cagliari et sur la Sicile.

Il n'y a rien d'exagéré dans l'importance que nous attribuons

plus haut aux difficultés provenant de la distance à la quelle

Toulon se trouve des côtes de l'Italie méridionale. Il ne

s'agit, en effet, ni d'une escadre ni d'une flotte qui peuvent

naturellement parcourir la Méditerranée quel que soit l'état de

la mer; il s'agit d'un convoi de navires de transport (plus de

cent) qui doivent naviguer de conserve sous la protection d'une

escadre et par conséquent marcher lentement.

Ce convoi, au surplus, ne serait pas en mesure d'opérer le

débarquement par un mauvais temps et devrait, dans ce cas,

chercher un abri, ou rebrousser chemin, jusqu'à Toulon, en

s'exposant, dans le deux hypothèses, au danger d'une attaque de

la part de la flotte italienne s'appuyant sur la Madeleine. Ces

difficultés ne proviennent donc pas de la distance, mais des

dangers que le convoi doit courir pendant cette longue

traversée, et qui peuvent venir de deux differents côtés, -- de

la mer, l'état de laquelle peut rendre impossible d'atteindre à

temps le point d'atterrissage, ou empêcher l'opération même du

débarquement, -- et de la flotte ennemie, à laquelle on offre de

cette manière une occasion favorable pour attaquer en route le

convoi.

Bizerte, étant donnée comme point de départ, tous ces dangers

disparaissent. On y concentre le corps de débarquement (la

France n'est pas obligée de faire venir, à cet effet, des

troupes d'Europe attendu qu'elle a en Algérie un corps d'armée

permanent et pourvu de tout ce qu'il faut), on y rassemble et on

y tient prêts les transports, on attend ensuite que les

conditions générales de la guerre soient favorables à

l'opération, et par un soir de calme le convoi met à la voile,

se présente le lendemain au point du jour, sans avoir été

signalé, sur la côte de Sicile, et opère le débarquement bien

avant que le forces destinées à la défense de l'île aient eu le

temps d'accourir.

Il est inutile d'ajouter que la descente en Sicile d'un gros

corps d'armée (35 à 40 000 hommes) aurait une grave influence

sur le sort de la guerre. Un pareil évènement serait un désastre

matériel et moral et pourrait même entraîner une défaite

définitive. Il faut plutôt faire remarquer que si la France

voulait renforcer, dès le début des hostilités, ses garnisons

d'Algérie, ses ressources maritimes et le nouveau port de

Bizerte lui permettraient, la traversée étant très courte et la

Madeleine bien éloignée, de porter en Sicile jusqu'à deux corps

d'armée, c'est-à-dire 60 000 hommes, en s'assurant par là la

supériorité numérique sur les troupes chargées de la défense de

l'île.[18]

[18] Les études pour la défense de la Sicile en cas de guerre avec la

France, sont fondées sur l'hypothèse d'un débarquement de deux

corps d'armée. Le transport d'une pareille force sur les côtes

occidentales de la Sicile pourrait s'effectuer de Bizerte en

plusieurs fois, grâce au voisinage de ce port, et sans qu'il soit

par conséquent nécessaire de rassembler un nombre immense de

transports ainsi qu'il le faudrait s'il s'agissait d'amener ces

mêmes troupes de Toulon, en un seul convoi.

Cependant l'accroissement énorme de force que la France

tirerait, le cas échéant, de la possession d'une nouvelle base

d'opérations maritimes dans la Méditerranée, n'est pas fait pour

préoccuper seulement l'Italie et ses alliées, les puissances

centrales; cela regarderait aussi de très près l'Angleterre,

quand même l'alliance de cette puissance avec l'Italie serait un

fait accompli. Ce ne sont pas en effet, les «fortins de Bizerte»

qu'on aurait à craindre, mais la nouvelle situation qui serait

créée par l'existence, sur la côte d'Afrique, d'un port

militaire français, d'où la France pourrait aisément attaquer

l'Italie du sud et la Sicile sans avoir à redouter les

mouvements de la flotte italienne opérant de la Madeleine. Ce

nouveau port militaire paralyserait l'action de la Madeleine

dans la Méditerranée méridionale, rendrait nécessaire le

maintien d'un gros corps d'observation en Sicile et d'autres

forces considérables dans les villes maritimes de l'Italie du

sud. Il deviendrait par conséquent nécessaire de diminuer

d'autant les troupes à porter au delà des Alpes, et cela même si

l'Angleterre et l'Italie étaient alliées.

Telles sont les conséquences de la création, à Bizerte, d'un

nouveau Toulon; tels sont les dangers que l'Italie doit redouter

bien plus que les attaques directs sur ses navires pouvant

partir des fortifications du nouveau port. Ces fortifications ne

seraient que le complément nécessaire de toute place maritime,

et doivent être considérées comme telles, et non comme des

ouvrages placées sur un bras de mer par où il serait

indispensable de passer.

Mais ceci n'est pas tout. Si la création du nouveau port

militaire nuit directement à l'Italie et indirectement à ses

alliées à cause de la diminution de la puissance offensive du

royaume et du danger que courrait la Sicile, l'Angleterre aussi,

bien qu'elle soit, ou plutôt parce qu'elle est la première

puissance maritime du monde, en ressentirait un préjudice

sérieux, même si elle était l'alliée de l'Italie et

indépendamment du dommage indirect auquel elle serait exposée en

cette dernière qualité.

Il suffit, en effet, de se rappeler quelle est la situation

respective de Gibraltar, Bizerte, Malte e Port-Saïd pour voir

que le jour où Bizerte sera un port militaire, elle occupera une

formidable position offensive sur le flanc de tous les navires

se rendant de l'orient à l'occident et viceversa. Elle sera

parfaitement en mesure de harceler et même d'arrêter

complètement le commerce de Gibraltar à Malte et à la mer Rouge,

c'est-à-dire le commerce de l'Angleterre avec les Indes, et

d'empêcher la jonction des flottes anglaises ou anglo-italiennes

dans la Méditerranée méridionale. Ce qui forcerait l'Angleterre,

si elle était l'alliée de l'Italie aussi bien que si elle

demeurait neutre, a augmenter ses forces navales dans la

Méditerranée, en restant néammoins menacée dans son commerce,

qui est pour elle la vie, et en dégarnissant nécessairement la

Manche où, en cas de conflagration européenne, il lui faut

absolument être maîtresse de la mer.»

Nel colloquio di Milano dell'8 novembre 1890 Crispi aveva detto al Conte

di Caprivi non poter permettere che Biserta divenisse un porto militare,

e al Cancelliere germanico non era sfuggita tutta l'importanza che la

questione aveva per l'Italia. In gennaio 1891, essendo evidente che la

Francia non si curava delle proteste italiane e tirava diritto

nell'attuazione di un piano prestabilito, Crispi reclamò l'appoggio

delle potenze alleate e dell'Inghilterra per una comune azione a Parigi

la quale imponesse l'abbandono dei lavori iniziati a Biserta e li

vietasse per l'avvenire. L'_ultima ratio_ di questo passo poteva essere

la guerra, e Caprivi ne ammise l'eventualità. Egli infatti diceva al

nostro ambasciatore che, pur sperando si raggiungesse lo scopo senza

conflitti,

«nondimeno bisogna tenersi preparati ad ogni peggiore

eventualità e, questa presentandosi, avere in mano tutti i

possibili elementi politici e militari di successo. Ora,

l'armamento della fanteria germanica col fucile a piccolo

calibro sarà compiuto soltanto nella primavera ventura e la

formazione dei due nuovi corpi d'esercito soltanto nel prossimo

inverno. Tutto, dunque, consiglia di camminare adesso con

prudenza e sicuramente.»

Pochi giorni dopo il ministero Crispi cadeva, e l'energica sua azione

veniva abbandonata. L'Inghilterra e la Germania avvertirono subito

ch'era mutata la mano al timone della politica italiana, e ne

profittarono. Lord Salisbury sentiva in tutta la questione tunisina la

prevalenza degl'interessi italiani su quelli inglesi, e aveva opposto

alle premure di Crispi un contegno di cortese passività, senza tuttavia

osare di opporsi alla logica stringente del ministro italiano e

sconfessare le sue proprie precedenti dichiarazioni. Alla Cancelleria

germanica la scomparsa della pressione esercitata da Crispi in base ad

argomenti validissimi, sembrò una liberazione.

D'altronde, il successore di Crispi, on. Di Rudinì, recando al governo

scarsa coscienza degl'interessi d'Italia, prevenzioni mal fondate e

minore autorità personale, si adattò alle risposte evasive del _Foreign

Office_, il quale facendo propria la teoria dell'Ammiragliato Britannico

finì con l'affermare che dalle fortificazioni di Biserta l'Italia e

l'Inghilterra nulla avevano a temere, e altresì che Biserta, operando

una diversione delle forze navali francesi, sarebbe stata una debolezza

e un danno per la Francia.[19]

[19] Strana teoria questa dell'Ammiragliato britannico! Lo Stato

Maggiore germanico giudicava ben altrimenti l'importanza di

Biserta, come risulta dai seguenti brani di una sua relazione:

«La costa d'Algeria non offre propriamente alcun porto naturale.

Veramente alcuni luoghi importanti vennero ridotti ad uso di

porto; astrazione fatta, però, che questi luoghi non possono

sempre prestare soddisfacente appoggio, sono in tale posizione da

poter permettere dal mare di bombardare la città, gli stabilimenti

e le navi. Tale circostanza rende la situazione di un porto di

guerra molto critica. Presso a Biserta non vi sono difficoltà di

tal sorta. I cantieri, i doks, i depositi, ecc., ecc., si possono

collocare talmente entro terra da rendere impossibile un

bombardamento, quando si proibisca però l'ingresso nel porto al

naviglio nemico. Ottenere questo è un po' difficile mediante i

mezzi stazionari di difesa. Le fortificazioni esistenti intorno a

Biserta sono senza dubbio di nessun valore, e quelle verso mare e

verso terra non sembra siano ancora state incominciate. La

costruzione di opere utili non incontrerebbe difficoltà, e la

configurazione della costa favorisce la difesa del porto in modo

eminente, poichè le alture circostanti permettono di dare alle

opere una posizione dominante, e il curvamento della costa

permette un fuoco concentrico sul nemico. Tutti questi pregi di

Biserta, principalmente la facilità con cui si può ottenere un

buon porto, sono noti ed apprezzati sia dai francesi, sia dagli

inglesi. Per scopo di guerra il porto però si può solamente

rendere utile, quando le navi in esso ricoverate siano esse pure

appoggiate, quando cioè la città sia sufficientemente fortificata.

Biserta acquista speciale importanza dalla sua posizione avanzata

nella parte nordica dell'Africa. Sicilia e Sardegna da qui possono

essere raggiunte in 8 ore, Napoli in 20 ore, e da qui a Malta vi

sono 16 ore. Biserta ha una azione fiancheggiante su tutte le navi

dirette in oriente ed occidente, che navigano tra il nord

dell'Africa e le isole italiane. Biserta ha quindi una grandissima

importanza strategica. Nel caso di complicazioni di guerra nel

Mediterraneo da parte della Francia, una volta che Biserta fosse

convertita in un porto di guerra permanente, verrebbe questa ad

avere una parte importantissima, creando sovratutto all'Italia

gravi svantaggi. Sino a che Tolone sarà il solo porto di guerra

del Mediterraneo di cui la Francia possa disporre, e sino a che i

porti dell'Algeria della parte orientale non possano servire che

per soli punti d'appoggio, l'Italia, colla Spezia e colla

Maddalena, è coperta da qualsiasi mossa offensiva. Gl'italiani

sarebbero pure nella condizione di turbare dalla Maddalena le

coste dell'Algeria e molestare il collegamento tra la colonia

francese e la sua madre patria. Altrimenti avverrà quando Biserta

diventi stazione della flotta e possa essere un saldo appoggio per

una ritirata.

Da qui saranno minacciate le coste del mare Tirreno, le isole e le

Calabrie, e l'Italia a sua difesa non avrà alcun punto capace nel

sud della Sardegna, ovvero nella parte occidentale della Sicilia.

Quanto guadagnò l'Italia colle fortificazioni della Maddalena,

creando una forza armata vicino alle coste francesi, altrettanto

guadagnerà la Francia fortificandosi ed armandosi vicino alle

coste italiane con Biserta.

Anche la posizione marittima dell'Inghilterra nel Mediterraneo ne

risentirebbe grandemente. Il passaggio sinora libero tra il Capo

Bon e la Sicilia può essere sorvegliato comodamente da Biserta,

divenuta base d'operazione dei francesi; ed in caso di guerra

coll'Inghilterra il commercio tra Gibilterra e Malta, e per

relazione con Suez, potrebbe essere grandemente danneggiato. Anche

piccole navi che non avrebbero potuto opporsi ad una flotta

inglese nel Mediterraneo, sarebbero nella condizione di poter

chiudere alle navi inglesi mercantili, di passaggio pel

Mediterraneo, la via da o per le Indie; ed una forte flotta

potrebbe benissimo impedire la unione di due squadre inglesi,

ovvero di una squadra inglese ed una italiana. Per le operazioni

verso l'oriente, la Francia acquisterebbe una solida tappa, che

non potrebbe essere senza conseguenze per Taranto e per Malta.

Da ciò appare come le fortificazioni di Biserta e la posizione di

un porto di guerra sposti grandemente la potenza militare della

Francia a suo vantaggio, e per conseguenza a danno della potenza

dell'Inghilterra e dell'Italia. Se la Francia aduna una flotta a

Biserta, l'Italia deve attendersi dal sud o dall'occidente

dell'Africa e da Tolone un colpo di mano od uno sbarco sulle sue

coste; sarà da necessità costretta a fare stazionare nelle acque

di Sicilia e di Napoli parte della sua flotta, e a formare un

forte corpo d'osservazione sulle coste meridionali e centrali.

L'esercito d'operazione e gli altri mezzi di guerra verranno

quindi ad essere indeboliti assai più che se l'attacco si fosse

fatto da una sola parte. L'Inghilterra viene ad essere minacciata

nelle relazioni tra le Indie orientali ed il mare Mediterraneo, e

dovrebbe rinforzare grandemente la sua flotta nel Mediterraneo

quando essa coll'offensiva deve essere forte abbastanza per

sorvegliare Biserta. Mentre un accordo tra l'Inghilterra e

l'Italia assicurerebbe all'istante un predominio sul mare agli

alleati, più tardi potrebbe essere dubbioso se sia possibile una

completa difesa delle coste.»

Cosicchè la Francia preso coraggio dalla remissività del nuovo ministero

italiano che si preoccupava di fare una politica estera diversa da

quella di Crispi -- caduto dal potere con grande e non dissimulata gioia

della Francia -- dopo avere raccolto a poco a poco i materiali

necessarii, iniziò nel 1892 le fortificazioni sull'estremo punto nord

dell'Africa, dissimulandone con la lentezza dei lavori il valore bellico

per poter negare l'opera che andava compiendo in dispregio degl'impegni

presi dinanzi alle potenze, quando nel 1881 impose il suo protettorato

al Bey di Tunisi.

L'on. Crispi, ritornato privato cittadino aveva continuato a seguire la

questione con cuore di patriotta. Qualche amico lo informava di quanto

avveniva nella Reggenza in fatto di armamenti.

Ecco un saggio delle notizie che gli pervenivano:

«_29 maggio._ -- Arrivarono col postale francese _Ville de Naples_ 80

casse polveri.

_31 maggio._ -- Arrivarono col postale francese via Algeri casse 50

cartucce.

_3 luglio._ -- Arrivarono col postale francese _Ville de Bône_ 750

barili polveri.

_6 luglio._ -- Arrivarono col postale francese _Ville de Rome_ 27 casse

cartucce.

_10 luglio._ -- Arrivarono col postale francese 350 barili polvere; peso

di ogni barile cg. 5».

In settembre 1891, in seguito a informazioni allarmanti pubblicate da

qualche giornale intorno a una intensa preparazione militare dei

francesi in Tunisia, il ministro Rudinì ordinò al Console generale

Macchiavelli di recarsi a Biserta per verificare quali lavori si

facessero in quel forte. Il Macchiavelli fu respinto dal Comando

militare perchè non aveva un permesso da Parigi! Parecchi giornali

osservarono che quella mortificazione poteva esserci risparmiata,

giacchè non occorreva mandare a Biserta il rappresentante ufficiale

d'Italia per apprendere ciò che in Tunisia era noto a tutti. Un giornale

ispirato da Crispi, la _Riforma_, scriveva il 1.º dicembre:

«Non sa il Governo italiano che le fortificazioni di Biserta sono in

opposizione con gl'impegni assunti formalmente dalla Francia?

E non pensa a richiamare quegli impegni alla memoria del Governo di

Parigi?

Non potendo far altro, il 14 febbrajo 1892 Crispi espresse al Re la sua

angoscia con la seguente lettera:

«_Sire!_

Qual'è la miglior politica, lasciar fortificare Biserta o

impedire che sia fortificata? Delle due vie l'Italia, sotto il

mio ministero, scelse la seconda.

La questione fu trattata a Londra e a Berlino.

Lord Salisbury in conseguenza dei nostri reclami interpellò due

volte Waddington su cotesto argomento: e l'ambasciatore francese

assicurò Sua Signoria in modo positivo che il suo governo non

mirava a fare di Biserta un porto militare. Ciò risulta da un

telegramma giuntoci da Berlino il 28 gennaio 1891.

Da due dispacci del 5 e del 13 agosto 1890 fummo informati che

circa la questione tunisina Caprivi aveva detto al nostro

Incaricato d'affari che «la Germania non trascurerebbe

gl'interessi italiani e saprebbe _all'occasione_ fare onore agli

impegni contratti verso di noi».

Alla sua volta il conte di Kálnoky il 5 agosto 1890 faceva al

conte Nigra, sullo stesso argomento, la seguente dichiarazione:

«Il governo Austro-Ungarico è disposto associarsi a qualunque

azione diplomatica, insieme alle altre potenze amiche, in favore

dell'Italia».

Io devo credere che nulla fu fatto negli ultimi dodici mesi che

il mio successore ha tenuto il Ministero degli affari esteri.

Dovrò anche supporre che sia rimasto senza risposta un dispaccio

giunto da Londra alla Consulta dopo il 31 gennaio 1891. Intanto

è constatato che a Biserta son cominciate le opere di

fortificazione!

Con Biserta e Tolone i Francesi diverrebbero gli assoluti

padroni del Mediterraneo.[20] A lord Salisbury io scrissi un

giorno che, ciò avverandosi, l'Inghilterra non sarebbe più

sicura in Malta e che potrebbe essere cacciata dall'Egitto.

[20] Sulla questione, vedi il discorso pronunziato alla Camera dei

deputati, nella tornata del 6 febbraio 1893, dal generale Dal

Verme.

Sarebbero maggiori i pericoli per noi, e ci si renderebbe

necessario munire potentemente la Sicilia e la Sardegna, le

quali, in caso di guerra, sarebbero le prime ad essere

minacciate. Nè basta: dovremmo tenere forti eserciti nelle due

grandi isole del Regno, ed occupata la nostra flotta nelle acque

africane.

Per munire potentemente la Sardegna e la Sicilia vuolsi una

enorme spesa, per la quale al Tesoro italiano mancano i mezzi.

Comunque, in un momento in cui il governo di V. M. è obbligato a

fare dolorose economie, è strano che per una falsa politica il

governo medesimo debba esser causa di una nuova spesa.

Quello che importerebbe Biserta fortificata fu fatto palese a

Berlino, e fu aggiunto che qualora scoppiasse la guerra, e la

Germania fosse attaccata, noi non potremmo disporre di tutte le

nostre forze, imperocchè saremmo costretti a localizzare la

maggior parte delle truppe per prevenire gli attacchi che

sicuramente verrebbero dal mare, ed in conseguenza per

difenderci.

Quando la Francia occupò Tunisi promise che non ne avrebbe fatto

una piazza di guerra. Oggi, fortificando Biserta, il governo

della Repubblica non solamente manca alla promessa, ma muta lo

_statu-quo_ nel Mediterraneo. Con gli accordi del 12 febbraio e

del 24 marzo 1887, la Gran Brettagna, l'Italia e

l'Austria-Ungheria s'impegnarono a non permettere che questo

mutamento avvenisse e, in ogni caso, si obbligarono a procedere

d'accordo.

Io non porto la questione alla Camera perchè una pubblica

discussione su così grave argomento nuocerebbe agl'interessi

nazionali. Io poi personalmente ne raccoglierei nuovi odii dai

Francesi senz'alcun beneficio pel nostro paese: e mi taccio.

Il silenzio del Parlamento e l'inerzia dei Ministri, mi

permetta, Sire, di dirlo schiettamente e lealmente, non salvano

il Re dalla sua responsabilità verso la Patria comune.

Costituzionalmente V. M. non è responsabile di quello che

avviene, ma lo è moralmente dinanzi alla Nazione della quale è

il Capo e il tutore. Or l'avvenire della Nazione può essere

compromesso dalla politica attuale.

Questa lettera da parte mia non sarà comunicata ad anima viva;

rimarrà segreta. È scritta per V. M. e per V. M. soltanto.

Ho creduto un dovere di coscienza di scriverla. Ho voluto anche

questa volta testimoniare la mia piena fede nel Re, nel quale è

personificata l'unità nazionale.

Al Re dunque doveva rivolgere la franca parola.

Ho l'onore di ripetermi di V. M.

L'umil. Dev. Servit. e Cugino

_Francesco Crispi_.»

Non risulta che il governo italiano facesse opera diplomatica efficace.

I lavori furono incessantemente proseguiti, e quando Crispi ritornò al

potere, nel dicembre 1893, essi erano giunti a tal progresso che ogni

contrasto sarebbe giunto tardivo. Il 7 marzo 1894 l'ambasciatore

Ressman, in seguito ad una pubblicazione che annunziava l'inizio dei

lavori ch'erano, invece, molto innanzi, interpellò il Presidente del

Consiglio, Casimir-Périer; il quale, abbandonato il sistema di

denegazioni seguito in passato dai ministri francesi, dichiarò la

realtà, giustificando però la decisione di fortificare Biserta col

concentramento di truppe italiane in Sicilia, come se questo, invece che

determinato dalle condizioni allora allarmanti dell'ordine pubblico in

quell'isola, nascondesse il proposito di un colpo di mano sulla Tunisia!

Ma ecco la lettera del Ressman:

«_Signor Ministro_,

Sotto il titolo «Bizerte et la Spezia» il Figaro pubblica

stamane in prima pagina un articolo che principia colle parole:

«Ci si assicura che sono stati testè dati ordini per cominciare

i lavori militari di Biserta: felicito il Governo di questa

patriottica risoluzione».

Riferendomi a quest'asserzione del _Figaro_, ho nell'odierna

udienza domandato al signor Casimir-Périer se vi fosse alcun che

di vero, non senza premettere che più volte i suoi predecessori,

interpellati sui lavori che il Governo francese faceva eseguire

nel porto di Biserta, avevano dichiarato che quei lavori avevano

per solo scopo di facilitare alle navi mercantili l'accesso del

lago interno e che erano intrapresi esclusivamente per ragioni e

scopi di commercio.

Il Ministro degli Affari Esteri mi rispose che egli diede

difatti gli ordini di proteggere l'entrata del canale di

Biserta, dietro ripetuta richiesta del Bey di Tunisi e del

signor Rouvier, circa sei settimane addietro. Egli ebbe la

franchezza d'aggiungere che a tale risoluzione lo avevano

determinato le apprensioni che allora qui si manifestarono per

il sì considerevole accentramento di truppe italiane in Sicilia.

Mi disse poi che i lavori militari a Biserta si limitavano

all'armamento di due batterie, una sulla destra e l'altra sulla

sinistra della entrata del canale, per le quali già da tempo

erano state costruite le spianate e tracciati gli accessi, e che

l'ammontare della spesa incontrata, che fu di soli 600 000

franchi, prova non essersi fatto nulla di eccessivo. Gli pareva

d'altronde che non vi fosse ragione di giudicare questi lavori

diversamente dai lavori di fortificazione di Tunisi pei quali si

erano spesi 300 000 franchi.»

A poco a poco la verità non fu più negata; anzi il lavorìo dissimulato

divenne aperto e le opere di fortificazione e di armamento furono

accelerate.

La _Dépêche Tunisienne_ dell'11 giugno 1895 pubblicava:

«Paroles significatives:

En réponse aux souhaits de bienvenue que lui adressaient à

Bizerte le vice-consul de France et les députations du conseil

municipal, du syndicat de Bizerte et de la compagnie du port, M.

le vice-amiral de la Jaille, commandant l'escadre active de la

Méditerranée, a exprimé, nous apprend le _Courrier de Bizerte_,

toute sa satisfaction de voir arriver à bonne fin, et en un si

court laps de temps, ces travaux qui font de Bizert un port si

précieux pour la France.

Jusqu'ici, a-t-il ajouté, retenue par de vains prétextes, la

flotte française avait évité d'y jeter l'ancre. Mais le charme

est maintenant rompu, car dédaignant certaines susceptibilités

ménagées jusqu'ici, la marine française vient de prendre

définitivement possession de Bizerte. Comme le croiseur

_Suchet_, dit-il, les cuirassés de mon escadre auraient pu

entrer dans le canal et le lac, n'eût été ce banc de rocher qui

reste à enlever sur une cinquantaine de mètres et qui rétrécit à

37 mètres le chenal navigable; mais ce n'est que partie remise,

puisque ce travail n'est plus qu'une affaire de semaines. A sa

prochaine tournée l'escadre de la Méditerranée commandée alors

par l'amiral Gervais, ne manquera certainement pas de venir y

jeter l'ancre et de séjourner dans le lac.»

Quanto fossero fondate le ansie di Crispi e colpevole l'indifferenza dei

suoi successori dinanzi al pericolo che sorgeva con la creazione del

porto militare di Biserta, lo desumiamo dall'orgoglio col quale

autorevoli uomini politici e scrittori francesi hanno esaltato dipoi

l'accrescimento di potenza che n'è derivato alla Francia.

Un ministro della marina francese, il signor Pelletan, con poca

diplomazia, ma con grande sincerità, affermò nel 1902 che Biserta

assicurava al suo paese il dominio del Mediterraneo.

E Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli Affari Esteri, in un libro

intitolato _La Paix latine_ si compiacque nell'enumerare le difficoltà

superate e magnificare la conquista compiuta. Giova riprodurre e

meditare alcune pagine di quel libro:

«.... Du côté de l'Italie, enfin, sous le ministère de M. Crispi les

relations étaient telles que l'on pouvait tout craindre.

Cette situation générale, qui résultait d'une accumulation de

circonstances, pour la plus part indépendantes de la volonté des hommes,

était franchement mauvaise. Je n'avais qu'à suivre les exemples qui

m'étaient laissés par mes prédécesseurs, pour m'efforcer d'y porter

remède. J'eus le bonheur d'y réussir, L'incident franco-congolais fut

promptement réglé.......... Enfin, entre la France et l'Italie, après

une période difficile qui eût son point de tension extrême au moment du

rappel de l'ambassadeur Ressman, les dispositions se modifièrent. Une

grave difficulté était en perspective: l'échéance des conventions qui

engageaient la Tunisie à l'égard des puissances européennes. Le sort de

la Régence et celui de la Méditerranée étaient en suspens. Mais, par une

volonté réciproque, l'orage menaçant se dissipa. Un esprit de

conciliation et de concessions dû surtout à l'influence de M. le marquis

de Rudinì et de M. le marquis Visconti-Venosta, inspira les pourparlers

qui eurent finalement pour résultat les divers arrangements qui

confirmèrent le protectorat de la France sur la Tunisie, qui laissèrent

à celle-ci la disposition pleine et entière de la puissante position

maritime de Bizerte....[21]

[21] Gabriel Hanotaux, _La Paix latine_, Intr., pag. IV.

Le vaste établissement militaire qui s'achève à Bizerte intéresse à la

fois l'Europe et l'Afrique. Il commande un des grands chemins du monde.

Il est place dans une région où l'antiquité a toujours connu de grands

ports, Utique, Hippone, et surtout Carthage. Plus d'une fois, les

destinées du monde ont basculé sur cette pointe de terre où la nature a

creusé -- comme un abri et comme une menace -- ce double lac dont les

dimensions et la profondeur sont faites pour l'armada des léviathans

modernes.

La mer Méditerranée est divisée en deux parties nettement définies:

l'une forme la tête du lion, l'autre le corps; l'une, à l'Occident,

baigne l'Espagne et le Maroc, la Provence et l'Algérie; l'autre, dans la

partie orientale, réunit les trois continents: Europe, Asie, Afrique;

elle caresse, de son flot bleu, la Grèce et ses îles, l'Asie-Mineure et

l'Égypte: elle se prolonge par les détroits, jusque dans la mer Noire;

elle débouche sur le reste du monde par le canal de Suez.

Or, ces deux parties, se rejoignent en un point qui forme comme le col

de la bête; c'est à l'étranglement qui se produit entre la Sicile et la

terre d'Afrique. L'île de Malte, un peu en arrière de ce détroit, en

surveille la sortie; mais Bizerte est mieux située encore, car elle le

domine. Bizerte prend la Méditerranée à la gorge.

En ce point décisif, une volonté de la nature a creusé ce lac offrant

une surface de 15.000 hectares sur lesquels 1.300 sont assez profonds

pour recevoir les plus grands bâtiments. Un des plus beaux ports du

monde se trouve donc dans un des points les plus importants du monde.

_Il fallait avoir le point et il fallait avoir le port._

Telle est l'entreprise à laquelle la France s'est consacrée depuis vingt

ans et qu'elle a réalisée avec une ténacité et un esprit de suite qui

peut-être, un jour, seront comptés à notre pays, si méconnu par les

autres et si souvent calomnié par lui-même.

Pour avoir Bizerte, il fallait avoir la Tunisie: ce fut la première

partie de l'entreprise. Au début, il ne fut guère question de Bizerte:

on était tout aux Khroumirs. Seules, les puissances européennes,

connaissant à merveille l'importance de la partie qui se jouait,

prétendirent mettre un veto sur l'entreprise éventuelle d'un grand port

à Bizerte, et M. Barthélemy Saint-Hilaire, alors ministre des affaires

étrangères, agit sagement, en remettant à l'avenir le dessein d'un

établissement militaire au sujet duquel on l'interrogeait.

Contre vents et marée Jules Ferry en vint à ses fins; l'occupation

française imposa notre protectorat à la Régence. La question de la

défense militaire fut posée du même jour. Elle se combinait

naturellement avec celle de l'Algérie. La Tunisie, faisant l'effet d'un

bastion avancé vers la mer et vers l'Orient, attira donc toute

l'attention.

En quel point établirait-on la citadelle et l'arx de la nouvelle

conquête? Quelques-uns, songeant à l'esprit turbulent des populations

indigènes et aux difficultés que rencontrerait éventuellement une

expédition venue du dehors, si elle était obligée de pénétrer dans les

terres, désignaient comme noeud de la défense, cette antique ville de

Tébessa qui avait été longtemps le refuge de la domination romaine en

péril. D'autres, prévoyant le développement africain de l'Empire

colonial français vers les régions centrales et vers le lac Tchad,

insistaient pour qu'on utilisât l'angle et le port naturel que fait, au

coude de la Syrte, derrière l'île de Djerba, la baie de Bougrara.

Mais Bizerte s'imposa: Bizerte, point propice, à la fois, à la défensive

et à l'offensive, également bien situé si on envisage la terre et si on

envisage la mer, dominant la capitale, Tunis, sans être entravé par

elle, aboutissant presque immédiat du plus grand fleuve de la Tunisie,

la Medjerda, et de la plus importante voie ferrée du Nord de l'Afrique,

celle qui réunit Alger à Tunis.

Quant aux avantages militaires de ce port, véritablement unique, ils

sont exposés, avec la plus grande précision, dans une étude du

lieutenant-colonel Espitalier: «Le rayon tactique d'action, d'un

cuirassé filant 18 noeuds, autour d'un point d'appui, est de 180 milles

environ, si l'on veut qu'il puisse revenir à son port d'attache. Dans

ces conditions, le cercle tactique de Bizerte coupe le rivage de la

Sicile et couvre tout le passage entre ce rivage et la côte africaine.

Il coupe aussi le cercle d'action des navires anglais de Malte. Si l'on

combine le cercle d'action de Bizerte avec ceux de Mers-el-Kébir,

d'Alger, d'Ajaccio et des ports métropolitains, il est facile de voir

que tout le bassin occidental de la Méditerranée est sous notre

dépendance tactique et que Bizerte est la clef de notre action du côté

de l'Est».

Ces raisons confirmèrent les impressions favorables que la situation

géographique et la convenance du site avaient fait naître dans les

esprits. Mais comment rompre les engagements, comment déjouer la

surveillance étroite des diplomaties rivales qui tenaient en suspens

l'avenir de Bizerte? L'histoire éclairera un jour, ces points. [?]

On n'eut, d'abord, d'autre dessein patent que de transformer la vieille

station à demi abandonnée de «Benzert» et qui remontait à la conquête

espagnole, en un port de pêche et un port commercial à tout le moins

abordable. Ce fut ainsi que, le plus simplement du monde, on mit, pour

la première fois, la pioche en terre et qu'on commença à élargir et à

régulariser le chenal.

Même, pour ces premiers travaux, si insignifiants qu'ils parussent, il

fallait de l'argent; une combinaison ingénieuse le procura. C'est

Bizerte lui-même qui subventionna l'avenir de Bizerte.

Dans ces lacs ouverts sur la Méditerranée comme des viviers immenses, le

poisson, à des époques et à des heures régulières, monte et descend.

L'armée innombrable des dorades, des loups, des rougets, des bars, entre

et sort par un mouvement régulier et se précipite comme un torrent

alternatif et vivant par l'étroit passage du goulet.

Le monopole de la pêche maritime à Bizerte fut un des avantages

principaux de la concession qui fut consentie à la maison Hersent et

Couvreux, à charge de commencer les premiers travaux du port commercial.

Ainsi, l'inépuisable richesse que le flot emporte et ramène a redressé

le chenal, aligné les premiers quais, poussés au loin, dans la mer, les

rocs des premières jetées. La chair s'est faite pierre, et c'est sur

cette fondation animée que Bizerte s'élève maintenant.

La conception initiale se transformait progressivement, ou plutôt,

poursuivie longuement dans le silence, elle put, sans inconvénient, se

manifester au grand jour.

En 1897, l'Europe était, comme elle l'est aujourd'hui, attentive au

problème oriental qui paraissait sur le point de se poser. Parmi les

difficultés et les lenteurs du concert européen, l'affaire crétoise

évoluait péniblement vers une solution pacifique. Cette heure parut

opportune pour régler définitivement la question tunisienne et pour

délivrer Bizerte.

Ainsi, de ce conflit redoutable de sentiments et d'intérêts, la France

tirait du moins un avantage positif. Son autorité navale dans le

Méditerranée se multipliait, en quelque sorte, par ce «doublet» de

Toulon. Selon le mot de l'amiral Gervais, «près de Tunis la Blanche on

aurait désormais Bizerte la Forte».

Depuis lors, une immense activité règne sur les lacs. Le chenal se

trouve porté de 100 mètres de large à la surface, à 200 mètres. Les

jetées sont prolongées en mer, couvertes par un môle construit par 17 à

20 mètres de profondeur; elles font un immense avant-port et

permettront, en tout temps, l'entrée et la sortie aux bâtiments

français, interdisant, par contre, à une flotte étrangère de forcer le

passage comme à Santiago et «de mettre en bouteille» la flotte

française, abritée sans être enfermée.

Dans le port, de vastes bassins de radoub sont achevés; plus loin

encore, l'arsenal maritime s'élève, plus loin encore les fortifications

construites partout sur la ceinture des collines, défendent la terre,

menacent la mer. Il faudrait un siège en règle, soutenu par une flotte

et une armée formidables pour venir à bout de la résistance

qu'offrirait, dès maintenant, Bizerte. Je ne connais pas de spectacle

plus imposant et, si j'ose dire, plus merveilleux, que celui que

présente à la tombée du jour, sous les lueurs du soleil couchant, cette

immense nappe plane et glauque que dominent, au loin, les défenses

formidables du Djebel-Kébir, et du Djebel-Rouma.[22]»

[22] G. Hanotaux: _La Paix latine_. Bizerte. Pag. 275 e seguenti.

Questioni internazionali · 第 13 / 37 题