Comitato per Trieste e Trento -- _Roma_.»

L'on. Crispi ordinò che s'impedisse l'affissione di questo manifesto e

sciolse il Comitato, con grande sdegno del partito democratico che

moltiplicò le proteste e votò anche una querela contro l'autorità di

pubblica sicurezza, la cui redazione fu affidata ai 24 avvocati del

Circolo radicale, tra i quali erano Barzilai, Gallini, Vendemini,

Pellegrini.

Con circolare del 19 luglio Crispi proibì i Comizii che la Commissione

esecutiva segreta del Comitato irredentista aveva predisposti dovunque.

L'agitazione, tuttavia, promossa dai Comitati «pro Trento e Trieste»

sorti dai fianchi delle Associazioni radicali, era vivace, e i tentativi

di dimostrazioni contro l'Austria continui. Crispi era risoluto a

prevenirle e a reprimerle. Al prefetto di Ravenna telegrafava il 22

luglio dolendosi che a Conselice non fossero state deferite all'autorità

giudiziaria grida sediziose emesse in una dimostrazione irredentista,

perchè «questo nuoceva al prestigio del governo e accresceva l'audacia

dei perturbatori dell'ordine pubblico».

Dopo quest'atto di rigore, l'on. Crispi telegrafava a Berlino:

«Roma, 29-7-89.

_Ambasciata Italiana_

Berlino.

(_Riservato_). Nel suo telegramma del 25 luglio V. E. accenna

che costì fece buona impressione il decreto di scioglimento del

Comitato per Trento e Trieste. Ho fatto quello che era mio

dovere. Ma non posso celare il mio pensiero, che nel regolarsi

cogli italiani dell'Impero le autorità austriache non sono nè

sapienti nè prudenti. Sevizie e processi a nulla giovano, ed

inaspriscono gli animi. Desidero quindi che V. E. preghi il

Principe Cancelliere a nome mio di far giungere a Vienna

consigli di prudenza e di temperanza. Il Governo austriaco

comportandosi paternamente verso gli italiani della Monarchia

renderebbe più facile il mio compito verso gli irredentisti.

_Crispi.»_

Il principe di Bismarck non ricusò il suo intervento:

«Berlino, 7 agosto 1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Riservato_). Cancelliere, cui venne riferito sul messaggio

contenuto nel telegramma di V. E. 29 luglio, volendo per quanto

è possibile tener conto del desiderio da Lei espresso fece

trasmettere al Principe Reuss istruzioni confidenziali di

parlare in tempo opportuno ed in via privata al conte Kálnoky

sull'argomento delicato riguardo contegno prudente e moderato da

osservare dalle Autorità austriache verso Italiani dell'Impero.

Quell'Ambasciatore dovrà dunque nei suoi colloquii evitare

perfino apparenza d'intervento ufficiale come dal dare appiglio

a sospetto qualunque che il Gabinetto di Berlino miri ad

esercitare anche indirettamente una pressione sul Governo

Austro-Ungarico, e ciò appunto per non correre rischio di

ottenere risultati contrarii al compito di V. E. verso gli

irredentisti.

_Launay_.»

Frattanto la causa dell'irredentismo, sostenuta dal partito radicale,

continuava ad agitare il paese. Quale rapporto vi fosse tra cotesto

movimento e l'ingerenza che segretamente il governo francese non ha mai

cessato di esercitare in Italia, è difficile stabilire. Le autorità

politiche delle maggiori città ritenevano che gl'irredentisti avessero

accordi in Francia e probabilmente anche pecunia.

Il 9 e 12 agosto il prefetto di Napoli, senatore Codronchi, telegrafava

al ministro dell'interno:

«Imbriani -- d'accordo con Cavallotti -- lavora per arruolare un

numero di giovani, e tentare un'invasione nel territorio

austriaco al solo scopo di turbare le relazioni fra lo Stato e

l'Impero Austro-Ungarico. Si raccolgono armi.»

«In aggiunta miei precedenti telegrammi comunico che deputato

Imbriani fu recentemente in Francia per prendere accordi sugli

arruolamenti clandestini che dovrebbero servire a gettare alcune

bande sulla Dalmazia.... Tra Parigi e Milano è vivissimo lo

scambio di corrispondenze e di visite.»

L'on. Crispi fece quanto era possibile per mandare a monte gli insensati

progetti, dispose buona guardia al confine e convinse i capi del

movimento della vanità dei loro sforzi.

Il 13 settembre un certo Enrico Caporali attentò alla vita di Crispi,

colpendolo al viso con un grosso selce. Si disse che dall'istruttoria

penale fosse risultato che il Caporali aveva frequentato le riunioni

segrete tenute dall'Imbriani. Comunque, simili atti di violenza sono

ordinariamente il frutto delle intense agitazioni politiche, e la

campagna che da mesi si faceva contro Crispi a cagione del suo fermo

governo verso gl'irredentisti, non fu di certo estranea all'attentato.

L'8 di ottobre in un banchetto offertogli a Firenze, Crispi fece

dichiarazioni recise sull'irredentismo:

«Da qualche tempo, con parole seduttrici, una pericolosa

tendenza cerca adescare l'animo delle popolazioni: quella che

grida la rivendicazione delle terre italiane non unite al Regno.

I nostri avversari vi cercan materia di agitazioni, ed è materia

che può appassionare le menti, sia pur generose, ma deboli ed

irriflessive.

Circondato, però, in apparenza, dalla calda poesia della Patria,

l'_Irredentismo_ non è meno oggi il più dannoso degli errori in

Italia.»

E svolse questo tema dimostrando che il principio di nazionalità non

poteva essere la norma esclusiva della politica italiana, -- che disarmo

e guerra, cui miravano gl'irredentisti, erano termini antitetici che

avrebbero condotta l'Italia a perdere unità e libertà, -- che l'alleanza

con l'Austria, togliendoci dall'isolamento, ci garentì nel 1882

dall'Austria stessa e ci garentiva la pace; e invocando, infine, la fede

ai trattati, accennò altresì alla «virtù del silenzio» imposta dalla

politica che ci conveniva.

In Austria, mentre si apprezzava la politica ferma e leale di Crispi,

non s'ignorava ch'egli, venuto dalla rivoluzione, era uomo d'idee

tenaci, e che non avrebbe subordinato gl'interessi del suo paese al

tornaconto austriaco. E lo stimavano e l'onoravano per la sua abilità,

come pel suo patriottismo. In un telegramma del 14 agosto,

l'ambasciatore de Launay facendo una relazione del soggiorno

dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, riferiva di un colloquio

col Segretario di Stato:

«Imperatore d'Austria dichiarò quanto sia soddisfatto che il

nostro augusto Sovrano abbia un primo ministro di tanta vaglia.

S. M. imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con

l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà

tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso

gl'Italiani dell'Impero.»

Il _Fremdenblatt_, giornale officioso della Cancelleria austriaca,

scriveva il 18 settembre in occasione dell'attentato Caporali:

«Il criminoso attentato alla persona del ministro presidente italiano,

del quale per fortuna le conseguenze non sono gravi, diede occasione ad

un numero straordinariamente grande di dimostrazioni di simpatia per

l'illustre uomo di Stato. Sovrani e ministri attestarono al mondo colle

parole di loro condoglianza quanta stima egli possegga all'estero.

Nell'Italia stessa le principali rappresentanze civiche, le società, e

persone private diedero a conoscere con telegrammi e con indirizzi di

saper apprezzare condegnamente l'alto valore d'un Crispi, seguendo in

ciò l'esempio dello stesso Re, le cui affettuose e ripetute domande

sulla salute del ministro, onorano in egual misura il monarca ed il

ministro stesso. Il giovane che lanciò il sasso contro del Crispi per

ucciderlo, siccome egli medesimo confessa, ha con ciò provocato una

corrente di simpatia, tale da mettere appunto in piena luce l'importanza

del personaggio, ch'egli erasi prescelto a vittima. L'importanza di

Crispi non è già riposta nelle sue eminenti doti politiche, o nella sua

intelligenza, o nella presenza di spirito, o nella sua risolutezza ed

infaticabile attività; no: essa è riposta in ciò, che egli tutte queste

qualità le mise al servizio di una grande causa, che egli (e ciò

appartiene senz'altro in prima linea al talento politico) è l'ardita

guida su quella via, che egli stesso, uno fra i primi, riconobbe per la

retta....

_È questa l'epoca d'un'Italia veramente indipendente, vincolata a nessun

patronato, che da vera grande potenza_ entra libera di se in una lega di

grandi potenze. Il nome di Crispi è strettamente congiunto a questa

evoluzione; più strettamente che quello d'alcun altro. Egli è il

rappresentante dell'Italia novissima, e la sua posizione fra i

personaggi politici d'Europa segna qual posto tenga l'Italia in Europa.»

Dal _Diario_ di Crispi:

«1890 -- 13 ottobre.

Verso le 11 ant. è venuto il barone de Bruck di ritorno in Roma

dopo la villeggiatura.

Dichiarò aver visto due volte l'Imperatore Francesco Giuseppe,

in luglio ed in questo mese prima della sua partenza per

l'Italia.

L'Imperatore gli manifestò il desiderio di poter vedere spesso

il nostro Re. Se il nostro Re lo invitasse alle manovre

militari, l'Imperatore vi andrebbe volentieri. Queste visite

potrebbero essere annuali, e ricambiarsi anche, andando il

nostro Re alle manovre militari in Austria.

I Sovrani dovendo essere accompagnati dai rispettivi ministri,

ne verrebbe che tra questi si renderebbero facili le

comunicazioni e lo scambio delle idee. Grande sarebbe il

beneficio che si otterrebbe da ciò e per le relazioni che

diverrebbero cordiali fra i due monarchi e per la intimità che

si costituirebbe fra i due ministri.

Venendo l'Imperatore alle manovre non intenderebbe aver

soddisfatto all'obbligo della restituzione della visita al Re,

dovuta dopo il viaggio di S. M. a Vienna nel 1881.

La restituzione della visita, lo comprende l'Imperatore,

dovrebbe farsi a Roma. Egli non può farla nella posizione in cui

si trova col Vaticano. S. M. I. e Reale se venisse in Roma non

sarebbe ricevuto dal Papa; e il Monarca austriaco non potrebbe

subire questo affronto: dovrebbe rompere col capo della Chiesa

ed egli deve evitare un avvenimento di tanta importanza.

Francesco Giuseppe parlò di me al de Bruck con parole

lusinghiere. Disse che il mio contegno, tenendo saldi i vincoli

di alleanza fra i due Stati, assicura la pace e garantisce il

benessere dei due popoli. L'Imperatore incaricò il de Bruck di

portarmi i suoi saluti e le sue speciali felicitazioni.

Alle 7 di sera il de Bruck ritornò da me per darmi lettura di un

dispaccio di Kálnoky, ricevuto nel pomeriggio. Il ministro si

felicita del mio discorso di Firenze, dandone il più lusinghiero

giudizio.»

Il testo del telegramma del conte Kálnoky è questo:

«Io prego Vostra Eccellenza di esprimere al signor Crispi le mie

più fervide congratulazioni per il suo discorso di Firenze e di

dirgli che egli, colla sua geniale e logicamente inconfutabile

esposizione degli interessi politici d'Italia, ha dimostrato al

suo Paese non solo, ma a tutta Europa la rettitudine [_die

Richtigkeit_] della sua politica. La qual cosa giova all'Italia

e alla sua situazione internazionale.

Il suo linguaggio coraggioso e da vero uomo di Stato può, dagli

alleati d'Italia che hanno iscritto sulle loro bandiere il

rispetto ai trattati ed ai principii monarchici, essere

considerato come una nuova prova che la Triplice alleanza così

necessaria alla pace d'Europa, poggia sopra una solida base e

possiede nella prudente ed energica personalità del Crispi un

custode fedele preparato ad ogni eventualità.»

La corrispondenza che segue dimostra l'interessamento che Crispi metteva

nell'eliminare le cause di dissenso tra l'Italia e l'Austria, e il buon

volere del conte Kálnoky, e anche della Cancelleria germanica, nel

secondarlo:

«Roma 3-9-1889.

_Ambasciata Italiana_

Vienna.

(_Riservato_). Prego Vostra Eccellenza far pratiche, adoperando

tutta sua influenza personale, perchè il Governo Imperiale

solleciti per quanto sta in lui l'azione della giustizia

nell'affare Ulmann. Comunque debba essere la sentenza, è

interesse politico dei due paesi che si termini presto un

processo che rimane causa permanente di disagio, e che ad un

dato momento potrebbe provocare nuovi serii imbarazzi. Vorrei

Ella ottenesse prima di partire un impegno formale. Pregola

telegrafarmi.

_Crispi_.»

«Vienna, 3-9-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Riservato_). Appena ricevuto il telegramma di V. E. mi recai

da Kálnoky e gli rinnovai l'istanza anche a nome di V. E. perchè

facesse tutto ciò che dipendeva da lui per sollecitare esito del

processo Ulmann. Feci notare a S. E. esser di grande interesse

politico per i due Stati il tôr di mezzo questa causa permanente

d'imbarazzo per ambedue. Kálnoky mi promise di fare passi

solleciti presso il Ministero della Giustizia nel senso

desiderato e di farmi conoscere l'esito che non mancherò di

telegrafare.

_Nigra_.»

«Vienna, 10-9-1859.

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Riservato_). Kálnoky mi ha detto che la istruzione relativa ad

Ulmann è finita, e che il giudizio è ora deferito alla

Magistratura ed al Giurì d'Innsbruck. Egli crede che il processo

sarà terminato prima della riunione del nostro Parlamento e mi

ha promesso che farà tutto ciò che dipende da lui per

accelerarlo attivamente. Ho preso atto della sua promessa.

_Nigra_.»

«Vienna, 2-10-89,

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Segreto_). Attenendomi istruzioni impartitemi dall'E. V. col

telegramma di ieri, ho toccato oggi al conte Kálnoky colla

dovuta prudenza e nel modo che ho creduto più confacente allo

scopo, la questione dei recenti provvedimenti presi contro

sudditi italiani a Trieste. Ricordando poscia a S. E. le

promesse da esso fatte all'ambasciatore di S. M. l'ho pregato

caldamente di volersi adoperare perchè il processo Ulmann fosse

terminato al più presto possibile.

Il conte Kálnoky mi ha risposto che ignorava i particolari dei

fatti a cui io avevo fatto allusione, e che avrebbe assunto

presso il conte Taaffe le necessarie informazioni, ma mi ha

soggiunto che da quanto aveva potuto apprendere dai giornali,

quei provvedimenti riguardavano sudditi italiani che avrebbero

preso parte al getto di petardi di cui si avrebbero le prove, e

che tali provvedimenti non avevano certamente nulla di rigoroso.

Osservai al conte Kálnoky che nell'interesse di tutti e due i

paesi sarebbe però necessario di evitare ogni misura che potesse

servire di pretesto a qualsiasi agitazione, ma S. E. mi replicò

che detti provvedimenti non avevano un carattere vessatorio e

che non costituivano altro che una semplice misura di sicurezza

pubblica che incombe ad ogni Stato di prendere. In quanto al

processo Ulmann il conte Kálnoky mi ripetè quanto aveva già

fatto conoscere all'ambasciatore di S. M. e disse che esso aveva

fatto tutto il possibile per accelerarne la soluzione e che era

a tale proposito in trattative con il conte Taaffe. Avendo io

accennato alla urgenza che tale processo fosse terminato prima

di novembre, cioè prima della riunione del Parlamento italiano,

S. E. mi rispose che non dubitava che esso sarebbe già terminato

per quella data e che il ritardo attuale proveniva dalla solita

procedura giudiziaria indispensabile.

_Avarna_.»

«Berlino, 3-10-89.

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Riservato_). Il Sottosegretario di Stato scrisse ieri al

principe Reuss di parlare al conte Kálnoky nel senso del

telegramma di V. E. del 1º ottobre riguardo al contegno delle

autorità austro-ungariche a Trieste. Non occorre notare che

condizione essenziale di riuscita di tale entratura sia di

osservare segreto il più assoluto sull'istruzione trasmessa dal

Governo imperiale al suo rappresentante a Vienna.

_Launay_.»

«Vienna, 22-10-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

Nel ricevimento ebdomadario di oggi ho fatto presso S. E. il

conte Kálnoky nuove insistenze nel senso delle istruzioni

impartitemi dall'E. V. con telegramma del 12 relativamente

processo Ulmann. Egli ha detto che s'era anche recentemente

occupato di questo affare, che ne aveva parlato col Ministro

della Giustizia, perchè si adoperasse per sollecitare al più

presto la soluzione del medesimo, e che sperava sempre che

avrebbe potuto essere terminato prima della fine del mese. Nel

caso contrario, egli ha aggiunto che si sarebbe provveduto

perchè si riunisse per questo processo una sessione

straordinaria.

_Avarna_.»

«Vienna, 27-10-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

Kálnoky mi ha pregato oggi di recarmi da lui per parlarmi del

telegramma di V. E. da me comunicato ieri a Szögyeny relativo al

processo Ulmann. Egli ha detto che, malgrado desiderio che qui

si ha di corrispondere ai desideri di Lei, non era possibile

accordare al R. Console la facoltà di assistere, nella sua

qualità ufficiale, a quel processo, giacchè la concessione di

tale facoltà, che non venne mai data ad alcun console estero,

era contraria alla legislazione austriaca. Se questa fosse ora

accordata al R. Console, il Governo sarebbe costretto concederla

pure ai consoli degli altri Stati, ciò che non potrebbe

ammettere. Feci nuovamente osservare a Kálnoky, che simile

facoltà era però accordata ai consoli esteri in Italia e che

sarebbe stato opportuno per i legami d'amicizia esistenti fra i

due governi, essa fosse concessa ai RR. Consoli in

Austria-Ungheria; ma il Ministro rispose che ignorava essa fosse

stata accordata ai consoli austro-ungarici in Italia e da quanto

a lui risultava essi non ne avevano almeno fatto mai uso. Del

resto, egli aggiunse che il Ministro di Grazia e Giustizia

austriaco erasi già pronunziato contrariamente a questa

concessione nel progetto di dichiarazione (di cui mi diede

lettura e che verrà in seguito comunicato alla R. Ambasciata) da

esso preparato in contrapposto a quello del R. Governo

relativamente all'interpretazione dell'articolo 16 della

Convenzione consolare del 1874. Kálnoky mi pregò infine

d'esprimere a V. E. suo rammarico che la legislazione austriaca

impedisse al Governo Imperiale di soddisfare in questa occasione

la di Lei domanda.

_Avarna_.»

«Berlino, 7-11-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Riservato_). Prima di ricevere telegramma di V. E. del 5 corr.

avevo domandato per ben due volte a questa Cancelleria imperiale

quale fosse il risultato delle istruzioni trasmesse al principe

di Reuss in conseguenza del desiderio espresso nel telegramma di

V. E. del 1.º ottobre. Mi fu risposto che era in corso a Trieste

una inchiesta la quale avrebbe già messo in rilievo seri gravami

contro Ulmann ed altri imputati politici di quella città: mi fu

d'altronde assicurato che verso l'epoca della gita

dell'Imperatore Guglielmo a Monza, furono da noi esposti gli

inconvenienti che il giudizio non avesse luogo prima della

riunione del nostro Parlamento. Supponeva che di ciò fosse stata

fatta menzione nei colloqui di V. E. col conte di Bismarck. Mi

feci premura di parlare colla voluta prudenza al

sotto-segretario di Stato e d'insistere nel senso del telegramma

giuntomi ieri sera; egli ne riferirà a Friedrichsruhe, il

Principe Cancelliere non essendo aspettato a Berlino che verso

metà di questo mese. Intanto il S. S. di Stato non taceva quanto

riuscirebbe malagevole di tornare con Kálnoky sopra argomento

così delicato e che sta fuori della sua competenza. Il Gabinetto

di Berlino per quanto gli spetta evita di sporgere querela sia

in Austria-Ungheria che in Russia per certe amministrazioni che

sicuramente non procedono coi dovuti riguardi per gli interessi

dei tedeschi nei due Imperi.

_Launay_.»

«Vienna, 7-11-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

Kálnoky non dovendo tornare a Vienna che domani, ho comunicato

stamane a Szögyeny telegramma di V. E. in data di ieri, relativo

processo Ulmann. Ho insistito presso lui sugli inconvenienti

risultanti dal ritardo frapposto nel terminare quel processo,

specialmente in vista della prossima riunione del Parlamento

italiano. Egli mi ha risposto che avrebbe riferito a Kálnoky,

appena fosse tornato, la mia comunicazione, e che oggi stesso

avrebbe parlato a Taaffe perchè si adoperasse altrimenti per

fare dare un pronto compimento al giudizio, che egli disse non

essere infatti ancora cominciato, malgrado le promesse state

fatte al Ministero Imperiale e Reale. Szögyeny ha aggiunto che

si rendeva perfettamente conto degli inconvenienti da me

accennati, e che per ciò qui si metteva ogni impegno per

accelerare la soluzione del processo, che sperava avrebbe potuto

essere terminato prima della riunione del nostro Parlamento.

Appena avrò potuto vedere Kálnoky, non mancherò di far nuove

insistenze nel senso delle istruzioni di Lei.

_Avarna_.»

«Vienna, 10-11-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

Ho profittato dell'udienza datami oggi da Kálnoky per insistere

nuovamente presso di lui perchè il processo Ulmann fosse

terminato prima della riunione del Parlamento italiano. Egli mi

ha risposto che, subito dopo il suo ritorno da Friedrichsruhe,

aveva in questo senso adoperato tutta la sua influenza personale

presso il Ministro di Giustizia, il quale però avevagli

rappresentato le difficoltà che tuttora si opponevano a che il

processo potesse essere terminato nel termine desiderato,

giacchè era necessario procedere alla traduzione dall'italiano

al tedesco di tutti gli atti voluminosi del processo. In tale

stato di cose Kálnoky mi ha pregato di annunziare all'E. V. che

egli per far cosa gradita e per togliere di mezzo questa causa

d'imbarazzi tra i due Governi aveva proposto che non si desse

più seguito al processo Ulmann e che questi fosse rinviato in

Italia. Egli sperava che l'Imperatore avrebbe acconsentito a

tale sua proposta.

_Avarna_.»

«Vienna, 16-11-1889.

_S. E. Crispi_

Roma.

(_Personale_). Kálnoky mi annunziò oggi che fedele alla promessa

fattami e tenendo conto speciale delle istanze di V. E. di

abbandonare il processo contro Ulmann e di espellerlo in Italia,

S. M. diede il suo consenso e l'ordine relativo è stato

impartito. Ho ringraziato in di Lei nome il Conte Kálnoky di

questo provvedimento che fa testimonianza di moderazione governo

imperiale e di deferenza verso il governo del Re.

_Nigra_.»

«Come fulmine a ciel sereno -- annunziava il 19 luglio 1890 il

giornale slavo _Narodni List_ di Zara -- è scoppiata la notizia

che il governo ha sciolto la Società _Pro Patria_ la quale aveva

la sua sede a Trento e diramazioni in tutte le terre «irredente»

della nazione italiana in Austria.... Si racconta che

nell'ultimo Congresso tenuto a Trento, _inter-pocula_ se ne

intesero tante e tante che obbligarono il governo allo

scioglimento della Società. Benedetto vino che compromise

Noè....»

La notizia che con gioia non dissimulata dava l'organo dei croati, era

vera. I motivi del decreto di scioglimento erano questi che trascriviamo

testualmente:

«La Società non politica _Pro Patria_ la quale, a mezzo di

gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al Litorale ed

alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi il 29 giugno 1890

in Trento, dietro proposta del socio Carlo Dr. Dordi e fra vivi

applausi ha deliberato a voti unanimi di comunicare in via

telegrafica alla Società _Dante Alighieri_ in Roma, nonchè al

presidente della stessa, Bonghi, la piena adesione e le più

sincere felicitazioni;

Essendo notorio che la Società _Dante Alighieri_ in Roma osserva

un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica ed emergendo

da ripetute comunicazioni pubbliche, portate a generale

conoscenza mediante la stampa periodica italiana, che le

aspirazioni di quella Società sono rivolte direttamente contro

l'interesse dello Stato austriaco, la Società _Pro Patria_, col

summenzionato deliberato ha dato a conoscere che essa, oltre

agli scopi scolastici, messi dallo statuto sociale in prima

linea, mira anche ad altri scopi e precisamente a scopi

politici, i quali secondo le circostanze potrebbero cozzare con

le disposizioni del codice penale;

Questa tendenza sleale ed anti-patriottica della Società _Pro

Patria_ si è palesata anche in modo indiretto col fatto, che il

comitato, costituito per l'organizzazione di festività in

occasione del Congresso generale della Società _Pro Patria_ in

Trento, a capo del quale era il presidente del gruppo locale di

Trento, l'avvocato Carlo Dr. Dordi, tralasciò di imbandierare la

città, come era progettato ed anche notificato all'Autorità, in

seguito al decreto di quell'i. r. Commissario di polizia, a

tenore del quale l'imbandieramento non venne concesso che a

condizione che contemporaneamente venisse pure inalberata in

posizione distinta una bandiera dai colori dell'impero

austriaco....»

Lo scioglimento della _Pro Patria_ di una associazione cioè che si

proponeva fini non politici, ma di cultura, era stato da parecchi mesi

deciso, da quando, in aprile, l'idea di un monumento a Dante in Trento

veniva accolta e suffragata in Italia da numerose sottoscrizioni come

affermazione d'italianità. La pubblica sottoscrizione per l'erezione

della statua era stata permessa in Austria dall'Imperatore; in Italia,

quando ad essa vollero partecipare Consigli Comunali e provinciali con

esplicite deliberazioni politiche, fu vietata da Crispi. Ma ciò non

bastò al governo austriaco, il quale credette opportuno di colpire il

sentimento italiano, come se questo potesse mortificarsi o distruggersi

con una misura di polizia. Il pretesto non era neppure ben scelto,

poichè non era vero che nell'incriminato e non trasmesso telegramma alla

società _Dante Alighieri_, allora costituitasi, il congresso della _Pro

Patria_ avesse fatto «piena adesione», mentre invece aveva soltanto

espresso «la propria soddisfazione per la costituzione» di quella

Società. Ed era anche infondato che la _Dante Alighieri_ «osservasse un

contegno ostile alla monarchia austro-ungarica» e che le aspirazioni di

essa fossero «rivolte direttamente contro lo Stato austriaco». Il

secondo motivo del decreto era anch'esso insussistente, perchè a Trento,

in occasione del congresso, non era stata esclusa la bandiera

dell'impero essendosi dal Comitato locale -- che nulla poi aveva da fare

con la presidenza della Società _Pro Patria_ -- rinunziato

all'imbandieramento della città.

La _Dante Alighieri_, chiamata in causa nel decreto dell'i. r. Ministero

dell'interno, protestò con la seguente lettera diretta a Crispi, quale

Presidente del Consiglio e ministro degli affari esteri:

«_Eccellenza_,

Nel decreto di scioglimento della Società _Pro Patria_, dal

Governo austriaco è dato a prova della condotta sleale e

antipatriottica di essa -- così dice -- il seguente principale

motivo:

«La Società non politica _Pro Patria_, la quale, a mezzo di

gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al litorale ed

alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi il 29 giugno 1890

in Trento, dietro proposta del socio Carlo Dott. Dordi e fra

vivi applausi, ha deliberato a voti unanimi di comunicare in via

telegrafica alla Società Dante Alighieri in Roma, nonchè al

presidente della stessa. Bonghi, la piena adesione e le più

sincere felicitazioni;

«Essendo notorio che la Società Dante Alighieri in Roma osserva

un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica, ed emergendo

da ripetute comunicazioni pubbliche portate a generale

conoscenza mediante la stampa periodica italiana, che le

aspirazioni di quella Società sono rivolte direttamente contro

l'interesse dello Stato austriaco, la Società _Pro Patria_ col

summenzionato deliberato ha dato a conoscere che essa, oltre

agli scopi scolastici, messi dallo statuto sociale in prima

linea, mira anche ad altri scopi, e precisamente a scopi

politici, i quali, secondo le circostanze, potrebbero cozzare

con le disposizioni del codice penale».

Il Consiglio centrale della Società Dante Alighieri non può

scegliere migliore testimone della erroneità patente di tali

asserzioni che il Presidente dei ministri del Regno d'Italia.

La Società Dante Alighieri non si è tenuta segreta; ha operato e

discorso alla luce del giorno; ha comunicati i suoi intendimenti

al Governo e dal Governo ha ricevuto conforto e aiuto.

Ciò basta a provare che nessuno dei fini che le attribuisce il

decreto austriaco le si può legittimamente attribuire; ed è

obbligo, non diciamo soltanto nostro, ma del nostro stesso

Governo, di protestare contro asserzioni che impugnano la lealtà

nostra e la sua.

La Società Dante Alighieri non si è proposta di esercitare altre

influenze in ogni paese dove vivano italiani, se non quelle che

Società della stessa natura esercitano dappertutto, senza nessun

sospetto di adoperarsi ad altro che a mantenere vivaci e fecondi

alcuni vincoli intellettuali, morali e storici.

In Austria stessa i Tedeschi e gli Slavi fuori dei suoi confini

le esercitano rispetto a' Tedeschi e agli Slavi dentro i suoi

confini. Perchè solo agli Italiani, che non sono retti dal

Governo austriaco, dovrebbe esser vietato di esercitarle

rispetto a quelli che sono retti da esso? Gioverebbe al Governo

austriaco stesso mostrare al mondo che solo gli Italiani

considera come nemici, e dove per gli altri popoli il Governo

austro-ungarico è monarchia, solo per essi non schiva di parere

tirannide?

Noi non entriamo a giudicare l'atto altamente rincrescevole per

il quale è stata sciolta la Società _Pro Patria_, che aveva

comuni i fini con noi, fini supremamente civili, razionali e

degni di osservanza e rispetto. Noi sappiamo che non potremmo

dirigerci al nostro Governo se intendessimo chiedergli che esso

comunicasse all'austriaco un nostro giudizio e suo. La libertà e

l'autonomia dei governi, o bene o male usate, sono un principio

supremo di condotta per tutti.

Questo soltanto ci preme di accertare: che cotesto atto di

scioglimento di una Società tanto benemerita, fin dove presume

di avere avuto motivo dalle sue relazioni colla nostra, da

telegrammi supposti che non abbiamo mai ricevuti, da giornali

italiani dei quali nessuno è organo nostro, e da simili altre

accuse in tutto fantastiche, non ha in realtà motivo di sorta o

almeno nessun motivo che si confessi apertamente.

Sicuri che Ella vorrà tener conto di questa nostra protesta e

usarne nei modi che Ella creda meglio opportuni, le attestiamo

il nostro ossequio.

Questioni internazionali · 第 15 / 37 题