Questa lettera cotanto semplice, cotanto nobile e degna, debbo
confessarlo, mi commosse profondamente, — mi lasciai cadere le braccia
lungo la vita, e la testa sul petto; e m’immersi in una profonda
meditazione.
Quando rialzai il capo, sir Carlo era in piedi dinanzi a me — al di lui
melanconico sorriso, era facile scorgere com’egli indovinasse ciò che
avveniva nell’intimo del mio cuore.
Io gli stesi la lettera.
— Leggetela, gli dissi.
Egli vi gettò su uno sguardo.
— No, io gli dissi, non leggetela in mia presenza, leggetela da solo
come io feci. — In ogni caso, è però sempre un cuor generoso il cuore
di vostro zio.
Sir Carlo ripassò nella stanza ed io restai di nuovo sola nella sala.
— Sola, oh no! La lettera di sir William l’aveva popolata d’un mondo
intiero di fantasmi sconosciuti.
Anche stavolta il caso, il destino, la fatalità, la provvidenza
sembravano voler disporre di me senza riguardo ai miei desiderj e
senza lasciar libero il campo al mio libero arbitrio. Io non potevo
dissimulare la forza e la verità degli argomenti di sir William
Hamilton intorno al mio matrimonio con suo nipote; tutti questi
pensieri mi erano venuti più di una volta, e quanto più io andava
avvicinandomi alla meta ideale della mia ambizione, tanto meno
appetibile me ne sembrava la realtà.
Al contrario l’orizzonte che sir William m’aveva ora schiuso sfolgorava
di tutto il fuoco di quel sole del mezzogiorno, ch’io non aveva per
anco intraveduto, se non a traverso dei canti del Tasso e dell’Ariosto;
la mia funesta immaginativa, pronta sempre a trascinarmi nelle sue
illimitate regioni, mi andava ora svolgendo i raggi più abbaglianti.
Avezza a regnare nelle sale, stava ora per riconquistarvi più completo,
più vasto, e più sublime quell’impero che io aveva perduto a cagione
della partenza di sir John, dell’abbandono di sir Harry, e da ultimo
per la rovina di sir Carlo, ben altrimenti più elevata essendo la
posizione diplomatica occupata da sir William Hamilton. Un ambasciatore
non è già un re, ma ha l’incarico di rappresentarlo; quindi che
immenso campo per soddisfare l’ambizione d’un ambasciatore foss’ella
la donna la più esigente della terra! Quest’idea era tuttavia non poco
attutita dal pensiero, che l’essere figlia adottiva d’un ambasciatore
è ben altra condizione che l’esserne la moglie: potendo la noia, il
capriccio, le fantasie d’un vecchio ghiribizzoso una volta serie che
fossero, lasciar ricadere la figlia adottiva, la cui adozione non fosse
assicurata, al livello d’Emma Lyonna ed a quello pure di Miss Hearte.
Se in luogo di figlia adottiva il signor William avesse detto moglie,
oh allora sì!
A questo pensiero un lampo mi abbacinò la vista.
Come ciò?
La schiatta di Lord Greenville non era forse assai più grande di
quella di sir Hamilton? Non discendeva forse il primo dai Warwich,
o non era desso per lo meno alleato di quell’illustre famiglia dei
Warwich, originaria da quel famoso conte Riccardo Nevil che chiamavano
il fattore dei re? Sir William era tutto al più di buona famiglia
scozzese, se pertanto un Greenville, vale a dire un Warwich non aveva
sdegnato di impegnare per me la sua parola, perchè sir William Hamilton
che era bensì ricco, che godeva bensì di una posizione elevata, ma
difettava di quei pregi seducenti di aristocrazia e di gioventù che
aveva suo nipote — perchè sir William doveva esitare a dare il nome
di Lady Hamilton a colei che non aveva se non una parola da dire per
essere Lady Greenville?
M’era io forse sostata nella corsa ascendente, o se io era caduta, la
mia caduta provvidenziale, per così dire non m’aveva sempre ricondotta
in regioni più alte da quelle ond’ero discesa?
Essendo già quasi Lady Greenville, io aveva maggiore distanza a divenir
Lady Hamilton di quanta ne avessi avuta a divenir Lady Greenville
quand’ero l’amante di Romney.
Sarò o l’una o l’altra, ma sarò Lady: questa fu la mia determinazione.