È facile l’immaginarsi da quali emozioni io fossi dominata in quel
giorno, sir Carlo nutriva una sicura speranza, la quale, non saprei per
qual motivo, mi era impossibile di condividere.
Mi pareva che questa apparente sconfitta di sir William celasse qualche
cosa d’ignoto. Ad ogni cosa che mi dicesse, o ad ogni progetto che lord
Greenville facesse io rispondeva: domani vedremo.
Il domani arrivò.
Non avendo sir William Hamilton fissata l’ora, sir Carlo si recò da lui
alle nove del mattino.
Io me ne stetti ad aspettare, ed aspettai un’ora che mi parve un secolo.
Passata un’ora circa, sir Carlo fu di ritorno, ed a prima vista
potei agevolmente comprendere non essersi avverata nessuna delle sue
speranze.
Era pallido ed affatto abbattuto.
— Ebbene? gli domandai io tutta tremante.
Si cavò di tasca una lettera.
— Inflessibile, mi rispose, egli vuole che ci separiamo immediatamente.
— Che v’aveva detto io?
— Se vi acconsentiamo, continuò a dire sir Carlo egli assicura
cinquecento lire sterline di rendita a ciascuno dei nostri figli
reversibili in caso di morte sulla testa degli altri. — Ed a me egli
costituisce una rendita di mille e cinquecento lire, ed a voi egli
restituisce le dieci mila lire sterline che abbiam speso insieme.
— E che avete risposto?
— Ho rifiutato.
— Cos’è questa lettera?
— È per voi.
— Di vostro zio?
— Di mio zio.
— Leggiamola.
— Non è che per voi, ed io gli promisi che non l’avreste letta che voi
sola.
— Date.
— Devo dirvi una cosa? proseguì sir Carlo guardandomi con mestizia.
— Che?
— Mio zio è innamorato di voi.
Io trasalii.
— Sir Carlo, siete pazzo.
— Son pronto a giurarlo.
Abbassai la testa sul seno: un lampo m’aveva illuminata.
Mi sovvenni della scena della sera antecedente, gli sguardi
d’ammirazione, e l’accento carezzevole di sir William.
Mi accostai al camino colla lettera in pugno decisa di gettarla al
fuoco.
Sir Carlo mi trattenne.
— Emma, mi disse con voce abbastanza sicura, ieri eravate voi che
m’incoraggiavate ad esser uomo, ed era io che faceva resistenza a
checchè voi mi diceste in pro de’ miei figli e mio. Oggi son io che vi
dico: Emma, leggete questa lettera e considerate seriamente le proposte
che in essa si trovano, poichè son certo che ve ne sono, il momento è
supremo, e se ieri mi credeva in diritto di disporre del mio destino,
e di quello de’ miei figli, oggi non sento d’aver quello di disporre
del vostro: e di essere un ostacolo al vostro avvenire ed alla vostra
felicità.
Lo rimirai con stupore; ma conoscendone il cuor nobile, io non dubitai
un istante del motivo che lo faceva parlare.
— Ho promesso a mio zio, egli continuò, ho promesso di lasciarvi tutta
la libertà di leggere questa lettera: leggetela, cara Emma, e se, come
non ne dubito, è l’ultimatum di sir William Hamilton, decidete della
nostra sorte.
Ed abbracciandomi lagrimoso, passò nelle stanze da letto e mi lasciò
sola nella sala.
Io restai un momento in piedi, tutta tremante e col sudor sulla fronte;
indi vacillando mi lasciai cadere su d’una sedia a bracciuoli; io
capiva difatti ch’io teneva nelle mani il nostro comune destino.
Apersi la lettera, ma non potei leggerla tosto, una nube mi copriva gli
occhi.
A poco a poco i caratteri si fecero più visibili, la mia vista si
schiarì e lessi:
«Signorina
«Da ieri a questa parte ho fatto le mie riflessioni con tutta
quella freddezza e quella calma che si possono conservare, anche
alla mia età, dopo avervi veduta.
Nelle vostre qualità, nei vostri meriti, nell’avvenenza infine
della vostra persona io trovo la spiegazione della passione di mio
nipote.
Non solo comprendo il modo con cui vi si possa amare, ma eziandio
perchè vi si possa amare per sempre; vi hanno però nella vita
certe fatalità, contro le quali sarebbe follia il voler lottare,
contro le quali si finirebbe ad infrangersi, ma a vincerle non mai;
queste fatalità ieri noi le abbiamo insieme passate in rassegna, e
trovansi comprese nelle confessioni che ieri aveste la franchezza
di farmi.
Pensateci bene, e ditemi voi stessa se sia possibile che, nella
stessa città che vide in voi l’amante di sir John Payne, e di sir
Herry Featerson, che vide in voi la socia di Graham, il modello
di Romney, voi diventiate la moglie di sir Carlo Greenville, a
rischio di incontrare ad ogni passo che farete nelle vie di Londra,
una memoria di quel passato, contro il quale nulla valgono i
pentimenti, e che la potenza di Dio stesso non potrebbe cancellare.
Il vostro matrimonio con mio nipote, quand’anche io avessi ad
acconsentirvi, ed avessi ad assicurarne la posizione, è una
disgrazia per voi ed i vostri figli.
Voi avete venticinque anni, — siete voi che mi confidaste la
vostra età, giacchè non giudicando che dai miei occhi io non ve ne
stimerei più di 18. — Voi avete 25 anni; mio nipote non ne ha che
24, egli è quindi minore di voi di un anno, egli s’avanza verso
l’età delle passioni. Per quanto siete bella, seducente, perfetta,
non potrebbe darsi un giorno che egli vi sfuggisse, e che in quel
giorno si lasciasse egli altresì sfuggire di bocca una parola di
pentimento pel sagrificio che crederà di avervi fatto?
So benissimo, che sposando oggi un uomo rovinato e senza
avvenire, siete voi quella che si sagrifica, ed io sono il primo a
proclamarlo in faccia al mondo, però il sagrificato sarà egli.
Ecco quindi ciò ch’io vi propongo: invece d’essermi nipote, siatemi
figlia.
Io son vedovo e senza figli, e quindi solo a questo mondo. — Mio
nipote che fu da me lontano fin dalla giovinezza, non è per me che
uno straniero; io l’amo per l’amore che aveva per mia sorella, e
non per quello che io abbia direttamente per lui, ed egli stesso,
senza saper darsene ragione, non ha per me che un affetto in
rapporto al bene ch’io possa fargli.
Divenendo mia figlia adottiva scompaiono tutte le impossibilità che
vi sono d’ostacolo per vivere tranquilla e felice in Inghilterra,
nella guisa stessa che scompare il solco d’una nave passando
da un mare all’altro. Io vi conduco meco a Napoli, dove nessuno
vi conosce, dove nessuno vi ha veduta, dove non vi chiamate più
nè Emma Lyonna, nè Miss Hearte; dove non sarete più l’amante di
Featherson nè la socia di Graham, nè il modello di Romney; dove
avrete il nome che più vi piacerà di adottare, vale a dire di mia
figlia adottiva, di mia amatissima figlia.
Non vi parlo delle mie sostanze, sono sette od ottocento mila lire
sterline di rendita, oltre il mio posto d’ambasciatore che ne vale
altre cinque mila. Di questi beni io ne faccio tre parti, una per
voi, una per mio nipote, e l’altra pei vostri figli.
No, io non parlo se non di servigi che voi possiate rendermi. Ho
cinquant’otto anni, io ho bisogno di cure, d’amicizia, in luogo
d’amore; ho bisogno d’essere amato come si ama un vecchio. Quanto
tempo mi resta da vivere? Sei, otto, forse dieci anni. —
Considerate come alla vostra età volino rapidi dieci anni. — Dunque
da qui a dieci anni, alla più lunga, voi ne avreste trentacinque,
sarete cioè in quella età in cui la donna è ancora in tutta la
pienezza della forza e bellezza, sarete allora libera, ricca
e — permettetemi di aggiungere queste parole alle quali io non
attribuisco nessun significato offensivo — e purificata dalla
vostra divozione.
Lasciate che inoltre vi dica che io abito Napoli, una delle più
amene città del mondo, e che ho ragione di sperare che io l’abiterò
fino alla morte; che in essa godo dell’amicizia del re e della
regina, e che in essa io vedo una società sopra la quale voi
prenderete quell’ascendente che vi danno la vostra bellezza ed i
vostri talenti e la vostra eccellenza; una società composta di ogni
sorta di talenti, e di intelligenze, e di tutte le aristocrazie,
dall’aristocrazia della nascita a quella del genio, e che sarete
colà la regina dell’avvenire, mentre siete qui la schiava del
passato.
Ora avete letto, fate i vostri riflessi; io aspetto la vostra
risposta con maggior impazienza che non farebbe un giovane
innamorato; io l’attendo da vecchio egoista.
Del resto qualunque sia per esserne il tenore, non verrà meno in me
nessuno di quei sentimenti che vi ho dedicati, fra i quali la stima
occupa il primo posto.