XVI.

Stetti più d’un’ora in balia di queste riflessioni, dalle quali mi

ridestò il suonare del pendolo.

Alzai gli occhi in cerca di sir Carlo.

Questi aveva avuto tutto il tempo per leggere la lettera di suo zio;

perchè mai dunque non era ritornato per farmene parola?

Vedendo che egli non veniva da me, io mi alzai per andare da lui, ed

entrai nella stanza da letto: era vuota.

Apersi il gabinetto della toletta — era vuoto al pari della stanza da

letto.

Sir Carlo era dunque sortito? La cosa era possibile, essendovi una

scala da servizio che dalla stanza da letto conduceva nella via.

Mi guardai tutto all’ingiro per aver la chiave di questo enigma, e vidi

sullo scrittoio di sir Carlo la lettera di sir Hamilton bell’ed aperta.

Accanto di essa v’erano pure queste due linee di Lord Greenville.

«Non mi ero ingannato, mio zio è innamorato di voi. Non voglio

quindi, valendomi dell’influenza che io posso avere sul vostro

cuore, esser d’ostacolo al vostro destino; io non ritornerò in

questa stanza che da qui ad otto giorni, dove è assai probabile

che io non abbia più a trovarvi. Ma deh! per l’avvenire dei nostri

figli, per il nostro reciproco onore, fate di non essere meno di

Lady Hamilton.

Sir Carlo Greenville».

Esso pure aveva quindi veduto il cammino che innanzi mi stava aperto,

egli pure credeva che io potrei raggiungere la meta che tanto m’aveva

abbagliata in sulle prime, e che a poco a poco io mi ero avvezza a

guardar fisso come aquila il sole senza stornarne lo sguardo.

Impugnai la penna e scrissi:

«Milord

«Comunicai a Lord Greenville la lettera che mi faceste l’onore di

scrivermi.

Egli abbandonò sull’istante la casa, dicendomi che egli desiderava

ch’io sola fossi l’unico arbitro della sorte mia, sua, e dei nostri

figli, e che non sarebbe di ritorno se non dopo otto giorni.

Quindi ora tocca a me a rispondervi, o milord, e lo farò colla

stessa franchezza ch’io ebbi sempre fin ora, dicendovi: Come mai

essendo indegna di essere la nipote di sir William Hamilton, posso

esser degna di esserne la figlia adottiva?

No, milord, v’ha alcun che di più semplice ancora, ed è ch’io

non abbia ad essere nè vostra nipote nè vostra figlia, ma rimanga

puramente Emma Lyonna.

Son io che partirò da Londra — e me ne ritornerò a Nutley piccola

ed amena città, dove tre mesi sono passai tre mesi, i più felici di

mia vita.

E colà assecondando la volontà di Carlo; il quale vi prometto di

non più rivedere e di lasciargli tutta la libertà di seguire il suo

proprio destino, vivrò da sola, e mi consacrerò all’educazione dei

nostri figli.

Io ve li ho raccomandati questi figli, o milord; ho quindi ragione

di non più serbare alcuna inquietudine intorno alla loro sorte.

Fu dunque un inganno il mio di credere, o milord, che io potrei

essere moglie onesta e buona madre, e che come tale io renderei

felice un gentiluomo. Oh! certo fu un inganno, poichè voi ne

giudicate altrimenti.

Fu però un inganno anche il vostro, di supporre che col perdere una

falsa posizione, io ne avrei accettata un’altra ancora più falsa.

La mia posizione, qual amante di lord Greenville, a Londra era

certa, or chi m’assicura ch’io arriverò a farmi a Napoli l’altra,

di vostra figlia adottiva?

No, milord, un tanto onore non è riserbato per me nata

nell’oscurità, è giusto che io muoia in essa.

I giorni che io m’ebbi illuminati dal sole non furono per me i più

felici.

Addio, milord; trovate a vostro nipote una sposa, nobile e pura,

e di essa fatene la vostra figlia adottiva, ed abbandonate alla

miseria ed al disonore la povera Emma.

Ella vi si dichiara umilissima serva, e non ha l’ambizione di

ottenere altro titolo dalla signoria vostra.

Emma Lyonna».

Feci recare immediatamente questa lettera a sir William Hamilton, e

m’accinsi a fare i preparativi della partenza.

O sir William Hamilton si recherà da me prima ch’io avessi finito la

prima valigia, o sir Carlo sapendomi a Nutley, mi avrà colà raggiunta.

Nel primo caso, facevo un passo avanti, nel secondo la posizione

rimaneva la stessa, anzi migliore, poichè, una volta sortito di casa

lord Greenville, non avevo voluto restarci.

Chi venne il primo fu sir William Hamilton, il quale accorse

all’albergo non appena egli ebbe ricevuta la mia lettera.

Egli mi trovò occupata a fare i preparativi per la partenza.

— Mi avete dunque scritto da senno? egli esclamò.

— Del miglior senno del mondo, o milord, io gli risposi, non vorrete

supporre, io credo, che io possa permettermi scherzare con voi.

— Ma se la vostra lettera non mi avesse trovato all’albergo, e se

quindi invece di venir tosto io non fossi venuto se non da qui a due

ore?

— Avreste trovato ch’io era partita.

— E partendo, avreste creduto di sfuggirmi?

— Sfuggirvi? Non v’intendo, milord; io non fuggo da voi, non sono sir

Carlo io, non fuggo nessuno io, non faccio che ritirarmi.

— M’avreste veduto a Nutley un’ora dopo di voi e fors’anco un’ora prima.

— Che sareste venuto a fare a Nutley, milord?

— Sarei venuto a dirvi che ora che vi conosco mi è impossibile star

senza di voi, ed a scongiurarvi che vogliate voi stessa scegliere sotto

qual titolo preferiate di starvene presso di me.

Mi sentii un brivido d’orgoglio al cuore.

— Milord, gli dissi, voi sapete bene non esservi altro titolo ch’io

possa accettare dallo zio, che quello che ho rifiutato dal nipote.

— È l’ambizione, che vi fa tenere un simile linguaggio, o Emma?

— No, milord, è un sentimento di dignità.

— V’ha alcuno che vi diriga nel modo di condurvi in faccia mia?

— Non lo nego, milord.

— Chi è costui?

— Sir Carlo.

— Mio nipote?

— Degnatevi di entrare in quella stanza, o milord, e colà troverete

sullo scrittoio la lettera ch’egli mi scrisse nel partire dall’albergo:

leggetela.

Sir William Hamilton andò nella stanza da letto, donde ritornò quasi

subito tenendo in mano quella lettera, ch’egli ebbe appena il tempo di

leggere.

— Miss Emma, egli mi disse, fareste voi ad un uomo la grazia di

accettarlo per isposo, un uomo che non vi sarà mai altro che padre?

Le gambe più non mi ressero, e mi lasciai cadere su d’una sedia a

bracciuoli colla fronte grondante di un freddo sudore.

Era un sogno?

Sarebbe mai vero che il borioso sir William Hamilton, venuto

appositamente da Napoli per impedire il matrimonio ch’io stava per

contrarre con suo nipote dissestato, volesse ora offrirmi il suo nome,

rango e sostanze?

— Milord, io gli dissi, s’io avessi ad accettare così di subito una sì

magnifica offerta, potrebbe in seguito sembrarvi una sorpresa. Fate di

rinnovarmi domani quest’offerta, ed allora vi risponderò.

— Accetto, ma a patto che voi mi rispondiate nella cappella

dell’albergo, e che la stessa sera partiremo per Napoli.

— Domani toccherà a me ad obbedire a qualunque ordine siate per darmi,

o milord.

— Permettereste frattanto che sir William possa in qualità di amico

passar questa sera con voi?

— S’io avessi a farvene rifiuto, tornerebbe lo stesso che togliervi

l’occasione di pentirvi.

— Credete forse ch’io sarei per annoiarmi?

— L’ambasciatore, l’amico d’un re e d’una regina, l’uomo dotto cui

fan corona le aristocrazie del nome e dell’intelligenze, temo voglia

trovare un mediocre interesse nelle conversazioni della povera

pastorella del ducato di Galles.

— Voi rassomigliate, o Emma, ad una principessa di cui parlano i

racconti del nostro popolo. Vi fu matrina una fata di certo, e voi

levaste una lettera dal nome che essa v’impose, affine di conservar

meglio l’incognito: e questo nome non è già Emma, ma Gemma sicuramente.

— Milord, milord, voi siete avvezzo a parlare ad una regina, vi

sovvenga che qui siete a Londra e non a Napoli.

— Ebbene, questa regina sarà vostra amica, o Emma; essa vi pregherà

di darle delle lezioni di grazia e di buon gusto; questa regina quando

vogliate farla dimenticare dovrà pur cedervi la sua corona.

— Quando alla regina voi dite di queste cose, o milord, vi dà essa la

mano da baciare?

— Perchè tal domanda?

— Perchè mi sento disposta a fare il noviziato di viceregina.

E gli stesi la mano.

Sir Hamilton la prese e baciolla con uguale rispetto come se avesse

baciata la mano della regina Maria Carolina.

— Non vi fate stupore, mi disse sir Hamilton nel restituirmi la mano,

e nel farmi un saluto; non vi stupirete se io vi dico che mi restano

molte cose da fare per dar compimento ai progetti ch’io ho per domani;

datemi quindi licenza di assentarmi, e vogliate intanto riserbarmi la

serata che mi avete promessa.

Io pure sentiva il bisogno d’esser sola per spiegarmi le diverse

sensazioni che mi s’incalzavano nel cuore e più di tutto nella mente;

feci quindi a sir William una riverenza con quella grazia che mai

sapessi maggiore, e gli dissi che l’aspettavo per le otto della sera.

Partito sir William, mi presi la testa fra le mani che sembrava mi

volesse scoppiare. Fa egli mestieri che io mi diffonda sulla strana

situazione in cui mi trovava, e ch’io ne sfogli, per così dire, i

particolari agli occhi dei lettori?

Non torna conto. Lord Greenville aveva indovinato, sir Hamilton era

innamorato pazzo di me; egli mi lasciò ad un’ora del mattino stordito,

inebbriato, abbagliato.

Il dì seguente, sir William, essendosi procurata con denaro la dispensa

delle pubblicazioni, fummo sposati da un ministro protestante, il quale

andava debitore della sua cura a sir William, e la cerimonia ebbe luogo

in una stanza dell’albergo ridotta a cappella, senza alcun romore nè

pompa coll’assistenza di nessun altro che i testimonii di obbligo.

Compita la cerimonia il pastore ci rilasciò una per ciascuno la copia

dell’atto di registro, perchè ne testimoniasse la validità.

Questa volta non era più una promessa di matrimonio, come quella di

Lord Greenville, era un vero matrimonio segreto, ma valevole.

La sera dello stesso giorno lasciammo Londra e ci avviammo per

Napoli, avendo prima sir William dato, con una generosità veramente da

principe, ordine agli affari di sir Carlo....

Che Dio mi conceda ora la forza di scrivere la seconda parte di mia

vita, con ugual senso di sentimento qual mi fu scorta nello scrivere la

prima. Chè questa volta non è più su di me sola che voi fate gravitare

li miei peccati, ma bensì su di un popolo intero.

Amen!

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 · 第 25 / 28 题