Stetti più d’un’ora in balia di queste riflessioni, dalle quali mi
ridestò il suonare del pendolo.
Alzai gli occhi in cerca di sir Carlo.
Questi aveva avuto tutto il tempo per leggere la lettera di suo zio;
perchè mai dunque non era ritornato per farmene parola?
Vedendo che egli non veniva da me, io mi alzai per andare da lui, ed
entrai nella stanza da letto: era vuota.
Apersi il gabinetto della toletta — era vuoto al pari della stanza da
letto.
Sir Carlo era dunque sortito? La cosa era possibile, essendovi una
scala da servizio che dalla stanza da letto conduceva nella via.
Mi guardai tutto all’ingiro per aver la chiave di questo enigma, e vidi
sullo scrittoio di sir Carlo la lettera di sir Hamilton bell’ed aperta.
Accanto di essa v’erano pure queste due linee di Lord Greenville.
«Non mi ero ingannato, mio zio è innamorato di voi. Non voglio
quindi, valendomi dell’influenza che io posso avere sul vostro
cuore, esser d’ostacolo al vostro destino; io non ritornerò in
questa stanza che da qui ad otto giorni, dove è assai probabile
che io non abbia più a trovarvi. Ma deh! per l’avvenire dei nostri
figli, per il nostro reciproco onore, fate di non essere meno di
Lady Hamilton.
Sir Carlo Greenville».
Esso pure aveva quindi veduto il cammino che innanzi mi stava aperto,
egli pure credeva che io potrei raggiungere la meta che tanto m’aveva
abbagliata in sulle prime, e che a poco a poco io mi ero avvezza a
guardar fisso come aquila il sole senza stornarne lo sguardo.
Impugnai la penna e scrissi:
«Milord
«Comunicai a Lord Greenville la lettera che mi faceste l’onore di
scrivermi.
Egli abbandonò sull’istante la casa, dicendomi che egli desiderava
ch’io sola fossi l’unico arbitro della sorte mia, sua, e dei nostri
figli, e che non sarebbe di ritorno se non dopo otto giorni.
Quindi ora tocca a me a rispondervi, o milord, e lo farò colla
stessa franchezza ch’io ebbi sempre fin ora, dicendovi: Come mai
essendo indegna di essere la nipote di sir William Hamilton, posso
esser degna di esserne la figlia adottiva?
No, milord, v’ha alcun che di più semplice ancora, ed è ch’io
non abbia ad essere nè vostra nipote nè vostra figlia, ma rimanga
puramente Emma Lyonna.
Son io che partirò da Londra — e me ne ritornerò a Nutley piccola
ed amena città, dove tre mesi sono passai tre mesi, i più felici di
mia vita.
E colà assecondando la volontà di Carlo; il quale vi prometto di
non più rivedere e di lasciargli tutta la libertà di seguire il suo
proprio destino, vivrò da sola, e mi consacrerò all’educazione dei
nostri figli.
Io ve li ho raccomandati questi figli, o milord; ho quindi ragione
di non più serbare alcuna inquietudine intorno alla loro sorte.
Fu dunque un inganno il mio di credere, o milord, che io potrei
essere moglie onesta e buona madre, e che come tale io renderei
felice un gentiluomo. Oh! certo fu un inganno, poichè voi ne
giudicate altrimenti.
Fu però un inganno anche il vostro, di supporre che col perdere una
falsa posizione, io ne avrei accettata un’altra ancora più falsa.
La mia posizione, qual amante di lord Greenville, a Londra era
certa, or chi m’assicura ch’io arriverò a farmi a Napoli l’altra,
di vostra figlia adottiva?
No, milord, un tanto onore non è riserbato per me nata
nell’oscurità, è giusto che io muoia in essa.
I giorni che io m’ebbi illuminati dal sole non furono per me i più
felici.
Addio, milord; trovate a vostro nipote una sposa, nobile e pura,
e di essa fatene la vostra figlia adottiva, ed abbandonate alla
miseria ed al disonore la povera Emma.
Ella vi si dichiara umilissima serva, e non ha l’ambizione di
ottenere altro titolo dalla signoria vostra.
Emma Lyonna».
Feci recare immediatamente questa lettera a sir William Hamilton, e
m’accinsi a fare i preparativi della partenza.
O sir William Hamilton si recherà da me prima ch’io avessi finito la
prima valigia, o sir Carlo sapendomi a Nutley, mi avrà colà raggiunta.
Nel primo caso, facevo un passo avanti, nel secondo la posizione
rimaneva la stessa, anzi migliore, poichè, una volta sortito di casa
lord Greenville, non avevo voluto restarci.
Chi venne il primo fu sir William Hamilton, il quale accorse
all’albergo non appena egli ebbe ricevuta la mia lettera.
Egli mi trovò occupata a fare i preparativi per la partenza.
— Mi avete dunque scritto da senno? egli esclamò.
— Del miglior senno del mondo, o milord, io gli risposi, non vorrete
supporre, io credo, che io possa permettermi scherzare con voi.
— Ma se la vostra lettera non mi avesse trovato all’albergo, e se
quindi invece di venir tosto io non fossi venuto se non da qui a due
ore?
— Avreste trovato ch’io era partita.
— E partendo, avreste creduto di sfuggirmi?
— Sfuggirvi? Non v’intendo, milord; io non fuggo da voi, non sono sir
Carlo io, non fuggo nessuno io, non faccio che ritirarmi.
— M’avreste veduto a Nutley un’ora dopo di voi e fors’anco un’ora prima.
— Che sareste venuto a fare a Nutley, milord?
— Sarei venuto a dirvi che ora che vi conosco mi è impossibile star
senza di voi, ed a scongiurarvi che vogliate voi stessa scegliere sotto
qual titolo preferiate di starvene presso di me.
Mi sentii un brivido d’orgoglio al cuore.
— Milord, gli dissi, voi sapete bene non esservi altro titolo ch’io
possa accettare dallo zio, che quello che ho rifiutato dal nipote.
— È l’ambizione, che vi fa tenere un simile linguaggio, o Emma?
— No, milord, è un sentimento di dignità.
— V’ha alcuno che vi diriga nel modo di condurvi in faccia mia?
— Non lo nego, milord.
— Chi è costui?
— Sir Carlo.
— Mio nipote?
— Degnatevi di entrare in quella stanza, o milord, e colà troverete
sullo scrittoio la lettera ch’egli mi scrisse nel partire dall’albergo:
leggetela.
Sir William Hamilton andò nella stanza da letto, donde ritornò quasi
subito tenendo in mano quella lettera, ch’egli ebbe appena il tempo di
leggere.
— Miss Emma, egli mi disse, fareste voi ad un uomo la grazia di
accettarlo per isposo, un uomo che non vi sarà mai altro che padre?
Le gambe più non mi ressero, e mi lasciai cadere su d’una sedia a
bracciuoli colla fronte grondante di un freddo sudore.
Era un sogno?
Sarebbe mai vero che il borioso sir William Hamilton, venuto
appositamente da Napoli per impedire il matrimonio ch’io stava per
contrarre con suo nipote dissestato, volesse ora offrirmi il suo nome,
rango e sostanze?
— Milord, io gli dissi, s’io avessi ad accettare così di subito una sì
magnifica offerta, potrebbe in seguito sembrarvi una sorpresa. Fate di
rinnovarmi domani quest’offerta, ed allora vi risponderò.
— Accetto, ma a patto che voi mi rispondiate nella cappella
dell’albergo, e che la stessa sera partiremo per Napoli.
— Domani toccherà a me ad obbedire a qualunque ordine siate per darmi,
o milord.
— Permettereste frattanto che sir William possa in qualità di amico
passar questa sera con voi?
— S’io avessi a farvene rifiuto, tornerebbe lo stesso che togliervi
l’occasione di pentirvi.
— Credete forse ch’io sarei per annoiarmi?
— L’ambasciatore, l’amico d’un re e d’una regina, l’uomo dotto cui
fan corona le aristocrazie del nome e dell’intelligenze, temo voglia
trovare un mediocre interesse nelle conversazioni della povera
pastorella del ducato di Galles.
— Voi rassomigliate, o Emma, ad una principessa di cui parlano i
racconti del nostro popolo. Vi fu matrina una fata di certo, e voi
levaste una lettera dal nome che essa v’impose, affine di conservar
meglio l’incognito: e questo nome non è già Emma, ma Gemma sicuramente.
— Milord, milord, voi siete avvezzo a parlare ad una regina, vi
sovvenga che qui siete a Londra e non a Napoli.
— Ebbene, questa regina sarà vostra amica, o Emma; essa vi pregherà
di darle delle lezioni di grazia e di buon gusto; questa regina quando
vogliate farla dimenticare dovrà pur cedervi la sua corona.
— Quando alla regina voi dite di queste cose, o milord, vi dà essa la
mano da baciare?
— Perchè tal domanda?
— Perchè mi sento disposta a fare il noviziato di viceregina.
E gli stesi la mano.
Sir Hamilton la prese e baciolla con uguale rispetto come se avesse
baciata la mano della regina Maria Carolina.
— Non vi fate stupore, mi disse sir Hamilton nel restituirmi la mano,
e nel farmi un saluto; non vi stupirete se io vi dico che mi restano
molte cose da fare per dar compimento ai progetti ch’io ho per domani;
datemi quindi licenza di assentarmi, e vogliate intanto riserbarmi la
serata che mi avete promessa.
Io pure sentiva il bisogno d’esser sola per spiegarmi le diverse
sensazioni che mi s’incalzavano nel cuore e più di tutto nella mente;
feci quindi a sir William una riverenza con quella grazia che mai
sapessi maggiore, e gli dissi che l’aspettavo per le otto della sera.
Partito sir William, mi presi la testa fra le mani che sembrava mi
volesse scoppiare. Fa egli mestieri che io mi diffonda sulla strana
situazione in cui mi trovava, e ch’io ne sfogli, per così dire, i
particolari agli occhi dei lettori?
Non torna conto. Lord Greenville aveva indovinato, sir Hamilton era
innamorato pazzo di me; egli mi lasciò ad un’ora del mattino stordito,
inebbriato, abbagliato.
Il dì seguente, sir William, essendosi procurata con denaro la dispensa
delle pubblicazioni, fummo sposati da un ministro protestante, il quale
andava debitore della sua cura a sir William, e la cerimonia ebbe luogo
in una stanza dell’albergo ridotta a cappella, senza alcun romore nè
pompa coll’assistenza di nessun altro che i testimonii di obbligo.
Compita la cerimonia il pastore ci rilasciò una per ciascuno la copia
dell’atto di registro, perchè ne testimoniasse la validità.
Questa volta non era più una promessa di matrimonio, come quella di
Lord Greenville, era un vero matrimonio segreto, ma valevole.
La sera dello stesso giorno lasciammo Londra e ci avviammo per
Napoli, avendo prima sir William dato, con una generosità veramente da
principe, ordine agli affari di sir Carlo....
Che Dio mi conceda ora la forza di scrivere la seconda parte di mia
vita, con ugual senso di sentimento qual mi fu scorta nello scrivere la
prima. Chè questa volta non è più su di me sola che voi fate gravitare
li miei peccati, ma bensì su di un popolo intero.
Amen!