«Partir già vuoi? Non viene il giorno ancora.
Fu l’usignol non già la lodoletta
Ch’or ti feriva il timoroso orecchio,»
sfuggirono alla mia bocca dolci, come dolcissimo mele, e quando sir
Harry rispose che era contentissimo di restar meco, e di morir per me,
una triplice salva d’applausi mi disse che tutti erano pronti ad imitar
il falso Romeo.
La scena continuò, percorrendo tutte le fasi onde l’ha colorita
il possente genio di Shakespeare; ma quando Romeo si tolse delle
mie braccia, parvemi che l’anima mi fuggisse, e caddi in ginocchio
affranta.
Fu creduta ispirazione del cuore quel ch’era debolezza del corpo.
Recitai il resto della scena curva fuori il balcone, avvinghiata al
parapetto.
Io stessa fui maravigliata dall’espressione che diedi alla mia voce
quando giunsi a’ versi:
«Oh cielo! il mio
È un cor presago di sciagure. Il credi?
Or che laggiù tu sei, parmi vederti
Sì come un morto in grembo della fossa.
O l’occhio mio s’appanna, o impallidito
Tu mi sembri.»
E quando Romeo allontanossi, mandandomi l’ultimo addio, l’addio mio
fu un grido tanto doloroso, che poteva credersi in verità quello d’un
corpo che sente l’anima fuggirgli.
Esprimerei difficilmente l’entusiasmo ispirato da quella scena e la
frenesia degli applausi che la seguirono.
Sir John mi s’appressò; mi sollevò fra le braccia e portommi, più che
non mi condusse, ai suoi amici.
Sir Harry prese nella sua mano fredda ed umida le nostre due mani
febbrili, dicendo:
— Se Romeo e Giulietta si fossero amati come voi, la morte, tuttochè
spietata, non avrebbe avuto cuore di separarli!
Lo guardai stupefatta, ritraendo la mano, che sir Harry non lasciò
senza un’ardente stretta.
Prendemmo il thè.
Poi sir John cavò l’oriuolo:
— Signori, disse, a mezzanotte sono obbligato a lasciarvi:
l’Ammiragliato si riunisce; abbiamo un altro quarto d’ora da passare
insieme.
Poi chiamandomi da parte:
— Non vi dico addio, cara Emma, proseguì; può darsi che la tornata
finisca presto, e ch’io venga a passar la notte con voi; tuttavia non
m’aspettate. Andate a letto, dormite; ho la chiave; non vi date nessun
pensiero di me.
Non so perchè a queste parole mi sentii rabbrividire per tutto il corpo.
— Non potete dispensarvi dall’assistere a quell’adunanza? gli domandai,
senza sapere se desiderassi che restasse.
— Impossibile, rispose.
Poi, tornando alla tavola da thè, intorno a cui erano in crocchio gli
amici, conversò facendo uno sforzo visibile per simulare una falsa
gaiezza.
Il quarto d’ora passò; udimmo sonar mezzanotte; sir John cavò di nuovo
l’oriuolo; era l’ora infatti di partire.
Que’ signori pensarono che era ora di ritirarsi; si congedarono da me,
Harry come gli altri, ma con uno sguardo di profondo rammarico: poi,
sir John venne a me, mi baciò sulla fronte, e mi disse que’ due versi
di Romeo:
«Il dolce sonno
Scenda sugli occhi tuoi, la pace al seno.»
Non ebbi forza di rispondere che con un sorriso mesto quasi quanto il
suo; mi volse un ultimo sguardo, prese a braccetto sir Harry ed uscì
con lui.
Quando l’uscio si chiuse, mi trovai sola ed oppressa, come nella tomba
de’ Capuleti. Ammirava, impaurita di quella persistenza, per quali
strani nodi il destino legava gli uni agli altri i vari episodî della
mia vita, senza che la mia volontà v’avesse alcuna parte.
Avevo infatti quasi obbliato quell’artista sconosciuto, quell’umile sir
Harry, che m’era apparito appena nella vita, passando come un fantasma
nelle tenebre, nè vi lasciando traccia, più che un fantasma. Ecco, vien
voglia a sir John di dar a’ suoi amici un saggio della mia arte mimica;
recito la scena di pazzia d’_Amleto_; mi chiedono di ripeterla: offro,
se alcuno vuol darmi le risposte, di declamar l’una o l’altra delle
due scene d’amore di _Romeo e Giulietta_: nessuno le sa a memoria; uno
degli amici di sir John pronunzia il nome di sir Harry Featherson,
a quel nome d’Harry sobbalzo: lord Featherson, assente da sei mesi,
è tornato da due o tre giorni appena; l’ammiraglio Payne prega sir
Giorgio di condurlo in casa nostra: vi viene, ed il caso, la fatalità,
vuole che lord Featherson e lo studente Harry sieno una stessa persona.
Di che potevo accusarmi in tutto ciò? Di nulla, se non delle sensazioni
provate al vederlo, all’udirlo, al toccarlo. — Ma dipendevano da
me que’ sentimenti, sì o no? E non era già molto che avessi forza
di padroneggiarli? Che accadrebbe nella mia vita per quel nuovo
rincontro? — Oh! quanto a ciò, ero ben risoluta a non assumerne la
responsabilità. Avevo detto tutto a sir John; gli direi al suo ritorno
di quali sentimenti m’era stata cagione la presenza di sir Harry; a
lui spetterebbe decider della mia vita, allontanandomi da Londra, o
permettendomi di restare, e perciò di rivedere sir Harry.
Fermai questa risoluzione nella mente; non amavo sir John d’amore,
ma avevo grande stima pel suo carattere, grande riconoscenza per la
sua generosità: — ingannarlo, lo sentiva, mi sarebbe stato un eterno
rimorso.
Presa quella risoluzione, mi sentii più calma; la sua mano, n’ero
sicura, mi guiderebbe come quella d’un amico, e senza pensar a sè
stesso, sceglierebbe per me la via men dolorosa.
Lasciai la stufa, tornai nella mia camera, mi spogliai e mi coricai,
ed, avendomi egli detto che, potendo, sarebbe tornato, sicura che
manterrebbe la parola, l’aspettai. Ma, pensando che la notte non
sarebbe mai tanto oscura per la confessione che dovevo fargli, spensi
ogni lume, anche il lumicino di notte.
Un lungo spazio passò, durante il quale la mia cameriera e gli altri
servi si ritirarono, ed il pendolo sonò un’ora, poi due, senza che,
ansiosa, preoccupata, potessi chiuder l’occhio.
Le due e mezzo sonavano, quando parvimi udire il rumore d’un cauto
passo sul pavimento; poi lo strepito dell’uscio d’un camerino da
toletta attiguo alla mia camera che s’apriva; poi infine seguì un
momento di silenzio.
Non dubitai che fosse sir John che tornava; aveva la chiave dell’uscio
esterno per entrar ad ogni ora e spesso mi sorprendeva così.
Per un momento la risoluzione da me presa dopo la sua partenza sembrò
presso ad abbandonarmi al suo ritorno; ma raccolsi tutta la mia
volontà, e se posso dirlo, tutta la mia onestà.
Finalmente l’uscio aprissi; il camerino era buio come la camera da
letto; a tentoni dunque, guidato dalla mia voce, s’appressò al letto.
Mi prese fra la braccia ed io lo respinsi dolcemente, dicendogli che,
prima di ricever le sue carezze, dovevo fargli una confessione. Ed
allora gli descrissi tutti i miei sentimenti di quella serata e delle
precedenti, dal momento che l’avevo veduto, da quello in che avevo
acquistato la certezza che lord Featherson ed il mio giovane studente
del giardino erano lo stesso uomo: nulla gli celai di quanto avevo
provato quando il falso Romeo m’aveva cinto la vita col suo braccio;
quando le sue labbra avevano sfiorato le mie; quando infine m’aveva
mandato quell’addio che m’aveva affranta; e giunsi fino a dirgli che,
in quel momento stesso che gli ero accanto, nelle sue braccia, sul suo
cuore, a sir Harry pensavo, sir Harry invocavo.
Con mio immenso stupore un grido di giubilo seguito da folli carezze
rispose alle mie parole: quell’uomo non era sir John ma sir Harry
Featherson.
Lo riconobbi a quel grido, al mio nome mille volte ripetuto nel suo
delirio, a quella voce che mi scendeva al cuore, a quelle carezze che
mi bruciavano il sangue. Non potevo più difendermi dopo la confessione
che avevo fatta: m’abbandonai a quella sorte, i cui bizzarri capricci
mi padroneggiavano.
In due parole, sir Harry mi spiegò quella strana sostituzione che tanto
bene rispondeva a’ voti del mio cuore.
L’ammiraglio, al momento di partire per l’America, con la squadra che
comandava, si era avveduto del mio amore per sir Harry e dell’amore di
sir Harry per me. Ho riferito le sue domande e le mie risposte, senza
dubbio aveva voluto assicurarsi che gli dicevo la verità. Era uscito
dalla stufa con sir Harry, l’aveva fatto salire nella sua carrozza ed
era entrato deliberatamente nella questione con queste parole:
— Voi amate Emma ed Emma vi ama.
Allora, con la stessa mia schiettezza, sir Harry gli aveva detto tutto:
sir John restò un momento pensoso, e presa la mano di sir Harry, gli
diè una chiave dicendo:
— Rendetela felice!
Poscia l’abbracciò e gli disse addio.
Era quella chiave della casetta di Piccadilly.
Mentre sir Harry mi narrava questa storia, l’ammiraglio era in mare, e
navigava a piene vele alla volta dell’America.