V.

Così di nuovo il destino disponeva di me senza lasciar al mio arbitrio

la scelta del bene o del male.

La casa in cui dimoravo era stata tolta in fitto da sir John Payne per

un anno in mio nome: l’annata era già stata pagata; tutto ciò che la

casa conteneva era quindi mia proprietà.

Ma risentivo una ripugnanza ad occupar con un altro uomo quelle stanze

ove tutto ricordavami sir John.

Fu questa la prima cosa che la mattina seguente dissi a lord

Featherson: lo capì come me, ed il domani, portando via soltanto

quella turchina inanellatami dall’ammiraglio il primo giorno che lo

conobbi, e le poche ghinee che conteneva la mia borsa, consegnai le

chiavi della casa al fattore di sir John, ed andammo a dimorar insieme

nell’appartamento occupato de sir Harry solo a Brok-Street al canto

dello _Square_ di Grosvenor.

Sir Harry aveva 23 anni appena; era quindi in tutto il bollore della

gioventù, e non dovendo serbare nessuno de’ riguardi che all’ammiraglio

Payne imponeva una carica ufficiale, mi trasse seco nel romoroso e gaio

turbinio di cui faceva parte nella triplice qualità di _gentleman_

ricco, elegante ed alla moda; quella vita che John Payne non aveva

potuto menare, meno che a Parigi soltanto, perchè a Parigi ritrovavasi

in tutta la sua libertà, egli menavala a Londra. Fin allora non avendo

chi facesse gli onori della sua dimora, sir Harry non aveva ricevuto

in casa; ma quando mi unii a lui, accolse i suoi amici tre volte la

settimana. Si giocava: si perdevano e guadagnavano somme ingenti, ed

io vi presi l’amore del giuoco, passione fatale che non ho potuto mai

perdere interamente.

La primavera venne, e con essa le corse dei cavalli; quelle d’Epsom

erano nuove, e però in piena voga. Non mi fu d’uopo chiedere a sir

Harry di condurmivi: ogni occasione a spendere gli era ben accetta.

Comprò una carrozza e cavalli stupendi, e nel giorno stabilito, fra

quella confusione e quel chiasso che distinguono particolarmente le

feste del _derby_, ci avviammo verso il campo della corsa.

Non tenterò descrivere quel tramenio di dugento mila persone tirate

da tutte le fogge di carrettelle, di _landaus_, di _calessi_, di

_phaétons_, di veicoli insomma d’ogni maniera. A chi l’ha veduto è

inutile descriverlo, perchè, quando l’avessero veduto solo una volta,

quello spettacolo resterà loro eternamente nella memoria; e a chi non

l’ha veduto nessuna descrizione può darne un concetto.

L’eleganza della sua vettura e delle sue livree, il suo nome

pronunziato al suo apparire assicuravano a lord Featherson un posto

alle prime file; ivi infatti ci ponemmo, accanto a un calesse non meno

elegante del nostro.

Due signore occupavano il fondo, o meglio, secondo l’usanza, avevano i

piedi sul sedile di dietro, sedute sul mantice abbassato.

Le guardai e ne fui scossa.

Erano le due allieve di madama Colmann, che due volte m’avevano

insultata, una volta nel podere, ov’erano venute a bere del latte,

una volta nella prateria mentre conduceva a spasso i bimbi del signor

Hawarden.

Coloro che leggeranno queste memorie avranno di certo dimenticato i

loro nomi, ma io me li ricordava; una era Clarice Damby e l’altra Clara

Sutton.

Un _gentleman_ elegantissimo, e che era senza dubbio marito dell’una o

dell’altra, stava ritto sulla predella del cocchiere.

Com’io le riconobbi, anch’elle mi riconobbero, e dopo aver parlato

insieme sotto voce, guardandomi, una di loro, Clara Sutton, passò sul

sedile davanti e disse alcune parole all’orecchio del _gentleman_, che

si volse a me, mi guardò attentamente, e diè ordine al cocchiere di

lasciar quel posto e d’andarne a prendere un altro.

Il cocchiere obbedì, e la carrozza s’allontanò lasciando quel posto

vuoto.

Sir Harry non aveva nulla veduto del fatto, occupato com’era a seguir

con gli occhi i cavalli che si menavano al luogo della partenza: quando

si volse a me, vide grosse lacrime rigarmi le gote. Era la prima volta

che dopo lungo tempo avevo disimparato le lacrime: quell’insulto mi

mostrò ch’erano sospese non esaurite.

Sir Harry m’amava veramente: mi chiese con viva insistenza la cagione

del mio pianto: gliela tenni nascosta fin che potetti, ma finalmente

cedendo alle sue preghiere, gli additai il luogo vuoto.

Dapprima non mi capì, e mi fu forza spiegargli l’accaduto: volle sapere

chi fossero le persone che m’avevano fatta quell’offesa, e gli dissi

ch’erano due delle mie antiche condiscepole, che avendomi riconosciuta

e saputo a qual titolo ero nella carrozza di lord Featherson, s’erano

vergognate di restarmi vicine.

— Non è possibile, disse sir Harry, impallidendo.

— Ahimè! risposi, è pur troppo vero.

— Vedremo, disse.

E tosto, salendo in piedi sul sedile, e prendendo le redini dalle mani

del cocchiere, andò a farsi di nuovo accanto al calesse ov’erano le due

signore.

Ma, appena fermatici, ad un ordine del generale Hernan che accompagnava

le signore, il loro calesse si mosse e mutò luogo di nuovo.

Sir Harry divenne livido, cavò di tasca un taccuino, lacerò un foglio,

scrisse poche parole con la matita, e chiamando un servo:

— A milord Camberwell! disse.

Sospettai che quelle poche parole scritte col lapis non fossero che una

sfida: supplicai sir Harry di non mandare il viglietto.

— Cara Emma, mi disse, siete tanto buona da non occuparvi di questa

faccenda: non siete stata insultata voi, ma io.

Profferì queste parole in tuono sì fermo che capii esser inutile

l’insistere.

Cinque minuti dopo il servo riportava la risposta.

— Benissimo, disse dopo averla letta, e pose lo scritto in tasca.

Supplicai sir Harry di lasciare le corse e di ricondurmi a Londra.

— Dopo le tre prime corse, cara Emma, mi rispose: ho fatto una

scommessa di due mila ghinee contro lord Greenville, e voglio sapere se

ho perduto o guadagnato.

M’avvidi che non era quella la vera causa del rifiuto di sir Harry; ed

infatti, terminata la prima corsa andò sul _turff_, ma per chiamare a

parte due suoi amici, uno de’ quali era sir Giorgio: conversò con loro

qualche tempo, poi, tornando a me col volto sorridente, ma impresso

ancora di un’orma di pallore:

— Ebbene, disse, ho vinto la prima corsa: voi mi portate fortuna, cara

Emma.

E tornò a sedermi accanto.

Sir Harry perdè la seconda corsa, ma vinse la terza, cioè la bella.

Fra la seconda e la terza corsa, i suoi amici erano andati a parlargli:

aveva scambiato rapidamente poche parole con loro, e tutto era finito.

Terminata quella terza corsa, sir Harry diè ordine di tornar a Londra.

Nel movimento che seguì, la carrozza di sir Harry s’imbattè in quella

di lord Camberwell: i due gentiluomini si salutarono con la più

squisita cortesia, e col sorriso sulle labbra.

Tornai a Londra col cuore orribilmente tormentato.

La sera i due padrini di sir Harry andarono a visitarlo: i tre

gentiluomini si chiusero insieme e conversarono quasi un’ora.

Partiti che furono, volli sapere qualche cosa; ma sir Harry mi rifiutò

ogni schiarimento.

Verso le 9 di sera, lord Greenville gli mandò il prezzo della scommessa

perduta, due mila ghinee come m’aveva detto sir Harry.

— Prendete, disse, ho scommesso in nome vostro: a voi quindi appartiene

la somma; — e la versò nel cassettino della mia toletta.

Feci appena attenzione a quanto mi disse sir Harry, preoccupata come

era del suo litigio con lord Camberwell.

All’una dopo la mezzanotte, sir Harry ritirossi nella sua camera,

lasciandomi nella mia; capivo che aveva bisogno di solitudine e di

sonno, avendo domani una partita d’onore: per me ero persuasa di non

poter dormire un solo minuto durante la notte.

Sir Harry aveva chiuso l’uscio di comunicazione delle nostre due

camere: mi levai ed andai a guardare a traverso la toppa: scriveva.

Era un po’ pallido, ma sembrava tranquillissimo.

Tornai al letto.

Udii sonare, una dopo l’altra, tutte le ore della notte: verso le sei

del mattino, sfinita, gli occhi mi si chiusero, e m’addormentai mio

malgrado.

Quando mi svegliai, era giorno chiaro: avevo dormito d’un sonno

agitato, ma insomma avevo dormito tre ore; mi gettai dal letto ed aprii

l’uscio della camera di sir Harry: era vuota.

Vestii un camice, chiamai un servo e l’interrogai.

La sera prima, il padrone aveva ordinato di attaccar i cavalli alle

sette meno un quarto: alle sette precise i due padrini di sir Harry

erano venuti a trovarlo, e tutti e tre erano partiti insieme.

Non v’era dubbio: sir Harry era andato a battersi.

Restai in preda alla più crudele ansietà per più di due ore.

Circa le undici del mattino udii lo strepito d’una carrozza che si

fermava nel cortile. Corsi alla finestra: vidi scendere sir Harry ed i

suoi due amici: misi un grido di gioia e mi slanciai sulle scale.

S’era battuto alla pistola: il suo avversario aveva ricevuto una palla

nella coscia; egli era tornato incolume.

Il duello levò gran romore nel mondo elegante di Londra: ma la faccenda

fu narrata in modo a me sfavorevolissimo. Affermarono ch’io avessi

eccitato sir Harry ad andarsi a porre a canto della carrozza fuggitiva,

mentre al contrario, sicura che vi troverei un secondo insulto, aveva

posto tutto in opera per dissuadere sir Harry dal lasciar il primo

posto.

Durante tutta la convalescenza di milord Camberwell, sir Harry mandò

ogni dì a prender notizie della sua salute.

La primavera sopravvenne: sir Harry Fetherson aveva un bellissimo

podere ad Up-Park nella contea di Sussex: mi vi condusse e mi ci

stabilì come padrona di casa.

Il titolo usurpato di milady, che per cortesia mi davano gli amici del

conte, commensali del castello e parassiti della sua fortuna, bastava

al mio amor proprio finchè restavamo fra noi: ma fuori le mura della

splendida villa, milady Featherson non era più che l’avventuriera

Emma Lyonna, cioè una mantenuta, un po’ più bella forse, ma non più

rispettabile delle altre.

Ne risultava da parte de’ nostri vicini, la cui posizione era regolare,

un’espressione di scherno, che ad ogni occasione rivelavasi, e che mi

feriva all’intimo del cuore.

Vero è che sulla picciola corte fattami da sir Harry dominavo da

regina, delle corse, delle feste, delle cacce. Imparai, durante i

tre o quattro mesi che passammo ad Up-Park, a cavalcare con molta

eleganza e fermezza: la sera continuavo a recitare scene di commedia

o di tragedia, ed a riprodurre con atteggiamenti plastici l’aspetto

delle donne più famose dell’antichità. Riuscivo egregiamente,

mercè vestiti magnifici, che facevo fare sui disegni migliori de’

personaggi illustri, e mercè una estrema mobilità di fisionomia, a

dare un concetto esatto di que’ personaggi, e spesso non m’era nemmeno

d’uopo dire qual eroina della storia greca, giudaica o romana, volevo

effigiare, perchè il nome di essa veniva spontaneo sulle labbra degli

spettatori.

Sarebbe difficile valutar la spesa giornaliera di quella ricca

villeggiatura. Due o tre volte sir Harry Featherson andò di persona

a Londra a prender il danaro necessario a sostener quel lusso: il

fattore che aveva soddisfatto alle sue prime richieste, aveva alla

perfine scritto che, esaurite quasi due annate anticipate delle rendite

di sir Harry, non si poteva più sperar nulla da lui, prima che lord

Featherson, raggiunto i 25 anni, non divenisse unico gerente della sua

fortuna, che in quel tempo dovea essere immensa.

Sul finir di luglio si trovò in tanta angustia di danaro, che, volendo

andare a Londra a tentar uno de’ suoi soliti prestiti, ricorse a me per

far il viaggio. A poco a poco i suoi amici, che s’erano avveduti di

quella inevitabile rovina, erano spariti. I due ultimi partirono con

lui per Londra, promettendo di tornar con lui: io solo nulla vedevo,

nulla temevo, e credevo la borsa di sir Harry inesauribile quanto

quella di Fortunatus.

Aspettai tre giorni senza darmi troppo pensiero: due altri giorni

passarono senza notizie; la mattina del sesto solamente, dopo

l’abbandono d’Up-park, ricevetti una lettera da sir Harry.

Quella lettera fu per me un fulmine: eccone il tenore:

«Mia povera Emma! Sono affatto rovinato, pel momento almeno. Debbo

circa cinquantamila sterline; la mia famiglia non acconsente a cavarmi

dalle mani degli uscieri e degli _aldermen_, se non a patto d’una

totale riforma, e debbo subirla, prima di tutto, in quanto ho di più

caro al mondo, rinunziando cioè a voi. Più, per esser sicuro della

mia saviezza durante i due o tre anni che mi separano dalla mia età

maggiore, son esiliato nelle Indie, ove la mia famiglia m’ha comprato

una compagnia.

Tutto si è terminato soltanto questa mattina: m’imbarcheranno questa

sera, sicchè quando riceverete la mia lettera, sarò in mare.

Addio, cara Emma; m’avete dato otto mesi d’una felicità ignota agli

uomini: perdonatemi d’avervi sì male ricompensata.

Colui che v’ha amata, v’ama e v’amerà sempre.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 2/8 · 第 12 / 28 题