Lo spettacolo non era finito: dopo la scena del balcone, restava da
eseguir la scena della finestra; dopo aver espresso il desiderio,
dovevamo dipinger la felicità.
Temevo molto quella seconda prova, e pregai sottovoce sir John, e forte
i suoi amici, di volermela risparmiare, sotto pretesto di stanchezza;
ma il fremito nervoso dei muscoli, il mio sguardo scintillante,
l’accento febbrile della mia voce dicevano al contrario come avessi
bisogno più di fatica che di riposo.
Insisterono: il mio cuore era troppo d’accordo con quelle istanze
perchè potessi resistere a lungo; cedetti.
Quella volta dovevamo apparire insieme al verone, sir Harry ed io, col
mio braccio cinto al suo collo, co’ miei occhi smarriti ne’ suoi, coi
nostri cuori frementi d’amore.
Sir Harry si trovò quindi un momento solo con me, dietro le quinte:
mi si avvicinò, mi cinse la vita con un braccio e m’appoggiò sul suo
cuore, mormorando la sola parola:
— Finalmente!...
La commozione fu elettrica; gli occhi mi si chiusero; gli gettai un
braccio al collo, con un lieve grido; poscia, non so come accadde, una
fiamma mi corse le labbra: — non era il primo bacio dato a Giulietta,
ma era il primo bacio datole da Romeo.
Mi sentii presso a svenire.
Sir Harry mi trasse alla finestra; feci un violento sforzo e tornai
padrona della mia volontà; ma una notte intera d’amore non m’avrebbe
meglio disposta a quegli addii tanto inebbrianti e dolorosi, che
precedono l’eterna separazione degli amanti di Verona.
Il nostro apparire fu salutato da unanimi applausi.
Toccava a me a cominciare: l’arte meglio studiata e più profonda non
avrebbe saputo dare maggior verità alla mia voce dello stato in cui
trovavasi il mio cuore.