V.

La risposta dell'armatore non si fece aspettare; l'_Arcobaleno_ partiva

diretto a Porman e da Porman per Filadelfia il 1. di novembre, e

perciò il signor Rosasco avvertiva la signora Maddalena che il suo

_pivetto_ doveva trovarsi a Genova per la fine del mese...

--Quindici giorni, quindici giorni soltanto!...--sospirava il povero

signor Daniele.

--Quindici giorni e poi... poi, forse non vederlo mai più!--gemeva in

cuor suo la signorina Cammilla cogli occhi gonfi e il dolor di capo.

Giacomino invece si dava buon tempo.

--Ancora un paio di settimane e poi... divertirmi e godermela più che

a Milano!

Passato il bruciore della prima impressione, aveva risoluto di farsi

animo, inghiottendo il boccone amaro, anzi mostrando d'infischiarsene,

e c'era riuscito.

Ma in quanto alla, genitrice...--ah! ah!--le preparava una magnifica

sorpresa per quando l'_Arcobaleno_ sarebbe stato in alto mare verso

l'Equatore: un mucchio di debiti da pagare; e intanto si divertiva a

tormentarla, a punzecchiarla.

La genitrice--adesso la chiamava sempre così--cercava di

sfuggirlo?... E lui si dava un gran da fare par cacciarsele sempre fra

i piedi; e quando la incontrava nel fondaco, la salutava nel modo che

alla signora Maddalena faceva più dispetto: strisciando i piedi,

battendo i tacchi. E su, in casa, quando si trovavano insieme all'ora

della colazione e del pranzo. Giacomino, con una compitezza affettata,

esagerata, correva ad aprirle l'uscio, ad offrirle la seggiola, a

metterle lo scaldino sotto ai piedi.

Talvolta mamma e figliuolo si fissavano in viso: lei pallida,

accigliata; lui, col sorriso impertinente sotto i baffettini tirati in

su: pareva che stesse per iscoppiare il fulmine: il signor Daniele

tremava, tremava la signorina Cammilla; Temistocle e Gian Maria non

battevano palpabra: ma poi la signora Maddalena voltava la testa con

una mossaccia dispettosa, e invece di pigliarsela con quello

sfacciato, si sfogava contro la Banca Generale in liquidazione e il

Credito Provinciale tentennante.

E strillava:

Queste sono le vere burrasche! le tremende burrasche!... Altro che

aver paura di un po' di mal di mare!--e affaccendata mandava il

signor Daniele in traccia di notizie e di informazioni alla Borsa,

alle Banche, dagli agenti di cambio, lo faceva correre di qua e di là,

a portar ordini, contr'ordini, minacce, strapazzate.

Il pover'uomo correva e sudava: ma dappertutto, appena, sbrigata

l'incombenza avuta, buttava fuori, con un sospirone, la gran notizia

della prossima partenza del figliuolo, del suo imbarco, chissà per

dove, chissà fin quando! e chiedeva consiglio e conforto con un

balbettamento affannoso che pareva un gemito:

--Che cosa devo fare? Che cosa si può fare? Ma io non voglio! Io non

lo lascio andar via!

--Che cosa doveva fare?...--Opporsi a sua moglie, dire un bel no!--Non

era lui il padrone?

Il signor Daniele approvava, col capo... e tornava a correre e a

gemere da un'altra parte.

--Che cosa devo fare? Che cosa si può fare?... aveva domandato una

volta anche a madamigella Fanny, e con un tremito più vivo e un

accento più fervoroso:--Io non voglio lasciarlo andar via!... Io non

lo lascio andar via. Che cosa si può fare?

--_On divorce!_--gli aveva consigliato la cavallerizza, schioccando la

frusta.

--Che cosa?

--Divorzio!--gli aveva urlato nelle orecchi _monsieur_ Richard.

Al povero signor Daniele non rimaneva più che la Cammilla.

--Che, cosa devo fare?... Che cosa si può fare?...--mormorava anche a

lei, ma sottovoce, per non essere udito dagli altri. E lì colla

Cammilla poteva sfogarsi; tutt'e due pensavano, studiavano se c'era

verso d'impedire la partenza di Giacomino, e finivano con piangere

insieme brontolando:--No, no, no! non deve andar via!... non deve

andar via!....

Giacomo, ciarliero, espansivo con tutti, evitava tanto il babbo,

quanto la Cammilla, ma per diversa cagione.

Il babbo che lo seguiva, stralunato, balbettando colla voce piena di

lacrime:--Ma io non voglio!... io non ti lascio partire!...--lo

commoveva troppo, e Giacomino voleva esser troppo forte, e sempre

allegro. Quanto poi alla Cammilla, quel naso di famiglia, sempre rosso

e gonfio per amor suo, lo infastidiva e lo indispettiva.

Nel suo cuore non c'era più posto che per il bel nasino della Fanny.

--Che c'entrava la Cammilla? Era forse sua sorella?... E le voltava

lo spalle.

Giacomo era innamorato di Fanny e Fanny di Giacomo. I due giovani se

l'erano detto ed anche provato.

La grande notizia dell'imbarco del giovane Trebeschi sull'_Arcobaleno_

aveva fatto colpo anche al Circo Stanislao.

La Fanny, fin dalla prima sera al Biffi, quando aveva ammirato quella

bocca fresca, intatta del giovanotto, non aveva aspettato altro che di

trovarsi a quattrocchi con lui, per mangiarsela di baci. Così, appena,

Giacomino le ebbe detto, sospirando:--che partiva per sempre e che

non ne provava nessun rammarico fuorché per lei--subito, la bella

ragazza, gli aveva buttato le braccia al collo, dicendogli, fra i

baci, all'orecchio:

--_Prends bien garde_, mio caro, _que le général_ non si accorga di

niente!

--_Saperlotte!_--aveva risposto Giacomino, rassicurando la ragazza.

Infatti, poco dopo, quando udirono picchiare leggermente

all'uscio,--erano nel camerino, al Dal Verme,--Giacomo, prontissimo,

si era già allontanato, mentre Fanny si passava il piumino della

cipria sulle guance, esclamando con una risata squillante:

--_Venez donc, mon général_.

Piccolomini di Coccorito, entrò, e si fermò in mezzo al camerino,

fieramente, colla pancetta traballante sulle gambette ercoline: non

salutò nemmeno madamigella Fanny; squadrò il giovinotto che aveva già

notato qua e là, ma che vedeva _lì_ per la prima volta.

--_Monsieur_ Trebeschi, un amico di mio fratello--disse tosto e con

gran disinvoltura l'intrepida amazzone, presentando Giacomo al

generale, senza voltarsi nemmeno, mentre col cappello a cilindro

sugli occhi e col frustino sotto il braccio, calzava, con grande

sforzo, i guanti gialli, lunghi, scamosciati.

Il generale continuava a, fissare il giovinotto, e, quasi annusasse

odor di polvere, gli si rizzavano i peli dei grossi baffoni, tinti di

nero, il ciuffetto irto in mazzo al cranio pelato.

Giacomo, dal canto suo sosteneva imperterrito quello sguardo.

--Trebeschi?--domandò finalmente il generale, gonfiando le gote e

soffiando ad ogni parola.

--Trebeschi?... Ufficiale?... In cavalleria?

Madamigella Fanny rispose di no, sorridendo, perché tutti pigliavano

quel bel ragazzo per un ufficiale... E così anche il Piccolomini che

pur doveva intendersene. Poi si affrettò a soggiungere che l'amico di

suo fratello partiva quanto prima per la Spagna, per l'America, per

l'Australia.

Il generale si rasserenò, e senza badar più a quel borghese, si

accostò saltellante alla Fanny, e si mise ad aiutarla a calzarsi i

guanti, gonfiando le guance e soffiando più forte che mai.

Giacomo salutò, con un altro inchino, e se ne andò serio,

impettito. Ma appena fuori fece anche lui un salterello, fregandosi le

mani e strizzando l'occhio.

--Ah! ah! la faceva in barba a un generale!

E il giovanotto in quei giorni fu pienamente felice; ma la felicità

non gli fece perdere la bussola; tutt'altro. Invece di essere geloso,

si divertiva a chiamare Fanny la sua bella generalessa, e così tutti,

compreso il Piccolomini, restavano contenti più di prima.

Il solo che, colla crescente felicità di Giacomino, si andasse

rannuvolando era _monsieur_ Richard, inquietissimo per l'avvenire.

--Sempre così--borbottava--a Milano, come a Parigi, come a

Pietroburgo!

E minacciava sempre, quando l'altro non poteva sentire, di voler

somministrare _schiaffoni_ a destra e a sinistra, e faceva gli occhiacci

alla Fanny, che gli rispondeva appena con un'alzata di spalle.

E il buon fratello, nella sua sperimentata antiveggenza, pur troppo,

era profeta. Era mancata la prudenza non a Giacomino, ma alla Fanny, e

proprio nel momento supremo, cioè quando al povero generale

Piccolomini, che aveva già speso un occhio, per la stella del Circo

Stanislao, e credeva ormai di essere arrivato in fondo, era capitato a

domicilio un altro fascio di conti da pagare: il _riassumendo_ della

fine di stagione. L'avarizia stimolata dalla maraviglia e dal dispetto

non scemò l'amore del generale, ma ne acuì la gelosia. Gonfiandosi e

soffiando, cominciò a impressionarsi, a impermalirsi, a guardare, ad

osservare.

--E quel Trebeschi? Quel giovanotto borghese?

Il Piccolomini non lo aveva più trovato _lì_, nel camerino, e non lo

aveva mai incontrato in casa di _mademoiselle_ Richard, ma spesso gli

capitava tra i piedi nei paraggi del Dal Verme, e gli dava sempre

nell'occhio appunto per quella sua aria di ufficialetto in

borghese... e per la fretta di sgattaiolare inosservato.

--Ohi! ohi!... Attenti!

Per scoprir terreno, cominciò a parlare: e a sparlare del signor

Trebeschi--di quel giovane di bottega che si dava un atteggiamento

marziale--cominciò a scherzare sul conto suo, a ridere alle sue spalle

e notò che ci stava a scherzare e a ridere anche la Fanny, ma

esageratamente, con un'esaltazione nervosa; e notò di più che monsieur

Richard, parlando del Trebeschi, pareva che avesse un nodo in gola,

benché si sforzasse di non darlo a divedere..

--Ohi! ohi! Cospetto di bacco!... Ma quando ci va? Dove si vedono?

Come si trovano?

Rimase molto perplesso; poi prese un partito. Regalando venti lire, in

due volte, alla portinaia, seppe tutto ciò che gli premeva di sapere.

Povero Giacomino! Con tutto il suo giudizio, con tutta la sua

prudenza, con tutta la sua furberia, era proprio andato a finire in

bocca al lupo.

Visite a Fanny, in casa, non ne faceva, non praticava più in teatro,

di giorno, all'ora della prova. E poi nemmeno la sera. Dacchè si erano

accorti che il generale sospettava di qualche cosa, Giacomino non

aveva più cenato coi Richard nè messo piede al Dal Verme.

In teatro correva la voce che il giovane Trebeschi si fosse già

imbarcato a Genova sull'_Arcobaleno_.

Tutto spirava pace, perfino la fronte del Richard cominciava a

spianarsi... quando una notte, molto tardi, mentre Giacomino, con

tutte le possibili cautele, stava per aprire lo sportello della casa

dove era alloggiata la cara Fanny, si sentì battere sulla spalla: si

voltò di colpo, e--_Saperlotte!_--si trovò a faccia a faccia col

generale.

Il giovanotto, pronto, si mise in posizione e rimase serio, mentre

l'altro dava in una risataccia insolente.

Prendete--esclamò dopo un momento il generale.--Vi aspettavo per

regalarvi un'altra chiave, la mia, nel caso che perdeste la vostra.

E così dicendo pose, una lunga chiave arrugginita nella mano che il

povero malcapitato gli stendeva macchinalmente. Poi gonfiò le labbra,

soffiò, soggiunse soltanto un:--Buona notte: a lei e a tutta la

compagnia--e così se ne andò, traballando sulle gambette a roncolo.

Giacomino, rimasto lì, immobile e muto con quelle due chiavi in mano,

seguì il generale collo sguardo finché lo potè scorgere: sospirò, ma

non si mosse. Riflettè a lungo, sul da farsi, e si persuase che, nel

caso suo, due chiavi erano troppe.

Allora invece di aprire e di salire, mise le due chiavi in tasca,

tornò indietro, tornò a casa sua, si cacciò in letto, e spense subito

il lume per addormentarsi più presto. Ma penò molto a prender

sonno. Il caso era grave.

Al mattino avrebbe dovuto andare da Fanny a raccontarle la scena col

generale: che bella improvvisata!

Furbo, per altro, quel Piccolomini! Ma che avrebbe risposto Fanny? E

il Richard? Apriti, cielo!

Giacomo sapeva che fratello e sorella erano pieni di debiti: debiti

col conduttore del teatro, debiti coi fornitori, debiti con tutti. E

nel calduccio del letto, dietro la sfilata dei creditori del Circo

Stanislao, vedeva anche venire quella de' suoi: il cameriere del caffè

del teatro, col quale, in tante colazioni, in tanti cognac, in tante

bottiglie di Marsala in ghiaccio bevute alle prove con tutta la

Compagnia equestre, aveva un conto che non finiva mai. L'orefice, che,

conoscendo la solvibilità e l'onorabilità della famiglia Trebeschi,

gli aveva venduto sulla parola un anello di brillanti. E il sarto. _A

la Ville de Paris_?... E il camiciaio alla _Città di Vienna_?...

--Che caldo! Auf! che caldo!...

Giacomo smaniava, si voltava, si rivoltava nel letto, ma ad ogni

giravolta c'era un debito, un creditore nuovo, una nuova

puntura. Finalmente gli venne un'idea; una bella idea. Se invece di

indugiarsi ancora gli ultimi quattro o cinque giorni, fosse partito

per Genova la mattina dopo?... Se invece di aspettare l'_Arcobaleno_, si

fosse imbarcato subito? Il generale credeva di avergliela fatta, ma

lui, ancora più furbo e più svelto, avrebbe preso il largo in alto

mare!...

Giacomo rise a questa idea; e col rider si rimise in calma. Allora,

dimenticate le due chiavi, si addormentò, e dormì profondamente fino

alla mattina molto tardi, quando venne a svegliarlo suo padre, il

signor Daniele in persona, tutto sossopra, ansante, piangente,

ridente.

--Non parti più! Non vai via più! Sono stato io!... Lo dirai alla

signorina Fanny!.. Lo dirai a _monsieur_ Richard!... Sono stato io! Io

e la Cammilla!

--Che cosa?--domandò l'altro, mettendosi a sedere sul letto,

fregandosi gli occhi, ancora trasognato.--Che cosa c'è?

--È arrivata la lettera del signor Rosasco! Il colpo è andato benone!

--Che colpo? che colpo?--E Giacomo fissava in viso il babbo, e nel

buio della sua testa intronata, col dubbio di non poter più partire,

ricomparivano ad una ad una le immagini della Fanny e dei creditori,

del Richard e del generale.--Che colpo?

--Il colera. Abbiamo inventato che a bordo c'è il colera! Non puoi più

imbarcarti. Non parti più, resti a Milano. Sono stato io; io e la

Cammilla. Ma non dir niente alla mamma. Guai! guai! guai!

E ad ogni «guai!» la faccia, del pover'uomo si rifaceva torva e

spaurita; il naso storto pareva che gli tramasse dalla commozione.

Giacomo cominciava a capire, e si arrabbiava, gridando che voleva

saper tutto, e cercando di sciogliersi dal signor Daniele, che non

rifiniva dall'abbracciarlo e dall'accarezzarlo, mentre ripeteva:

--Non dir niente alla mamma; non dir niente alla mamma!... Io non

potevo lasciarti andar via... Io non volevo lasciarli andar via!

Il Tenente dei Lancieri: Romanzo · 第 8 / 18 题