--Pazienza il babbo--brontolava Giacomo alzandosi e vestendosi.--Lo
ha fatto a fin di bene. Ma la Cammilla come c'entra?... Con quel
naso?... e lo vuol ficcar dappertutto!
Mentre, chinato sulla catinella, si lavava rumorosamente, buttando
l'acqua in mezzo alla camera e spruzzandone le pareti, sentì aprir
l'uscio.
Si voltò colla faccia insaponata: era Gian Maria.
--Che vuoi?
L'altro, con un sorrisetto significativo, gli diede una letterina che
avevano portato allora dal teatro Dal Verme.
Gian Maria e Temistocle, per incarico del fratello, stavano alle
vedette, per badare in quei giorni che certe lettere o bigliettini non
capitassero fra le unghie materne.
Giacomo, mentre si asciugava le mani, guardava fisso la lettera con
occhio torvo:
--Dammela.
Erano due righe soltanto:
«Venez vite: prestissimo.
«Fanny».
Gian Maria, che possedeva pure e teneva nascosto in un cassettone
della, sua camera un ritratto di _mademoiselle_ Fanny a cavallo di
_Gladiator_, contemplava a bocca aperta il fratello ed il bigliettino.
Giacomo se ne accorse, e se la pigliò con lui:
--_Marche!_
Gian Maria, abituato dal fratello alla militare, se la battè senza
fiatare, e Giacomo tornò a leggere:
«Venez vite: prestissimo.
«Fanny».
--_Saperlotte!_...--esclamò, pensando che il generale, certo, senza
perder tempo, doveva aver dato e preso un congedo definitivo.
Infatti quella mattina, alle sette, prima di recarsi in quartiere dove
aveva una ispezione, il Piccolomini aveva già mandato il grosso
incartamento dei conti da pagare alla signorina Richard, scrivendo
sopra una seconda fascia:
«Pel signor Trebeschi.
«proprie mani.»
Nella sua breve carriera, da maggiore a generale, il Piccolomini di
Coccorito si era trovato parecchie volte in simili contingenze, e però
ci aveva fatto la mano.
Alla lettura, del bigliettino di Fanny, il giovane Trebeschi era
diventato pallido; pure non indietreggiò: coraggio e avanti. Ma, lungo
la strada, mentre si recava dai Richard, pensava, con desiderio, al
porto di Genova; lo vedeva inondato di sole, mentre Milano era piena
di nebbia, e quasi si arrabbiava anche contro sua madre, così furba di
solito, e questa volta «tanto _oca_, da non capire il _trucco_.».
Quando Giacomino entrò in camera della Fanny, la ragazza, ancora in
sottanino e colle spalle nude, si stava vestendo; e intanto riscaldava
il caffè, ravviava la sua roba, assestava la sua camera, tutte cose
che la mattina faceva a comodo, un po' l'una, un po' l'altra, fra
l'andirivieni della gente da teatro, fumando un monte di sigarette e
leticando col fratello.
Il Richard dormiva fuori, coi cavalli, ma la mattina veniva a casa,
per buttarsi qualche altra ora sul letto, e poi lavarsi e far
colazione.
Appena essa vide entrare Giacomino, l'amico del cuore, e mentre
passava dallo specchio, dinanzi al quale si pettinava, al caminetto
dove scaldava il caffè, rovesciava un sacco d'improperi, nel suo
linguaggio internazionale, sul capo dell'antico protettore.
--_C'est une canaille, un filou!_..--cominciò anche il fratello a
gridare dall'altra camera, e _monsieur Crispì_, un pappagallo bianco,
grosso, con una cresta gialla, che s'arrampicava su tutti i mobili,
rosicchiandoli e insudiciandoli, nel sentir gridare a quel modo,
cominciò a gridare più forte, come un'anima dannata:
--_Amourreux! Pauvre Amourreux! Cafè! Cafè! Cafè!_
Fanny giurava di vendicarsi di quel miserabile _troupier_; aveva _dei
molti buoni amici_, dappertuto in Italia, ed anche a Roma, molto in
alto.
--A Roma, come a Parigi! Come a Pietroburgo! Come a Berlino!--urlava
il fratello.
Giacomo, colle orecchie intronate, si chinò per sedersi sopra una
poltroncina che la ragazza gli aveva spinta dinanzi col piede; ma di
colpo si rialzò; la poltroncina, sgangherata, cascava da una parte; e
lui andò a mettersi sul letto non ancora rifatto, ma un brontolìo
ringhioso, di sotto alle coperte, lo fece allontanare: era il vecchio
_bulldogh_ dei Richard che mordeva e che l'aveva con lui
particolarmente.
--_Falstaff! couche!_
Giacomo restò in piedi, girando su e giù, a testa bassa.. Aspettava la
stoccata, cioè che entrassero nell'argomento dei quattrini; se la
sentiva arrivare; e infatti, appena _monsieur Crispì_ e _Falstaff_ si
furono acquietati, fratello e sorella, la sorella di qua, lavandosi i
denti, il fratello di là, mutandosi la camicia, rivolsero la loro
collera non più sul generale, ma su quell'altro miserabile;
imbroglione, ladro... dell'impresario.
Non potevano partire, avevano tutto sotto sequestro; avevano un
contratto d'oro a Borgo San Donnino: per otto sere, mille lire per
sera. E poi due mesi al gran teatro di Terni, assicurati.
E recando queste buone notizie, il fratello della Fanny si presentò
sull'uscio dell'altra stanza, ancora in maniche di camicia,
stringendosi attorno alla vita una larga cintura di pelle.
Monsieur Crispì, che rosicchiava la cornice della credenza, vedendo il
Richard, col quale non andava, d'accordo, si fermò, lo fissò, gonfiò
le penne, drizzò tutta la cresta, e _ciao_: una chiazza, bianca sul
pavimento.
Giacomino tenne duro; la verità è quasi sempre la via più spiccia par
levarsi d'imbroglio; e Giacomo disse la verità.
Neppur lui aveva un soldo, ed era pieno di debiti, e con questo di
peggio, _saperlotte!_ che non poteva svignarsela. Doveva restare a
Milano un altro mese.
Fanny sorrise; il Richard strinse la mano a Giacomo, battendogli
amichevolmente sulla spalla:
--_Avez-vous besoin d'argent?_ Forse anche mille franchi, ma cinquecento
sicuramente; penso io.
Che cosa voleva, dire? Giacomino non capiva.
--Io faccio una... cortesia a voi: voi fate una cortesia a
me. _Compris?_ No? Adesso vi spiego l'affare; sedete.
Giacomo restò in piedi, sempre guardando, con tanto d'occhi, monsieur
Richard.
L'affare era semplicissimo. Un forte capitalista, il signor
Facchinetti, era contentissimo di scontargli una cambiale per due,
tremila franchi: in un altro momento anche cinque! anche dieci! Tutto
quello che voleva.
Il Richard, sorridente, riempiva la pipa colle sigarette che il
generale aveva regalate a Fanny, e nel parlare faceva lunghe pause,
perché il buon amico Trebeschi capisse tutto, ben chiaro.
--Io gli ho detto: Signor Facchinetti, la mia firma vi basta?--La
vostra firma? _Crénon!_ Per me, basta la vostra, parola. Ma devo
scontare anch'io alla Banca: oltre alla vostra, datemene un'altra,
qualunque sia, per formalità; è la vostra che conta.--_Très-bien!_
Accettate quella, del signor Trebeschi?--Trebeschi?... Mai sentito
nominare: lo conoscete voi? E allora basta. Affar fatto.--E
Richard, a questo punto, si mise a ridere come un matto.
Perché rideva in quel modo?... Perché? L'amico Trebeschi non capiva?
--Perchè la firma, Giacomo Trebeschi» è una firma
semplicamente... decorativa: non siete ancora maggiorenne! Voi
perciò non correte alcun rischio. E non mi dovete ringraziare. Il
signor Facchinetti mi dà tremila franchi? Mille sono per voi. Me ne
dà duemilacinqueceinto? _Crénon!_ Cinquecento sono per voi.
--La cambiale è a tre mesi?--interruppe Giacomino.
--Oh no; non ho voluto io per risparmiare l'interesse: anche troppo
quindici giorni. Appena a Borgo San Donnino, mando uno _chèque_ al
Facchinetti, e ritiro la cambiale.
--E le mie cinquecento lire?--replicò Giacomo, perplesso.
--_Très-bien!_ Voi me le manderete; a Terni, _quand vous voudrez_--rispose
il cavallerizzo con un'alzata di spalle.--Io non sono un affamato.
Intanto che il Richard parlava, la Fanny, alzata una gamba sopra una
seggiola, si abbottonava lentamente con un allacciascarpe di avorio
gli stivaletti lunghissimi, e _monsieur Crispì_, arrampicandosi col
becco sui piatti della tavola, rimasti lì sudici e ammonticchiati fin
dal giorno innanzi, borbottava colla voce nel gozzo: _Saccorrotto,
saccorrotto_, parola che aveva udita per la prima volta a Milano, e che
stava studiando in quei giorni.
--I mille franchi... diremo cinquecento, per essere sicuri--ripeteva
il Richard, con flemmatica prosopopea--me li manderete a Terni
_quand vous voudrez_. Non ci pensate.
No; Giacomino non ci pensava: ma quelle cinquecento lire--anche lui
non diceva mille per esser proprio sicuro--a mano a mano gli
rischiaravano l'orizzonte, e mentre la Fanny gli sorrideva,
abbottonandosi l'altro stivaletto e _monsieur Crispì_ continuava a
ciangottare nel gozzo: _Saccorrotto, saccorrotto_, egli mentalmente
distribuiva quel denaro fra i creditori più seccanti.
Centosessanta al cameriere del caffè del teatro; duecentocinquanta
all'orefice, quello dell'anello di brillanti; il resto per un acconto
alla _Ville de Paris_...
--E dunque?... gli domandò, dopo un momento, il cavallerizzo.
--Che cosa?
--Accettate?
--Se è per farvi piacere, qua la mano!
E non essendo affatto un minchione, Giacomino assunse, alla sua volta,
una cert'aria d'importanza e di protezione.
--Si firma, quando? Stasera?
--Subito: vado e torno. _Attendez!_
Ma l'amico Richard non era ancora fuor dell'uscio che già la Fanny
s'era buttata fra le braccia di Giacomo, e gonfiando le gote, o
soffiando per rifare il generale: Meglio così, sai--esclamò.--Non ne
potevo più! quel miserabile _troupier_ m'era diventato antipatico,
odioso!
--_Saccorrotto, saccorrotto_--borbottava sempre il pappagallo,
accoccolato sulla spalliera di una seggiola.
Venendo via dai Richard, Giacomino continuò a far conti per tutta la
strada.
--Centoventicinque lire al cameriere, duecento all'orefice, cento alla
_Ville de Paris_... Così me ne restano anche per la _Città di
Vienna_...--Ma nel fare e rifare la somma, diminuiva questo,
diminuiva quello... tanto che sulla porta di casa aveva conchiuso:
cento lire al cameriere e centocinquanta all'orefice, che avevano
minacciato di scrivere a sua madre, e il resto tenerselo per
divertirsi in quei giorni e par fare un'improvvisata alla Fanny
quando sarebbe stata a Borgo San Donnino.
--_Hoplà, là!_--Il ragazzo si stropicciò le mani, ed entrò nel fondaco
fischiettando la _Stella confidente_ sul tempo di _Gladiator_... ma alla
porta, zitto: si fermò. V'era la genitrice...
--Intendiamoci--gli disse la signora Maddalena a bruciapelo.--Non
crederete di averla spuntata.
--No, mamma.
--Partirete lo stesso, quanto prima.
--Sì, mamma.
--E intanto si lavora. Imparate da me, e dopo pranzo, subito a letto,
come me. Vita nuova, avete capito? Vita nuova.
Ciò detto, la signora Maddalena entrò nello scrittoio sbattendo
l'uscio così violentemente che il piccolo casotto traballò tutto.
--Psst!
--Psst!
--Giacomino.
Temistocle, Gian Maria, il babbo, lo chiamavano di qua, di là, mezzo
nascosti fra i barili d'olio e le botti di aringhe. Volevano sapere
che cosa gli avesse detto la mamma; se la mamma aveva sospetti e se
proprio aveva creduto alla storiella del colera.
--Sì! Sì! Se l'è bevuta!... Niente paura.
Poi, avvicinandosi al babbo, Giacomino lo fissò, sorrise
furbescamente, e gli sussurrò all'orecchio:
--_Mon père_, tanti saluti!
Il signor Daniele diventò rosso; e cento domande che avrebbe voluto
fargli gli rimasero tutte nella strozza.
--Non voglio scherzi--gli disse poi, col tono severo della
genitrice.--Vergognatevi.
Anche la Cammilla, girando con femminile strategia in quell'oscuro
labirinto del fondaco, s'era fatta incontro al cugino, per averne una
parola buona. Ma con lei--niente!--L'aspetto della Cammilla, così
dimessa, e anche un po' trasandata per il gran da fare di quei giorni,
faceva troppo vivo contrasto coll'immagine ardita, florida, elegante
della cavallerizza, che gli appariva più seducente che mai, nell'atto
di sorridere abbottonandosi gli stivaletti.
Giacomo, con una mossaccia sgarbata, voltò le spalle alla ragazza.
Doveva capirla!... Non la voleva tra i piedi! La Cammilla,
mortificata, non fiatò: un nodo le serrò la gola... e inconsciamente,
rivolse lo sguardo nel fondo buio, dove il lampadino acceso dondolava
sempre dinanzi alla Santa Casa di Loreto. Ma non pianse, non pregò; e
invece, dopo un istante, parve rasserenarsi, quasi che si trasfondesse
nel suo animo la fermezza ostinata e la sicura fiducia del suo amore.
Intanto... quella cattiva se ne andava e Giacomino rimaneva.