Stendere le mani al compagno e tirarlo su, fu l'affare di un istante.

--Là, così, borbottò il greco soddisfatto. Ora apriremo un pertugio

che ci permetterà di vedere senza essere veduti. Ci bagneremo fino

alle ossa, ma ciò che udremo compenserà largamente il bagno.

Trasse l'_jatagan_, lo cacciò senza far rumore tra le canne inzuppate

d'acqua, e lentamente, con infinite precauzioni, praticò un forellino

appena capace di lasciar passare due dita. Ciò fatto si distese sul

ventre, accostò l'orecchio al pertugio e guardò attentamente,

nell'interno della capanna, senza occuparsi della pioggia che lo

innondava.

Due uomini erano seduti presso un braciere che spandeva all'intorno

una vivissima luce. In uno di essi, Notis conobbe lo _scièk_

Abù-el-Nèmr, ma l'altro non fu capace di vederlo in volto pel motivo

che volgevagli le spalle, ma si accorse che era un negro.

--Non monta, bisbigliò il birbante. Lo saprò più tardi chi esso sia.

Zitto ora, e non perdiamo una parola.

La conversazione fra lo _scièk_ e il padrone della capanna era di già

cominciata.

--Come ti dissi, diceva Abù-el-Nèmr, mi sono presentato questa sera

istessa a Mohammed Ahmed. Egli mi ha accolto con molta gioia e mi ha

subito parlato dell'uomo che noi cerchiamo.

--Oh! esclamò il suo compagno, facendo un balzo sull'_angareb_. È

proprio vero quello che tu dici?

--Te lo giuro. Egli mi parlò di Abd-el-Kerim.

--E dunque?

--Mi narrò che lo aveva dato in mano ad un uomo che aveva molto

insistito per averlo.

--In mano ad un uomo?

-Sì.

--Era un bianco quell'uomo? chiese il negro con viva emozione.

--No, un beduino.

--Respiro, Abù-el-Nèmr. Avevo paura che fosse.

--Chi mai? Forse il rivale di Abd-el-Kerim?

--Appunto credevo che fosse il greco Notis. Ma quale interesse poteva

avere quel beduino per averlo in sua mano? Qui sotto ci deve essere

qualche raggiro, qualche mistero che bisogna svelare.

--È quello che penso pur io, tanto più che quel beduino scomparve dal

campo, nè fu possibile scoprirlo.

--Che sia il greco dipinto? Non so ma il cuore mi batte forte forte e

mi sento assalire da forti sospetti.

Notis, che non avea perduto sillaba di quel colloquio,

involontariamente rabbrividì.

--Ira di Dio! borbottò. Che mi abbiano scoperto? Chi può essere mai

quel negro d'inferno che indovina le cose tanto bene? Ragazzo mio, se

posso averti sotto le unghie non ti risparmierò. Udiamo la fine.

--Ad ogni modo, ripigliò il negro, staremo in guardia. Non credo che

quel birbante sia ancora vivo nè abbia avuto tanto fegato da spingersi

fino a El-Obeid. E che ti disse Ahmed?

--Egli mi promise di cercare attivamente quel beduino. Per ogni

precauzione, sarà bene che avvisiamo Fathma di stare in guardia.

--Non mancherò di farla avvisare.

--L'hai condotta dove ti dissi?

--Sì, rispose il negro. All'estremità della _zeribak_ dei prigionieri

le ho costruito una bella capanna.

Notis si rizzò sulle ginocchia così in furia che il tetto gemette. Fu

con grande fatica che rattenne il grido di sorpresa e di gioa che

stava per isfuggirgli dalle labbra.

--Nella _zeribak_ dei prigionieri! esclamò, tremando per l'emozione.

Fathma fra i prigionieri!... Per Dio!...

--Che hai? chiese Medinek.

--Scappiamo!

--Siamo stati scoperti?

--No, ho saputo ove si trova la donna che cerco.

--Ah!... E dov'è?

--Nella _zeribak_ dei prigionieri.

--I furbi!

--Andiamocene Medinek. Non bisogna perder tempo.

Il guerriero si alzò in furia. Quella brusca mossa tornò a far gemere

il tetto.

--Ira di Dio! brontolò il greco. Fa piano, animale.

--Chi va là? chiese in quell'istante Abù-el-Nemr.

Notis, quantunque fosse coraggioso, provò un brivido e rimase

immobile. Medinek invece saltò giù dal tetto cadendo sopra una tavola

di legno che si spezzò con fracasso.

La porta della capanna si aprì e lo _scièk_ e il suo compagno

comparvero con dei tizzoni accesi.

--Alto là! gridò lo _scièk_, vedendo il guerriero che scalava

rapidamente il recinto dell'orticello.

Medinek invece di arrestarsi precipitossi nella via allontanandosi a

tutte gambe.

--Ah! razza di un cane! gridò lo _scièk_, sparandogli dietro un colpo

di pistola.

--Che abbia udito i nostri discorsi? chiese il suo compagno. Se lo

inseguissimo?

--A quest'ora deve essere assai lontano poichè correva come un cervo.

Chi può essere e quale scopo lo spinse a salire sul tetto della

capanna? amico mio, non vedo chiaro in questa faccenda.

--E neppur io se vuoi che te lo dica francamente. Era almeno solo?

--Non ne ho visto che uno, ma faremo bene a dare un'occhiata sul

tetto. Chissà, potrebbe darsi che lassù, si tenesse celato qualche

altro curioso. Fammi la scala che io salga.

--Prendi l'altra pistola e armala. Non si sa mai quello che può

accadere.

--Hai ragione, amico mio. Orsù, sta fermo che salgo sulle tue spalle.

In quella sul tetto s'udì una voce che bestemmiava. Lo _scièk_ e il

suo compagno si guardarono in faccia tirando nel medesimo tempo le

scimitarre.

--Oh! oh! esclamò Abù-el-Nèmr. Lassù c'è qualcuno. Aspetta un po'

canaglia che ti acconcierò io come si deve.

--Afferralo pei piedi e gettalo giù. Bisogna che cada a qualunque

costo nelle nostre mani per vedere con che razza di gente abbiamo da

fare, disse il suo compagno, appoggiandosi alla parete della capanna,

Per Allàh! Anche questa è bella!

Uno, due....

Abù-el-Nèmr saltò sulle spalle del negro a si aggrappò alla sporgenza

del tetto non ostante i torrenti d'acqua che gli cadevano addosso.

Prima cosa che vide fu una pistola che lo toglieva di mira a un passo

di distanza. Afferrò lestamente la mano che la stringeva e l'attirò

violentemente a sè. Un corpo umano scivolò giù dal tetto e cadde

pesantemente a terra rimanendo immobile.

Il negro si precipitò sul greco e lo trascinò in fretta nella capanna

lasciandolo cadere presso il fuoco.

--L'abbiamo ucciso? chiese lo _scièk_. Mi dispiacerebbe.

--Perdio! esclamò il negro che si era curvato su quel corpo inanimato.

Che vedo?... Sogno forse?... È impossibile!

--Che hai? disse Abù. Conosci, forse, questo mariuolo?

Il negro non rispose. Curvo innanzi, colle pugna strette, gli occhi

sbarrati, contemplava il greco. Pareva sorpreso e spaventato.

--Di' su, lo conosci? ripetè lo _scièk_.

--Ma sicuro, balbettò il negro. Non mi inganno no, è lui, proprio lui,

il birbante, il rapitore, l'assassino... eh! mio caro non mi fuggirai

più, te lo dico io. Perdio! Quale incontro! Non me lo aspettavo così

presto!

--Lui! Ma chi lui?

--Il nostro mortale nemico, il rivale di Abd-el-Kerim, il greco Notis

infine.

--Eh! Sei sicuro di non prendere un granchio? Guardalo bene, amico

mio, fissalo ancora.

--Lo guardo, lo fisso, e più che lo guardo più mi assicuro che è lui.

Abù, bisogna farlo rinvenire e farlo parlare. Abd-el-Kerim non può

essere che in sua mano.

--Ma... e parlerà?

--Vedrai che canterà e molto alto.

Abù-el-Nèmr staccò dal suo turbante una penna d'airone l'abbrustolò al

fuoco poi la mise sotto il naso allo svenuto. Un trasalimento nervoso

scosse il corpo del greco; distese le braccia, aprì le mani

convulsivamente chiuse, emise un sospirone e sbarrò gli occhi

arrestandoli sul volto del negro. Un «oh!» di sorpresa e di terrore

gli uscì tosto dalle labbra.

Si stropicciò gli occhi più volte, poi gli riaprì tornando a fissare

il negro che era sempre curvo su di lui. Divenne pallido come uno

spettro e portò le mani alla cintura come se cercasse qualche arma.

--Omar! Omar! esclamò egli a più riprese.

Lo schiavo di Abd-el-Kerim, poichè era proprio lui, proruppe in uno

scroscio di risa.

--Si vede, padron Notis, che avete buon occhio, diss'egli. Vi

sorprende di trovarmi ancor vivo? Anch'io sono sorpreso di trovarvi

qui. Eppure, sul Bar-el-Abiad Fathma vi aveva mandata una palla nelle

reni... Perdio! Si vede che avete l'anima incavigliata, padron mio!

Il greco si morse le labbra, e cercò, con un moto repentino, di

levarsi in piedi, forse per gettarsi sui due uomini, ma la fredda

canna di una pistola che lo _scièk_ gli appoggiò alla fronte lo fece

ricadere per terra.

--Sono perduto, pensò il greco.

--Padron mio, ripigliò Omar, col medesimo tono beffardo. Non tentate

di fare resistenza se non volete che il mio amico Abù vi scarichi la

sua pistola in faccia. State cheto e rispondete alle nostre domande.

--Se speri che io parli, t'inganni di molto, Omar, rispose Notis col

tono calmo d'un uomo che nulla teme.

--In tal caso ricorreremo agli estremi espedienti. Che direste se il

mio buon amico Abù vi pigliasse i piedi e ve li arrostisse sui carboni

accesi.

--Miserabile!

--Potete fare a meno di dispensare dei titoli che non ci fanno nè

caldo nè freddo. Orsù, padron Notis, carte in tavola: che avete fatto

di Abd-el-Kerim?

--Ah! tu vuoi sapere che feci del tuo padrone? Ebbene ti dirò che egli

è morto. Le sue ossa spolpate dai denti delle jene e degli sciacalli,

giacciono sulle ardenti sabbie di Kasseg.

--Tu menti! urlò Omar.

--Se non vuoi credermi fa di meno.

--Notis, disse Abù-el-Nèmr. Giochi una partita pericolosissima. Ieri

sera parlai con Ahmed, ed egli mi disse che Abd-el-Kerim era in mano

tua ed ancor vivo. Come vedi, sappiamo qualche cosa.

Il greco strinse i denti.

--Maledetto Ahmed! esclamò egli.

--Non insultare l'inviato di Dio, se ti è cara la vita. Parla: dove

hai nascosto Abd-el-Kerim?

--Non lo saprete nè oggi, nè domani, nè mai!

--Sta bene, disse lo _scièk_.

Afferrò il prigioniero per le braccia, e lo trascinò accanto al fuoco

non ostante la sua disperata resistenza. Omar gli prese i piedi e li

accostò alla fiamma.

Notis cacciò fuori un urlo di dolore. La pelle delle piante, al

contatto dei carboni accesi s'annerì e si screpolò mostrando la viva

carne.

--Basta!..... basta!..... ruggì il greco pazzo di dolore.

--Parlerai? gli chiese le _scièk_.

--Sì..... basta ira di Dio! Mille tuoni! Volete bruciarmi vivo?

--Vi brucieremo se non sciogliete la lingua, disse Omar, tirandolo

indietro.

Il greco, col volto contraffatto per lo spasimo, rotolò al suolo

bestemmiando, gemendo e contorcendosi come un serpente.

--Parlate, padron Notis, riprese lo schiavo.

--No, cane maledetto, rettile schifoso. No, e poi no!

--Come vi piace. Abù, rimettiamolo sul fuoco. Gli consumeremo i piedi

fino all'osso.

A quell'atroce minaccia, il greco si sentì mancarsi le forze per

resistere oltre. Con un gesto della mano arrestò i due tormentatori

che si disponevano ad accostarlo al braciere.

--Parlerò... parlerò, balbettò egli. Ma... ad una condizione... Ira di

Dio! Mi avete rovinati i piedi! Sentite, ho una sorella... la mia

povera Elenka... voi sapete ciò che è avvenuto di lei... non potete

negarlo... Ah! cani di negri!

--Avanti, disse Omar.

--Se voi mi direte dove trovasi... Elenka, vi giuro che parlerò... che

vi darò in mano... quel maledetto Abd-el-Kerim.

--Ve lo dirò.

--Giuralo.

--Lo giuro sulla barba di mio padre, lo giuro su Allàh, lo giuro

sull'Alcorano.

--Parlate, ma non cercate d'ingannarci. Rimarrete qui prigioniero, e

se ci avrete ingannati ve ne pentirete.

Il greco per alcuni istanti rimase muto e pensieroso. Perdere

Abd-el-Kerim che tanta fatica gli era costato, che tanti pericoli

aveva sfidato per averlo in sua mano, e perderlo proprio nel momento

in cui credeva di avere in mano anche Fathma, era per lui un

terribilissimo colpo. Si vedeva completamente rovinato, vedeva

sfasciarsi il progetto, con tanta arditezza e con tanta pazienza

condotto quasi a termine. Nondimeno, vedendo che non vi era più scampo

di sorta, che non era più possibile giuocare d'astuzia, e smanioso di

sapere qualche cosa sulla sorte di sua sorella Elenka, che infine

tanto e tanto amava, prese l'eroica risoluzione--se così può dirsi--di

confessare ogni cosa, riservandosi a tempi più propizi di riparare al

mal fatto e di vendicarsi.

--Uditemi, diss'egli, facendo uno sforzo supremo, Abd-el-Kerim, da

parecchi giorni si trova in mia mano. Lo tradii e Ahmed pagò il

tradimento cedendomelo. Ieri sera, sospettando qualche cosa

d'insolito, lasciai il campo e lo feci trasportare in una capanna che

trovasi all'estremità meridionale del Mercato. Quattro uomini lo

guardano e non ve lo cederanno che dopo essersi fatti uccidere.... e

ora parlatemi di Elenka che più nulla ho da dirvi su Abd-El-Kerim.

--Posso prestar fede alle vostre parole, disse Omar, che fremeva di

gioia e d'impazienza.

--A che pro ingannarvi? Non sono in vostra mano?

--Avete ragione. Voi volete sapere che accadde a Elenka, adunque. Mi

dispiace sinceramente, ma devo darvi una brutta notizia.

Il greco si levò sulle ginocchia; una viva ansietà era dipinta sul suo

volto. Egli guardò Omar con occhi supplichevoli e portò le mani al

cuore che battevagli forte forte. Un terribile dubbio gli balenò in

mente.

--Oh! Dio... balbettò.

--Devo parlare?

--Sì... lo voglio.

Omar esitò. Pareva che fosse commosso, e chissà, forse lo era

veramente.

--Ma parla, ma parla, ripetè con impeto quasi feroce Notis.

--Ebbene, Elenka è morta. Fu uccisa dai ribelli a Kassegh!

Il greco divenne spaventosamente pallido; un urlo gli lacerò il petto.

--Morta! Morta!... ripetè egli con voce rotta, e quell'uomo dall'animo

così fiero, così forte, nascose il volto fra le mani e pianse come un

fanciullo.

CAPITOLO IX.--La zeribak dei prigionieri.

Mentre il greco, messo colle spalle al muro e torturato, confessava

tutto ciò che i suoi nemici volevano sapere, Medinek, sfuggito

miracolosamente alla pistolettata dello _scièk_ Abù-el-Nèmr, trottava

come un cavallo per le oscure e fangose vie della città, cercando la

capanna dello _scièk_ El-Mactud.

La paura di venir inseguito, preso e forse fucilato, e la paura di

giungere troppo tardi dal suo capo gli mettevano le ali ai piedi. Ogni

qual tratto però si arrestava colla dritta sull'impugnatura

dell'_jatagan_, e rattenendo il respiro tendeva ansiosamente

l'orecchio, parendogli sempre di udire fra gli urli della burrasca che

scatenavasi ognor più violentemente, la voce dello _scièk_ Abù-el-Nèmr

e i passi di lui, indi ripigliava la sfrenata corsa, tuffandosi fino

alle ginocchia nelle pozze d'acqua e sollevando sprazzi fangosi.

Per sua disgrazia faceva tanto oscuro che non gli riusciva di

mantenersi sulla retta via. Ora infilava una stradicciuola che non

aveva sbocco, ora andava a dare il naso contro una _zeribak_ o contro

il recinto d'un giardino e ora batteva vie che non aveva mai percorse.

Non fu che dopo una buona ora di continua corsa che giunse nella gran

piazza del Mercato, tutta cinta di capanne e di capannuccie e di

piccoli recinti destinati a ricevere i cammelli delle carovane.

Al livido chiaror di un lampo scorse il _tugul_ che cercava, dalle cui

fessure trapelavano dei raggi di luce. In pochi salti lo raggiunse,

applicando, alla porta semi-sgangherata, un formidabile pugno.

--Chi va là? chiese una voce, appena distinta fra i ruggiti della

tempesta.

--Aprite! urlò. Sono Medinek.

La porta si spalancò e apparve sulla soglia lo _scièk_ El-Mactud con

una scimitarra in pugno. Scorgendo Medinek egli indietreggiò mandando

un grido di sorpresa e di terrore. Aveva indovinato subito che qualche

cosa di grave era accaduto.

--Che hai?... perchè sei qui solo? Che è accaduto? chiese egli tutto

d'un fiato, trascinandolo accanto al fuoco che ardeva in un angolo del

_tugul_.

--Una disgrazia, El-Mactud. Notis è caduto nelle mani di Abù-el-Nèmr!

Lo _scièk_ tirò un tremendo pugno contro la parete della capanna.

--Tu vuoi burlarti di me! esclamò egli con collera. È impossibile, non

lo posso credere. Come! lui, un uomo come lui, forte e coraggioso come

un leone, astuto come un serpente, cadere prigioniero! Tu sei pazzo!

Tu vuoi spaventarmi.

--Ti giuro sull'Alcorano, _scièk_, che ho detto la verità.

La collera di El-Mactud cangiossi in profonda costernazione. Il suo

volto divenne cenerognolo e la sua fronte si corrugò.

--Tu giuri, mormorò egli con voce tremante. Ma come si lasciò

prendere? Di' su, narra, che sono sui carboni ardenti. _B'Allai_! Sono

tutto scombussolato!

Medinek non si fece pregare. Egli gli raccontò per filo e per segno

ogni cosa. La conversazione tenuta fra Abù-el-Nèmr ed il suo compagno,

il luogo ove essi avevano nascosta la donna tanto cercata da Notis e

infine la presa di quest'ultimo.

--Ma allora è perduto! esclamò lo _scièk_ quando ebbe tutto udito.

--Lo credo anch'io.

--Che hanno fatto del mio povero amico?

--L'ignoro. Ho avuto paura e sono fuggito

--La faccenda è seria, e grave.

--Lo so bene. Che facciamo? Fra pochi minuti lo _scièk_ sarà qui, ne

sono sicuro. Egli avrà tormentato il greco per fargli confessare dove

ha nascosto Abd-el-Kerim.

--Certamente.

--Se si resistesse colle armi?

--Sarebbe una pazzia. Basta che Abù alzi la voce perchè tutta la

guarnigione di El-Obeid accorra a prestargli man forte. Una sua parola

sarà sufficiente perchè io lasci la testa in mano al carnefice.

--E dunque? Bisogna prendere una seria decisione.

El-Mactud non rispose. Immobile, curvo, colla fronte stretta fra le

mani, pareva annichilito dallo sforzo eccessivo del pensiero. Ad un

tratto si raddrizzò. Nei suoi sguardi lampeggiava allora

l'imperturbabile audacia di un generale che si risolve ad un

cambiamento di fronte sotto la grandine del fuoco nemico.

--Partiamo, diss'egli risolutamente.

--Dove si va?

--Intanto andremo al baobab a nascondervi Abd-el-Kerim, dopo ci

recheremo alla _zeribak_ a rapire la donna. Al greco penseremo più

tardi, poichè ora è assolutamente impossibile il salvarlo. Andiamo!

Essi passarono nella stanza attigua. Colà, disteso su di un _angareb_,

stava Abd-el-Kerim, ancora in preda al potente narcotico fattogli bere

da Notis. Quattro guerrieri armati fino ai denti vegliavano presso di

lui.

Ad un cenno di El-Mactud essi alzarono l'_angareb_ con suvvi l'arabo

ed uscirono silenziosamente dalla capanna. Medinek si mise dinanzi

colla scimitarra sguainata e lo sceicco di dietro col remington sotto

il braccio.

All'oriente cominciava ad apparire, fra le tempestose nubi, un po' di

chiaro.

La pioggia andava a poco a poco decrescendo, ma il vento continuava a

soffiare con estrema violenza, ingolfandosi con mille gemiti

attraverso le fessure dei tugul e contorcendo i rami degli alberi e le

grandi foglie delle palme e dei banani. Le vie erano ancora deserte,

ma non dovevano tardare a popolarsi. Già alle strette finestre delle

capanne cominciava apparire qualche volto color dell'ebano,

interrogando, con occhi ancora assonnati, lo stato del cielo.

La comitiva aveva già attraversata la piazza e stava per cacciarsi in

una oscura e puzzolente viuzza, quando agli orecchi dello sceicco

pervenne un lontano rumore che lo fece trasalire.

Era un brusìo di voci, un calpestìo precipitato, al quale univasi

talvolta un tintinnar di scimitarre che battevano la via.

--Alto! comandò egli imbracciando il remington.

--Che succede? chiese ansiosamente Medinek.

--Siamo inseguiti.

Un istante dopo sbucava nella piazza un drappello di guerrieri armati

di moschettoni e di lancie. Alla sua testa trottava lo sceicco

Abù-el-Nèmr colla scimitarra nella dritta e una pistola nella

sinistra.

Tre colpi di fuoco echeggiarono. Un guerriero di El-Mactud gettò un

acutissimo grido e precipitò a terra colla testa attraversata da una

palla. L'_angareb_ cadde rovesciando Abd-el-Kerim in mezzo al fango

della viuzza.

--Fuggite! fuggite! gridò El-Mactud, dandone lo esempio.

Altre tre fucilate rintronarono seguite da un secondo urlo di dolore.

Un altro guerriero cadde fulminato. Gli altri, vista la mala parata,

si slanciarono dietro El-Mactud che trottava furiosamente.

Abù-el-Nèmr e i suoi guerrieri non si diedero la cura d'inseguirli, e

si fermarono presso Abd-el-Kerim; i fuggiaschi invece proseguirono la

vertiginosa loro fuga, battendo l'una dietro l'altra sei o sette

strade. Non si arrestarono che sotto le mura della città.

El-Mactud, fuori di sè, aveva la spuma alle labbra. Egli sfogava la

sua ira con torrenti d'ingiurie all'indirizzo di Abù-el-Nèmr e con una

interminabile sfilza di bestemmie, senza pensare che se il Mahdi

avesse udito o saputo, non avrebbe esitato un sol momento a fargli

saltare la testa con un colpo di scimitarra.

Calmatosi un momento, si diede seriamente a pensare sul da farsi. Egli

si trovava in un grande imbarazzo. Perduto Abd-el-Kerim, preso Notis,

non rimaneva che battersela al campo e lasciare che le acque

corressero pel loro verso. La smania però di vendicarsi dello scacco

subìto, gli suggerì una eccellente idea.

--Vi è la donna, pensò egli. Questa donna deve interessare vivamente

Abù-el-Nèmr e Abd-el-Kerim. Colpiamoli ambedue in mezzo al cuore

facendola sparire. Saprò ben io dopo trovare i mezzi per salvare Notis

e riavere l'arabo.

Questo ardito piano calmò la sua ira. Si sdraiò sotto ad un tamarindo,

si coprì la faccia col mantello, e attese pazientemente che arrivasse

l'ora di operare. I suoi compagni credettero bene di accocolarsi ai

suoi fianchi.

Il sole alzavasi allora sull'orizzonte, illuminando vivamente i

minareti, sui quali strillavano i _muezzin_ o _medin_, invitando i

fedeli all'_es-sobh_ o preghiera del mattino.

Le piazze, le vie, le viuzze rapidamente si popolavano. Per di qua e

per di là sfilavan drappelli di negri appartenenti a tutte le tribù

dell'Africa centrale, chi nudi e chi vestiti con svolazzanti mantelli

dalle vivaci tinte; turbe di guerrieri colle _darabùke_ in testa che

rullavano furiosamente, turbe di cammellieri che si tiravano dietro i

lenti animali, raccogliendo la bava che usciva dalle bocche di essi e

fregandosi la barba esclamando: «_hadgi baba! hadgi baba!_»[1]; ondate

di allegre ragazze cariche di giarre piene di _merissak_, o di

canestri impilati sulle loro teste mantenuti in equilibrio con quello

strano talento di equilibrista che posseggono le donne africane;

attruppamenti di beduini, di mercanti, di ricchi contadini montati su

asinelli o su buoi e accompagnati da piccoli negri affatto nudi, che

servono a loro di paggi, facendosi largo fra la folla a colpi di

bastone somministrati senza riguardi di sorta.

[1] O padre pellegrino! O padre pellegrino!

Dalle porte della città entravano carovane di cammelli carichi di

_durah_, di gomma, di datteri, di avorio, che si recavano nella piazza

del mercato dove i venditori avevano di già rizzato le loro baracche,

dove le _almee_ davano i loro spettacoli, dove gli incantatori di

serpenti e gl'indovini chiamavano i curiosi suonando certi pifferi dal

suono acuto e di una forma tutta affatto speciale. E dietro a loro si

affollavano cacciatori di elefanti, feroce gente ai servigi di questo

o di quel mercante, che approfittano delle loro scorrerie per rubare

fanciulli e donne, per saccheggiare, per abbruciare, scannando chi a

loro si oppone; poi _giallàba_ conducenti lunghe file di asini carichi

di viveri, e infine bande di schiavi, ignudi, affamati, insanguinati,

solidamente legati, spinti innanzi dai loro guardiani a colpi di

staffile, a pugni, a calci e che venivano accumulati in orribili

tuguri, veri immondezzai, veri focolari di epidemie.

El-Mactud attese che il sole fosse ben alto, le vie affollate, poi si

mise in cammino coi suoi tre compagni. Percorse quattro o cinque

viuzze, ingombre di cammelli, di asini e di mercanti, e sbucò sulla

piazza del Mercato, in un angolo della quale rizzavasi una grande

baracca coperta di stuoie, guardata da una diecina di baggàra armati

di lance e difesi da scudi di pelle di rinoceronte.

Lì presso era aggruppata moltissima gente ad assistere al supplizio

della sferza applicato ad un greco perchè sorpreso a fumare una

spagnoletta. In un canto vi era un gruppo di pellegrini venuti chissà

mai da qual paese dell'Africa centrale; alcuni pregavano con tale

raccoglimento che nulla valeva a distrarli, colla faccia volta alla

Mecca, senza fare il minimo gesto onde non correre il rischio che

entrasse nel loro corpo il diavolo[1]; altri invece si purificavano ad

una fonte lavandosi le mani, le braccia fino al gomito, il viso, gli

orecchi, i piedi, risciaquandosi la bocca e assorbendo l'acqua per le

nari.

[1] Tale è la credenza dei Maomettani.

La favorita del Mahdi · 第 26 / 29 段