morto.
--Di un beduino?... E chi è costui?
--Un uomo che nella battaglia di Kasghill si distinse assai. Mi
narrarono che si battè come un leone facendo strage di egiziani, anzi,
fu lui che aggiustò una palla di fucile al petto di Hicks pascià.
--E dove trovasi questo beduino?
L'ignoro. Pochi minuti fa era qui, ora chi sa dove è andato a
cacciarsi.
--Sicchè non posso aver Abd-el-Kerim nelle mie mani. Darei mezzo del
mio sangue per averlo.
--Se l'arabo è ancora vivo, ti prometto che lo avrai. Domani mattina
manderò un drappello d'uomini a cercare il beduino.
--E se non volesse cedertelo?
--È l'inviato di Dio che lo vuole, e nessuno ardirà resistere ai miei
ordini. Orsù, la notte cala, vieni nella mia capanna che abbiamo
ancora da discorrere. Ceneremo assieme.
--Sono a tua disposizione fino a mezzanotte.
Ahmed e lo sceicco pochi momenti dopo scendevano la collina
dirigendosi a lenti passi verso il _tugul_.
CAPITOLO VII.--Un morto che risuscita.
Non erano ancora n'entrati nella capanna che il beduino, che tutto
aveva udito, slanciavasi fuori dai cespugli.
Era pallido, anzi livido; aveva le ciglia aggrottate, lo sguardo
acceso, le labbra contratte e i denti bianchi e aguzzi come quelli di
uno sciacallo, collericamente stretti. Sul suo volto leggevasi l'ira
appena frenata.
Egli guardò più volte d'attorno con circospezione, con le mani chiuse
nervosamente attorno ai calci delle pistole che uscivano dalla larga
fascia rossa, poi si spinse fino sul pendìo della collina volgendo gli
occhi verso il _tugul_ di Ahmed.
Ira di Dio! esclamò egli con rabbia. Chi è questo cane che si
intromette nelle mie faccende? Chi è questo Abù-el-Nèmr che ci tiene
tanto per avere in mano sua Abd-el-Kerim? Io scommetterei che la
storiella che ha narrato l'ha inventata di sana pianta. Quello stupido
di Ahmed, quantunque si spacci per un profeta, se l'ha bevuta, ma io
non la bevo, per Maometto!
«Ah! si vuoi portarmi via Abd-el-Kerim? La vedremo, signori miei, se
voi sarete capaci di farla ad un uomo del mio stampo. Orsù bisogna
prendere una seria decisione prima che l'uragano scoppi. Qui corro
rischio di perdere non solo l'arabo, ma di cadere anche nelle unghie
di Ahmed che parmi non mi voglia troppo bene. Andiamo prima al baobab
e poi di trotto a El-Obeid.
Diede uno sguardo al cielo coperto da densi nuvoloni che i lampi
illuminavano bizzarramente, un altro al campo che cominciava a
diventare deserto, cangiò la carica alle pistole onde, al momento
opportuno, non mancassero al colpo, e discese con infinite precauzioni
la collina. Arrestossi alcuni minuti al basso, guardò a destra, a
sinistra, dinanzi e di dietro per assicurarsi che nessuno lo spiava o
lo seguiva, poi cacciossi in mezzo al _tugul_ e alle tende procedendo
rapidamente e silenziosamente.
Venti volte si fermò, credendo sempre di avere qualcuno alle calcagna,
ed altre venti volte ritornò sui propri passi per assicurarsi che si
era ingannato. Alle undici di notte varcava le trincee gettandosi in
mezzo alle sabbiose pianure del sud.
Soffiava un vento impetuoso che alzava nembi di impalpabile sabbia e
grosse goccie di pioggia cominciavano a cadere. Fra le nubi toneggiava
fragorosamente e lampi abbaglianti rompevano di tratto in tratto le
fitte tenebre.
--Tutto va a gonfie vele, mormorò il beduino, sorridendo
diabolicamente. Con simile notte a nessuno salterà il ticchio di
uscire dal campo per venire in cerca di me, nemmeno a quell'animale di
Abù-el-Nèmr. Mille saette! Ma chi può essere questo _scièk_ che ha
tanta influenza su Ahmed? Uhm! Non so, ma ho il presentimento che lì
sotto gatta ci covi! Per Maometto! Abd-el-Kerim me lo dirà e se si
rifiuta.... avrà da fare con me!
Si tirò il _taub_ sugli occhi e riprese il cammino salendo e
discendendo le colline di sabbia, curvandosi di quando in quando per
resistere ai soffi del vento che talvolta minacciavano di rovesciarlo,
tanto erano formidabili. Per mezz'ora avanzò acciecato dai lampi,
inzuppato dall'acqua che veniva giù a catinelle, assordato dagli
scrosci delle folgori che cadevano a tre, a quattro alla volta, poi
fece alto.
Dinanzi a lui, a un duecento passi, alzavasi un albero gigantesco che
da solo formava un bosco. Il tronco aveva più di trenta metri di
circonferenza, e a tre o quattro metri dal suolo spartivasi in molti
rami, alcuni dei quali, più grossi dei più grossi alberi delle nostre
foreste, ricadevano verso terra dopo di aver raggiunto un'altezza di
dieci o dodici metri.
Il beduino, al di sotto di quell'ammasso immenso di rami e di foglie
che il vento scuoteva furiosamente con mille gemiti e mille
scricchiolii, scorse tre uomini, distesi per terra, uno dei quali
alzossi gridando:
--Chi vive?
--Sta cheto, El-Mactud, rispose il beduino. Sono io.
In pochi salti raggiunse lo _scièk_ che aveva di già armato il suo
moschettone. Con un cenno della mano lo invitò a deporre l'arma.
--Che nuove? gli chiese.
--Nessuna, rispose lo _scièk_. Abd-el-Kerim dorme pacificamente.
--Lo sveglierò.
El-Mactud fece un gesto di stupore.
--Oh! esclamò.
--Bisogna che io gli parli.
--C'è qualche cosa in aria?
--Altro che! vogliono portarmi via l'arabo.
--Chi?.... Ahmed forse?
--No, s'affrettò a dire il beduino che non si fidava di quel guerriero
ancora devoto al Profeta. È un sceicco che tu devi conoscere.
--E si chiama?
--Abù-el-Nèmr.
Lo sceicco digrignò i denti come una iena.
--Ah! maledetto nubiano! esclamò egli con rabbia. Vorrebbe forse
immischiarsi nelle nostre faccende? Che non ci si provi nemmeno. Ho
dei conti da saldare e potrei saldarli con un buon colpo di
scimitarra.
Sulle labbra del beduino spuntò un sorriso diabolico; non potè frenare
un moto di contentezza. Guardò attentamente lo _scièk_ e nei suoi
occhi lesse l'espressione di un terribile odio.
--Che ti ha fatto quell'uomo? chiese egli.
--Te lo dirò un'altra volta. Basta che tu sappi che io lo esecro.
--È potente Abù-el-Nemr?
--Molto potente, amico mio. Se egli ci scopre Abd-el-Kerim è perduto.
--Faremo il possibile perchè non ci scopra.
--Ma che cosa vuol fare di Abd-el-Kerim quel cane di Abù?
--L'ignoro, ma temo che lì sotto ci sia un mistero
--Che intendi di fare?
--Di battermela a El-Obeid.
--E porteremo con noi l'arabo?
--S'intende.
--Quando partiremo?
--Appena avrò veduto l'arabo e gli avrò parlato ci metteremo in
cammino.
--Allora spicciamoci. Domani mattina Abu-el-Nèmr si metterà in caccia;
bisogna trovarsi al sicuro in città prima che spunti l'alba.
--Vado subito. Intanto preparerai una barella e chiamerai qualche
altro uomo perchè ci aiuti a trasportare l'arabo.
--Siamo d'accordo, concluse El-Mactud.
Il beduino s'avvicinò al colossale tronco del baobab ai piedi del
quale, sulla corteccia, scorgevasi quattro profonde incisioni che
venivano a formare un quadrato. Con un pugno sfondò quella corteccia
incisa e dinanzi a lui apparve un'apertura che metteva in un antro
scavato nell'interno dell'albero.
Stette alcuni istanti in ascolto, poi s'inoltrò sulla punta dei piedi
e arrestossi in mezzo a quella bizzarra caverna. Era buio perfetto e
faceva un freddo da intirizzire le membra. Un silenzio lugubre,
misterioso, regnava là entro, rotto di quando in quando da un respiro
affannoso e da un brulichio che doveva indubbiamente provenire da
migliaia e migliaia d'insetti che s'aggiravano fra quelle diacciate
tenebre.
--Dorme, mormorò il beduino. Lo sveglierò.
Battè l'acciarino, accese l'esca e diè fuoco ad una torcia resinosa
impiantata nel suolo, la quale illuminò d'una luce azzurognola l'umida
caverna che era poco alta e assai ristretta.
Là, proprio nel mezzo, sdraiato per terra, sonnecchiava Abd-el-Kerim.
L'infelice non era più riconoscibile; incuteva ribrezzo al solo
guardarlo.
I suoi lineamenti sparivano, si confondevano sotto una gonfiezza
livida. Le sue palpebre erano chiuse e intorno agli occhi si
disegnavano due larghi cerchi rossastri che parevano due ammaccature.
Una bava sanguigna era radunata agli angoli delle labbra, tumide, semi
aperte, contratte per lo spasimo ed un abbondante sudore viscoso
irrigavagli il volto contrafatto.
Tutto il suo corpo era avviluppato da pezzi di tela inumiditi,
trattenuti da sottili striscie di cuoio e su di essi strisciavano
battaglioni di vermiciattoli, di formiche, di insetti d'ogni specie
che si cacciavan in mezzo alle fascie con un brulichìo che incuteva
terrore e ribrezzo. Qua e là, sul petto, apparivano dei tumori grossi
come un pugno, alcuni dei quali, screpolati, lasciavano vedere la viva
carne. Il beduino, nel vedere in quale misero stato era ridotta la sua
vittima, erasi arrestato. Una forte commozione si dipinse sui suoi
lineamenti, ma durò un sol secondo.
Il sarcastico sorriso che mai abbandonava le sue labbra ricomparve e
lo sguardo gli diventò assai più cupo. Ebbe persino il coraggio di far
risuonare là entro, in quella tomba, uno scroscio di risa che l'eco
sinistramente ripetè.
Non dimentichiamo che quest'uomo è mio rivale! mormorò egli con un
accento dal quale trapelava un implacabile odio. Del resto non morirà.
I vermi che serpeggiano sul suo corpo succhiandogli il sangue, un
giorno, se ritroverò la mia povera sorella, glieli farò strappar
tutti, dovessi misurarmi coll'inviato di Dio!...
Si passò tre o quattro volte una mano sulla fronte come per iscacciare
un doloroso pensiero e sospirò. Qualche cosa di umido, che affrettossi
a tergere, brillò nei suoi occhi.
--Povera sorella, bisbigliò.
S'avvicinò ad Abd-el-Kerim che dormiva profondamente, lo esaminò per
qualche tempo con molta attenzione poi lo punse leggermente in fronte
col suo _jatagan_.
Abd-el-Kerim a quella dolorosa sensazione trasalì e svegliossi. Con
una mossa improvvisa, nervosa, che gli strappò un lugubre gemito,
alzossi a sedere guardando, ma con uno sguardo da ebete, il beduino
che gli stava presso.
--Chi sei? chiese egli, con voce appena distinta.
Il beduino invece di rispondere lasciò cadere all'indietro il
cappuccio mettendo allo scoperto il suo volto dalla pelle bianca e
coperto inferiormente da una barba nera e inspida.
Abd-el-Kerim non fece alcun moto che dinotasse sorpresa o terrore alla
vista di quella faccia; senza dubbio non vedeva bene ancora.
--Chi sei? tornò a chiedere con voce più fioca
--Non mi riconosci adunque? disse lentamente il beduino, facendoglisi
ancor più da vicino. Guardami bene in volto, Abd-el-Kerim!
Quella voce fece sul prigioniero un gran effetto. Sobbalzò come stato
toccato da una palla e le sue unghie sollevarono l'umido terreno.
Qual voce!.... esclamò egli con profondo terrore. Qual voce!....
--La riconosci?
Abd-el-Kerim non rispose. Con uno sforzo disperato si sollevò sulle
ginocchia e avvicinò il suo volto a quello del beduino. Un urlo lacerò
il suo petto.
--Notis!....
Una commozione terribile lo scosse dalla testa ai piedi. Anelante,
convulso, cieco di rabbia, allungò le mani verso il greco, ma le forze
gli vennero meno e cadde pesantemente a terra, ripetendo con voce
strozzata, indistinta:
--Notis!... Notis!...
Il greco, poichè era proprio lui truccato da beduino; che caduto nelle
mani dello scièk El-Mactud, era passato sotto le bandiere del Mahdi,
lo guardò per qualche minuto quasi con compassione.
--Sei sorpreso Abd-el-Kerim di rivedermi? chiese dipoi egli, con
ironia. Infatti, è abbastanza strano che io sia ancor vivo dopo di
essere stato, per la seconda volta, ferito a morte. Si vede proprio
che qualche genio, Dio o il diavolo, veglia su di me. È un peccato,
non è vero Abd-el-Kerim?
L'arabo con gli occhi sbarrati lo guardava fisso fisso non sapendo se
era vittima di uno spaventevole incubo o se aveva realmente dinanzi a
sè il fratello della terribile Elenka.
Ad un tratto le sue labbra s'agitarono come volessero articolare una
parola. Il greco che lo osservava attentamente notò quel movimento,
anzi indovinò la domanda che pendeva dalle labbra dell'infelice
prigioniero poichè la sua faccia assunse un'espressione di diabolica
gioia.
--Ti comprendo, disse. Tu vuoi interrogarmi in qual modo io sia qui e
che avvenne della donna che ti portò disgrazia. Sta zitto che io te lo
dirò.
Guardò intorno, e visto in un angolo un _garah_, sorta di vaso di
terra cotta che fabbricano le donne del Kordofan, lo rovesciò e si
sedette sopra incrociando le gambe alla moda dei turchi.
--Abd-el-Kerim, diss'egli, sforzandosi di parere tranquillo, È la
seconda volta che noi ci troviamo l'uno di fronte all'altro io libero
e tu prigioniero; è la seconda volta che io tengo in mia mano la tua
vita ed è la seconda volta che ti risparmio. Sai il perchè?
--Non mi curo di saperlo, balbettò l'arabo ancora in preda ad una
terribile commozione. Uomo o fantasma, vattene che mi fai ribrezzo, mi
fai paura! Non sei adunque ancora contento di aver spezzata la
felicità che io avevo raggiunto? Non sei adunque contento di avermi
lacerato l'anima, di avere fatto di me l'uomo più sventurato della
terra, di avermi fatto straziare le carni, di avere innestato nel mio
sangue la morte!... Guarda, mostro, in quale orribile stato mi hai
ridotto, guarda questi tumori sotto i quali nascondonsi orribili vermi
che succhiano il mio sangue, che rodono lentamente le mie carni, che
mi stremano, che mi ischeletriscono?... Ah! Notis! Notis! ti sei ben
vendicato!
Un singhiozzo sollevò il deturpato petto dell'infelice. Tentennò a
destra e a manca, stringendosi fortemente il capo fra le mani, poi,
esausto di forze, ricadde a terra.
Notis s'alzò e si mise a passeggiare per l'umido antro colla testa
china sul petto e le braccia incrociate. La sua fronte era assai
aggrottata e il sorriso ironico che poco prima errava sulle sue labbra
era scomparso. Forse quell'uomo di ferro era commosso.
--Notis, ripigliò Abd-el-Kerim, abbi pietà di me, abbi pietà di un
infelice che è agli estremi, che sta per morire giacchè ho la morte
nelle vene. Dimmi che è avvenuto di colei che noi abbiamo tanto amata,
dell'infelice Fathma.
La fronte di Notis s'aggrottò maggiormente. S'arrestò di botto, le sue
labbra si agitarono come volessero parlare, ma non disse verbo.
--Notis!... Notis!... gridò con accento straziante Abd-el-Kerim.
--Taci! ruggì il greco. Taci... Abd-el-Kerim!
Un secondo singhiozzo uscì dalle labbra dell'arabo. Una grossa
lagrima, una di quelle lagrime amare che erompono da un cuore
straziato, a quel modo che il sangue zampilla da una profonda ferita,
si sospese alle sue ciglia e rotolò silenziosamente giù per le
incavate gote.
Notis gli si avvicinò cogli occhi accesi, ma umidi; non era più lo
stesso uomo di prima, nei cui lineamenti leggevasi solo odio o rabbia.
Era commosso molto commosso; si vedeva che quell'anima inaccessibile,
in quel momento, atrocemente soffriva.
Tu piangi adunque! esclamò egli con una voce che non aveva nulla di
umano. E io, credi tu che non soffra, credi tu che non sanguini il mio
cuore credi che non pianga?
Si arrestò di colpo. Parve sorpreso, spaventato di quella confessione
che gli era uscita, forse senza volerlo, dalla bocca. La violenta
emozione che alterava i suoi lineamenti scomparve come per incanto. La
faccia ritornò fredda, dura e il sarcastico e crudele sorriso
riapparve sulle sue labbra.
--Sono pazzo, mormorò.
Tornò a sedersi sul _garah_ mandando tuttavia un profondo sospiro.
Abd-el-Kerim disse, con voce grave. Un giorno noi fummo amici, fummo
come fratelli, poi fra noi sorse una donna fatale per entrambi, che
scavò un abisso immensurabile... Non ti domando di chiudere questo
abisso poichè so che sarebbe impossibile, ma ti prego di colmarlo per
dieci soli minuti... e ti giuro che non ti pentirai di aver fatto ciò.
Acconsenti tu? Te lo chiedo in nome dell'antica nostra amicizia.
L'arabo scosse la testa e non rispose.
--Ti parlerò di Fathma... della donna fatale!
--Ah!... Fathma!... Fathma!... che ne sai tu di lei?... È viva?.. È
morta?... Notis, parla e ti abbandono la mia vita.
--Parlerò dopo che tu mi avrai risposto.
--Interrogami che ho colmato l'abisso
--Abd-el-Kerim, ti scongiuro, dimmi che è avvenuto della mia povera
sorella, dimmelo.
--Elenka! balbettò cupamente. Tu vuoi che io parli di Elenka! No, mai!
--È il fratello di Elenka che ti prega
--Non parlerò
--Abd-el-Kerim!...
--Mi vendico, Notis!
Il greco scattò in piedi con le gote vermiglie, gli occhi infiammati,
le labbra frementi. Le sue mani si aprirono e si chiusero
convulsivamente come volessero stritolare qualche cosa.
--Sta bene, disse, con accento minaccioso. Ti pentirai!
Girò tre o quattro volte su sè stesso, si spinse fino all'uscita
dell'antro, poi ritornò bruscamente indietro tenendo in una mano una
piccola ampolla di vetro.
--Abd-el-Kerim, disse con voce alterata, potrei farti morire
lentamente fra le più atroci torture, potrei farti uscire il sangue
dalle vene goccia a goccia, eppure non lo faccio perchè ho ancora la
speranza che noi un dì ritorneremo amici, anzi...
--Taci! esclamò l'arabo, che lesse il suo pensiero. Non sarà mai e poi
mai.
--Tu la odi ancora adunque?
--Sì, e più oggi che due mesi fa.
--Non hai pietà adunque per la povera Elenka.
--Non nominarla; quel nome mi fa atrocemente male.
--Ah! maledetto!
Il greco era diventato violaceo per l'ira. Scagliossi come una pantera
sull'arabo, l'afferrò per la gola, poi introducendogli fra le labbra
la fiala gli versò in bocca tutto il contenuto. L'effetto di quel
liquore fu istantaneo.
Abd-el-Kerim piombò giù come se il sangue gli fosse improvvisamente
cessato di circolare. Il capo gli cadde all'indietro battendo in terra
con sordo rumore. Un sospiro che rassomigliava a un rantolo di chi
agonizza gli uscì dalle labbra e rimase immobile, irrigidito come un
morto.
Notis lo contemplò per alcuni istanti con uno sguardo nel quale
leggevasi un terribile odio, poi si chinò su di lui, lo afferrò fra le
braccia e gettandoselo in ispalla uscì dall'antro.
El-Mactud lo aspettava con quattro baggàra e con una barella
improvvisata con rami e resa soffice da un alto strato di foglie di
baobab.
Ebbene? chiese lo _scièk_, prendendo l'arabo e deponendolo, con
precauzione, nella barella. Ha bevuto il narcotico?
--Gliel'ho fatto bere tutto, rispose Notis.
--Hai saputo nulla?
--Assolutamente nulla, ma lo farò parlare. Andiamo ora a Obeid, che la
mezzanotte è passata.
Ad un cenno dello _scièk_ due baggàra alzarono la barella e la
comitiva si mise in viaggio dirigendosi verso la città che disegnavasi
confusamente sul fosco orizzonte.
Aveva già percorso più che mezza via, quando le orecchie dello _scièk_
furono ferite dallo scalpitìo precipitato di un cavallo.
--Oh! esclamò egli, tirando, per ogni precauzione la scimitarra.
Si volse indietro ed al chiaror di un lampo scorse un cavaliere
avvolto in un gran mantello bianco, curvo sul collo del suo corsiero,
che andava avvicinandosi rapidamente.
--Notis! mormorò egli, coi denti stretti. Guarda!
--Chi è quell'uomo? chiese il greco, aggrottando le ciglia.
--Non lo conosci? È lo _scièk_ Abù-el-Nèmr.
--Ira di Dio!... Dove va?
--A El-Obeid, non lo vedi?
Notis fece un salto innanzi e diresse la canna del moschetto verso il
cavaliere che gli passava dinanzi a duecento passi di distanza.
--No, disse di poi, quell'uomo può esserci utile. El-Mactud, conduci
Abd-el-Kerim nella capanna che tu bene conosci; io seguo lo _scièk_
con Medinek.
--Sta bene, forse hai ragione di seguirlo. Parti se non vuoi perderlo
di vista.
Il greco non se lo fece dire due volte e slanciossi dietro al
cavaliere seguito dal negro Medinek. Dopo dieci minuti di corsa,
Abù-el-Nèmr e quelli che lo seguivano giungevano dinanzi a El-Obeid,
sulla cui porta faceva orribile mostra la testa diseccata del barone
di Cettendorfs.
CAPITOLO VIII.--Notis in trappola.
El-Obeid, quartiere generale del Mahdi, è la città più bella, più
popolosa e più fortificata del Kordofan, di cui è pure la capitale.
Essa sorge nel mezzo di una immensa pianura ondulata, ed è difesa da
bastioni di terra e di mattoni cotti al sole, ma in gran parte ruinati
in seguito ai ripetuti assalti che dovettero sostenere nell'ultimo
assedio.
È divisa in cinque differenti quartieri abitati da una popolazione che
supera le 35,000 anime; uno è abitato dai dongolesi, l'altro dai
mercanti esteri, il terzo dai coloni di Barnou, il quarto dei nativi
di Darfur e così via.
Il principale quartiere chiamato El-Orfa, contiene gli edifizi
governativi, delle piccole moschee, una casa ad un piano abitata prima
dal governatore egiziano, una caserma, un magazzino di polvere ed una
filiale dello missioni cattoliche di Chartum, tutta ruinata dai
guerrieri del Mahdi che la saccheggiarono dopo la presa della città.
Tutte le altre case sono misere capanne circolari di venti piedi di
diametro, con mura in argilla alte quattro o cinque piedi e sormontate
da un tetto conico di paglia disposto in istrati regolari e
impenetrabili alla pioggia. Ogni famiglia ne possiede di queste
capanne, chiamate _tokles_, quel numero che è sufficiente ai suoi
bisogni ed il gruppo è quasi sempre circondato da una siepe di spine e
ombreggiato da palmizi che danno alla città un pittoresco aspetto.
Il Mahdi se ne era impossessato il 15 gennaio 1883 e ne aveva fatto il
suo quartier generale, fortificandola alla meglio che aveva potuto e
facendola occupare da una parte delle sue orde che bivaccavano nelle
vie e nelle piazze sotto _tugul_ improvvisati e sotto tende.[1].
[1] Il Mahdi l'aveva presa con la fame dopo quattro mesi e mezzo
di eroica resistenza, e scacciati gli abitanti dopo averli
denudati, l'aveva fatta occupare delle sue orde.
Quando Abù-el-Nèmr e quelli che lo seguivano scambiate alcune parole
coi guerrieri che vegliavano dinanzi alla porta, entrarono, la città
era ancora addormentata.
Nè per le vie, nè per le piazze scorgevasi anima viva; nè da alcuna
capanna trapelava un raggio di luce che desse indizio che entro si
vegliava.
Persino i guerrieri del Mahdi che accampavano all'aperto, russavano
sotto i tugul di paglia o sotto le tende curvate per la pioggia che
cadeva a torrenti allagando le polverose strade.
Il silenzio funebre che regnava nella città, era rotto di quando in
quando da un colpo di tuono secco secco che faceva tremare i _tugul_ e
dal lugubre scricchiolar delle palme violentemente scosse dal vento
del sud-est.
Abù-el-Nèmr, dopo di aver esitato alcuni istanti, prese la via che
menava al quartiere di El-Orfa, spingendo il cavallo al piccolo
trotto. Notis e il suo compagno, tirato il fiato, gli si misero
bravamente dietro, determinati a sapere dove andasse a finire e sicuri
di scoprire qualche cosa di nuovo che li riguardava.
Venti minuti dopo lo _scièk_ si arrestava dinanzi a una capanna
piuttosto malandata, situata all'estremità del quartiere e circondata
da un orticello nel quale crescevano superbi tamarindi. Dalle fessure
delle pareti trapelavano dei raggi di luce.
--Oh! fe' Notis, arrestandosi di botto e aprendo bene bene gli occhi.
Il birbante ha delle persone che lo aspettano. Ira di Dio! Qui sotto
gatta ci cova.
Abù-el-Nèmr spostò un lembo di siepe che racchiudeva l'orticello,
condusse il cavallo sotto una piccola tettoia poi battè tre volte le
mani.
La porta della capanna si aprì lasciando vedere un gran fascio di
luce, poi si rinchiuse dietro lo _scièk_.
--Medinek, disse Notis, volgendosi al compagno. Chi abita in quel
tugurio?
--Non lo so, rispose il guerriero. Una volta quella capanna era
deserta.
--Bisogna sapere a qualsiasi costo chi la abita.
--Uhm! Non è cosa tanto facile. Non trovo altro mezzo che quello di
salire sul tetto e di appoggiare gli occhi alle canne.
--Andiamo sul tetto, Medinek.
--Noi corriamo il rischio di venire scoperti.
--Hai il tuo _jatagan_?--
--Sì.
--Hai paura?
--Non lo credo.
--Allora andiamo concluse il greco.
In pochi minuti raggiunsero l'orticello e vi entrarono. Medinek
appoggiò un orecchio alla parete per udire se giungeva fino a lui
qualche parola, ma non udì che un mormorio indistinto.
--Saliamo, mormorò egli.
--Sta saldo, rispose il greco.
S'arrampicò sulle spalle del guerriero, si aggrappò ai travicelli che
formavano l'ossatura del tetto e con un salto giunse in cima.