sguardo al disopra delle stuoie che formavano il recinto, poi, date
alcune istruzioni a Medinek, presentossi al capo della guardia
baggàra.
Bastò che pronunciasse il proprio nome perchè gli venisse fatto largo.
Si calò il _taub_ in modo da nascondere gran parte della faccia e,
dopo aver un po' esitato, entrò.
Là, dispersi pel recinto, sotto un sole torrido che li arrostiva
c'erano quaranta o cinquanta egiziani seminudi, spaventosamente
sparuti, coperti di ferite non ancora cicatrizzate e di larghe macchie
di sangue. Quei poveri soldati erano i prigionieri di Kasghill,
appartenenti all'esercito di Hicks.
El-Mactud, girato lo sguardo attorno, si diresse verso un gruppo
formato da alcuni vecchi sergenti che sembravano agli estremi.
--Chi di voi sa indicarmi ove nascondesi una donna? chiese egli,
urtandoli colla punta del piede.
--Lasciaci dormire, disse uno di quei sciagurati.
--Cane di un egiziano! esclamò lo sceicco, assestandogli un potente
calcio. Se non ti affretti a parlare ti taglio ambe le orecchie.
--Lasciaci in pace, brutto negro, urlò l'egiziano.
Lo sceicco, furibondo, aveva tratto l'_jatagan_ e stava per scagliarsi
su quel gruppo di persone inermi, quando improvvisamente si arrestò
cogli occhi sbarrati, le braccia tese all'indietro, istupidito,
trasognato.
Da una piccola capanna era uscita una donna di bellezza superba, dalla
tinta bruna, ma di un bruno caldo, alta, robusta, dalle forme
tondeggianti e stupendamente sviluppate. Un piccolo _tarbusch_
coprivale il capo, lasciando sfuggire una nerissima chioma, cosparsa
di monetuccie d'oro; un giubbettino azzurro di seta chiudevale
armonicamente il turgido seno, e una gonnella a frange d'oro
scendevale fino alle ginocchia cariche di aurei cerchietti che
graziosamente tintinnavano.
El-Mactud fece sei o sette passi indietro fissando quell'ammirabile
creatura. Il suo volto impallidì e i suoi occhi si sbarrarono
smisuratamente.
--Gran Allàh! esclamò egli. Fathma!...
CAPITOLO X.--Il Mahdi e la sua favorita.
El-Mactud era addirittura pietrificato, tanta era la sua sorpresa di
vedere colà Fathma, l'ex favorita, quella superba donna che Ahmed
aveva avuto la debolezza di lungamente piangere.
Egli si stropicciò dieci, venti volte gli occhi per accertarsi che era
sveglio, che non stravisava e dieci e venti volte si convinse che la
donna che aveva dinanzi era proprio l'_almea_ Fathma. I suoi occhi
neri e fulgidi come diamanti, la tinta della sua pelle, i capelli
fluttuanti che scendevanle sulle spalle come un vellutato mantello, le
ammirabili sue braccia, la sua taglia, il suo portamento nobile e
altero, tutto infine indicava che quella donna era realmente la
favorita dell'inviato di Dio.
--Non m'inganno, balbettò lo sceicco. Nessuna altra donna può essere
così bella, nè è possibile che ve ne sia una che tanto somigli a
Fathma. Ma chi l'ha condotta qui? Con quale scopo? Perchè? Lo sanno i
guerrieri della _zeribak_ che custodiscono l'ex favorita del loro
Signore?... Mille fulmini! Noi abbiamo seguite le traccie di Fathma
credendo di seguire quelle della fidanzata di Abd-el-Kerim. È curiosa,
strana, ridicola. Non è possibile supporre che il greco si sia
innamorato di Fathma. Sarebbe un delitto. E Ahmed lo sa che qui si
cela la sua favorita. Dieci giorni fa la piangeva ancora come morta,
dieci giorni fa la cercava ancora, interrogava i guerrieri che
venivano dal Bahr-el-Abiad, giurava di vendicarsi terribilmente di
questa donna che lo aveva indegnamente tradito, ed invece è qui e
ancor viva. Non capisco più nulla, Lasciamo che se la sbrighino gli
altri e cerchiamo di salvar Notis. Forse lui spiegherà questo mistero.
To' e se Notis... Ma no, è impossibile, Notis non può aver amato
Fathma; sarebbe un delitto.
El-Mactud rimase ancora lì alcuni minuti cogli occhi sempre fissi su
Fathma, poi volse bruscamente lo spalle e si diresse verso l'uscita.
Stava per varcare la soglia della _zeribak_ quando un'improvvisa idea
lo arrestò di botto.
--E se Ahmed non lo sapesse? mormorò egli. Con quella donna potrei
salvare Notis.
Chiamò il capo dei dieci guerrieri che prontamente accorse.
--Chi ha condotto qui quella donna? gli domandò indicandogli Fathma.
--Un negro, rispose il capo.
--Lo conosci?
--Solamente di vista.
--Cosa ti disse consegnandotela?
--Che vegliassi attentamente su lei e che avessi ogni riguardo. Mi
disse che tale era l'ordine del Mahdi.
--Ahmed venne mai a trovarla?
--Mai, il negro invece più volte.
--Sai chi è quella donna?
--L'ignoro.
--Bisogna che tu me la ceda. La condurrò da Ahmed.
--Se tale è l'ordine dell'inviato da Dio, la cedo.
El-Mactud lo congedò con un gesto e prosentossi risolutamente
all'_almea_.
--Fathma, le disse, devo parlarti. Vieni con me.
L'_almea_, udendosi chiamare per nome da quello sconosciuto trasalì e
fissò i suoi grandi e neri occhi su di lui con sorpresa e diffidenza.
Pareva che le balenasse un sospetto, nondimeno lo seguì con passo
abbastanza fermo.
El-Mactud la condusse nell'angolo più remoto della _zeribak_, ma
stette parecchi minuti senza aprir bocca. Era imbarazzatissimo e non
sapeva in qual modo cominciare. Comprendeva che una parola sospetta,
forse un semplice cenno, poteva tradirlo ed allarmare l'_almea_.
--Fathma, disse finalmente, facendosi animo. Non sei tu la favorita
del Mahdi?
L'_almea_ tremò dal capo alle piante e si guardò d'attorno con viva
ansietà.
--Imprudente, diss'ella con un filo di voce.
--Perdono, mi dimenticavo che...
--Zitto, non nominarmi più. Dimmi come tu sai ciò, chi sei e chi ti
mandò da me.
--Mi chiamo Dullak e sono amico di un uomo che si chiama...
--Chi?... Chi?...
--Abd-el-Kerim, le soffiò all'orecchio lo sceicco.
Fathma si portò una mano alle labbra per soffocare un grido che stava
per uscirle. Indietreggiò, poi si slanciò verso lo sceicco e
stringendogli le braccia in modo da stritolargli quasi le ossa, gli
disse con voce soffocata:
--Ripetimi quel nome, ripetilo! Ho paura di aver compreso male.
--Sono l'amico di Abd-el-Kerim, rispose lo sceicco senza esitare.
--È impossibile, io sogno!
--No, sei sveglia, Fathma.
--Non m'inganni tu?
--No, ti dico la verità. Non aver paura, povera donna.
Un profondo sospiro uscì dalle labbra dell'_almea_, un sospiro che
pareva un grido di gioia soffocato.
--Dov'è, dov'è Abd-el-Kerim? chiese ella. Io voglio vederlo, bisogna
che io lo veda a qualsiasi costo. Ti prego, ti supplico, mio buon
amico, accompagnami da lui.
--Calmati, andremo subito da lui.
--Dimmi, dove trovasi? Come sta? È vivo, è ammalato, è libero, è
prigioniero?
--Si trova in una capanna, a due miglia da qui, vivo e libero.
--Che posso fare per te? chiese ella estremamente commossa.
--Nulla, rispose lo sceicco.
--Ma perchè arrischiarti a venire da me? Tu corri un gran pericolo.
--Le disgrazie di Abd-el-Kerim mi toccarono il cuore e giurai di
aiutarlo a riguadagnare la perduta felicità. Ecco perché sfidai, senza
tremare e senza esitare, il pericolo.
--Ah! quanto sei buono, mio nobile amico! esclamò Fathma, mettendo le
sue mani in quelle callose del traditore. Se un giorno tu avrai
bisogno d'un aiuto, pensa a me e ad Abd-el-Kerim. Faremo per te quanto
tu avrai fatto per noi.
--Me ne ricorderò, disse lo sceicco con ironia. Usciamo, Fathma.
Attraversarono la _zeribak_ ed uscirono. Medinek li attendeva con un
vigoroso cammello sostenente sulle gobbe una specie di baldacchino
circolare chiuso da tende bianche.
El-Mactud aiutò Fathma a salire, poi si volse verso Medinek e gli
disse rapidamente:
--Corri subito dal Mahdi. Gli dirai che gli porto la sua ex-favorita,
ma che in cambio mi conceda una grazia.
Pregò poi un guerriero di guidare l'animale alla capanna del Profeta
ed entrò sotto il baldacchino dando il segnale della partenza col
solito «ich! ich!» aspirato.
L'intelligente animale si mise in cammino con un dondolamento di lupo
di mare. Uscito da El-Obeid prese la via che menava al campo di
Mohammed Ahmed.
--Fathma, disse ad un tratto El-Mactud, traendo di tasca una pezzuola.
Lasciati bendare gli occhi.
L'_almea_ non potè trattenere un gesto di sorpresa a quello strano
comando.
--Perchè? chiese ella.
--Dispensami dal rispondere alla tua domanda.
--E se rifiutassi di ubbidire?
--In tal caso ti ricondurrò alla _zeribak_. Corro dei grandissimi
pericoli; è giusto che io prenda delle precauzioni.
Fathma esitava. Quell'ordine le sembrava tanto strano, che non sapeva
decidersi. Nondimeno la paura di dover ritornare senza vedere colui
che tanto amava, fece sì che si arrese.
Ella presentò la testa ad El-Mactud che gliela bendò strettamente
togliendole la vista. Quasi subito in lontananza s'udirono rullare le
_darabùke_ e squillare le trombe.
--Dove andiamo? chiese l'_almea_ con ispavento. Ho paura che tu mi
perda.
--Non temere Fathma, rispose lo sceicco cercando di raddolcire il suo
aspro accento. Attraversiamo il campo per abbreviare la via.
Fathma portò le mani alla benda. Ella si sentiva assalire da sinistre
inquietudini e cercava di vedere quanto succedeva a lei d'intorno. Lo
sceicco, che non istaccava mai gli occhi da lei, fu pronto ad
afferrarla pei polsi.
--Non muoverti, le disse minacciosamente. Se mi perdi, ti dò nelle
mani di Ahmed.
Quella terribile minaccia irrigidì Fathma; non osò più muoversi, tanta
paura aveva di cadere nelle ugne dell'antico suo signore.
Il cammello s'avanzò per altri quindici minuti, aprendosi a gran pena
il passo fra i guerrieri del Mahdi che ingombravano il campo, poi si
arrestò. El-Mactud aprì la tenda e balzò lestamente a terra.
A pochi passi da lui vi era la capanna del Mahdi, sulla cui porta
chiacchieravano i tre vizir dell'esercito, Ibrahim, Juban e Ahmed, il
primo comandante delle truppe regolari, il secondo le irregolari ed il
terzo l'artiglieria. Presso di loro era seduto Medinek, il quale,
appena scorto le sceicco, affrettossi a corrergli incontro dicendogli:
--Ahmed aspetta Fathma. Egli accorda a te qualsiasi grazia. Non avrai
che d'aprire la bocca per salvare il greco.
El-Mactud non potè frenare un moto di gioia. Allungò le braccia verso
Fathma, la sollevò in aria, e prima che ella potesse opporre la menoma
resistenza la trasse nella capanna di Ahmed, lasciandola sola per
terra. Fathma, atterrita, in preda a maggiori inquietudini, balzò in
piedi strappandosi la benda. Un terribile grido le uscì dalle labbra.
Barcollò, le forze le vennero meno, e cadde in ginocchio nascondendosi
il volto fra le mani.
--Perdono!... Perdono!... balbettò ella con voce strozzata.
Dinanzi a lei, pallido, fremente, stava Mohammed Ahmed, l'antico suo
signore.
Nella capanna regnò per qualche tempo un cupo silenzio.
Ahmed, inchiodato al suolo, non era capace di muoversi. Il suo volto
era spaventevolmente contraffatto, cinereo, anzi nero, rigato da
grosse goccie di sudore e il suo petto sollevavasi straordinariamente.
Dalle labbra increspate, strette, uscivagli un rauco ruggito che
incuteva spavento.
Una terribile burrasca imperversava nel cuore di lui e riflettevasi
chiaramente sul suo viso. Si leggeva ne' suoi occhi una smania feroce
di vendetta temprata, anzi frenata dalla passione che ancor nutriva
per quella donna e che in quel momento scatenavasi più ardente che
mai.
Egli rimase uno, due, forse tre minuti immobile irrigidito, quasi
direi, istupidito. D'un tratto precipitossi verso Fathma prostrata ai
suoi piedi, la sollevò e se la strinse furiosamente al petto.
--Ti amo e ti odio!... le ruggì agli orecchi.
Le rovesciò all'indietro il capo, appoggiò le sue labbra sulla fronte
di lei e vi stampò un ardente bacio ripetendo con una voce che i
singhiozzi soffocavano:
--Ti amo e ti odio!... Fathma, che ti aveva fatto io per tradirmi, per
rendermi infelice, per piombarmi nella disperazione? Mai tu avesti a
lagnarti di me, in quei tempi in cui tu eri la mia favorita? Io ti
trassi dal fango dove tu ti avvoltolavi, ti strappai dagli amplessi
dei soldati, dagli amplessi della canaglia, dagli amplessi di vili
schiavi per innalzarti sino a me, per innalzarti fino all'inviato di
Dio; e tu, mentre io ti aveva colmata di favori e di onori, mi
ingannasti, mi lacerasti il cuore per ritornare nelle braccia di un
vile soldato, di un traditore, di un maledetto da Dio! E tu,
spregevole donna, invochi ancora il perdono. No, Fathma, non v'è
perdono.
Un singulto lacerò il petto di Ahmed. Egli portò le mani agli occhi e
quell'uomo fu visto a piangere.
Nella capanna, per parecchi minuti tornò a regnare un penoso silenzio,
rotto solo dai singhiozzi che sollevavano il petto del Mahdi e dal
respirare affannoso di Fathma.
Tre o quattro volte, Ahmed, attirato da una forza irresistibile,
dominato dalla immensa passione che pur odiando ancora provava per
quella donna, le si avvicinò, per tre o quattro volte retrocesse: alla
quinta non seppe più trattenersi. Egli precipitossi come un
forsennato, come un delirante, su Fathma, se la strinse furiosamente
al petto togliendole il respiro, tanta era la violenza di
quell'amplesso e tempestandola di ardenti baci.
--Sei bella!... Sei bella!... urlò con un tono di voce che più nulla
aveva d'umano. Io ti odio, capisci Fathma, mi sento indosso una smania
terribile di vendicarmi di tutte le torture che mi hai fatto soffrire,
una smania terribile di straziare a colpi di frusta queste tue belle
carni che mi avevan fatto fremere di voluttà, una smania terribile di
vederti morta ai miei piedi: eppure non mi sento capace di farlo.
Nello stringerti fra le mie braccia, nel baciarti, sento ancora che io
ti amo, o donna infedele, sento ancora accendermisi il sangue nelle
vene, sento ancora palpitare il mio cuore di amore, mi sento
trascinato mio malgrado a commettere delle pazzie... Fathma!
Fathma!... Dimmi che non mi odii, dimmi che sei fuggita in un momento
di aberrazione, dimmi che gli uomini che furono tuoi amanti li odii,
dimmi infine che tu mi ami! Dimmi che ritornerai a diventare la
favorita del Profeta del Sudan! Io ti innalzerò ancor di più, io ti
farò non solo felice, ma assai grande, tanto grande che tutte le donne
della terra ti invidieranno. Sono potente oggi, sono invincibile,
dinanzi a me non ho più nemici capaci di contendermi il passo, non ho
più nemici che scuotere possano la mia potenza. Duecentomila
guerrieri, duecentomila fanatici, anzi duecentomila leoni mi
obbediscono ed obbediranno pure a te. Io ti trarrò alla città santa,
alla Mecca e di là li lancerò contro le nazioni dei due mondi che
dovranno cadere una ad una dinanzi al fanatismo degli arabi. Io
diverrò il padrone del globo e tu capisci, Fathma, sarai la gran
sultana. Egli, completamente fuori di sè, tornò ad arrestarsi
avviticchiato ancor più strettamente a Fathma, coprendola di baci.
D'improvviso si staccò da lei e le cacciò gli occhi dentro il viso;
tremò tutto; un ruggito gli irruppe dal fremente petto.
Fathma era tutta ad un tratto cangiata. Lo smarrimento, il terrore
l'angoscia, poco prima scolpiti sul volto di lei erano completamente
scomparsi. Era diventata cupa e nei suoi occhi scintillava una fiamma
sinistra. Ridiventava l'araba fiera, selvaggia, indomabile.
--Fathma! disse egli. Rispondi in nome di Dio! Tornerai tu a diventare
la mia favorita? Tornerai a farmi felice? Io ti farò grande, io ti
farò potente!
--No! diss'ella risolutamente, svincolandosi da lui.
Ahmed retrocesse barcollando. Credette di avere male compreso.
--Ripetilo! ripetilo! gridò egli.
--Odimi, Ahmed! esclamò Fathma con sorda voce. Tu sei potente, tutti i
popoli del Kordofan chinan la fronte nella polvere dinanzi a te, tutte
le donne delle tribù che tu comandi sono tue. Fra esse ve ne son mille
e mille più belle, più nobili, più forti di me, ve ne son mille e
mille che andrebbero orgogliose dei tuoi baci, dei tuoi abbracci.
Prendine una e lascia che io segua la stella che mi allontanò da te.
Scava un abisso fra me e te, imponi silenzio al tuo amore:
dimenticami.
--Dimenticarti?... Amare un'altra!... Perderti!... balbettò Ahmed.
Perchè?... Non mi ami più adunque?... Fathma!...
L'_almea_ si prese la testa fra le mani con gesto disperato. Chiuse
gli occhi, poi li riaprì umidi di pianto.
--Ahmed, diss'ella con voce ancora più alterata, quasi commossa. Non
tentarmi, che fra noi due tutto è finito. Un tempo ti ho amato, un
tempo per te avrei dato tutto il mio sangue, avrei commesso persino
dei delitti. Un giorno si operò in me un improvviso cangiamento.
Sentii che il mio amore sfumava lentamente, sentii infine che non ti
amava più. Lottai, te lo giuro, lottai strenuamente contro la nuova
passione che s'era scatenata tremenda nel mio cuore. Piuttosto che
contaminare la tua capanna, fuggii.
--Perchè? Con chi?
--Con un uomo che era tuo soldato e che mi aveva, mio malgrado,
affascinata. Sei mesi dopo il mio amante moriva nella battaglia di
Kadir. Mi mancò il coraggio di ritornare ai tuoi piedi e ripresi la
mia errante carriera, trascinandomi di città in città, di villaggio in
villaggio, allontanandomi sempre più da te. Io temeva la tua vendetta.
--Continua, sciagurata.
--Una notte, un prode arabo...
--No, un prode, di' un vigliacco! interruppe Ahmed furibondo.
Fathma si raddrizzò quanto era alta, pallida, fremente, vibrandogli
uno sguardo feroce.
--Taci, Ahmed, taci! diss'ella con voce strozzata. Non insultare gli
eroi!...
--Continua!
--Una notte, come ti dissi, un prode arabo mi salvò la vita.
Quell'arabo era bello, era forte e mi impressionò. Ci trovammo a
Hossanieh ed egli mi amò. Ero sola, senza difesa, in un paese
sollevato a rivolta; fra me e te ormai esisteva un abisso e lo amai.
Ho commesso forse un delitto amando quell'arabo che espose la sua vita
per salvare la mia? Ho commesso forse un delitto appoggiandomi a lui?
Parla, Ahmed: se tu ti fossi trovato nella mia situazione, non avresti
fatto altrettanto?
--No! No! Fathma! Tuo dovere era quello di scavare un abisso tra te e
quel miserabile, di colmare quello che avevi scavato fra me e te e
ritornare fra le mie braccia. Chissà... forse ti avrei perdonato.
--Non ne ebbi il coraggio. Mi facevi paura.
--E oggi?
--Oggi...
--Ebbene?
--Mi fai ribrezzo!
Ahmed emise un ruggito, un ruggito simile a quello che emette il leone
quando è colpito a morte. Egli si avventò come un pazzo contro Fathma,
se la serrò contro il petto facendole scricchiolar le ossa, la baciò,
le morse furiosamente i neri e lunghi capelli ripetendo:
--Ti odio e ti amo immensamente.
Fathma, spaventata, cercò di sciogliersi da quella stretta e di
sottrarsi a quei baci che le facevano l'effetto di tanti colpi di
pugnale.
--No, no, gridò Ahmed delirante. Non mi fuggirai più, io ti amerò
anche se tu non vorrai, io ti farò mia dovessi impiegare la forza.
Egli l'aveva abbrancata ancor più strettamente e la trascinava verso
l'_angareb_. Fathma gettò un grido.
--Lasciami, Ahmed! Lasciami! gridò ella dibattendosi disperatamente.
Il Mahdi la guardò con occhi di fuoco.
--Sei mia! sei mia! le fischiò agli orecchi.
--Lasciami, lasciami! rispose Fathma mordendolo in un braccio. Non
appartengo più a te. Sono di Abd-el-Kerim.
--Ti amo, Fathma! Ti amo!
--Ti odio, ti maledico, ti disprezzo!
Ahmed cercò di rovesciarla sull'_angareb_. Fathma balzò in piedi come
una leonessa, poi alzando il pugno lo lasciò cadere sul volto del
Mahdi che si coprì di sangue.
Ahmed digrignò i denti. La sollevò, la scosse come una piuma, e la
scagliò a rompersi il capo contro la parete.
--Fathma! diss'egli con terribile calma. Sei perduta!...
CAPITOLO XI.--Il perdono.
El-Mactud era verde per l'ira e si rodeva d'impazienza. Cinque
interminabili giornate erano trascorse da che aveva dato nelle mani di
Ahmed, Fathma, e non ancora gli era pervenuta la tanto desiderata
grazia di Notis.
Venti volte, lo sceicco, che aveva una paura fortissima che Ahmed lo
avesse corbellato, aveva chiesto di entrare nel _tugul_ e venti volte
gli avevan risposto che Ahmed non riceveva nessuno. Stava per uscir
dai gangheri e ricorrere a qualche mezzo estremo a rischio di farsi
tagliare la testa, quando il mattino del sesto giorno vide i tre vizir
del campo Ibrahim, Juban e Ahmed e Gustavo Klootz[1] entrare in furia
nel _tugul_ del Mahdi.
[1] Gustavo Klootz era stato servo del Barone di Cettendorfs, poi
di O'Donovan, _reporter_ del _Daily-News_. Due o tre
giorni prima della battaglia di Kasghill era scomparso dal campo
e alcuni dissero che aveva informato il Mahdi delle forze che
conducevano Hicks e Aladin pascià. L'illustre missionario
D. Luigi Bonomi mi disse che Klootz era incapace di tradire così
slealmente gli egiziani.
Presso le orde passava per un confidente del Mahdi; D. Bonomi mi
disse che lo era solamente in apparenza. È certo però, che
consigliava talvolta il Profeta.
Gustavo Klootz cercò spesso di migliorare la triste sorte dei
missionari prigionieri.
Con un salto lo sceicco fu alla porta della capanna. Aveva compreso
che qualche cosa di grave era accaduto e che forse lo riguardava. Dopo
di aver insistito, ma invano, per entrare, si rassegnò ad aspettare
che i _vizir_ uscissero per interrogarli.
Non corse molto tempo che uno di essi, Juban, comandante delle truppe
irregolari, comparve. Egli mosse incontro allo sceicco che brontolava
a pochi passi dalla capanna.
--Cercava appunto te, gli disse il vizir.
--Ne era ben tempo, rispose El-Mactud.
Juban si trasse dalla cintola una pergamena arrotolata e la porse allo
sceicco che la prese con vivacità.
--Questa è la grazia che tu hai chiesto. Vattene, ma non dimenticare
che questa grazia l'hai ottenuta condannando a morte la più bella
donna del Kordofan.
--Che intendi di dire? chiese lo sceicco tremando. Spiegati, _vizir_.
--Han condannato a morte la povera Fathma.
--Giusto Allàh!
--Fra un'ora Yokara l'annegherà nel lago Tscherkela. Vattene,
traditore, nè osa comparirmi più dinanzi. Io ti disprezzo.
Il _vizir_ gli volse sdegnosamente le spalle e rientrò nel _tugul_.
El-Mactud, trasecolato, rimase lì, colla testa china sul petto e le
labbra strette, strette.
--Han condannato a morte l'_almea_! mormorò egli con isgomento. E sono
stato io a darla nelle loro mani. Povera donna!... Orsù, cacciamo le
emozioni in fondo al cuore e tiriamo avanti. È l'inviato di Dio che
l'ha condannata. D'altronde non vi era altro mezzo per salvare il
greco.
Si passò a più riprese la mano sulla fronte e terminò col crollare le
spalle. Si avvicinò a Medinek, il quale teneva per le briglie un
magnifico cavallo nero, di razza abù-rof, che scalpitava
impazientemente e rodeva il freno macchiandosi il lucente petto di
candida bava.
--Tu rimarrai qui, gli disse lo sceicco. Qualunque cosa accada, non ti
allontanerai dal _tugul_ di Ahmed.
Balzò agilmente in arcione, cacciò un paio di pistoloni nelle fonde
della sella, raccolse le briglie e lanciò l'ardente corsiero sulla via
di El-Obeid.
I _muezzin_ dall'alto degli esili minareti invitavano i credenti
all'_ed-dòkr_ (preghiera del mezzodì) quando lo sceicco giungeva alla
capanna dove era custodito il prigioniero.
Alcuni guerrieri erano accocolati dinanzi alla porta, pranzando con
fegato di cammello condito con pepe rosso, fiele e orina di mucca[1].
Vedendo lo sceicco arrestarsi e scendere da cavallo, s'alzarono come
un sol uomo brandendo le lancie e i loro moschettoni.
[1] I sudanesi usano condire tale cibo con orina quando non hanno sale.
--Chiamatemi il vostro capo, disse El-Mactud. Ordine dell'inviato di
Dio!
Un istante dopo sulla soglia della capanna appariva un negro
riccamente vestito e armato fino ai denti. Quest'uomo era Omar.
--Sei tu il capo di questa gente? gli chiese El-Mactud.
--Sì.
--Leggi, disse lo sceicco, consegnandogli la pergamena del Mahdi.
Omar l'aperse e vi gettò sopra gli occhi. Tosto trasalì come un
condannato che vede la mannaia del carnefice levarsi improvvisamente
sulla sua testa e fece un gesto di disperazione.
--Graziato!... Notis graziato!... balbettò egli. Questa pergamena è
falsa! Non può essere... non può essere!
--Bada ai casi tuoi, disse El-Mactud minacciosamente. Porre in dubbio
una pergamena dell'inviato di Dio è pericoloso per la testa di un
uomo.