--Miserabile! urlò l'arabo saltando in piedi, fuori di sè.
Il Mahdi, vedendo che il prigioniero stava per avventarglisi addosso,
indietreggiò sguainando la scimitarra e gettò un acuto fischio.
Yokara, il gigantesco carnefice, balzò nella stanza abbrancando a
mezzo corpo l'arabo. Gli bastò un pugno solo per atterrarlo e ridurlo
all'impotenza.
--Lega quest'uomo al palo, disse Ahmed sdraiandosi indolentemente
sull'_angareb_.
Il carnefice sollevò l'arabo che non dava quasi più segno di vita e lo
legò solidamente al palo con forti correggie di cuoio.
--Fallo ritornare in sè, poi gli straccerai le carni a colpi di
_corbach_.
--Sta bene!
Il miserabile si avvicinò al braciere, levò uno degli _jatagan_, prese
i pollici dell'arabo e li serrò attorno al ferro incandescente.
La carne scoppiettò a quel contatto e per l'aria si sparse un
nauseante odore di bruciaticcio. Abd-el-Kerim giuzzò come fosse stato
toccato da una scarica elettrica; un rantolo soffocato gli rumoreggiò
in fondo alla gola. Riaprì gli occhi girandoli all'intorno.
--Eccolo svegliato, ripigliò il carnefice deponendo il ferro.
--Devo mettere in opera il _corbach_?
--Non ancora, disse Ahmed. Lascialo che rinvenga del tutto.
Infatti Abd-el-Kerim rinveniva. Suo primo moto fu quello di torcere i
polsi tentanto di rompere i legami, poi si abbandonò addosso al palo
gemendo lugubremente. Le dita calcinate al contatto del ferro rovente
dovevano farlo soffrire atrocemente.
--Fathma!... mormorò lo sventurato con voce semispenta. Fathma!...
Ahmed digrignò i denti e la sua ira accrebbe smisuratamente a
quell'invocazione disperata.
--Ah! maledetto! brontolò egli. Ancora la chiami? Ma non la vedrai
più, te lo giuro. Quando uscirai dalle mie mani per passare in quelle
del tuo nemico, sarai un uomo rovinato per sempre.
S'avvicinò alla sua vittima e toccandola in mezzo al petto:
--Mi riconosci? gli chiese.
--Che mi hai fatto? rantolò Abd-el-Kerim. Io soffro... soffro
atrocemente... mi hanno arso le mani...
--Mi riconosci? ripetè Ahmed, avvicinandosi vieppiù.
--Sì, ti conosco... vendicativo uomo.
--Rispondi alla interrogazioni che ti farò, se vuoi salvare la vita.
Che hai fatto di Fathma? Dove si trova?
--Lasciami in pace...
--Abd-el-Kerim! gridò Ahmed gravemente. La morte ti sfiora colle sue
nere ali. Rispondi: dove si trova Fathma?
--Ma non capisci che io l'ho perduta, che fui separato da lei a
Hossanieh, che mi fu rapita?
--Da chi?
--Da un uomo che era mio rivale.
--Chi è quest'uomo?
--Un soldato un'anima dannata, un... S'arrestò agitando le dita
calcinate e gemendo ancor più lugubremente. Un copioso sudore
irrigavagli il volto e il petto gli si sollevava affannosamente.
--Dimmi, dov'è quest'uomo? gli chiese Ahmed in preda ad una
esaltazione indicibile.
--Non lo so... credo che sia morto...
--Tu vuoi ingannarmi. Olà, carnefice, fa il tuo dovere.
Yokara a quel comando impugnò un grosso staffile, un _corbach_ di
pelle d'ippopotamo, flessibile e insanguinato. Lo fece girare e
fischiare attorno al capo, poi applicò un terribile colpo sul petto di
Abd-el-Kerim, tracciando un segno violaceo.
L'infelice gettò un urlo strozzato, un urlo di dolore e si rovesciò
contro il palo.
--E uno, contò Ahmed, Percuoti, percuoti, duro fino a che le carni
siano lacerate. Allora vi introdurrai la morte.
Il carnefice, cieco istrumento del terribile profeta, si mise a
sferrare rabbiosamente l'arabo che era di già svenuto. La pelle si
coprì di solchi azzurrognoli, violacei, rossi, poi si lacerò.
Il sangue incominciò a scorrere abbondantemente giù per
quell'inanimato corpo, formando in terra una larga pozza.
--Percuoti! percuoti! ripeteva ferocemente Ahmed.
E il carnefice percuoteva senza posa e senza pietà, facendo volare per
l'aria goccie di sangue che macchiavano le pareti e il soffitto del
_tugul_ e staccando lembi di pelle.
Ad un tratto si fermò.
--Padrone, diss'egli esitando, se continuo così lo uccido.
--Lo credi? chiese Ahmed ironicamente.
--Te lo assicuro. È mezzo morto di già.
--Questi arabi sono di ferro, tuttavia basterà così Ora, introduci
nelle ferite la morte.
Yokara slegò Abd-el-Kerim che non respirava quasi più tutto
scorticato, tutto rosso di sangue, colla faccia spaventosamente
alterata e gli occhi stravolti, schizzanti dalle orbite. Lo depose a
terra, vi gettò sopra un mastello di acqua poi mandò un fischio.
La tenda si alzò ed apparve uno spaventevole negro, un essere
mostruoso, ributtante; orribile a vedersi.
Era alto, scarno, col volto smunto, ossuto, gli occhi infossati e
accesi e sul suo corpo dinanzi e di dietro vedevansi dei tumori più o
meno grossi di un pugno e di una forma strana. La pelle dell'addome e
del petto era screpolata, ulcerata e lasciava qua e là vedere la viva
carne.
Ahmed fe' un gesto di ribrezzo.
--Sei pronto a subire l'operazione? chiese tranquillamente il
carnefice.
--Quando l'inviato di Dio me lo comanderà, mi farò tagliare in
diecimila pezzi, rispose il mostro.
--Distenditi a terra. Mi accontenterò di un solo verme.
L'altro ubbidì. Il carnefice impugnò un coltello dalla lama sottile e
ben arrotata, tastò un tumore dei più grossi e si pose a tagliarlo
lentamente, a strati, senza che il paziente desse segno di provare il
menomo dolore.
Il sangue colava, ma l'operatore continuava a tagliare
imperturbabilmente.
Due minuti dopo s'arrestava. Depose il coltello aprì colle dita il
tumore e trasse, con grande precauzione, un verme bianco, rotondo,
grosso tutt'al più come uno spago forzino e non più lungo di sessanta
centimetri.
--Cos'è? chiese Ahmed che seguiva attentamente quella strana
operazione.
--Un _filare di Medina_, rispose il carnefice.
Ruppe in due lo schifoso animaletto che contorcevasi disperatamente,
facendo uscire un liquido biancastro, spesso, granuloso,
attaccaticcio. Egli lo raccolse in un guscio d'uovo di struzzo.
--Vedi, disse volgendosi verso Ahmed, questo liquido è formato da
piccolissimi vermicelli, i quali non chiedono altro che di essere
introdotti nel corpo di un uomo per ingrandire.
--Ebbene?
--Io verso questo liquido sulle ferite del prigioniero. I piccini
troveranno alimento nel sangue, ingrandiranno e si costruiranno una
specie di nicchia fra la pelle e la carne. Fra qualche mese quel
povero diavolo diverrà spaventevole come il negro che tu hai dinanzi.
--E guarirà?
--No, deperirà lentamente, lentamente, a meno che non trovi un uomo
tanto abile che gli estragga questi terribili succhiatori di sangue,
il che non è probabile. Sarai ampiamente vendicato.
--È orribile.
--Dici spaventevole.
--Non monta, termina.
Il gigante si avvicinò ad Abd-el-Kerim, gli sollevò la pelle lacerata
in diversi luoghi, e lasciò cadere goccia a goccia il liquido fatale
che doveva ucciderlo.
--Ora, diss'egli, puoi darlo all'uomo che lo aspetta.
Ahmed con un gesto gli intimò di ritirarsi insieme al negro, poi tornò
a battere le mani. La porta d'entrata si aprì e apparve il beduino
ammantellato fino agli occhi.
Scorgendo Abd-el-Kerim a terra e in quello stato, la sua faccia si
illuminò e un sorriso diabolico, un sorriso di feroce gioia, apparve
sulle sue labbra.
--Mi sono vendicato, gli disse Ahmed con voce cupa. Ti abbandono il
prigioniero e ricordati che se lo ammazzi te ne sarò grato.
--Grazie, Ahmed, rispose il beduino. So cosa devo fare di quest'uomo
che odio con tutte le forze dell'anima mia.
Quattro guerrieri entrarono nel _tugul_, gettarono una tela sul corpo
dell'infelice arabo e lo portarono via.
CAPITOLO VI.--Lo scièk Abù-el-Nèmr.
Era il dopo pranzo dell'ultimo giorno di luglio. Pel cielo correvano
disordinatamente densi nuvoloni di una tinta lattea, spinti da un
vento impetuosissimo e caldissimo. Alcuni goccioloni di pioggia
tiepida cadevano pesantemente sulle tende e sui _tugul_ del campo
sudanese, e in lontananza lampeggiava e brontolava di tratto in tratto
il tuono.
Le innumerevoli orde del Mahdi, secondo il solito, erano tutte in
movimento, occupate ad esercitarsi coi cannoni, colle mitragliatrici e
coi remington, tolti agli egiziani a Kasghill, od a destreggiarsi con
finte scaramuccie, o a marciare per colonne o in quadrato o a operare
ritirate e tentare assalti, o a costruire fortini, trincee, terrapieni
o bastioni sotto la condotta dei loro sceicchi.
In mezzo al campo, sulla cima di una collinetta, se ne stava tutto
solo un individuo che pareva non si occupasse affatto di quanto
succedeva a lui d'intorno. Questo individuo era un beduino, quello
stesso che aveva tradito Abd-el-Kerim.
Ammantellato accuratamente, egli passeggiava innanzi e indietro, colla
testa china sul petto, la fronte aggrottata e gli occhi accesi da una
cupa fiamma.
Di tratto in tratto arrestavasi, volgeva uno sguardo di fuoco verso le
tempestose nubi e colla faccia alterata si chiedeva:
--Verrà?...
Aveva di già compiuto più di cento volte il giro della collina
ripetendo altrettante volte quella interrogazione che facevalo
diventare sempre più cupo, quando un fischio stridulo, vibrato,
bizzarro, pervenne al suo orecchio. Alzò vivamente le braccia e girò
intorno un rapido sguardo; le rughe della sua fronte si spianarono e
le sue labbra si contrassero ad un sorriso.
Un negro, lo sceicco El-Mactud, era sbucato improvvisamente da una
macchia e saliva rapidamente la collina. Il beduino s'affrettò a
muovergli incontro.
--Ebbene? gli domandò con ansietà che invano cercava di nascondere.
--La va male, rispose lo sceicco asciuttamente.
--Ira di Dio!... È morto?
--Tutt'altro, è vivo. Le ferite si sono rinchiuse.
--E allora?....
--Siedi ed ascoltami attentamente.
Il beduino e lo sceicco si sdraiarono per terra.
--L'ho visitato or ora assieme ad un mio amico che se ne intende di
medicina, ripigliò El-Mactud, il povero diavolo è fuori di pericolo,
ma abbiamo scorto sul suo corpo lo traccie di un terribile male che lo
condurrà alla tomba.
Un trasalimento nervoso scompose per alcuni secondi il viso del
beduino.
--Qual male? chiese egli con maggior ansietà.
--Il corpo dell'arabo è tutto coperto di tumori grossi quanto i tuoi
pugni e che sembrano lì per lì per iscoppiare. Io ho paura che sotto
quei tumori vi sieno dei vermi, dei _filari di Medina_.
--Dei vermi?....
--Sì, dei vermi che a poco a poco ridurranno in uno stato
compassionevole Abd-el-Kerim. Lo faranno diventare uno scheletro.
--Ma chi mai introdusse questi terribili _filari_ nel suo corpo?
--Probabilmente un uomo.
--Chi?
--Il vendicativo Ahmed.
Un ruggito irruppe dal petto del beduino.
--Ah! cane! esclamò egli con trasporto furioso.
--Non offendere l'inviato di Dio, disse gravemente El-Mactud.
--Ma questo inviato di Dio ha mancato alla sua parola, mi capisci
El-Mactud. Mi aveva giurato di darmi nelle mani quell'uomo vivo.
--E non te lo ha dato vivo?
--Ma colla morte nel sangue.
--Ahmed è più furbo di noi, ecco tutto.
--È più birbante.
--Zitto, non offendere.
--Sia pure, giacché lo vuoi. Dimmi non vi è alcuna medicina che possa
guarire l'arabo? Mi narrarono che parecchi uomini colpiti
dall'identico male furono salvati.
--Lo narrarono anche a me, ma ci vuole un medico esperto per far
uscire i _filari_, e nel campo non ve n'è che uno.
--Chi è?
--Ahmed, credo.
--Ma non vorrà mai fare una tale operazione.
--Certamente, poichè fu lui ad introdurre i _filari_ nel corpo
dell'arabo.
--E allora?
--Potresti parlargli. Non perderai nulla a tentarlo.
--Quanto potrà vivere Abd-el-Kerim?
--Non saprei dirtelo, ma probabilmente parecchi mesi, forse anche
qualche anno.
--Andrò subito a parlare ad Ahmed. Bisogna che lo salvi.
Lo sceicco lo guardò con stupore.
--Non capisco più nulla, disse. Lo tormenti e vuoi salvarlo.
--Ho le mie buone ragioni per agire così, rispose il beduino.
--Così deve essere.
--Dov'è Ahmed?
--L'ho visto or ora entrare nella capanna dei missionari.
--Se va a trovare i prigionieri dev'essere di buon umore. Andrò alla
capanna.
--Ed io, che cosa devo fare?
--Ritornerai al baobab. Questa sera ti raggiungerò e probabilmente
parlerò col prigioniero.
--Ti riconoscerà?
--Non dubitarne.
--Il beduino tornò ad ammantellarsi e discese la collina inoltrandosi
fra le tende.
Cinque minuti dopo giungeva in mezzo all'accampamento e precisamente
dinanzi ad una capanna semi-cadente, costruita con rami e coperta di
foglie. Attorno v'erano numerosi guerrieri e parecchi _dervis_.
--Dov'è Ahmed-Mohammed? chiese il beduino, facendosi largo.
--Nella capanna, rispose un guerriero d'atletica statura. Là dentro si
muore.
--Chi è che muore?
--Una delle prigioniere.
--Brigante di Ahmed, borbottò il beduino.
Si avvicinò alla porta e guardò nell'interno con viva curiosità.
Là, nel mezzo, sulla nuda terra, giaceva una donna orribilmente
pallida smunta, ischeletrita, in preda agli ultimi aneliti. Attorno ad
essa v'erano undici persone dalla tinta bianca, ischeletrite dalla
fame, dalle sofferenze, dall'angoscia, dai terribili calori del sole
equatoriale, coi capelli arruffati e le scarne membra appena coperte
da cenciose camicie pullulanti di schifosi insetti.
Quei miseri, condannati a soffocare là entro, colla scimitarra sempre
sospesa sopra la loro testa, erano i missionari veronesi don Luigi
Bonomi, il laico Regnotto, suora Gregolini, suor Caprini, suor
Chincarini e suor Venturini, la negra Coassè, allieva dell'istituto
veronese don Mazza, il chierico Locatelli di Bergamo, don Rossignoli
di Frascati, don Ohrwalder Trento e suor Corsi di Barletta[1].
[1] I missionari erano stati fatti prigionieri, assieme alle suore
parte a Gebel-Nuba e parte a El-Obeid. Il Mahdi aveva ordinato
alle sue orde di tormentarli qualora uscissero della loro
capanna.
L'illustre missionario don Luigi Bonomi, mi narrò che un giorno,
il Mahdi, esasperato perchè non abbracciavano la sua religione,
in pieno mezzogiorno, alla presenza di tutto l'esercito, li fece
scendere in campo minacciandoli di morte. Visto che il terrore
non faceva effetto, li lasciò languire quattro lunghi mesi nella
loro capanna, quasi ignudi e senza mezzi di sussistenza.
Da quel giorno i guerrieri furono lasciati liberi di maltrattare
i poveri missionari e si può immaginare in qual modo ne
abusassero.
Due suore e un laico morirono.
La misera che stava per spirare, uccisa dalle febbri e dagli spaventi,
era suor Pesavento di Montorio Veronese.
Il beduino, vedendo il Mahdi ritto in mezzo alla capanna cogli occhi
fissi sulla moribonda, cercò di entrare ma fu respinto dalla guardia
baggàra.
--Lo aspetterò, diss'egli sedendosi a poca distanza dalla capanna.
Mezz'ora trascorse prima che Ahmed uscisse. Era assai preoccupato, ma
a quanto pareva, non di umore nero.
Il beduino lo seguì fino alla cima di una collina che dominava il
campo e arditamente gli si presentò.
--Ah! sei tu amico! esclamò Ahmed, con un sorriso ironico. Come sta
l'uomo che ti donai?
--Molto male. Ahmed, rispose il beduino. Ha la morte nel sangue.
Sulle labbra del Profeta spuntò un secondo sorriso ironico non meno
beffardo del primo.
--È avvelenato forse? chiese con sottile ironia.
--Peggio che avvelenato. Ha il corpo zeppo di _filari di Medina_.
--Me ne duole per te, del resto lo sapevo.
--Allora devi anche sapere chi lo ridusse in tal modo, disse il
beduino acremente.
--Che vuoi dire? chiese Ahmed, corrugando le sopraciglia.
--Voglio dire che tu conosci la mano colpevole che rovinò il mio uomo.
--Tu sei pazzo. Chi vuoi che sia stato?
--Un uomo che aveva interesse perchè l'arabo crepasse.
--E quest'uomo si chiamerebbe?
--Ahmed Mohammed, disse il beduino audacemente.
--E tu hai coraggio di dirmelo in faccia?
--E perchè dovrei tacere?
--Sai che ti trovo ben ardito?
--A un beduino è permesso di essere ardito.
--Se un altro avesse detto tanto non avrebbe più la sua testa sulle
spalle. Vattene!
--E il mio uomo?
--Che muora.
--Tu manchi ai tuoi giuramenti, Ahmed! esclamò il beduino furibondo.
--Vattene temerario.
--Oh mai! Io voglio che si liberi Abd-el-Kerim dai _filari_ che lo
rodono o che...
--Olà gridò Ahmed. Impadronitevi di quest'uomo e consegnatelo al
carnefice.
Già i _dervis_, tratte le scimitarre, s'avanzavano e già il beduino
aveva impugnato le pistole, quando in lontananza scoppiarono
formidabili detonazioni e acutissime grida.
Ahmed e i _dervis_ udendo quel baccano scesero in fretta la collina.
Il Profeta s'era strappata dal fianco la scimitarra e l'impugnava come
un vero guerriero che si prepara a scagliarsi nella mischia.
--Il nemico!... si urlava da tutte le parti.
Il beduino, rimasto solo, approffittò di quell'incidente capitato così
a buon punto per salvarlo. Si raccomandò alle proprie gambe e andò a
intanarsi in mezzo ad una folta macchia.
--Ira di Dio! mormorò egli. Che succede?
Girò gli occhi all'intorno: tutto il campo era in movimento. I
guerrieri si radunavano in furia disponendosi confusamente in linea di
battaglia, cogli scudi in mano e le lance in resta. La cavalleria si
ordinava alla meglio empiendo l'aria di urla selvaggie.
Si trascinavano i cannoni e le mitragliatrici, si caricavano i
moschetti e i remington, si abbattevano le tende e si occupavano le
capanne le trincee, i terrapieni, i ridotti di terra. Gli sceicchi
galoppavano per ogni dove cercando i propri battaglioni, comandando,
strepitando.
--Il nemico! il nemico! si vociava dappertutto.
--Ira di Dio! ripetè il beduino. Cosa succede? Che sia il colonello
Coetlegan che attacca queste canaglie? Non ci mancherebbe che questo.
Oh!...
L'esclamazione gli fu strappata da un formidabile rullare di _noggàra_
e di _darabùke_ e da un grido immenso che echeggiò in lontananza:
--Viva lo _scièk_ Abu-el-Nemr!
Le file degli insorti si ruppero come per incanto. Lasciarono i
cannoni, le trincee e persino le armi per riversarsi verso il sud
ripetendo il grido.
--Viva lo _scièk_ Abù-el-Nemr!
Fra una grande nuvola di polvere, il beduino scorse una grossa tribù
di guerrieri che moveva rapidamente verso il campo colle bandiere del
Mahdi spiegate. Respirò rumorosamente, liberamente, come se gli si
fosse levato di dosso un gran peso.
I creduti nemici erano i guerrieri dello _scièk_ Abù-el-Nèmr che
ritornavano dalla guerra. Alla loro testa comminava un bel nero dal
nobile portamento, colle braccia e le gambe cariche di anelli di rame,
un turbante verde ricamato d'argento, sul capo, e avvolta attorno al
corpo una gran _farda_ azzurrina trapunta in oro.
Le genti del Mahdi si affolavano attorno a lui urlando sempre con
crescente forza:
--Salute ad Abù-el-Nèmr!
Il cavaliere diresse il bianco destriero verso Ahmed che si era
fermato ai piedi della collina circondato dai suoi _dervis_ e dalla
sua scorta di Baggàra, saltò a terra e gli baciò la mano.
Fra lo _scièk_ e l'inviato di Dio vennero scambiate alcune parole, poi
quest'ultimo prese per la mano il primo e lo condusse sulla collina,
facendo segno a tutti gli altri di non seguirlo.
Essi si arrestarono a pochi passi dalla macchia, in mezzo alla quale
tenevasi prudentemente celato il beduino.
--Ebbene, Abù-el-Nèmr, disse Ahmed dopo di aver gettato uno sguardo
all'ingiro come per assicurarsi che nessuno poteva udirlo. Come andò
la spedizione?
--I Scilluk che si erano ribellati li abbiamo interamente distrutti,
rispose lo sceicco. Trionfiamo su tutta la linea.
--Non abbiamo più nemici, adunque, dinanzi a noi?
--Non abbiamo più nessuno. La battaglia di Kasghill ci ha aperto la
via che mena a Chartum.
--Dov'è il colonello Coetlegan? Mi si disse che accampava sulla rive
del Bahr-el Abiad.
--Appena ebbe sentore della strage di Kasghill si è affrettato a
guadagnare Chartum ed ora sta organizzando la difesa di questa città.
--Credi che opporranno resistenza gli abitanti di Chartum?
--No, anzi ci aiuteranno a massacrare le truppe egiziane. Ho mandato
dei _dervis_ in quella città e fanno attiva propaganda. Quasi tutti
gli arabi e i sennaresi abbracciano con entusiasmo la nuova religione.
--Sicchè fra qualche mese noi potremo rimetterci in marcia.
--Anche domani se tu lo volessi; la strada è libera.
--E di Osman Digma, ne sai nulla tu?
--Si trova sulle rive del mar Rosso, rispose lo sceicco, e tira a sè
tutte le tribù beduine che trova sul suo cammino. Tra non molto
tenterà un attacco contro Suakim.
--È questa città che mi occorre sopratutto.
--Perchè?
--Per passare il mare e sbarcare alla Mecca
--Ah! Tu hai questo progetto!
--Sì, lo ho, e ti giuro su Allàh, Abù-el-Nèmr, che io lo compierò: è
la missione impostami da Dio. Sarà là che io abbatterò il Sultano dei
turchi; sarà là che lancieremo la scintilla destinata a sollevare a
ribellione tutti i popoli maomettani; sarà là che noi sfideremo la
potente Europa che deride, che perseguita, che cerca di schiacciare,
noi, arabi. Coll'aiuto di Allàh e col nostro valore, noi assorbiremo
ed Europa, ed Africa e Asia.
--Il progetto è bello, superbo. Ma riusciremo noi?
--Si riuscirà. Lo sento.
Ad un tratto la fronte di Ahmed s'oscurò e un profondo sospiro gli
uscì dalle labbra. Lo sceicco lo guardò con sorpresa.
--Che hai, Ahmed? gli chiese. Forse che qualche presentimento ti ha
morso il cuore?
--No, mormorò il Mahdi.
--E allora?...
Ahmed lo guardò in silenzio per alcuni istanti, poi gli si avvicinò e
prendendogli strettamente le mani gli disse con impeto selvaggio:
--Ne hai udito parlare tu?
--Di che? chiese lo sceicco.
--Di quella donna che io ho tanto cercato, di Fathma infine.
Lo sceicco trasalì. Parve sorpreso e insieme sgomentato. Non seppe
cosa rispondere a quella brusca interrogazione che forse era mille
miglia lontano dal aspettarsi.
--Mi hai compreso? gli chiese Ahmed.
--Sì, ti ho compreso, balbettò Abù-el-Nèmr
--Ebbene, hai saputo nulla di lei?
--No, no, nulla... assolutamente nulla!
--Maledizione!
--Hai forse saputo... dove sia?
--Se l'avessi saputo a quest'ora sarebbe nelle mie mani. L'ho cercata
per ogni dove, ho interrogato mille persone e senza frutto. Speravo
che tu mi recassi qualche notizia.
--Ma che vorresti fare di Fathma? Non l'hai, adunque ancora
dimenticata?
--Non ancora. Oh! se potessi trovarla!
--Ebbene?
--Non sai nulla adunque, cosa è accaduto nel campo?
--No, mormorò lo sceicco che tornò a trasalire.
--Ho trovato l'uomo che fu l'amante di Fathma.
--Oh!...
Abù-el-Nemr aveva fatto due passi indietro e guardava Ahmed con
ispavento. Era diventato cinereo e tremava in tutte le membra come se
fosse stato assalito da una tremenda febbre. Sembrava istupidito,
pietrificato.
--Lui, nelle tue mani! balbettò alfine. Lui prigioniero!... Oh!...
--Ma che hai? gli chiese Ahmed con stupore. Sono dieci minuti che ti
osservo e che vedo i tuoi lineamenti scomporsi in istrana guisa.
--Aspetta gli disse Abù-el-Nemr con voce sorda, A quale razza
appartiene quell'uomo?
--È arabo.
--Arabo!... E si chiama?
--Abd-el-Kerim!
Una bestemmia uscì dalle labbra dello sceicco.
--È lui!... esclamò.
--Lui!... ma lo conosci tu? Spiegati, Abù, che io non capisco
assolutamente nulla.
--Odimi. Ahmed. Un giorno mi trovavo nelle foreste del Fiume Bianco,
quando m'imbattei in un ufficiale egiziano ferito. Ebbi compassione di
lui, lo posi sulle mie braccia, lo trasportai nel mio campo e lo
medicai coll'amore di un fratello... Guarì, mi giurò che avrebbe
abbracciato la nostra religione e io gli credetti.
--Ah! fe' Ahmed, con un sorriso ironico.
--Erano passati due mesi, quando una notte ebbi la brutta idea di
invitarlo a cacciare il leone. Io camminavo innanzi e lui camminava
dietro a me. Avevamo percorso parecchie miglia, quando quel miserabile
scagliossi a tradimento su di me cacciandomi la sua scimitarra in una
coscia.
--Caddi a terra. Lui mi calpestò, mi sferzò il volto con un _corbach_
poi, non contento, mi sputò in fronte. Mi capisci, Ahmed, egli sputò
in fronte ad uno sceicco del Kordofan, ad un sceicco che gli aveva
salvata la vita anzichè tagliargli la gola.
--Ah! la è così! esclamò Ahmed.
--Sì, proprio così. Io lo cercai questo miserabile, e non fui capace
di trovarlo in luogo alcuno. Ora che so che è nelle tue mani, gli farò
pagar caro l'insulto e il tradimento.
--Temo che tu sii arrivato troppo tardi, Abù.
--Perchè?