aspettato invece di uno degli _imani_. Si allungò, non si sa come, il
braccio destro, si fece nascere la verruca[1] sulla guancia destra e
poco prima dell'agosto 1881, dichiarava di essere il _Mahdi_ vale a
dire «colui che Dio guida sulla via retta».
[1] Questa verruca si dice che gli sia stata fornita da un certo
Scandorper, nativo di Meklemburgo, ex lavoratore di capelli e
clown. Questo tedesco, tempo addietro, era stato ai suoi servigi
e suo confidente.
Egli scrisse allora ai fakir che era l'uomo scelto da Dio per
riformare l'islamismo. Malimed Saleh, un _fakir_ dotto e influente, lo
consigliò di mettersi alla testa dei baggàra che lo avean gridato loro
capo e di fare la guerra ai nemici della religione.
Mohammed Ahmed non indugiò ad accrescere vieppiù la schiera dei
proseliti; la maggioranza delle popolazioni vedeva in lui un eletto
del Signore e credeva di peccare verso Allàh a non prestare orecchio
all'appello del _Mahdi_.
Baggàra, Denka, Bongo, Scianghiè, Barabrà, Abù-Rof, Foriani e Arabi
tutti accorsero sotto le sue bandiere e quando egli li ebbe assicurati
che i cannoni dei nemici avrebbero vomitato acqua invece di fuoco e
ferro, e che coloro che cadrebbero sul campo di battaglia salirebbero
in paradiso, cominciò arditamente la ribellione.
Il terreno era mirabilmente adatto per una generale sommossa.
I governatori egiziani colle loro angherie e colle loro crudeltà
avevano ridotto le popolazioni alla disperazione; tutte attendevano
fremendo un'occasione qualsiasi per impugnare le armi e scuotere
l'odioso giogo; tutte attendevano fremendo il dì della vendetta che
doveva essere ben terribile.
L'Egitto, venuto a conoscenza dei primi movimenti insurezionali,
intimò al Mahdi di recarsi a Chartum. Non avendo Mohammed risposto,
Reuf pascià, governatore del Sudan, gli spedì contro un battaglione di
scilluk.
Il profeta era preparato. I scilluk furono distrutti dalle sue orde.
Reuf, sgomentato, affrettossi a spedire nel Sudan una forte colonna di
truppa sotto gli ordini di Rescid-Bey, ma ebbe ugual sorte; caddero
sul campo dal primo all'ultimo.
Il pericolo s'avvicinava. Reuf in persona, con 3000 uomini, si mise in
campagna e riuscì a sconfiggere le orde dei ribelli.
Ma Mohammed non era uomo da scoraggiarsi nè da cedere così facilmente
il campo.
Riparò al sud del Sennar, levò nuove tribù, risalì il Bahr-el-Abiad e
la primavera del 1882, scontratosi a Kadir con Reuf pascià e i suoi
8000 uomini, li sconfiggeva. Appena 27 egiziani scamparono al
massacro.
Tale vittoria ebbe un'eco grandissima nei deserti africani. Tutte le
popolazioni si entusiasmarono per questo fatto che aveva profondamente
impressionato la loro vivace fantasia. L'esercito del Mahdi si
accrebbe colla rapidità del lampo come si accrebbe smisuratamente il
suo prestigio. Tutti volevano prender parte a questa guerra santa,
tutti volevano combattere sotto gli ordini di un inviato di Dio.
Mohammed Ahmed proseguì la sua marcia vittoriosa nel Sudan preceduto
da un'avanguardia di _dervisci_ che usavano tutte le loro arti per
rendere infedeli le truppe del vicerè d'Egitto.
Il novembre 1882 le sue orde entravano nella cittadella di Bara dopo
di aver massacrato 850 basci-bozuk che si recavano a El-Obeid, e 1000
egiziani che si recavano nella città da lui presa.
Il 15 gennaio, dopo un assedio di parecchi mesi, entrava in El-Obeid,
la capitale del Kordofan; 3500 egiziani furono trucidati e gli altri
passarono sotto le sue bandiere.
L'Egitto, occupato a guerreggiare contro Arabi-pascià, non pensava più
al Sudan e la rivoluzione ingigantiva facendo scomparire tutte le
guarnigioni egiziane abbandonate nelle città. Ma la fortuna del Mahdi
s'oscurò e la sua potenza per qualche tempo vacillò e corse pericolo
di sfasciarsi.
Il governo egiziano, uscito salvo dalla rivoluzione d'Arabi-pascià e
datosi in braccio all'Inghilterra, non tardò a spedire nuovi eserciti
nei paesi sollevati a rivolta. Il Mahdi il 23 febbraio del 1883 veniva
rotto da Abd-el-Kerim a Mikrai-el-Datkel; il 12 marzo subiva la
seconda sconfitta da Soliman pascià, e il 29 aprile la terza da Hicks
e Aladin pascià presso la fortezza di Kava sul Nilo.
Il Mahdi fu obbligato a ritirarsi nel Kordofan, ma la sua stella, per
un momento offuscata, ritornò a brillare più splendida che mai.
Spediti Osman Digma e Mohammed Taher nel Sudan orientale, l'uno come
emiro e l'altro come ulema principale, a sollevare i beduini, riprese
la marcia interrotta dalle precedenti sconfitte. Saputo che Aladin e
Hicks pascià con 11,000 egiziani si avanzavano verso la sua capitale,
il 2 novembre, alla testa di oltre duecentomila guerrieri movevasi ad
incontrarli e li massacrava tutti a Kasghill.
Liberato il paese da tutti quei prepotenti che il 1876 l'avevano
invaso o rovinato, il povero fakir, diventato terribile guerriero, si
ritirava sotto El-Obeid dove lo troviamo attualmente nell'umile sua
capanna.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ahmed Mohammed tenente arabo, si era arrestato colla fronte
aggrottata, accarezzandosi nervosamente la nera e folta barba. I suoi
occhi che mandavano lampi di viva luce con riflessi a due colori, si
fissarono in quelli dell'arabo che si sentì affascinato nell'egual
guisa che gli uccelli si sentono affascinati dallo sguardo dei
serpenti.
--Chi sei? chiese Ahmed, dopo alcuni istanti di muta contemplazione.
L'arabo a quella interrogazione si scosse; un fremito passò sul suo
volto che divenne livido.
--Abd-el-Kerim, articolò egli.
--Sei arabo, se non m'inganno.
--Sì, sono arabo, nativo di Berber.
--Sai chi io sono?
--Mohammed Ahmed.
--No, disse il profeta, Sono il Mahdi!
--Come vuoi.
--Non lo credi?
Abd-el-Kerim non rispose, ma sostenne impavido lo sguardo di fuoco che
gli slanciò Ahmed.
--A quale esercito appartenevi? chiese il Profeta cangiando tono.
--A quello di Dhafar pascià.
--Sicchè tu sei partito da Chartum?
--Non lo nego.
--Dove ti hanno fatto prigioniero?
--Presso El-Dhuem.
--Sai cosa è accaduto dell'armata di Hicks pascià?
--L'ignoro.
Il Mahdi battè tre volte le mani. Un _iman_ entrò quasi subito
portando un sacco legato.
--Sai cosa contiene questo sacco? chiese Ahmed all'arabo.
--No.
Ahmed aprì il sacco e tirò fuori una testa umana bruttata di sangue,
priva degli occhi e seccata dall'ardente sole equatoriale.
Egli la mostrò ad Abd-el-Kerim che indietreggiò inorridito.
--La conosci questa testa? chiese Ahmed con accento feroce.
--No, balbettò l'arabo.
--È la testa di Hicks pascià[1]. Io ho distrutto nella foresta di
Kasghill tutto l'esercito egiziano, mi capisci, arabo rinnegato, e ben
pochi sono sfuggiti alla catastrofe e nessuno portò la terribile
novella a Chartum. Io, l'inviato d'Allàh, Mohammed Ahmed, ho fulminato
tutti i nemici che con incredibile audacia marciavano sulla città
santa. Tutti andranno all'inferno: è la punizione di coloro che
rimangono sordi alla voce del Signore.
[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi mi assicurò che quella
testa non apparteneva a Hicks pascià, ma al barone di
Cettendorge, capitano di Stato Maggiore.
--Ah! quanto sei terribile! mormorò Abd-el-Kerim che tremava ancora
per l'emozione.
--È giustizia, rispose Ahmed ricollocando la testa nel sacco.
Poi volgendosi verso l'iman inginocchiato:
--Abù-Mogara, gli disse. Farai collocare tutte le teste dei visi
bianchi sulle porte di El-Obeid, onde tutta la popolazione possa
vederle.
L'iman uscì coll'orribile sacco sulle spalle. Nella capanna regnò per
parecchi minuti un lugubre silenzio, poi il Mahdi, accennando
all'arabo un _angareb_, gli disse:
--Siedi e narrami cosa si dice di me a Chartum, Si crede che io sia
l'inviato di Dio che ha la santa missione di ricostituire l'antico
impero arabo, di raggruppare attorno a me tutti i credenti del
profeta, di porre un argine all'invasione degli infedeli, di fondare
una religione universale colla comunità dei beni?
--No, nessuno lo crede.
Un lampo di collera brillò negli occhi del Mahdi e i suoi denti
stridettero.
--Lo so, che il vice-re Tewfik mi accusa di essere un falso profeta,
sperando di allontanare da me gli arabi che io vorrei salvare dalle
mani degli inglesi, ma non credeva che le popolazioni dividessero
l'opinione di quel miserabile, di quel vigliacco che vendette il suo
regno pur di rimanere sul trono.
Sta bene: non avrò pietà per nessuno. Gli empi cadranno sotto la mia
scimitarra nell'egual guisa che caddero Hicks pascià e i suoi soldati
a Kasghill.
--Ma che pretenderesti di fare colle tue orde?
--Lo vedrai appena saranno terminati i raccolti e organizzate le mio
truppe. Ho sotto di me diciotto tribù che formano un esercito di
duecentomila uomini che non temono nè il ferro, nè il fuoco. Scenderò
in Egitto, e quando sarò entrato nel Cairo e che avrò rovesciato
Tewfik, passerò alla Mecca, per far cadere il sultano dei turchi.
--Ma sai, Ahmed, che abbiamo gl'inglesi in Egitto?
--E credi tu che io abbia paura dell'Egitto?
--Ma ti manderà contro inglesi e abissini. Ahmed alzò le spalle.
--Non li temo, disse. Passerò a fil di spada gli uni e gli altri.
--Sono molti, Ahmed.
--E anche i miei sono molti.
--E se riuscissero a vincerti?
--Non mi avranno vivo. Quando vedrò che ogni lotta sarà vana, mi farò
uccidere alla testa delle mie tribù.
Per alcuni istanti rimase silenzioso colla fronte aggrottata, lo
sguardo cupo, le braccia incrociato sul petto, poi rialzando
bruscamente la testa:
--Sai quale morte ti attende? chiese ad Abd-el-Kerim.
L'arabo, quantunque si aspettasse questa domanda, trasalì e fissò sul
Mahdi due occhi atterriti.
--No, disse poi. Del resto, non la temo.
--Eppure tu sei giovane, bello e mi dissero anche che tu sei prode.
--Eppur desidero la morte, disse l'arabo con profonda tristezza.
--Perchè? che ti è accaduto per desiderare la morte? chiese Ahmed con
sorpresa.
Abd-el-Kerim mandò un sospiro e portò ambe le mani al cuore.
--Ahmed, disse con voce cupa. Se tu avessi posseduto e amato una donna
bella, divina, che ti idolatrava, e poi te l'avessero rapita e forse
uccisa, ti rincrescerebbe il morire? Sai, Ahmed, ho perduto una donna
che io adorava, una donna per la quale io avrei commesso dei delitti e
compiuto dei miracoli. Che importa a me se mi uccidono; quando il
vivere è un continuo tormento, un continuo martirio, un continuo
delirio?
Ahmed indietreggiò emettendo un sospiro che parve un ruggito. Le vene
del collo gli si gonfiarono prodigiosamente, quasicchè volessero
scoppiare e la sua faccia, poc'anzi tranquilla, diventò burrascosa.
Grosse goccie di sudore colavano dalla sua fronte rigandogli le
sfregiate gote.
--Ah! Tu amavi una donna che di poi scomparve! esclamò egli con voce
arrangolata. Sei anche tu infelice; ti compiango! Anch'io rimpiansi
per lungo tempo una donna che io amai con tutte le forze dell'anima
mia e che poi non rividi più.
S'arrestò anelante, commosso e nel medesimo tempo irritato, e si mise
a passeggiare per la capanna colle braccia incrociate e la testa china
sul petto.
--Come si chiamava quella donna? chiese l'arabo nella cui mente gli
balenò un terribile sospetto.
Ahmed si strinse nelle spalle e diventò più cupo.
--Forse si chiamava....
--Chi? domandò Ahmed arrestandosi di colpo.
Abd-el-Kerim stava per pronunciare il nome di Fathma, ma lo assalì una
inquietudine tale, sentì uno stringimento di cuore tale, che non lo
pronunciò.
Ebbe paura che quella donna che aveva tanto amata e che era stata un
tempo la favorita dell'uomo che gli stava dinanzi, fosse la medesima
che il Mahdi rimpiangeva. Vide subito l'abisso in cui stava per
precipitarvi e si arrestò.
--Ebbene? chiese Ahmed. Si chiamava?...
--Non mi rammento più il nome, balbettò l'arabo confuso.
--Te lo dirò io, allora. Era una donna superba, bella come una urì del
paradiso di Mohammed, dagli occhi grandi e fulgidi come diamanti neri,
e dai capelli più fini della seta. Il suo nome era... Fathma!
Abd-el-Kerim si morse furiosamente le labbra per trattenere il grido
che stavagli per sfuggire e tradirlo. Diventò spaventosamente pallido,
vacillò come colpito da una mazzolata sul capo e le braccia gli
caddero senza forze lungo i fianchi.
Il Mahdi amava Fathma! Il Mahdi rimpiangeva la donna che Abd-el-Kerim
aveva tanto amata! L'arabo, pietrificato, credeva di essere lo
zimbello di un sogno.
--Si chiamava Fathma! esclamò con voce soffocata.....
--Sì, rispose il Mahdi che tutto assorto nella sua cupa disperazione
non s'era accorto della commozione dell'arabo. Hai udito parlare, a
Chartum, di questa donna che mi straziò l'anima? Si diceva che era
fuggita in quella città.
--No!... No!... mormorò Abd-el-Kerim che tremava verga a verga.
--Si diceva che era diventata l'amante di un ufficiale arabo. Se
potessi averlo nelle mani quest'uomo... Guai! guai il giorno che la
sua cattiva stella lo condurrà al mio campo...
Abd-el-Kerim coi capelli irti, gli occhi sbarrati, non respirava più.
Egli si chiedeva se quel terribile rivale sapesse che l'amante di
Fathma era il prigioniero che gli stava dinanzi.
--Maledetta donna, proseguì Ahmed. L'amavo, aveva da me tutto quello
che desiderava, aveva a sua disposizione duecentomila guerrieri pronti
a farsi uccidere per lei, era più di una sultana, e mi obliò, mi
abbandonò. Ma verrà forse un dì che la riavrò nelle mie mani e le farò
scontare a caro prezzo il tradimento. Oh! quel dì si pentirà di aver
burlato l'inviato di Allàh!
--Ma è viva, adunque? chiese Abd-el-Kerim che non si teneva più.
--Si dice che è viva, ma nessuno lo assicura.
--Ah!
--Che hai?
--Nulla, mormorò l'arabo prestamente. Ho la punta di una freccia in un
braccio e mi fa soffrire.
--Soffrirai ancora per poco, disse Ahmed con un sorriso crudele.
--Perchè?
--Perchè domani, a meno che non sii protetto da Allàh, morrai.
--Ma io non voglio morire! esclamò l'arabo.
--Come, pochi minuti fa non t'importava di morire ed ora mi dici che
non vuoi morire. Quale cangiamento è mai avvenuto nel tuo animo?
--È entrata una speranza.
--Quale?
--Che la donna che io amai e che credo perduta sia viva come la tua.
Lo sguardo acceso del Mahdi si annebbiò diventando malinconico, quasi
tenero.
--Sai che tu mi piaci? gli disse, posandogli le mani sulle spalle.
--Io!
--Sì, tu mi piaci e vorrei vederti ufficiale nel mio esercito.
Disgraziatamente mi hai ucciso un potente _scièk_ e bisogna che io lo
vendichi.
--Sicchè anch'io morrò?
--No, io ti darò il mezzo di salvarti.
Abd-el-Kerim si gettò ai piedi di Ahmed mandando un grido di gioia.
--Odimi, disse Ahmed, rialzandolo. I miei guerrieri hanno la barbara
abitudine di far sventrare i prigionieri condannati a morte, dai
bufali o dai leoni. È bensì vero che armano il condannato d'una
scimitarra, ma, come puoi immaginarti, difficilmente scampano alla
morte. Se però ammazzano l'animale sono proclamati guerrieri e quindi
posti in libertà.
--E così combatterò contro i bufali?
--No ti metterò di fronte un leone al quale avrò dato prima una
bevanda che lo priverà della sua forza, che lo ubbriacherà. Ti sarà
facile ucciderlo con un colpo di scimitarra.
--Ah! grazie! Ahmed!
--Come vedi, io ti salvo dalla morte, ma bisogna che tu diventi mio
seguace, che mi adori e rispetti come adoravi e rispettavi Mohammed il
primo profeta.
--Farò tutto quello che vorrai. E i mei compagni li salverai?
--È impossibile. Non ardirei tentarlo. Va, ora, ritorna fra i
prigionieri e arrivederci a domani alla _zeribak_.
Battè le mani: due guerrieri entrarono inginocchiandosi dinanzi a lui.
--Conducete quest'uomo nella capanna dei prigionieri, disse a loro il
Mahdi. Badate che se qualcuno lo tocca, lo insulta o lo percuote è
uomo morto.
Un istante dopo Abd-el-Kerim e i guerrieri uscivano dal _tugul_ di
Mohammed ed entravano in quello dei prigionieri, sotto il quale,
distesi per terra, strettamente legati, tremanti di spavento e
d'angoscia stavano i tre egiziani.
Vedendo Abd-el-Kerim, uno di essi, il meno maltrattato, si alzò
penosamente sulle ginocchia interrogandolo con uno sguardo lagrimoso.
--Siamo perduti, rispose l'arabo.
--Non c'è più speranza adunque? balbettò l'egiziano.
--Nessuna.
--È una iena adunque questo Mahdi?
--Taci, se vuoi vivere fino a domani.
L'egiziano emise un sordo gemito e ricadde col volto nascosto fra le
mani.
CAPITOLO III.--Il supplizio dei prigionieri.
All'indomani i dintorni della grande _zeribak_ formicolavano di
guerrieri accorsi da tutto le parti del campo.
Alcuni si arrampicavano sulle spalle dei compagni più alti, altri
sulle gobbe dei cammelli o sui dorsi dei cavalli, degli asini, dei
buoi, che sparivano totalmente sotto la folla, e altri ancora sugli
alberi che ombreggiavan il recinto, accomodandosi alla meglio fra i
rami.
S'udiva per ogni dove un gridìo, un rullare di tamburi e di tamburoni,
uno squillare di trombe e un salmodiare dei versetti dell'Alcorano,
fragori che spesso venivano coperti da urla disperate. Zuffe accanite
succedevano qua e là in mezzo alla folla, che finivano con una
coltellata o con una sciabolata, e dai rami capitombolavano uomini che
venivano gettati giù dai forti, senza badare se si rompevano la testa
o si fiaccavano il collo.
Tutti volevano passare innanzi, tutti volevano guadagnare le palizzate
della _zeribak_ nel cui interno dovevano venire giustiziati i
prigionieri egiziani.
Soli due uomini non partecipavano a quella forte curiosità e si
tenevano in disparte, seduti tranquillamente sulla cima di una
collinetta sabbiosa, chiaccherando colla maggior calma del mondo,
senza quasi degnarsi di volgere uno sguardo al recinto.
Uno era un uomo di alta statura vestito da beduino, col _coftan_
calato sul volto in modo da non vedere che una barba nera e ispida.
L'altro era uno _scièk_ negro, tozzo, robusto, dal volto feroce, senza
barba, con due occhi grandi e brillanti, naso assai schiacciato e
labbra sporgenti. Portava un gran turbante sul capo, una _rahâd_
(cintura) riboccante d'armi alle reni e ornata di spessi cordoncini,
un paio di larghi calzoni alla turca e alle braccia numerose anella
d'avorio e file di _châraz_ (perline di vetro).
--Dunque tu mi raccontavi? diceva lo _scièk_.
--Che egli è qui, rispose il beduino con accento straniero.
--Sei proprio sicuro?
--Sicurissimo, El-Mactud.
--Quando l'hai veduto?
--La decorsa notte passando dinanzi ad un _tugul_ guardato da
venticinque guerrieri. Al chiarore dei fuochi lo vidi sdraiato a terra
col volto fra le mani.
--Puoi esserti ingannato, disse lo _scièk_.
--Ma no, non mi sono ingannato, te l'assicuro. Lo conosco troppo bene.
--Ma non militava sotto Hicks pascià?
--Quando lo lasciai era con Dhafar pascià, non posso quindi sapere se
egli abbia raggiunto il generale inglese.
--A ogni modo non so capacitarmi come abbia abbandonata la sua
bandiera per passare sotto quella di Ahmed.
--Ti narrai che egli amava una donna e che questa gli fu rapita.
--Ebbene?
--Forse spera di ritrovarla qui.
--Quale grado occupa? chiese lo _scièk_.
--L'ignoro come te. Sulla soglia della sua capanna ho veduto
venticinque guerrieri, e so che ieri sera ebbe un colloquio con Ahmed
Mohammed, poichè lo videro uscire dal _tugul_.
--Bisogna sapere qual grado gli fu conferito e se è amico di Ahmed.
--Lo sapremo, e per quanto potente egli qui sia, lo annienterò, lo
farò cadere nella polvere! Basta che pronunci il nome della donna, che
egli amò perchè Ahmed lo condanni a morte.
--Ma che cosa ti fece che lo odii tanto?
--Disonorò mia sorella e poi l'uccise, disse il beduino cercando di
dare alla sua voce un tono cupo.
--Allora bisogna vendicarsi.
--Mi vendicherò.
--Fa come noi baggàra Salem che ci atteniamo alla legge del taglione
insegnataci dalla Bibbia, dal Minu e dal Corano. _Aèn be aèn_ (occhio
per occhio); _uèden be uèden_ (orecchio per orecchio); _ed-dân b'ed
dân_ (sangue per sangue).
--Aspetta che io lo abbia in mano e poi ne vedrai di belle.
--Così va bene, io sarò sempre pronto ad aiutarti.
--Zitto, ecco Ahmed Mohammed, disse il beduino alzandosi.
In lontananza, appariva Ahmed, col turbante verde dei discendenti del
profeta ed in completo assetto da guerra. Montava un superbo cavallo
bianco condotto a mano da due _dervis_ e dietro a lui caracollavano
gli _scièk_ di tutte le tribù ed una banda di Abù-Rof colle scimitarre
sguainate e gli stendardi spiegati.
Quando fu vicino alla _zeribak_ un gran grido emesso da duecentomila
persone echeggiò:
--Viva Ahmed Mohammed! Salute all'inviato di Dio!
Ahmed con un cenno della mano fece tacere tutti quei clamori. Scese
d'arcione, s'inginocchiò a terra, borbottò alcune preghiere, poi andò
a sedersi su di un palco che dominava la zeribak. Gli sceicchi e i
_dervis_ più rinomati presero posto dietro a lui.
--Dove sono i prigionieri? chiese il beduino allo sceicco.
--Eccoli là, circondati da una compagnia di baggàra.
--Non ne abbiamo molti da assassinare. Non ne vedo che quattro.
--Ma in mezzo ad essi vedo anche un ufficiale.
--Un ufficiale!... Ira di Dio! chi può essere mai?
--Qualche ufficiale preso a Kasghill.
--Eh!... esclamò d'improvviso il beduino saltando indietro. Non è
possibile!... Io m'inganno!...
--Che hai?
--Quell'ufficiale che è fra i prigionieri... Ira di Dio! È lui!...
--Ma chi?
--Abd-el-Kerim?
--È impossibile.
--Te lo dico io; È proprio lui!
--Ma se hai veduto questa notte una guardia di onore dinanzi al suo
_tugul_.
--Mi sono ingannato. Erano guerrieri che vegliavano perchè non
fuggisse. Vieni El-Mactud: la vendetta di Ahmed Mohammed ha preceduta
la mia.
Il beduino e lo _scièk_ si precipitarono giù dalla collina,
raggiunsero la folla che stringevasi attorno alla _zeribak_ e
facendosi largo a furia di gomiti, si confusero nel mezzo.
Proprio in quel momento Abd-el-Kerim e i tre egiziani venivano
condotti in una loggia circondata da guerrieri armati fino ai denti.
Il primo era calmo, sorridente, noncurante, gli altri invece penavano
a stare in piedi; erano pallidi, disfatti, in preda ad un terrore
indescrivibile.
La loro comparsa fu accolta dalle diciotto tribù con urla selvaggie,
con maledizioni, con insulti, con un agitar minaccioso di braccia; più
di un'arma fu diretta contro di essi e più di un fucile li tolse di
mira. Però, ad una parola di Ahmed Mohammed, il silenzio tornò a farsi
e le armi vennero abbassate.
S'udì un fragoroso rullar di _noggàra_ e di _darabùke_. e un bufalo fu
fatto entrare nella _zeribak_ fra frenetici battimani.
Era un bell'animale, d'alta taglia, tigrato, colle corna lunghe e
aguzze. Appena entrato e liberato dai legami, si mise a saltellare
all'impazzata pel recinto, mugghiando furiosamente e cozzando contro
le palizzate. Faceva paura a vederlo colla bocca piena di bava e
quegli occhi grandi, accesi, che roteavano in un cerchio sanguigno; si
capiva che prima di farlo entrare, i _baggàra_ lo avevano irritato, lo
avevano reso furioso.
Un egiziano fu incitato a discender nell'arena dopo di averlo armato
di una scimitarra, ma il disgraziato, ebbro di paura, non ardì
muoversi e si mise a strillare come se lo uccidessero. Quattro
guerrieri però lo afferrarono, lo sollevarono e lo scaraventarono nel
recinto.
--_Kuâies! Kuâies-ktir_! (bello! bello assai!) urlarono gli
spettatori.
Il povero uomo, quantunque stordito dal capitombolo fatto, si rialzò
gettando attorno gli sguardi smarriti, supplicando a mani giunte gli
astanti di salvargli la vita. I negri gli risero in faccia, gli
sputarono addosso e aizzando il bufalo con spaventevoli vociferazioni
e con sassi.
--A morte a morte l'infedele! urlavano gli uni.
--Prendi la scimitarra, vigliacco! urlarono gli altri.
Il bufalo aveva subito scorto la vittima. Emise un muggito da far
agghiacciare il sangue, si battè i fianchi colla coda, abbassò la
testa e si precipitò innanzi colla rapidità del lampo.
Tutti credettero di vedere l'egiziano sventrato, ma ciò non accadde.
Vistoselo capitare addosso il disgraziato prigioniero si era messo a
correre disperatamente attorno al recinto cercando, ma invano, di
arrampicarsi sulle palizzate. Per dieci minuti riuscì a tenersi
lontano dal terribile animale che sollevava nubi di polvere galoppando
furiosamente per tutti i versi, poi si arrestò cercando di tenergli
testa.