Il _reporter_, l'_almea_ e lo schiavo attraversarono il quadrato
ingombro di morti e di moribondi, di armi, di cannoni, di cavalli e di
cammelli e giunsero ai piedi di una gigantesca rupe che difendeva,
verso oriente, le linee egiziane.
--Omar, vedi dei nemici sulla cima? chiese il _reporter_.
--No, rispose il negro.
--Hai una fune?
--Sì, l'ho.
--Sei capace di raggiungere quella sporgenza che scorgesi a mezza
altezza della rupe?
--Sarà cosa difficile, ma lo tenterò.
--Sali adunque, ma fa presto. I ribelli stanno per rompere il quadrato
e scannare tutti i soldati.
Il negro si liberò dalla casacca, dei calzoni e del turbante, si
arrotolò attorno alle reni la fune e cominciò la pericolosa scalata
mentre la mitraglia continuava a grandinare e i mahdisti macellavano
le schiere egiziane che ancora resistevano ai loro furiosi assalti.
Aggrappandosi agli arrampicanti, appoggiandosi ai cespugli, cacciando
le dita nei crepacci della rupe cominciò a elevarsi malgrado la
pioggia che lo acciecava e le palle che fischiavano ai suoi orecchi.
Ogni qual tratto una scheggia staccavasi dalla rupe e rotolava al
basso facendo guizzare Fathma e il _reporter_ che seguivano con viva
trepidazione e col cuore sospeso l'ardita manovra del negro. Qualche
volta era invece un ramo che spezzavasi e si vedeva Omar dondolarsi
sopra l'abisso, sospeso ad un ramoscello o ad una semplice radice.
Dopo cinque minuti di sforzi incredibili, lo schiavo riuscì a
raggiungere la prima piattaforma che trovavasi a mezza altezza della
rupe.
Legò la fune ad un grosso macigno e gettò l'altro capo ai compagni che
se ne impadronirono vivamente.
--A voi Fathma, disse il _reporter_, dominando colla sua voce il rombo
dei cannoni, lo scrosciare delle folgori, le urla dei ribelli e le
grida strazianti dei moribondi. Presto, presto o sarà troppo tardi.
Fathma non se lo fece dire due volte. Afferrò la fune e si issò
nell'aria raggiungendo Omar.
--O'Donovan! gridò poi.
La sua voce fu coperta da urla terribili. I ribelli avevano sfondato
il quadrato e macellavano spietatamente gli egiziani che si erano
addossati ai cavalli ed ai cammelli.
--O'Donovan! ripetè Fathma.
Il _reporter_ s'avvinghiò alla fune e si issò malgrado le palle che
grandinavano fitte fitte. Era giunto a mezza altezza quando fu colpito
alla testa da una scheggia di mitraglia. Mandò un grido disperato.
--Sono morto!
Fu visto arrestarsi e cercare un appoggio nei crepacci della rupe, ma
una nuova scheggia lo colpì al petto. Aprì le mani e precipitò
roteando nell'abisso spaccandosi il cranio sulle roccie sottostanti.
Fathma e Omar, agghiacciati dal terrore, si curvarono sull'orlo della
rupe cercando di scorgere lo sventurato _reporter_ del _Daily-News_,
ma invano.
--O'Donovan! O'Donovan! gridò Fathma con disperato accento.
La sua voce si perdè fra gli urli feroci dei mahdisti.
--Scendiamo! gridò ella.
S'aggrapparono agli arbusti per discendere, ma il tempo mancò.
Dall'alto della rupe venivano giù precipitosamente dei nudi guerrieri
agitando le loro lancie e le loro scimitarre.
--Siamo perduti! gridò Omar.
--Indietro cani! urlò Fathma, strappandosi dalla cintura l'_jatagan_.
Gl'insorti anzichè arrestarsi s'avventarono a testa bassa contro
l'_almea_ e il suo schiavo, li circondarono, li disarmarono e li
curvarono sull'abisso. Già stavano per precipitarli nel vuoto, quando
una voce tonante, imperiosa, urlò:
--Fermi tutti! Chi li tocca è uomo morto!
Un guerriero riccamente vestito discendeva dall'alto della rupe con
rapidità vertiginosa. Giunto sulla piattaforma egli si precipitò ai
piedi di Fathma.
--Ah! mia povera padrona! esclamò egli baciandole le mani.
Fathma e Omar lo riconobbero subito.
--Abù-el-Nèmr! gridarono con gioia.
--Sì, amici miei, disse lo _scièk_. L'Abù-el-Nèmr che voi salvaste
dalla morte quando il leone lo ferì nelle foreste del Bahr-el-Abiad e
che ora viene a pagare il sacro debito. Amici, voi siete salvi e sotto
la mia possente protezione!
Nel medesimo istante che il generoso _scièk_ pronunciava quelle
parole, l'ultimo egiziano dell'infelice Hicks pascià cadeva morto
sotto le lancie dei terribili guerrieri di Ahmed Mohammed profeta del
Sudan[1].
[1] L'illustre missionario D. Luigi Bonomi, che quando accadde la
battaglia si trovava a breve distanza da Kasghill, mi assicurò
che il Mahdi perdette solamente 4 o 500 uomini. E.S.
FINE DELLA PARTE SECONDA.
PARTE TERZA
Il Mahdi
CAPITOLO I.--I prigionieri.
La mattina del 15 maggio 1883, una straordinaria agitazione regnava
fra le innumerevoli orde dal Mahdi Mohammed Ahmed, accampate in una
immensa e sabbiosa pianura, a corta distanza da El-Obeid la capitale
del Kordofan.
Dal _tugul_, dalle tende, dalle _zeribak_, dalle tettoie e dalle
_hose_[1] uscivano, vociferando a tutta gola, guerrieri vestiti con
stoffe variopinte o semi-nudi, o nudi affatto, slanciandosi
all'impazzata fra i cannoni, fra i fucili stretti in fasci, fra i
cammelli e i cavalli che ingombravano il campo.
[1] Cortili chiusi fra capanna e capanna.
Ora passavan turbe di Baggàra Salem, guerrieri d'alta statura, di
forme massiccie, dalle fisonomie feroci, coi cappelli intrecciati e
ornati di pezzetti di ambra e di conterie di Venezia; ora di Baggàra
Hamran montati su buoi e coi corpi spalmati di grasso di cammello e
riparati dietro grandi scudi convessi e coperti di pelle d'antilope;
ora di Abù-Rof, bella gente dalla tinta bronzina, lineamenti fieri, il
petto racchiuso da scintillanti cotte di acciaio e il capo difeso da
un elmetto nasale; ora di guerrieri del Beni-Gerar, terribili predoni
propri del Darfur, colle membra cariche di anella d'avorio o di rame;
poi attruppamenti di beduini Kababich in uniforme bianca, di negri
Megianin, di Aulad-el-Behr, di Hababin; ondate di Sennaresi, di
Nubiani, di Arabi, di Scilucchi, di Basci-bozuk rinnegati, tutti
armati chi di remington tolti agli egiziani nella sanguinosa battaglia
di Kasghill, chi di moschettoni a pietra o a miccia, chi di lunghe
spade dritte a due tagli, chi di scimitarre di tutte le lunghezze e
larghezze, o di lancie, o di mazze, o di scuri, o di coltellacci, o di
randelli ferrati.
Tutti quei guerrieri che parevano impazziti, si dirigevano di corsa
verso le trincee che difendevano il campo dal lato meridionale e vi si
affollavano confusamente sopra, urtandosi, atterrandosi,
bisticciandosi per arrivare primi. Mille e mille domande
s'incrociavano per l'aria formando un baccano assordante che veniva
smisuratamente ingrossato da un furioso strepitare di _noggàra_[1] e
di _darabùke_, da un rullare di tamburi egiziani e da uno squillare
acuto di mille bizzarri istrumenti musicali.
[1] _Noggàra_ e _darabùke_, sorta di tamburoni di legno
scavato che vengono percossi con delle mazze.
--Ma siete sicuri che verranno? chiedevano gli uni.
--Ma sicurissimi, rispondevano gli altri.
--Avete veduto il cavaliere che recò la notizia?
--Coi nostri propri occhi e l'abbiamo udito colle nostre orecchie.
--Hanno dunque vinto?
--Ma sì, sono vincitori.
--Ci sono prigionieri?
--Altro che! E prigionieri egiziani. Una cinquantina.
--Un centinaio.
--Un migliaio.
--Che marmellata che faremo. Li massacreremo tutti.
--E pianteremo le loro teste dinanzi le porte di El-Obeid a tener
compagnia a quella di Hicks pascià.
--Benissimo! Bravi! Morte agli infedeli! Guerra ed esterminio.
--Morte agli infedeli!
--Eccoli! gridò una voce tonante.
--Eccoli! ripeterono cinquantamila voci.
--Viva lo scièk Tell-Afab! urlarono tutti.
In lontananza scoppiò una scarica di fucili e si udirono strepitare i
_noggàra_ e le _darabùke_. Il più profondo silenzio regnò come per
incanto fra quella moltitudine di guerrieri accavallati sulle trincee:
tutti gli occhi si fissarono attentamente verso il sud.
Una nube di polvere alzavasi verso quella direzione ed in mezzo ad
essa, percosse dai raggi del sole, brillavano lancie, scimitarre e
baionette. Un grosso attruppamento di guerrieri si avanzava a passo di
corsa verso il campo.
In testa cavalcava un bel negro col petto racchiuso in una cotta
d'acciaio, un gran turbante verde sul capo e una magnifica _farda_
d'egual colore pendentegli dalle spalle. Nella mano dritta impugnava
una larga scimitarra, una _sekkin_, e nella sinistra teneva la
bandiera del Mahdi che faceva vivamente ondeggiare al disopra della
sua testa.
Dietro a lui si trascinavano con grandi stenti ventisei prigionieri
egiziani, scalzi, laceri, insanguinati, tutti piagati e solidamente
legati.
Venticinque erano poveri fantaccini sulle cui spalle grandinavano ad
ogni istante colpi di _corbach_ che strappavan a loro urla di dolore.
Il ventiseiesimo era invece un tenente arabo di alta statura, di forme
eleganti ed insieme vigorose.
Era più triste e in più deplorevole stato degli altri; camminava
facendo sforzi sovrumani e teneva il capo inclinato sul petto. Ogni
qual tratto però lo rialzava con violenza e allora mostrava una faccia
abbronzata, maschia, ardita, ma sulla quale, un attento osservatore,
avrebbe scorto le traccie di crudeli dolori, di sofferenze indicibili.
Sulla piega delle palpebre si vedevano ancora le umide traccie di
recenti lagrime.
All'intorno dei prigionieri si accalcavano confusamente guerrieri
Baggàra, Denka e Bongo, che agitavano freneticamente le loro armi,
scaricando in aria colpi di fucile e acclamando a piena gola lo
sceicco Tell-Afab e Ahmed loro profeta.
Quando la truppa giunse all'accampamento, una oscillazione violenta,
burrascosa, si fece sentire da un capo all'altro delle orde stipate
addosso alle trincee. Un immenso e terribile grido lacerò l'aria e
salì fino alle nubi.
--A morte i prigionieri! A morte gli infedeli! Viva Tell-Afab!
I guerrieri del Mahdi si rovesciarono come una fiumana giù per le
trincee e andarono a cozzare furiosamente contro i guerrieri dello
sceicco Tell-Afab dividendoli in mille differenti gruppi. Ogni arma si
tese minacciosamente verso gli egiziani che si erano arrestati
tremanti di spavento.
--A morte gli infedeli! gridavano gli uni.
--Al fuoco gli egiziani! urlavano gli altri.
--Tagliate a loro la testa!
--Ammazzate col _corbach_ quei cani!
--A morte!... a morte!...
Lo sceicco Tell-Afab, scorgendo il pericolo che correvano quei poveri
diavoli, volse in furia il cavallo e urtando quelli che gli si
stringevano d'attorno e calpestando quelli che gli si paravano
dinanzi, corse in loro aiuto.
--Largo! largo! tuonò lo sceicco.
--Morte agli egiziani! vociarono i guerrieri del Mahdi, agitando
freneticamente le armi.
--Fate largo! ripetè Tell-Afab. Fate largo!
I suoi guerrieri percuotendo a dritta e a manca colle impugnature
delle scimitarre, coi calci degli archibusi, colle aste delle lancie,
riuscirono a ributtare l'onda dei fanatici e si spinsero innanzi
trascinando con loro gli egiziani che non avevano più sangue nelle
vene.
Venti volte i guerrieri di Ahmed tentarono di sfondare il cerchio
formato dai Baggàra, dai Denka e dai Bongo e venti volte furono
ributtati lasciando sul terreno più di uno di loro malconcio. Ciò non
impedì però che una lancia spaccasse la testa ad uno dei prigionieri,
il quale, lasciato a terra moribondo, dopo essere stato spietatamente
calpestato dai Bongo, dai Baggàra e dai Denka, cadde nelle mani dei
guerrieri di Ahmed.
Il disgraziato, quantunque ancora respirasse, fu sollevato sulle punte
delle lancie e sbranato: la sua testa, infissa in uno spiedo, andò ad
ornare la capanna d'un potente sceicco.
Questo incidente diede tempo ai guerrieri di Tell-Afab di giungere in
mezzo al campo dove rizzavasi una vastissima _zeribak_ con solide
palizzate. I prigionieri furono in fretta e a suon di legnate cacciati
là dentro e cinquecento uomini li circondarono colle armi in pugno sia
per impedire a loro la fuga, sia per arrestare i guerrieri di Ahmed
che già tornavano alla carica vociferando spaventosamente.
Gli egiziani, pallidi, disfatti, tremanti di spavento, si lasciarono
cadere a terra girando all'intorno sguardi inebetiti. In piedi non
rimasero che il tenente arabo e un vecchio soldato sulla cui giacca
stracciata e scolorita scorgevansi ancora dei gradi in gran parte
strappati.
--Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.
L'arabo che pareva assorto in tetri pensieri, non rispose.
--Tenente, ripetè, toccandogli una spalla.
--Che vuoi? chiese l'arabo volgendosi verso di lui.
--Che succederà di noi?
--Fra qualche ora le nostre teste andranno ad abbellire le capanne
degli sceicchi.
--Giusto Allah!
--Hai paura della morte tu? gli chiese con accento quasi ironico
l'arabo. Per me la morte è un sollievo. Benedirò la scimitarra che mi
spiccherà la testa dal busto.
Il vecchio soldato lo guardò con ispavento.
--Oh! non dite così! esclamò.
--Perchè? Quale speranza, ormai mi rimane? A che vivere quando la vita
è un continuo tormento, un continuo strazio? Soffro troppo... ho il
cuore spezzato.... bisogna che muoia!
--Ma forse non è morta... chissà...
Sulle labbra dell'arabo spuntò un sorriso pieno di amarezza.
--Perchè illudermi?... Son tre mesi che io interrogo quanti uomini mi
passano dinanzi, e non udii mai parlare di lei. È morta!... è morta...
oh! io lo sento! esclamò egli.
--Ma chi lo afferma?
--Il mio cuore, il suo silenzio, tutto!... Povera Fathma!... povera
donna!
Egli si prese la testa fra le mani con un gesto di disperazione e un
singhiozzo lacerò il suo petto.
--Non parliamone più, mormorò egli con voce cavernosa. Il dolore è
troppo atroce. Forse nella tomba troverò la felicità che mi fu negata
quassù!...
La sua voce fu coperta da uno spaventevole baccano, da un urlo
indescrivibile, da un cozzar fragoroso d'armi e da un rullar furioso
di _noggàra_ e di _darabùke_. Alzò la testa che aveva chinata sul
petto. Lo spettacolo che si presentò dinanzi ai suoi occhi lo fece
vivamente retrocedere, urtando il sergente.
--Siamo perduti! mormorò egli. Ecco la morte.
I guerrieri del Mahdi, che a poco a poco si erano addensati attorno
alla _zeribak_ scagliando tremende occhiate sui prigionieri, si erano
improvvisamente gettati sui cinquecento Diuka di Tell-Afab, impegnando
una sanguinosissima battaglia.
Gli egiziani, che avevano subito compreso il motivo dell'attacco,
erano balzati in piedi gettando urla disperate, stringendosi l'un
contro l'altro, facendo sforzi sovrumani per ispezzare i legami e
vendere almeno cara la vita.
--Coraggio! gridò il tenente arabo. Tutti attorno a me!
Sette od otto lancie, scagliate dagli insorti, caddero nel mezzo della
_zeribak_. Alcuni egiziani, spezzati i legami, raccolsero quelle armi
e le impugnarono disponendosi in cerchio intorno ai compagni inermi.
Era tempo. I guerrieri di Tell-Afab, dopo una debole resistenza,
oppressi dal numero strabocchevole degli assalitori, avevano gettato
le armi dandosi a precipitosa fuga. I guerrieri del Mahdi, scalata la
palizzata, si riversarono giù nella _zeribak_ mandando urla feroci.
L'urto che successe fra questi e i prigionieri fu tremendo. Più di
venti uomini caddero al suolo, chi colla testa spaccata fino al mento,
chi passato da parte a parte dalle lancie, chi orribilmente mutilato,
senza gambe o senza braccia. Il suolo s'inzuppò di sangue per trenta
passi all'ingiro.
Assaliti e assalitori, spumanti d'ira, mugulando come belve, si
mescolarono confusamente menando all'impazzata le armi, adoperando i
pugni, le unghie, i denti, strangolandosi, straziandosi le carni,
atterrandosi e calpestandosi rabbiosamente. In un momento non si
scorse più che un attruppamento di persone che ondeggiavano per di qua
e per di là, che avanzavano o che indietreggiavano, che cadevano o che
si rialzavano empiendo l'aria di spaventevoli clamori, di urla, di
lamenti, di rantoli.
Ogni qual tratto da quel gruppo di combattenti uscivan dei guerrieri
tutti coperti di sangue, che dopo di aver barcollato rotolavano al
suolo per non rialzarsi più. Talvolta era invece un egiziano, livido,
esangue, colle vesti a brani, che veniva quasi subito raggiunto,
sbranato a colpi di scimitarra o inchiodato a colpi di lancia contro
le palizzate.
Da cinque minuti la sanguinosa pugna durava, rianimata dall'arrivo di
nuovi guerrieri ohe volevano «bere sangue egiziano», quando in
lontananza si udì improvvisamente una voce metallica, imperiosa
gridare:
--Fermi tutti! Ahmed, nostro profeta, lo comanda.
A quel comando dell'inviato di Dio, la pugna tutta d'un colpo cessò.
Le armi si arrestarono in aria o caddero a terra, poi il gruppo di
guerrieri si sciolse colla rapidità del lampo. Ognuno volse le spalle
fuggendo a rompicollo, scalando le palizzate e confondendosi fra le
orde che si pigiavano attorno alla _zeribak_.
Sul campo insanguinato non rimasero che quattro uomini colle vesti a
brani e imbrattate di sangue: il tenente arabo che stringeva
convulsivamente in mano una scimitarra e tre egiziani che non si
reggevano più sulle gambe.
Attorno ad essi c'erano quaranta o cinquanta moribondi che si
dimenavano urlando e altrettanti morti, fra i quali uno _scièk_ di
colossale statura colla testa quasi staccata dal busto.
--Fermi tutti!... Ahmed nostro profeta lo comanda! ripetè la voce
metallica e imperiosa di prima.
All'entrata della _zeribak_ comparve lo _scièk_ Tell-Afab seguito da
dodici Abù-Rof della guardia del Mahdi, montati su bianchi cavalli.
Egli si diresse verso i prigionieri che lo aspettavano a piè fermo,
risoluti ancora a vendere cara la loro vita. Scorgendo lo _scièk_
disteso ai piedi del tenente arabo, un lampo di collera balenò ne'
suoi occhi e le sue labbra si contrassero mostrando i denti candidi
come l'avorio.
--Chi ha ucciso questo _scièk_? gridò.
--Io! rispose il tenente arabo senza sgomentarsi.
--Sei uomo morto!
--Poco mi cale.
--Abbassate le armi.
Il tenente invece di ubbidire, impugnò saldamente la scimitarra,
dirigendo l'insanguinata punta verso di lui.
Lo _scièk_ parve più sorpreso che spaventato di quella minaccia.
--Abbassate le armi! ripetè con un tono di voce da non ammettere
replica.
--Io l'abbasserò quando tu avrai promesso salva la vita a me e ai miei
compagni, rispose il tenente.
--Non sono l'inviato di Dio, io.
--In tal caso ci difenderemo fino a che avremo la forza di alzare le
braccia. Morremo tutti e quattro, lo so, ma assieme a noi morrà anche
un buon numero de' tuoi scherani.
Tell-Afab divenne cinereo per l'ira, ma si contenne. Alzò la mano
dritta e indicando l'immensa pianura nella quale ondeggiavano e
brontolavano minacciosamente le terribili orde del Mahdi, gli disse
con voce tetra:
--Guarda! Basta un mio cenno, uno solo, capisci, perchè tutti quegli
uomini si gettino su te e sui tuoi. Se ti arrendi, il Profeta forse ti
salverà, se ti rifiuti morrai: scegli!
L'arabo esitava. Era evidente che se non deponeva le armi, i guerrieri
del Mahdi non avrebbero tardato a scannarlo assieme ai compagni per
quanta resistenza avesse ad opporre. Non vi eran molte probabilità di
uscire salvi dalle mani del Mahdi, tuttavia qualche speranza c'era.
--Mi arrendo, diss'egli, scagliando lungi da sè la scimitarra.
Compagni, abbasso le armi.
Non aveva ancor terminato l'ultima parola, che dieci Abù-Rof si
gettarono su di lui e sui suoi compagni afferrandoli strettamente pei
polsi e trascinandoli via.
I tre egiziani furono condotti in una capanna lì vicina, dinanzi alla
quale si affollarono urlando parecchie centinaia di guerrieri; il
tenente invece fu condotto dinanzi a un gran _tugul_ sul quale
ondeggiava la bandiera del Mahdi.
Tell-Afab con un pugno gli fe' volar dalla testa lo sdruscito e
scolorito _fez_, poi lo introdusse nella capanna, lasciandolo solo.
--Dove sono? si chiese l'arabo che sentivasi agitato da sinistri
timori.
Girò gli occhi all'intorno con un misto di curiosità e di diffidenza.
Vide che la capanna era divisa da un tramezzo di pelle e che era assai
miseramente ammobiliata.
Stava per cercare l'uscita, quando un lembo del tramezzo s'aprì e
dinanzi gli comparve un uomo che fissò su di lui due occhi vivi,
brillanti, a riflessi di due colori.
Quell'uomo era alto di statura, magro, esile, colla carnagione di un
color caffè al latte, capelli bruno chiari e barba nerissima. Sulle
suo gote scorgevansi tre cicatrici parallele e una verruca. Strana
cosa, aveva un braccio più lungo dell'altro.
Il suo vestito era di una estrema semplicità. Componevasi di una
camicia e di un paio di calzoni alla turca di _damour_ (grossa tela di
cotone); aveva sandali ai piedi e un piccolo turbante verde sul capo.
Il tenente arabo nello scorgere quell'uomo rabbrividì e cadde, senza
volerlo, in ginocchio.
--Il Mahdi!... esclamò con voce soffocata.
Infatti quell'uomo era Mohammed Ahmed, il profeta del Sudan.
CAPITOLO II.--Il Mahdi.
Mohammed Ahmed nacque nel 1843 a Dongola nella Nubia; Amina chiamavasi
sua madre e Adullah suo padre, il quale esercitava la professione di
falegname.
Fino dall'età di 7 anni questo strano personaggio destinato a
diventare così grande, così potente, frequentò la scuola mussulmana e
con tanta passione che a 12 anni aveva completati gli studi
dell'Alcorano.
Grazie all'affezione dei suoi due fratelli stabiliti come calafati a
Shindi e di un suo zio costruttore di barche sul Nilo Bianco, potè
proseguire i suoi studî a Chartum[1] sotto i due celebri maestri
El-Gouradchi e Abd-el-Ayim, figli dello sceicco El-Tayeh.
Non tardò a diventare un fanatico missionario dell'islamismo e
credette essere il suo compito quello di paralizzare e distruggere il
potere degli europei che impedivano il commercio degli schiavi e
comandavano al vicerè d'Egitto, di ricostruire l'antico impero arabo,
di raggruppare attorno a sè tutti i credenti del profeta e di fondare
una religione universale colla comunità dei beni.
Il 1868 lasciava Chartum, e si affigliava alla confraternita dei
Sid-abd-el-Kader-el-Gilani, alleata alla famosa setta dei Senusi. Più
tardi si recava a Tormamat, cinquanta miglia al settentrione di
Chartum e vi fondava una scuola per propugnare le sue idee, ma
ricevuto nel 1870 il titolo di fakir, l'abbandonava per ritirarsi
nella rocciosa isola di Abat, che sotto il 13° grado divide il corso
del Nilo.
Scavatasi una grotta, sul luogo stesso ove dicevasi che esisteva un
tesoro, si metteva a praticare strane cerimonie, standosene per ore
intere colle braccia tese in aria, i piedi nell'acqua e la faccia
rivolta alla Mecca e piangendo continuamente sulla corruzione
universale.
Colla sua pietà, colle sue penitenze, Ahmed non tardò a formare
numerose schiere di proseliti fra i baggàra che abitavano lo sponde
del Nilo.
Erano passati così dieci anni, quando un bel giorno l'anacoreta vide
una barca attraversare il fiume e approdare alla sua isola. Era
montata da una deputazione di baggàra.
Ahmed stava snocciolando la sua corona e con matematica regolarità,
fingendo di nulla aver veduto. I baggàra aspettarono che avesse
terminato poi gli offrirono le loro braccia e le loro armi per
iscacciare dal Kordofan e dal Dar-Fur gli egiziani che essi
consideravano come infedeli, dacchè si erano alleati agli inglesi.
L'anacoreta in sulle prime resistette, ma ad un tratto afferrò la
scimitarra che i baggàra gli presentavano e alzando gli occhi al
cielo, gridò:
--_Humdu-Hah_! Io sarò il braccio dell'Onnipotente! La sua benedizione
sarà per noi!
Le antiche profezie annunciavano la comparsa di un _Mahdi_ nel nuovo
secolo che cominciava appunto nel 1881, il quale doveva avere per
distintivo il braccio destro più lungo del sinistro e una verruca
sulla gota destra. La comparsa di questo Mahdi, aggiungevano le
profezie, verrebbe annunciata da sette imani di nome Ahmed o Mohammed
i quali avrebbero in diverse epoche e in diverse parti del mondo fatta
propaganda religiosa e preparato così il terreno.