L'_almea_ col volto animato da una collera senza limiti e un crudele

sorriso sulle labbra, le si avvicinò togliendola freddamente di mira

colle pistole.

--Elenka! diss'ella con accento grave e cupo. Mi riconosci tu?

La greca, smarrita, senza forze, non rispose. Ella guardava fissamente

la rivale, chiedendosi se era in preda ad uno spaventevole sogno. Un

pallore cadaverico era diffuso sul suo volto orribilmente alterato.

--Mi riconosci tu, o mia odiata rivale? ripetè Fathma dopo qualche

minuto di silenzio. Ah! Tu sei sorpresa di vedermi qui, in questa

capanna? Tu mi credevi nelle mani di tuo fratello, laggiù, a Chartum

non è vero? Elenka, sai che vengo a fare io qui?

La greca per un istante annichilita dallo spavento, ritrovò ben presto

tutto il suo coraggio e la sua straordinaria energia. Ella si rizzò

superbamente dinanzi all'_almea_, coi denti stretti, gli occhi animati

dall'ira e additandole la porta:

--Esci, spregevole _almea_! le disse

Fathma ruppe in uno scroscio di risa

--Elenka, sai tu, cosa vengo a fare qui?

--Non m'importa di saperlo.

--Te lo dirò lo stesso. Io, Fathma, la Favorita del Mahdi, che tu

tradisti e sferzasti nelle foreste del Bahr-el-Abiad, vengo a chiedere

la tua vita!.... Ho sete del tuo sangue, sai, ma una terribile sete,

nè uscirò di qui senza essermi dissetata. Sono due mesi che io anelo

l'istante di trovarmi di fronte a te, sono due mesi che cerco la mia

rivale, che mi rapì Abd-el-Kerim! Ora ti ho incontrata e non mi

sfuggirai mai più!

--Ah! tu vuoi assassinarmi, adunque? Sta in guardia, perchè se mi

ammazzi, col medesimo colpo ammazzi Abd-el-Kerim.

--Ho udito tutto e so tutto, Elenka; non riescirai no con degli

inganni ad arrestare la morte che pende sul tuo capo. So dove trovasi

Abd-el-Kerim, perchè udii ciò che ti narrò Tepele. Se conti poi sul

ribelle, t'inganni; Omar l'ha ucciso.

Un tremito agitò le membra della greca. Comprese ormai che era

irremissibilmente perduta ed ebbe paura.

--Fathma, diss'ella dopo alcuni istanti di esitanza. Se io partissi

subito per Chartum, se io ti abbandonassi per sempre Abd-el-Kerim, mi

lasceresti libera?

--No!

--Se io ti chiedessi perdono di quello che ti feci e se io, la nobil

greca, mi inginocchiassi dinanzi all'_almea_?

--No, rispose l'implacabile araba. Bisogna che una di noi muoia.

Guarda, potrei assassinarti scaricandoti addosso queste pistole e

gettarti di poi in un burrone a pasto delle iene e degli sciacalli, ma

non sono io, l'_almea_ Fathma, vigliacca a tal segno. Ti propongo un

duello coll'_jatagan_, ma un duello a morte, mi capisci? Se ti rifiuti

chiamo Omar e ti faccio saltare le cervella!

Un lampo di feroce gioia guizzò nei neri occhi di Elenka.

--Ah! tu sei generosa adunque! esclamò ella con ironia.

--Sì, generosa come un'araba, generosa come il leone del deserto.

--Accetto il duello che mi proponi. Quando ci batteremo?

--Subito; la notte è abbastanza chiara per colpirci al cuore.

--Vieni adunque, ma ti pentirai di essere stata troppo generosa con

me. Io non ti risparmierò.

Fathma si strinse le spalla. Rimise le pistole nella cintura, prese i

remington della rivale onde non le saltasse il ticchio di servirsene e

uscì dicendo:

--Seguimi?

--Sei sola? chiese Elenka arrestandosi.

--Ho meco Omar che ti darà il suo _jatagan_.

--Se io avessi la fortuna di ucciderti mi lascierà libera egli?

--Non ti toccherà, te lo prometto.

--Quand'è così, sono con te.

Le due rivali uscirono. La notte era chiarissima; la luna brillava in

un cielo senza nubi rischiarando come in pieno giorno le dirupato

colline e la sottostante pianura. Un leggier venticello fresco fresco

spirava, facendo stormire lievemente le cime dei cespugli.

Omar andò incontro a Fathma.

--Dà il tuo _jatagan_ a quella donna, disse l'_almea_.

--Per che farne? chiese il negro con ansietà.

--Ci battiamo.

--Non farlo padrona. Diffida da quella donna che è più vile d'una

iena.

--Lascia fare a me. Odimi ora: qualunque cosa accada, tu non prenderai

parte al combattimento. Se io cado lascierai andare la mia rivale

senza torcerle un sol capello. Io, la fidanzata del tuo padrone lo

voglio!

Omar la guardò con occhi supplichevoli.

--Padrona! balbettò egli.

--Lo voglio! ripetè l'_almea_ quasi con ira.

--Sia fatta la tua volontà.

Trasse l'_jatagan_ e lo porse a Elenka che ne provò il filo e la

punta.

--In guardia disse l'_almea_ con tono glaciale. Fra dieci minuti

bisogna che tutto sia terminato.

Elenka alzò il gonnellino per essere più libera e andò a mettersi a

venti passi dal burrone volgendogli le spalle. Fathma le si mise di

fronte, raccolta su sè stessa come una tigre, colla punta dell'arma

diretta al seno della rivale.

--Fathma, disse la greca. Una di noi due morrà, e probabilmente sarai

tu quella che non vedrai il sole di questa mane. Vuoi dirmi che è

successo di mio fratello Notis?

--L'ho ucciso.

--Ah! miserabile! urlò la greca furibonda. In guardia! In guardia che

io t'ammazzo.

Le due rivali si scagliarono a testa bassa l'una contro l'altra e il

duello cominciò. Era qualche cosa di strano, di fantastico, di

terribile, il vedere quelle due donne assetate di vendetta, cieche pel

furore, illuminate dai pallidi raggi lunari, avanzare con salti da

felino, stringersi vicendevolmente e cercare tutte la astuzie, tutti i

mezzi possibili per iscannarsi. Parevano proprio due tigri che

volessero divorarsi.

I ferri si cozzavano rumorosamente mandando scintille, fischiavano

nell'aria, si abbassavano e si alzavano con rapidità fulminea e si

torcevano al punto da temere che si spezzassero tanto erano impugnati

fortemente da quelle due donne che parevano deliranti.

Cinque minuti dopo la greca mandava un urlo. L'_jatagan_ di Fathma

apparve bagnato di sangue.

--Toccata! esclamò l'_almea_, saltando innanzi come una pantera.

--Ma non sono ancora morta, rantolò la greca portando una mano al

seno. Avanti, avanti!

L'_almea_ attaccò con uno slancio disperato, a corpo perduto, mirando

il cuore della rivale e stringendola così davvicino che questa fu

costretta a indietreggiare. Per la seconda volta il ferro dell'araba

bevette sangue.

--Toccata, ripetè ella.

--Avanti! avanti! gridò la greca che balzava indietro avvicinandosi,

senza accorgersene, al burrone.

Il terribile duello continuò per altri cinque minuti in capo ai quali

la greca, che non riesciva a tener testa all'araba che era assai più

agile e assai più forte, trovossi spossata, col giubettino

insanguinato, sull'orlo del burrone.

--Guardati, le disse l'_almea_. Sei morta.

La greca volse il capo dietro di sè, vide l'abisso in cui stava per

precipitare e gettò un grido di spavento.

--Grazia, balbettò ella che sentivasi mancare le forze.

--Una di noi deve morire! Urlò l'implacabile Fathma facendo fischiare

l'_jatagan_. Guardati!

Non aveva ancora terminata l'ultima parola che il suo _jatagan_

sprofondavasi più che mezzo nella gola della greca, facendo uscire uno

sprazzo di sangue spumoso.

Elenka, colpita a morte, emise un rantolo. Traballò, cercò di

rimettersi in equilibrio, ma le forze le vennero meno; lasciossi

sfuggire di mano l'arma, dilatò spaventosamente le pupille nelle quali

brillava un ultimo lampo di minaccia e precipitò, roteando, nel fondo

del baratro. S'udì un tonfo sordo sordo come d'un corpo che si

fracassa, poi successe un silenzio di morte.

L'_almea_, pallida per l'emozione, coll'_jatagan_ insanguinato in

mano, s'avanzò fino all'orlo del burrone e guardò giù. Nel fondo fra

le roccie aguzze, scorse il deformato e straziato corpo della bella

Elenka illuminato vagamente dai freddi e melanconici raggi dell'astro

della notte.

Rabbrividì e dette indietro.

--È morta! è morta!... mormorò ella con voce cupa. Allàh mi perdonerà.

Si volse per fuggire da quell'orribile luogo e si trovò dinanzi a

Omar.

--È proprio morta? chiese il negro.

--Sì, Omar.

--Siamo adunque vendicati. Fratello e sorella sono entrambi spenti.

--Taci, fuggiamo di qui. Questo luogo mi fa paura.

--Dove andiamo?

--A salvare il mio fidanzato.

--Vuoi recarti sulle rive del lago?

--Zitto, disse Fathma. Odi?

Il negro tese l'orecchio. In lontananza, verso il campo egiziano,

s'udivano squillare le trombe e rullare fragorosamente i tamburi.

--Che succede? chiese egli. Una battaglia forse?

--No, è l'esercito egiziano che marcia sulla capitale del Mahdi.

--E noi andiamo?

--A El-Obeid.

L'_almea_ si gettò ad armacollo il remington e discese di corsa la

collina seguita dal negro. Ella si arrestò alcuni istanti nella

pianura cogli occhi fissi su due punti neri che scendevano dal cielo,

ingrandendo a vista d'occhio.

--Guarda, Omar, diss'ella rabbrividendo.

--Vedo, rispose il negro. Sono aquile che calano nel burrone.

--Povera Elenka! Questa sera non rimarranno di lei che le spolpate

ossa a pasto delle belve feroci.

Soffocò un sospiro e riprese la corsa internandosi nel palmeto. Man

mano che si avanzavano gli squilli di tromba e il rullo dei tamburi

diventavano più sonori. Talvolta s'udivano nitriti di cavalli, voci

confuse di uomini e muggiti di buoi, che il vento portava.

Cominciava ad albeggiare quando essi giungevano agli avamposti. Il

campo era in piena rivoluzione ed interamente mutato. Le tende erano

state levate, i fasci di fucili sciolti, i cannoni attaccati ai

cavalli, i cammelli e i muli aggruppati alla rinfusa e carichi di

viveri, munizioni e bagagli.

Gli ufficiali correvano dappertutto dando ordini, formando le

compagnie, i battaglioni e i reggimenti che si spiegavano formando un

immenso quadrato ai cui lati galoppavano disordinatamente i

_basci-bozuk_ colle scimitarre sguainate e le pistole in pugno.

--Si parte? chiese Fathma arrestando un _basci-bozuk_ che le passava

vicino.

--Sì, rispose il turco.

--Tutti assieme?

--Tutti assieme.

--E Aladin pascià?

--Viene con noi.

--Dov'è Hicks?

--In mezzo al campo col suo Stato Maggiore.

--E O'Donovan?

--Sarà presso il pascià.

--Accorriamo, Omar, disse Fathma, congedando con un gesto il

_basci-bozuk_.

Entrarono nel campo facendosi largo fra tutti quei soldati

affaccendati ad arrotolare le tende, a caricarsi degli zaini, a

bardare i cavalli, a trascinare i cannoni, a dispensare armi munizioni

e raggiunsero lo Stato Maggiore in mezzo al quale stavano Hicks pascià

discutendo vivamente col colonnello Farquhard. O'Donovan, che era nel

gruppo, s'affrettò a correre a loro incontro conducendo tre cavalli

bardati.

--_By-good_! esclamò egli. Credeva che vi fosse toccata qualche

disgrazia e stavo per radunare alcuni _basci-bozuk_ per venirvi a

cercare... Sapete qualche cosa di Abd-el-Kerim?

--Sì, mio nobile amico, rispose Fathma. Sappiamo più di quello che

speravamo.

--E dunque?

--È prigioniero dello _scièk_ Tell-Afab che sta ora guerreggiando sul

lago Tscherkela.

--Vivo allora?

--Sì, vivo, ma non per questo salvo.

--Che avete intenzione di fare?

--Dove va l'esercito?

--A dare battaglia alle orde del Mahdi sotto El-Obeid, rispose il

_reporter_.

--Vengo con voi.

--Fate bene. Quando avremo espugnata la città pregherò Hicks pascià

che ci dia un centinaio di uomini per andar a liberare Abd-el-Kerim.

Presto, amici miei, in sella, e che Iddio ci aiuti a vincere!

CAPITOLO XVI.--Il massacro di Kasghill.

Erano le sei del mattino del 1° gennaio, quando l'esercito egiziano

comandato da Hicks pascià si mise in marcia dirigendosi verso

El-Obeid, la capitale del Kordofan, la città forte, o meglio, il

quartier generale del Mahdi Ahmed Mohammed.

Si componeva di oltre diecimila uomini fra egiziani e _basci-bozuk_,

nubiani e sennaresi, bene armati, ma affatto demoralizzati, affranti

dalle fatiche, dalle sofferenze, dalle malattie, dai torridi calori;

di diecimila uomini infine risoluti bensì a espugnare El-Obeid, poichè

la presa di questa città era l'unica risorsa che a loro rimanesse per

mettere fine a quella interminabile campagna e per evitare un

probabile disastro, ma impotenti di sostenere un vigoroso urto delle

orde del Mahdi.

L'esercito procedeva diviso in sei quadrati, ma assai lentamente,

fiancheggiato sulle ali dei basci-bozuk i quali galoppavano nel

massimo disordine colle scimitarre in pugno.

Ogni soldato aveva la baionetta inastata per essere pronto a

respingere i primi assalti degli insorti che non dovevano molto

tardare.

Faceva un caldo terribile. Il sole versava proprio a piombo, raggi

infuocati che rendevano le sabbie così ardenti che il camminare a

piedi scalzi, era affatto impossibile. Per di più, un'immensa nuvola

di polvere si alzava sotto quelle migliaia e migliaia di piedi o

ricadeva qua e là acciecando e soffocando quei disgraziati soldati.

Per due ore l'esercito fiancheggiò il palmeto di Kasegh cercando di

tenersi all'ombra, poi entrò in una vastissima pianura sabbiosa,

calcinata dal sole, sparsa di arditissime rupi e di magri cespugli.

--Che brutto luogo, disse O'Donovan, che cavalcava a fianco di Fathma.

--Temete qualche cosa? chiese l'_almea_.

--Non scordatevi Fathma, che oggi è il 1° gennaio.

--Che vuol dire ciò?

--Ho udito dire che il 1° gennaio il Mahdi ci darebbe battaglia.

--Ubbie, amico mio.

--Non correte tanto, Fathma. È un bel pezzo che io sento dire che la

luna del 1° gennaio è incaricata di vendicare l'Islam.

--E ci credete?

--Un po'.

--Ma io non vedo i ribelli, O'Donovan.

--Non è ancora sera, Fathma.

La conversazione finì lì.

L'esercito intanto continuava ad avanzarsi, ma non più coll'ordine di

prima, i soldati spossati, trafelanti, arsi vivi, andavano a

capriccio, a branchi a drappelli, coi fucili ad armacollo, tentennando

come ubbriachi. Uno cadeva qui colpito da una insolazione, e rimaneva

boccheggiante sulle sabbie ardenti; un altro cadeva là impotente di

fare un passo, un terzo si arrestava più lontano, un quarto, si

sbandava cercando invano una goccia d'acqua.

I cavalli, i cammelli ed i muli, abbandonati a sè stessi dai

cammellieri, accrescevano ad ogni istante la confusione, rimanendo

indietro, avanzando od andando a traverso a urtare le ali

dell'esercito.

Invano Hicks pascià sagrava, invano gli ufficiali si spolmonavano,

invano lo Stato Maggiore galoppava a dritta, a sinistra, dinanzi e di

dietro radunando le disperse compagnie.

Verso mezzogiorno l'esercito entrava nei boschi di Kasghill colla

speranza di trovare delle sorgenti ed estinguere l'ardente sete. Era

appena entrato che urla terribili scoppiarono in coda al quadrato del

colonnello Farquhard. Migliaia e migliaia d'insorti, difesi da grandi

scudi e armati di coltellacci, di fucili, di lancie, di scimitarre e

baionette, erano improvvisamente usciti dai circostanti boschi

caricando furiosamente gli egiziani.

L'urto fu sanguinosissimo. Gl'insorti, niente atterriti dal fuoco del

quadrato, si avventavano sulle punte delle baionette emettendo urla

acute, tentando di sfondare quella muraglia umana. Ma fulminati

dinanzi e sciabolati a tergo dai basci-bozuk, si ritirarono

confusamente gettandosi in mezzo alle fitte boscaglie dove

l'inseguimento diventava impossibile.

Hicks pascià fece suonare il segnale della fermata e si fece porre in

batteria le mitragliatrici e i cannoni. Era tempo.

Nuove torme di insorti sbucavano dai boschi con impeto disperato

sfidando impavidi il vivissimo fuoco della moschetteria e l'uragano di

piombo delle mitragliatrici. Alla loro testa marciavano i _dervis_[1]

incoraggiandoli colla voce e coll'esempio e recitando le terribili

parole dei Khuatsar che suonano così:

[1] _Dervis_, uomini che hanno una fama di santoni. Il Mahdi,

ne aveva molti.

--Colpisci senza tema, giacchè colui che tu odi ha meritato la morte.

I sei quadrati avevano un gran da fare a tenere testa a quei furibondi

che sprezzavano la morte e non chiedevano altro che di colpire. Ne

uccidevano cento e ne sorgevano duecento, ne ammazzavano di più e ne

sorgevano mille, duemila, cinquemila, ventimila.

La strage durò tre ore senza interruzione poi vi fu un po' di sosta.

Gli insorti, respinti su tutta la linea, sventrati e mutilati dal

fuoco delle mitragliatrici, si ritirarono ma senza abbandonare i

boschi di Kasghill.

Hicks pascià, premuroso di giungere a El-Obeid, fece riordinare i

quadrati e diede il segnale di rimettersi in marcia. Non aveva,

l'esercito, percorso duecento passi, che nuovi insorti apparvero

dinanzi e di dietro, a destra e a sinistra, saettando colle loro

lunghe lancie i basci-bozuk e massacrando orribilmente i disgraziati

che feriti o affranti o colpiti dalle insolazioni rimanevano indietro.

Ogni mezz'ora Hicks pascià era costretto a far suonare l'alt, far

mettere in batteria le mitragliatrici e comandare il fuoco.

Alle sette di sera fu giocoforza accampare. L'esercito, sfinito,

assetato, arrostito dal sole, acciecato dalla polvere, non era capace

di fare due passi innanzi.

I cammelli e i cavalli dei convogli vennero legati gli uni agli altri

in modo da formare un'ampio cerchio e attorno a essi i sei quadrati si

accamparono.

La notte era oscurissima. Dense nubi, nerissime come se fossero di

pece, si erano accavallate in cielo e correvano come cavalli

sbrigliati. Colpi di vento umido, di quando in quando scendevano

facendo curvare gli alberi della foresta. Al sud lampeggiava e il

tuono brontolava.

O'Donovan, Fathma e Omar, divorato in furia il magro pasto, si

diressero verso gli avamposti per vedere coi loro occhi come stavano

le cose.

I soldati erano tutti in piedi e i cannonieri erano ritti accanto ai

loro pezzi. Tutti aspettavano il nemico che aveva silenziosamente

circondata la boscaglia e che aspettava il momento propizio per

gettarsi sopra i quadrati.

--Che brutta notte che si prepara, disse O'Donovan.

--Verremo attaccati? chiese l'_almea_.

--Senza dubbio.

--Con questa oscurità?

--Gl'insorti s'accosteranno più facilmente.

--Vinceremo?

--Non credo, Fathma. I nostri soldati hanno paura e non possono

tenersi in piedi tanto sono stanchi.

In quel momento la luna apparve sull'orizzonte facendo capolino fra

due gigantesche nubi. O'Donovan impallidì.

--Ecco la luna che vendicherà l'Islam! esclamò. Non aveva ancora

finito che alcuni spari rimbombavano agli avamposti.

--All'armi! s'udirono gridare le sentinelle.

--Il nemico! gridò Omar.

La sua voce fu coperta da urla feroci, da urla di guerra e di morte.

--Colpisci senza tema, gridavano quelle voci. Colpisci senza tema

giacchè colui che tu odi ha meritato la morte.

I _dervis_ s'avanzavano colla scimitarra in pugno rovesciando

sull'esercito egiziano migliaia e migliaia di fanatici. Una terribile

grandinata di palle cadde sugli egiziani, molti dei quali

stramazzarono a terra mandando urla dolorose. I sei quadrati

vacillarono da un capo all'altro e le linee si ruppero in varii

luoghi. Alcune compagnie, côlte da invincibile panico, presero la fuga

gettando armi e zaini.

--Si salvi chi può! urlarono alcuni vigliacchi.

--Fuoco! s'udì tuonare Hicks pascià.

--Fuoco! ripeterono i comandanti.

Le trombe diedero il segnale di cominciare il fuoco e il combattimento

accanito, terribile, sanguinosissimo, cominciò.

Il fracasso diventò ben presto spaventevole. Gli egiziani, assaliti da

tutte le parti da migliaia e migliaia di guerrieri, tiravano

furiosamente, all'impazzata e assaltavano colla baionetta; i cannoni

tuonavano, ruggivano, vomitando veri torrenti di ferro e le

mitragliatrici stridevano sui fianchi dei reggimenti tempestando i

cespugli, fracassando i tronchi degli alberi, sollevando per ogni dove

il terreno, sventrando i cavalli, i cammelli e gli uomini.

Dalle negre boscaglie, avvolte da giganteschi vortici di fumo che il

vento sbatteva e lacerava, uscivano senza posa correndo e urlando,

drappelli di nudi guerrieri i quali si precipitavano contro le

baionette a corpo perduto, sfondando i battaglioni e diradando con

ispaventevole rapidità le file.

Gli uomini cadevano a dozzine, a cinquantine, a centinaia, dinanzi, a

destra, a sinistra, senza quasi sapere da qual lato venivano colpiti,

chi colle braccia tronche, chi colle gambe fracassate, chi colla testa

nettamente portata via, chi forato da cento colpi.

Era una carneficina, un mostruoso massacro. Fathma, Omar e O'Donovan,

riparati dietro i loro cavalli sventrati dalla mitraglia, guardavano

con angoscia l'assottigliarsi di quelle schiere. Mai avevano assistito

ad un macello simile; mai avevano visto tanti morti e tanti feriti;

mai avevano udito tuonare assieme tanti fucili e tanti cannoni; mai

avevano visto tanta rabbia e tanta ostinazione.

Alle undici, quando maggiore era la mischia, l'uragano che da alcune

ore minacciava di scoppiare, venne ad accrescere l'orrore di quella

notte di sangue.

Le cateratte del cielo improvvisamente s'aprirono e una pioggia

furiosa si rovesciò sui combattenti mescolandosi ai torrenti di sangue

che correvano pei boschi. Il vento cominciò a ruggire, la folgore a

scrosciare, i lampi guizzarono illuminando d'una luce livida,

infernale, l'orribile macello. Anche il cielo era contro i disgraziati

che Hicks pascià conduceva contro il profeta del Sudan.

A mezzanotte urla strazianti s'udirono a destra del quadrato di Hicks

e poco dopo un'onda di soldati sfondava uno dei reggimenti

precipitandosi all'impazzata verso i muli, i cammelli e cavalli.

O'Donovan arrestò uno di quegli uomini.

--Che succede? gli chiese.

--Il quadrato del colonnello Farquhard è stato distrutto.

--Maledizione! ruggì il _reporter_.

La situazione diventava spaventevole. I mahdisti, ebbri di sangue e di

carneficina, raddoppiavano gli assalti, sfondando una dopo l'altra le

linee di battaglia. Di quando in quando si udivano, mescolati agli

scrosci delle folgori, al rombo dei cannoni e alle fucilate, le urla

strazianti degli egiziani che venivano spietatamente macellati.

Alla una del mattino un altro quadrato veniva sfondato e poco dopo

venivano respinti, aperti, spezzati, tagliuzzati gli altri tre.

Più non restava che il quadrato di Hicks pascià ma in quale stato! Non

vi erano più ufficiali che si erano fatti ammazzare alla testa dei

loro battaglioni; non vi erano più basci-bozuk, distrutti totalmente

in due cariche tentate contro quel formidabile nemico; non vi erano

più artiglieri, morti accanto ai loro pezzi smontati o scoppiati.

V'erano invece enormi ammassi d'uomini, di cavalli e di cammelli

orrendamente scannati, dietro ai quali tiravano ancora i superstiti

anneriti dal fumo, ubbriachi di polvere colle dita abbrustolite dalle

canne di remington diventate ardenti.

Alle quattro e pochi minuti, Fathma che distesa a terra sparava dove

appariva confusamente il nemico, vide Hicks pascià che trovavasi solo,

cinquanta passi più innanzi, portare le mani al volto, vacillare,

abbandonare la sciabola e precipitare da cavallo.

--O'Donovan! gridò ella. Il pascià e caduto.

Il _reporter_ e Omar, che si trovavano alcuni passi indietro riparati

da un cannone smontato, a quel terribile grido si slanciarono verso

l'_almea_ malgrado le palle che continuavano a fioccare.

--Perdio! esclamò l'irlandese. Siamo tutti perduti. Dov'è caduto?

--Là in mezzo a quel gruppo di cadaveri.

--Accorriamo, amici, e non una sillaba. Se gli egiziani lo sanno siamo

tutti morti.

O'Donovan e i suoi compagni, scalarono intrepidamente i cumuli dei

cadaveri dal disotto dei quali sfuggivano torrenti di nero sangue, e

giunsero là, ove era caduto il pascià.

In sulle prime, fra i vortici di fumo non iscorsero che un cavallo

riccamente bardato che s'impennava nitrendo, ma poi in mezzo ai

cadaveri dello Stato Maggiore, steso sul dorso, colle braccia

incrociate sotto la testa scopersero l'infelice pascià.

O'Donovan, coi capelli irti, tremante, pallido, inondato di freddo

sudore, si curvò su di lui e l'alzò. Il pascià aveva la faccia

marmorea e alterata, la barba irrigata dal sangue che eragli uscito

dalla bocca e la tunica forata da due palle.

--Gran Dio! balbettò il _reporter_. È morto.

Balzò in piedi, afferrò Fathma per una mano e disse:

--Fuggiamo o siamo perduti.

--Ma dove? chiese l'_almea_ pallida di terrore.

--Ho visto una rupe laggiù. La scaleremo.

--Ma il nemico circonda il quadrato.

La favorita del Mahdi · 第 20 / 29 段