dalla macchia di acacie. Il nubiano fece un salto gigantesco gettando
un ruggito di dolore e cadde a terra con una gamba spezzata da una
palla. Prima che potesse risollevarsi o porsi sulla difensiva, Omar
gli ruinava addosso coll'_jatagan_ in pugno.
--Guardami in volto, Takir! gli urlò agli orecchi lo schiavo di
Abd-el-Kerim.
--Omar! esclamò con profondo terrore il nubiano.
--Sì, proprio Omar, venuto al campo per vendicare l'infelice Fathma!
--Grazia!... balbettò Takir che si sentì agghiacciare il sangue.
Grazia, Omar.
Il negro lo guardò con profondo disprezzo.
--Ah! Tu hai paura della morte, gli disse sogghignando.
--Sono giovane per morire. Lasciami la vita e io sarò tuo schiavo.
--Vigliacco!... Odimi, Takir: tu puoi riscattare la vita rispondendo
alle domande che ti farò ed eseguendo quello che ti ordinerò.
--Sono pronto a ubbidirti, ma lasciami la vita. La morte mi fa paura.
--Sta bene. Dimmi innanzi a tutto come Abd-el-Kerim cadde prigioniero.
--Fu preso mentre eseguiva una ricognizione nei dintorni di El-Duêm.
--Che ne fu del capitano Hassarn?
--I ribelli gli tagliarono il capo.
--Cosa sei venuto a fare qui? Ti ho veduto parlare con un ribelle.
--Voleva sapere se Abd-el-Kerim era vivo o morto.
--Tanto interessa a te il saperlo? chiese ironicamente Omar.
--Non a me, ma alla mia padrona.
--A Elenka? Dove trovasi questa donna? Dove ha la sua tenda?
Il nubiano non rispose e lo guardò con smarrimento.
--Takir, gli disse cupamente Omar. La tua vita è in mia mano; se taci
io la spengo.
--Che vuoi fare della mia padrona? Oh! non toccarla, Omar!
--Ne farò quello che meglio mi piacerà. Dov'è la tenda?
--Si trova a quattrocento passi da quella di Hicks pascià.
--Takir, disse gravemente Omar, sta in guardia, perchè se mi inganni
io ti spezzo il cranio.
--Lo so, ed è per questo che non ardisco ingannarti. Anzi ti dirò che
sulla tenda ondeggia una piccola bandiera greca.
--Chi ha con sè Elenka?
--Nessuno. I due dongolesi che l'accompagnavano sono stati uccisi.
--Conosce il _tugul_ che ti additò Tepele?
--Come conosci Tepele?
--Ti ho veduto parlare assieme e ho udito il suo nome. Rispondi,
conosce quel _tugul_?
--Sì, ci siamo recati assieme un'altra volta.
Omar estrasse da una saccoccia un pezzo di carta e una matita.
--Scrivi quanto ti detterò, disse al nubiano.
--Tu vuoi rovinarmi, Omar.
--Se rifiuti ti rovinerò io e per sempre, disse Omar.
Il nubiano comprese la minaccia e scrisse, sotto dettatura di Omar, il
seguente biglietto:
«_Padrona_,
«Non posso venire al campo perchè sono prigioniero degli insorti.
Domani a mezzanotte recatevi al _tugul_ che già voi conoscete. Tepele
vi darà informazioni precise sulla sorte di Abd-el-Kerim.
TAKIR
Omar prese la carta, la lesse e la nascose con cura in petto.
--Takir, gli disse, recita una preghiera.
Il nubiano guardò con terrore Omar che teneva alzato l'_jatagan_.
--Perchè vuoi che reciti una preghiera? gli disse con voce tremante.
--Perchè fra un minuto ti presenterai al Profeta.
--Grazia!... grazia!... M'avevi promesso di non uccidermi!... Grazia,
abbi pietà di me, Omar!
--Se io ti lascio in vita tu puoi tradirmi e mandare in fumo tutti i
miei progetti. Recita una preghiera, Takir, che ho fretta.
--Allàh, aiutami, non uccidermi, sono giovane.... pietà, Omar,
balbettò il nubiano che non aveva più sangue nelle vene.
--Recita una preghiera, urlò ferocemente Omar.
Il nubiano cacciò fuori un ruggito di disperazione e cercò, con
un'improvvisa scossa, di rovesciare Omar, ma le forze lo tradirono e
ricadde al suolo cogli occhi stravolti.
--Aiuto! aiuto!... urlò egli dibattendosi sotto il ginocchio dello
schiavo. Aiu...
L'_jatagan_ di Omar scese rapido come un lampo fendendogli il cranio
fino al mento; dall'enorme ferita sfuggì un torrente di sangue misto a
brani di cervella. Il nubiano sollevò la terra colle unghie per due o
tre volte poi s'irrigidì.
--E uno, disse Omar, asciugando la lama dell'_jatagan_. Domani Fathma
scannerà l'altra.
Gettò uno sguardo sul colossale cadavere del negro, stette alcuni
istanti in ascolto, poi, assicurato dal funebre silenzio che regnava
nel palmeto, ripresa la scimitarra e le vesti, si allontanò a rapidi
passi dirigendosi verso il campo.
CAPITOLO XIV.--L'appuntamento
Il campo si era già addormentato da un bel pezzo, quando Omar, tutto
trafelato per la lunga corsa, giungeva alla tenda.
Fathma, sdraiata sulla coperta, col capo appoggiato su di uno zaino,
dormiva tranquillamente e O'Donovan vegliava accoccolato presso di
lei, fumando una sigaretta e leggendo alcune note del suo libriccino
al vacillante chiarore di una torcia resinosa infissa nel suolo.
Al rumore che fece il negro entrando, il reporter alzò il capo.
--Finalmente, diss'egli. Dove sei andato?
--A dire due parole ad un soldato mio amico, disse Omar con aria
imbarazzata. Come sta Fathma? Ebbe ancora il delirio?
--No, e spero non delirerà più.
La conversazione cadde lì, il negro e il _reporter_ si sdraiarono a
terra, l'uno accendendo il suo _scibouk_ e l'altro ripigliando la
lettura del suo _notes_.
La notte, sotto la tenda passò abbastanza tranquilla. Fathma si
svegliò due o tre volte in preda al delirio, ma fu cosa da poco.
Nell'accampamento invece vi furono parecchi allarmi, molti colpi di
fucile ed anche un attacco da parte degli insorti che fu respinto
dalla carica di uno squadrone di _basci-bozuk_ e dal fuoco delle
mitragliatrici.
Appena il sole spuntò, O'Donovan saltò in piedi.
--Omar, diss'egli. Oggi non tornerò nella tenda avendo da fare una
escursione nei dintorni del campo con lo Stato Maggiore. Questa sera,
però, prima che il sole tramonti, sarò qui. Veglia sulla malata.
Il negro lo seguì fuori della tenda, poi, quando vide che era un bel
tratto lontano, s'affrettò a rientrare chiamando ripetutamente la sua
padrona.
La povera _almea_, alla voce del fedele schiavo, non tardò a
svegliarsi. Ella si rizzò a sedere, girando attorno sguardi smarriti.
Era pallida, abbattuta, aveva la disperazione scolpita in volto e
tremava come avesse una potentissima febbre. Afferrò convulsivamente
le mani che le tendeva Omar e le strinse con frenesia.
--Omar!... Omar!... esclamò essa con voce cavernosa.
--Come state mia disgraziata padrona? chiese il negro che frenava a
gran pena le lagrime tremolantegli sotto le ciglia.
--Ah! Omar, sono stata alfine colpita proprio al cuore, sono stata
alfine curvata dal potente soffio della fatalità! Povere mie speranze
infrante, povero Abd-el-Kerim.
Un singhiozzo le montò alla gola e soffocò la sua voce. Gli occhi le
si appannarono e l'abbronzato suo volto si rigò di pianto.
--Tutto a me d'intorno è ruinato, ripigliò ella con disperato accento,
tutto è finito, tutto è perduto. Oh! l'orribil sogno!... Aver tanto
sperato, aver tanto sofferto, tanto lottato e poi non rivederlo... è
spaventevole, è mostruoso!... Aveva sperato di rivedere ancora quegli
occhi che mi avevano vinto, che mi avevano domato, di riudire ancora
quella voce che mi aveva giurato eterno amore nelle foreste del
Bahr-el-Abiad, quella voce che mi faceva saltare il cuore in petto,
che mi rapiva in estasi; aveva sperato di rivederlo ai miei piedi
ebbro d'amore, di essere alla fine felice dopo tanti strazi... e non
lo rivedrò invece più mai... Allàh, dammi la forza di resistere che io
muoio!... Oh Dio! quanto sono infelice!
Ella nascose il volto fra le mani, si rovesciò all'indietro e pianse.
Omar, che non riusciva a frenare egli pure le lagrime, la risollevò.
--Padrona, non disperarti così, non piangere. Tutto non è terminato
ancora, diss'egli. Lo ritroveremo, te lo giuro, e più presto di quello
che tu credi.
--Perchè illudermi, Omar? Non spero più; tutto è irremissibilmente
perduto, tutto! tutto!
--Ma no, non è perduto, tutto padrona. Anzi potei raccogliere, ieri
sera, alcune notizie su Abd-el Kerim, e posso assicurarti che non è
morto.
Fathma scattò in piedi come una leonessa. Ella afferrò Omar per le
braccia scuotendolo quasi con furore.
--Notizie di lui! di Abd-el-Kerim! esclamò ella con una voce che
l'emozione strozzava. Omar!.... Omar!... non farmi morire dalla gioia,
non farmi balenare una speranza che forse non esiste.
--Te lo giuro, padrona, io ho avuto notizie di lui.
--Dov'è? Dove l'hanno condotto?.... Dimmelo, Omar, dimmelo!
--È prigioniero dello sceicco Tell-Afab.
--Ah!... dove si trova questo sceicco?... Io voglio vederlo.
--È impossibile, padrona. Si è recato al sud a combattere contro
alcune tribù che si sono ribellate al Mahdi; dopo ritornerà certamente
a El Obeid.
--Ed è sano il mio Abd-el-Kerim?
--Questo lo sapremo questa sera a mezzanotte
L'_almea_ lo guardò cogli occhi stravolti.
--A mezzanotte! esclamo ella con sorpresa. Da chi? Come?
--Da un ribelle che si chiama Tepele.
--E tu conosci questo ribelle? Oh! vorrei abbracciarlo quest'uomo.
--Sarebbe pericoloso, padrona, si correrebbe il rischio di buscarsi
qualche colpo di lancia. Ascolta quanto m'è toccato questa notte.
L'_almea_ tornò a sedersi, tutta inondata di gelido sudore e tremante
per la violenta emozione. Omar, accoccolatosi a lei accanto, le narrò
per filo e per segno l'incontro di Takir, la gita di questi fuori del
l'accampamento, il colloquio che aveva tenuto col ribelle Tepele,
l'appuntamento per la mezzanotte con Elenka e infine il dramma
sanguinoso che seguì la scrittura del biglietto.
Fathma l'ascoltò in silenzio, senza dare il più piccolo segno di
collera o di gioia, ma quand'ebbe finito si alzò colle pistole in
pugno, dirigendosi verso l'uscita della tenda.
--Dove vai? gli chiese Omar, spaventato, mettendosi risolutamente
dinanzi.
--Vado alla tenda della greca, rispose Fathma con voce sorda. Fra
mezz'ora le avrò fatto saltare le cervella.
--Ma tu vuoi perderci tutti e due! No, padrona, non lo farai.
--Ma sai Omar che ho il sangue che mi bolle? Sai che per ucciderla
darei volentieri la mia vita?
--E se io ti fornissi il mezzo di ucciderla egualmente, senza che tu
abbi a correre pericolo alcuno?
--Come? Parla, Omar, parla.
--Aspettiamo questa notte innanzi tutto. Appena il campo si sarà
addormentato noi raggiungeremo il _tugul_ e ci nasconderemo
nell'interno o lì vicini. Elenka verrà, noi assisteremo al suo
colloquio col ribelle Tepele, poi, quando sarà rimasta sola, o nel
_tugul_ o nella foresta noi l'assaliremo e la scanneremo come io ho
scannato Takir. Ti pare? Nessuno ci vedrà, nessuno saprà nulla, non
rimarrà nemmeno la più piccola traccia dell'assassinio, poichè i leoni
e le iene s'incaricheranno di far sparire il cadavere.
--E O'Donovan? Egli vorrà venire con noi e ci sarà d'ostacolo.
--Niente affatto, egli non verrà. Lascia fare a me, e vedrai che tutto
andrà bene.
--Ma sei certo che Elenka si recherà all'appuntamento?
--Più che certo. Io vado a farle recapitare il biglietto scritto da
Takir. Quando leggerà che trattasi di sapere ove trovasi Abd-el-Kerim
non esiterà un solo istante a partire.
--Se così fosse!... Oh!... quale ebbrezza, nel vederla morta ai miei
piedi in un lago di sangue.
--La vedrai morta, padrona. Rimani adunque, pazienta ancora alcune
ore.
--E sia, aspetterò la mezzanotte, L'ora sarà più propizia per la
vendetta.
--Allora io mi reco alla tenda di Elenka.
--E se ti conosce?
--Non mi riconoscerà perchè non sarò già io che le consegnerò il
biglietto.
Il negro sturò una bottiglia di caffè, l'ultima che possedeva
O'Donovan, vi aggiunse alcune goccie di _wiscky_ che trovò in una
fiaschetta e ne fece trangugiare buona parte all'_almea_. Ne sorseggiò
qualche poco, poi uscì per compiere la difficile missione.
L'_almea_, in preda ad un'ansia indescrivibile, si sdraiò sul limitare
della tenda colla testa fra le mani e il volto cupo. Venne il mezzodì;
il rancio composto di pochi grani di _durah_, d'una piccola porzione
di carne di cammello morto di fatica e di alcune goccie di acqua
putrida e calda, fu dispensato, ma Omar non comparve.
Passarono altre otto lunghe ore. Già Fathma cominciava a temere che
gli fosse accaduto qualche disgrazia, che fosse stato scoperto e
preso, quando comparvero dinanzi alla tenda il negro e il _reporter_
del _Daily-News_.
--_By-good_! esclamò allegramente O'Donovan, entrando. Di già in
piedi, mia buona amica! Come state?
--Molto bene, rispose Fathma guardando Omar che le fece un rapido
cenno.
--Non posso fare a meno di ammirarvi, riprese il _reporter_. Siete
d'acciaio.
--Sono araba, ecco tutto.
--Che avete pensato di fare? Rimarrete al campo?
--Per ora sì. In seguito vedrò.
--Sapete che siamo lì lì per levare le tende e marciare su El-Obeid?
--Ah! di già?
--Sicuro. Oggi Aladin e Hicks pascià si sono riuniti collo Stato
Maggiore e hanno deciso di partire.
--E quando?
--Probabilmente domani. Ma ho paura che succeda dei guai.
--Perchè?
--I due pascià non s'intendono sulla via da scegliersi per marciare su
El-Obeid. Hicks vuole andarvi per la pianura che è la via più corta,
Aladin invece vuole andarvi pei monti e fare alto a Melbass prima di
dare battaglia.
--E cosa hanno concluso? chiese Fathma.
--Che l'esercito si separerà in due corpi. L'uno marcerà su El-Obeid e
l'altro su Melbass.
--Che ne dite di questa separazione?
--Io dico che ci condurrà ad una catastrofe, disse tristemente
O'Donovan. Lo vedrete, Fathma, saremo schiacciati dal Mahdi.
Nella tenda regnò per alcuni istanti un penoso silenzio. D'improvviso
Fathma s'avvicinò al _reporter_ che era diventato pensieroso, e
posando le mani sulle spalle di lui, gli disse:
--O'Donovan, ho un piacere da chiedervi.
--Parlate amica mia, rispose l'irlandese con voce affettuosa. Sono ai
vostri ordini.
--A mezzanotte devo trovarmi fuori dell'accampamento per parlare con
un ribelle. Mi darà importanti notizie su Abd-el-Kerim.
--Oh! fe' il _reporter_ sorpreso. Vi recate ad un appuntamento!
--Sì, questo ribelle, al quale io salvai, due anni addietro, la vita,
parlò oggi con Omar. Egli disse che a mezzanotte potrebbe darci
notizie esatte sul luogo ove fu tratto il mio fidanzato. Non bisogna
che io manchi.
--Ebbene, ci andremo tutti e tre.
--No, voi non potete venire. Il piacere che vi chiedo è che voi
rimaniate nella tenda.
--Che io rimanga qui!... E perchè?
--Perchè la presenza di un bianco, di un infedele, potrebbe irritare
quel selvaggio.
--Ma, se quel ribelle vi tendesse invece un agguato? La mia compagnia
è un remington di più che parlerebbe, ve l'assicuro, con una
precisione terribile.
--Non abbiate timore che ci si giuochi un brutto tiro, O'Donovan. Quel
selvaggio _Baggàra_ è un uomo di parola e mi ha giurato sul _Corano_
che nessuno ci torcerà un capello.
--Quando è così, rimarrò nella tenda.
--Giuratelo.
--Lo giuro.
--Grazie, O'Donovan, disse Fathma con voce commossa. Prima che l'alba
spunti noi saremo di ritorno e sapremo che sarà successo del mio
infelice Abd-el-Kerim.
La sua faccia s'alterò fortemente e la voce le si spense in un
singhiozzo.
--Andiamo, padrona, disse Omar porgendole il remington.
L'_almea_ che aveva chinato il capo sul seno, lo rialzò con un gesto
d'indomita fierezza. I suoi occhi si accesero d'una cupa fiamma e le
nari si dilatarono straordinariamente.
--Vieni, Omar! esclamò ella. Là ci aspettano.
Strinse la mano al _reporter_ e uscì a rapidi passi col negro,
inoltrandosi silenziosamente fra la moltitudine di tende. Erano quasi
le undici di notte quando oltrepassati gli avamposti, entravano nel
palmeto.
--La via? chiese Fathma. La conosci tu?
--A menadito, rispose Omar. Cammina dietro di me e sta bene attenta.
Il ribelle assicurò Takir che non correrebbe alcun pericolo ma non
bisogna fidarsi.
--Verrà la mia rivale?
--Sicuramente, Fathma.
--Come hai fatto a consegnarle il biglietto di Takir?
--Lo diedi ad un soldato che per un pugno di parà lo portò. Egli mi
disse che la greca, nel leggerlo, mandò un grido di gioia immensa.
--Ah! esclamò Fathma coi denti stretti e accarezzando l'impugnatura
dell'_jatagan_. Allunghiamo il passo; sono impaziente di vedere il
luogo dove cadrà per sempre la mia odiata rivale!
Al disotto di quella foresta v'era oscurità perfetta; era molto se
qualche raggio lunare, azzurrognolo, d'infinita dolcezza, penetrava
fra il fitto fogliame delle palme, dei tamarindi e dei colossali
baobab, a formare una chiazza biancastra sul suolo erboso o coperto di
immani radici che uscivano da terra come serpenti. Mille urla, mille
ruggiti, mille scrosci di risa s'udivano a destra e a manca, emessi
dagli sciacalli, dei leoni e dalle iene che si disputavano i cadaveri
degli Egiziani o dei ribelli rimasti sul terreno nella scaramuccia
della notte precedente. Di quando in quando, verso le lontane pianure
o verso il campo, echeggiavano scoppi rumorosi di remington o di
moschettoni seguiti poco dopo dagli allarmi degli avamposti.
Omar e Fathma, procedendo silenziosi come ombre e colla massima
circospezione, in capo a mezz'ora ebbero attraversato il palmeto senza
aver incontrato alcun insorto. Essi si trovarono dinanzi ad una serie
di scoscese colline, in cima ad una delle quali alzavasi un _tugul_
conico.
--Quello là, disse Omar, è il luogo dell'appuntamento. Saliamo con
precauzione, Fathma. Potrebbe darsi che Tepele si trovasse di già sul
posto.
Aggrappandosi ai cespugli, aiutandosi l'un l'altro e sempre nel più
profondo silenzio, essi guadagnarono la cima della collina, piana,
sparsa di macigni e di cespugli, con un profondo burrone nel mezzo,
dalle pareti tagliate a picco e nel cui fondo urlavano bande numerose
di sciacalli.
Omar si spinse fino al _tugul_ ma era oscuro e deserto.
--Benone, mormorò egli ritornando presso Fathma. Non sono ancora
giunti ma non staranno molto a venire. Ti senti forte padrona?
--Più forte e più risoluta che mai, rispose Fathma. Lascia che venga
la mia rivale e io ti farò vedere di quanto sia capace un'araba.
Ella mostrò al negro un fitto cespuglio distante appena venti passi
dal _tugul_ e vi si nascosero nel mezzo, cogli occhi fissi sulla
sottostante pianura.
Erano passati appena dieci minuti che dal nord fu visto venire innanzi
un uomo semi-nudo armato di una lunga lancia. Omar conobbe in lui
Tepele, l'amico di Takir.
--Sta attenta Fathma, mormorò il negro all'orecchio della compagna.
Tepele era giunto ai piedi del colle. Lo salì con una agilità da
scimmia, passò a pochi passi dal cespuglio, entrò nel _tugul_ e accese
un po' di fuoco.
D'improvviso Fathma afferrò fortemente il braccio d'Omar e lasciò
uscire dalle labbra contratte una sorda esclamazione.
--Guardala! diss'ella con voce arrangolata. Guardala!
Una donna armata di fucile e affatto sola, era apparsa sul limitare
del palmeto. La luna che batteva su di lei, rendeva perfettamente
visibili i suoi lineamenti e il costume greco che indossava.
--Erano passati due mesi, quando una notte ebbi la brutta idea di
invitarlo a cacciare il leone. Io camminavo dinnanzi e lui camminava
dietro a me.
--Elenka! balbettò Omar che provò involontariamente un brivido.
--Appena che mi capita a tiro di fucile io l'abbatto! Ho il sangue che
mi bolle e nubi di fuoco dinanzi agli occhi. Oh! la vendetta!... la
vendetta!...
--Non ti muovere, padrona! Se tu l'ammazzi prima che abbia a parlare
con Tepele non sapremo più mai dove potremo trovare Abd-el-Kerim.
Frenati per mezz'ora.
L'_almea_ che si era rizzata sulle ginocchia col remington in mano,
tornò a sdraiarsi.
--Aspetterò, mormorò.
La greca dopo aver esitato, si era messa a salire la dirupata china
saltando di sasso in sasso, di scheggione in scheggione come
un'antilope. Si fermò tre o quattro volte, girò e rigirò attorno al
_tugul_ dalle cui fessure uscivano raggi di luce, poi entrò. Fathma e
Omar balzarono fuori dal cespuglio, e si appostarono ai lati della
porta, spingendo gli sguardi nell'interno della capanna.
--Frenati, mormorò un'ultima volta Omar.
--Non aver paura di nulla, rispose Fathma. Ora Elenka è mia!
CAPITOLO XV.--Due tigri
Tepele, che si era accoccolato accanto al fuoco, nello scorgere la
greca si era subito alzato andandole incontro. Egli le baciò la mano,
la fece sedere su di un _angareb_ malandato e gettò una nuova
bracciata di legne secche sul fuoco.
--Ebbene Tepele, disse la greca, con un leggiero tremito nella voce.
Sai alfine qualche cosa?
--Sì, ma dov'è Takir?
--Non ha potuto venire. Su, narra, fa presto che ho l'inferno nel
cuore. Dove si trova? È vivo?... È morto?...
--Posso assicurarvi che Abd-el-Kerim è vivo.
Elenka scattò in piedi come una pazza.
--È vivo!... Vivo!... ripetè ella con un'esplosione di gioia che
pareva delirio. Sei proprio sicuro?.... L'hai veduto proprio coi tuoi
occhi?... Dimmelo, Tepele, dimmelo!
--Io non l'ho veduto, rispose il guerriero, ma ho parlato quest'oggi
con un arabo che veniva dal sud. Egli l'ha non solo visto, ma gli ha
anche parlato.
--Posso fidarmi delle parole di quell'arabo?
--Danàqla è incapace di mentire.
--Dove si trova il mio povero Abd-el-Kerim?
--È nelle mani dello sceicco Tell-Afab il quale sta ora guerreggiando
sulle rive del lago Tsherkela contro una tribù di _Bàggara_[1] che si
è ribellata al nostro signore.
[1] Bàggara, da Bàgar (bove) sono mandriani arditissimi che
abitano il sud del Kordofan.
--È prigioniero adunque? chiese con trepidazione la greca.
--È prigioniero.
--Lo si maltratta forse?
--Non abbiamo questa abitudine verso gli uomini che potrebbero esserci
di grande utilità.
--Che vuoi dire?
--Abd-el-Kerim è ufficiale che se ne intende di cose di guerra e potrà
servire sotto le nostre bandiere con un bel grado.
--Credi tu che accetterà?
--E perchè no? Egli è arabo e gli arabi non amano gli Egiziani.
--Ma se egli rifiutasse?
--In tal caso gli si taglierà la testa, disse tranquillamente Tepele.
--Tu mi fai paura. Rifiuterà, ne son certa.
--Non aver timore, che egli anzi accetterà. Appena lo _scièk_
Tell-Afab avrà soggiogato quei miserabili _Bàggara_, tornerà a
El-Obeid, presenterà l'arabo a Mohammed-Ahmed e questi lo convertirà.
Non sarei sorpreso se gli affidasse qualche buona tribù di guerrieri.
--Ed io, dove potrei vederlo? Cosa potrei fare per raggiungerlo? Oh!
io voglio rivederlo, dovessi arrischiare la mia vita mille e mille
volte, dovessi passare in mezzo a centomila ribelli.
--Sarà difficile che tu possa raggiungerlo.
--Anche se Hicks pascià rompesse le orde di Mohammed-Ahmed e
s'impadronisse di El-Obeid?
Un sorriso ironico apparve sulle labbra del ribelle.
--Non illuderti, diss'egli. Non si vince l'inviato di Allàh. Ad un suo
cenno i vostri cannoni invece di vomitare fuoco e bombe vomiteranno
acqua.
--Ma non sai che siamo in undicimila e armati sino ai denti?
--Sicuro che lo so.
--Faremo di voi tutti un massacro.
--E che importa a noi il morire? Mohammed-Ahmed ci aprirà le porte del
paradiso e tutti si batteranno come leoni per guadagnare questo
premio. Lo vedrai, Ahmed disperderà il tuo esercito come il _simoum_
disperde le sabbie, poi conquisterà l'Egitto sgozzando egiziani,
turchi e cristiani, passerà alla Mecca a rovesciare dal trono il
Sultano dei turchi, conquisterà l'India e diverrà il padrone del mondo
per farvi regnare la sua fede.
--Ti lascio nelle tue credenze. Ma non potrei in qualche modo
raggiungere Abd-el-Kerim? Se passassi sotto la bandiera del Mahdi?
--Sei una donna e non si saprebbe cosa fare di te.
--Valgo più di un uomo. Sono una jena.
--Si potrebbe tentare.
--Quando?
--Questa istessa notte, disse Tepele. Domani forse sarebbe troppo
tardi.
--Mettiamoci in cammino allora.
--Andiamo adagio Tu mi aspetterai qui. A un miglio da queste colline
accampano i miei compagni; io andrò a chiedere a loro se ti accettano
sotto la loro bandiera.
--Sta bene, ti aspetterò disse Elenka.
Tepele gettò una nuova bracciata di legne secche sulle due pietre che
formavano il focolare, prese la sua lancia e uscì.
Non erano ancora trascorsi due secondi che al di fuori s'udiva una
detonazione accompagnata da un grido straziante. Elenka si precipitò
verso la porta, ma retrocesse quasi subito fino all'estremità della
capanna coi capelli irti sul capo. Il sangue le si gelò nelle vene;
impallidì spaventosamente.
Dinanzi a lei, sul limitare della capanna, era improvvisamente apparsa
l'_almea_ Fathma con due pistole in pugno. La greca gettò un urlo.
--Fathma!... Fathma!... balbettò poi con un filo di voce.