Presero un sentieruzzo che scendeva, serpeggiando, il declivio di un

colle ed in poco tempo giunsero sul limite estremo del bosco. Fathma e

Omar s'arrestarono sorpresi dal grandioso spettacolo che si presentava

dinanzi ai loro occhi.

A duecento metri da loro, in una immensa pianura ondulata, cosparsa da

gruppetti di palme, accampava l'esercito egiziano comandato da Hicks e

da Aladin pascià, forte di undicimila e più uomini.

Immaginatevi tre o quattro mila tende, disposte nel massimo disordine,

secondo il capriccio di coloro che le abitavano, ritte o atterrate,

lacerate o rattoppate, bianche o dipinte, alcune aggruppate

strettamente, altre separate da centinaia e centinaia di piedi,

arrampicantesi sulle colline sabbiose o sui pendii di aridissime rupi.

Nel mezzo s'alzavano, e queste con un po' d'ordine, le tende più

elevate degli ufficiali, dello stato maggiore e quelle dei generali

sulle quali ondeggiavano lacere bandiere egiziane.

Dappertutto si vedevano soldati, chi sdraiati per terra o aggomitolati

come gatti al sole, chi seduti attorno ai fuochi a preparare il

rancio, chi occupati a manovrare, chi a esercitarsi al tiro; vi erano

egiziani, negri, turchi, basci-bozuk, europei, tutti in differenti

costumi. Dappertutto vi erano fasci di fucili che rifulgevano ai

torridi raggi del sole, cannoni, tamburi, barili di munizioni, e in

mezzo a tuttociò cavalli, muli e cammelli che nitrivano, che

ragliavano, che muggivano, formando colla voce degli uomini un baccano

assordante, continuo, paragonabile al fragore del mare in tempesta.

--Quanti uomini! esclamò Omar. Che baccano, che confusione, quante

armi, quante tende, quanti animali!...

--Tanti ma sempre pochi, disse O'Donovan con un sospiro.

--Non vi pare che bastino tutti questi?

--Pel Mahdi no, sono ancora pochi.

--Lo credete? disse Fathma.

--Sì mia cara, questi uomini non sono sufficienti per vincere il leone

del Sudan. Orsù, andiamo da Hicks pascià.

--Qual'è la sua tenda?

--Quella che vedete là in mezzo.

--E quella...

--Di chi?...

--Tiriamo innanzi, mormorò Fathma mordendosi le labbra.

Entrarono nel campo, attraversando quel labirinto di tende, d'uomini e

di animali e mezz'ora dopo si arrestavano presso la tenda d'Hicks

pascià, dinanzi la quale vigilavano due sentinelle.

--Vammi ad annunciare al generale, disse O'Donovan ad una di esse.

--Ci accoglierà? chiese Fathma con voce visibilmente alterata.

--Certamente, rispose il _reporter_. Siate forte.

--Lo sono.

--Rammentatevi che un sol gesto può tradirvi e forse perdervi. Il

generale non tollererebbe nel suo campo una favorita del Mahdi.

--Vi dissi già che sono pronta a tutto. Non abbiate paura.

Due ufficiali uscirono in quell'istante dalla tenda, e salutarono

rispettosamente il _reporter_ che restituì a loro il saluto.

--Chi sono? chiese Fathma.

--Il capitano di stato maggiore Farquar e il barone Cettendorfs. Due

uomini di ferro, specialmente il primo.

La sentinella ritornò annunciando che erano aspettati. O'Donovan

strinse fortemente le braccia de' suoi compagni, come per raccomandare

a loro prudenza, e li condusse dentro.

In mezzo alla tenda, seduto su di un tamburo, se ne stava il generale

Hicks con alcune carte topografiche spiegate sulle ginocchia.

Era questi un uomo di bell'aspetto, alto, robustissimo, non ostante

che gli pesassero sulle spalle più che cinquant'anni, con una faccia

alquanto dura, abbronzata dai raggi solari delle torride regioni e

rugosa per le fatiche, ombreggiata da una barba piuttosto lunga,

liscia e brizzolata da parecchi fili bianchi.

Hicks pascià era un soldato nel vero senso della parola, che sorto dal

nulla, mercè la sua rara intrepidezza, la sua energia e il suo

talento, era riuscito, passo a passo, a guadagnarsi il grado di

generale.

Era entrato nell'esercito indiano l'anno 1848. Dopo aver combattuto in

quasi tutte le battaglie della grande insurrezione indiana era corso

in Abissinia a prendere parte alla guerra contro Re Teodoro, anzi

entrava fra i primi in Magdala.

Ritiratosi in Inghilterra col grado di maggiore e nominato più tardi

colonnello, ripartiva i primi del 1883 per Suakim onde prendere parte

alla spedizione del Sudan.

Il 13 febbraio, nominato comandante supremo della spedizione, lasciava

Suakim con uno stato maggiore composto di dodici ufficiali europei,

dieci inglesi e due tedeschi.

Giunto a Chartum organizzava l'esercito incorporandovi Arabi,

Egiziani, Etiopi e Basci-Bozuk e il 9 settembre mettevasi in campagna

con 6000 fantaccini, 4000 basci-bozuk, ventidue cannoni, alcune

mitragliatrici, 590 cavalli e 5500 cammelli.

Doveva avanzarsi lungo il fiume Bianco costruendo sei forti onde

mantenere le relazioni e nell'ottobre o novembre dare battaglia alle

orde del Mahdi.

Al forte di Kawa batteva i ribelli e poche settimane dopo tornava a

vincerli, ma a nulla erano giovate queste vittorie.

Assalito continuamente, male organizzato, senza commissariato, senza

mezzi di trasporto sufficienti, senza fondo di cassa, l'esercito s'era

ben presto demoralizzato.

Hicks pascià aveva però tenuto fermo, e sfidando imperterrito le

lancie dei mahdisti, la fame, la sete e il caldo, era finalmente

riuscito a raggiungere El-Dhuem.

Riorganizzato alla meglio l'esercito erasi subito rimesso in campagna

risoluto ad espugnare El-Obeid, la capitale del Mahdi, affrontando

nuovamente altri ostacoli e altri pericoli senza nome. I soldati

cadevano per la stanchezza, i pozzi erano pieni di cadaveri putrefatti

appositamente gettativi dai ribelli, i cammelli insufficienti, i

nemici sempre più accaniti.

Nella prima sola giornata di marcia aveva perduto sette ufficiali,

cinquanta soldati e altrettanti cammelli per l'insoffribile caldo!

Il 10 ottobre, dopo un continuo scaramucciare, giungeva a

Sange-Hamferid e agli ultimi di ottobre faceva accampare l'esercito

sfinito, demoralizzato, a Kassegh, aspettando il momento opportuno per

gettarsi su El-Obeid ed espugnarla.

CAPITOLO XIII.--Lo schiavo di Elenka.

Hicks pascià, appena vide entrare O'Donovan e i suoi compagni, mosse

sollecitamente a loro incontro con un sorriso bonario sulle labbra.

Salutati militarmente i due ufficiali basci-bozuk che gli restituirono

spigliatamente il saluto, strinse vigorosamente la mano che il

_reporter_ gli porgeva.

--Dove diavolo siete stato fino ad ora? chiese gaiamente il generale.

Sono sei giorni che non vi fate vedere nella mia tenda, amico caro, e

cominciavo a temere che vi fosse accaduta qualche disgrazia.

--Non ancora, generale, disse O'Donovan, sorridendo. Ho fatto una

escursione agli avamposti per vedere come vanno le faccende.

--E che avete veduto?

--Ho trovato innanzi a tutto questi due ufficiali che conobbi a

Chartum e che venivano appositamente in cerca del vostro esercito per

arruolarsi. Vogliono combattere contro le orde del _Mahdi_.

--Ah! fe' il generale, fissando attentamente i due falsi ufficiali.

Voi siete venuti appositamente per combattere contro i ribelli?

--Sì, generale, disse Fathma

--Da dove venite?

--Dal Bahr-el-Abiad.

--Avete incontrato dei ribelli dietro via?

--Ci hanno inseguiti dieci o dodici volte.

--Avete avuto un bel coraggio, amici miei, e una bella costanza per

raggiungere il mio esercito attraversando un paese sollevato a

rivolta. Ah! voi volete battervi? Vi batterete e presto.

--Si fa partenza forse? chiese O'Donovan.

--Fra qualche giorno, rispose il generale, diventando d'un tratto

pensieroso. Sapete, O'Donovan, che noi ci troviamo in una posizione

che può chiamarsi disperata? Se noi non entriamo più che in fretta in

El-Obeid, corriamo il pericolo di terminare la campagna con una

catastrofe.

--Cosa c'è di nuovo?

--Che l'esercito muore di stenti e di sete. Non vuole più obbedire ai

miei comandi, si lamenta che manca di tutto, che così non la può

durare, che ne ha abbastanza della campagna e che vuole ritornare a

casa.

--Quando è così si ricorre a mezzi estremi per ridurlo all'obbedienza.

--Allora si ribella.

--Si fucilano i ribelli.

--Con Aladin pascià è impossibile fucilare. Anche ieri l'altro un

circasso sparò una fucilata contro un ufficiale dei basci-bozuk e fu

un vero miracolo se non l'uccise. Io voleva far passare per le armi il

circasso, ma Aladin s'interpose e dovetti cedere. Come è possibile

farsi ubbidire con questi esempi?

--Ma non siete voi il comandante supremo dell'esercito?

--Sì, sono io, ma solo di nome, disse con amarezza il generale.

--Qui mi si odia, qui si mormora che io conduco l'esercito a completa

ruina, che non so comandare, che mi curo degli Egiziani come fossero i

miei cani. Sono inglese, e voi sapete guanto gli Egiziani odiano noi.

Vi sono dei giorni che mi pento di essermi messo alla testa di questi

miserabili, ve lo giuro.

--Quando marcieremo su El-Obeid?

--Appena che avrò appianate le questioni con Aladin pascià. Io voglio

marciare seguendo la pianura, lui vuole prendere la via dei monti, e

intanto si perde tempo e il pericolo cresce.

--Dove trovasi l'esercito del _Mahdi_?

--Chi lo sa? Le guide ci tradiscono, le spie si contraddicono; non

sappiamo affatto nulla. Per maggior disgrazia un tedesco la scorsa

notte disertò e si dice che siasi recato al campo del _Mahdi_.

--Chi è questo traditore? chiese con indignazione O'Donovan.

--Il vostro servo.

--Che?... Gustavo Klootz...[1] Tuoni e fulmini!... È impossibile.

[1] Il 20 agosto 1885 mi abboccai coll'illustre missionario

D. Luigi Bonomi, reduce dal Sudan dopo essere stato per tre

lunghi anni prigioniero del Mahdi. Interrogatolo su Gustavo

Klootz mi disse: «È vero che scomparve dal campo ma non credo

che abbia informato il Mahdi dell'indisciplina che regnava nel

campo degli Egiziani.

«Gustavo Klootz, divenuto poi mio amico, era un buon giovane,

incapace di un tradimento. Il Mahdi l'aveva fatto suo

consigliere e lo stimava molto.

«Più volte il Klootz aiutò noi prigionieri e s'adoperò per

calmare il suo terribile padrone che ci minacciava di morte.»

(E. S.)

--Ve lo dico io, O'Donovan.

Il _reporter_ vibrò un pugno spaventevole ad una scranna che non resse

all'urto e andò in pezzi.

--Miserabile Klootz! tuonò. Chi avrebbe detto che quel giovanotto

sarebbe diventato un traditore! io non lo credo ancora.

--Eppure è vero. È scomparso la scorsa notte.

--Forse fu ucciso.

--No, delle spie l'hanno visto entrare nel campo di Ahmed.

--Allora siamo perduti. Il miserabile narrerà al _Mahdi_ che

l'indisciplina regna nelle nostre truppe e che manchiamo di tutto.

--È cosa certa, disse il generale.

--Spingerà il _Mahdi_ a piombarci addosso.

Il generale crollò il capo.

--Forse è meglio, disse, dopo qualche istante di meditazione. Una

battaglia la desidero poichè la sola vittoria può salvarci.

--E se invece di vincere si perde?

--Dio nol permetta; neppur uno di noi scamperà all'eccidio!

La fronte del generale s'aggrottò. Chinò il capo sul petto, incrociò

macchinalmente le braccia e si mise a passeggiare in preda a brutti

pensieri.

Il più profondo silenzio regnò per qualche minuto nella tenda.

Ad un tratto O'Donovan sentì urtarsi il gomito. Si volse e vide Fathma

che lo guardava con occhi supplichevoli; comprese subito ciò che

voleva.

--Generale, disse.

Hicks pascià rialzò la testa interrompendo la passeggiata.

--Avete qualche cosa da dirmi, chiese distrattamente.

--Conoscete voi gli ufficiali che condusse Dhafar pascià?

--Tutti.

--Fathma s'avvicinò vieppiù a O'Donovan, Non respirò più e strinse le

mani sul petto quasi volesse imporre silenzio ai precipitosi battiti

del suo cuore.

--Generale, continuò il _reporter_, avete conosciuto un tenente che si

chiama Abd-el-Kerim?

Hicks pascià lo guardò in silenzio passandosi la mano manca sulla

fronte come cercasse nella memoria.

--Un arabo? disse poi.

--Sì, un arabo esclamò Fathma con veemenza.

--Era alto, dal nobile portamento, capelli e baffi neri.

--Sì, proprio così, proprio così, balbettò l'_almea_.

--L'avete conosciuto anche voi?

--Era... Era un mio amico.

--Ah! fe' il generale. Lo conobbi a Duhem assieme al capitano Hassarn.

Un rauco sospiro sortì dalle labbra contratte di Fathma e la sua

fronte si coprì di stille di sudore. I suoi occhi si aprirono

smisuratamente fissandosi in quelli del generale, come volesse leggere

ciò che passavagli per la mente.

--L'avete conosciuto, mormorò ella con un filo di voce. Ed ora... si

trova qui?

--No, nè lui ne Hassarn.

L'_almea_ indietreggiò tre o quattro passi barcollando come se fosse

stata percossa dalla folgore. O'Donovan l'afferrò per un braccio

stringendoglielo come in una morsa. Ella s'arrestò di botto; comprese

il pericolo che correva, l'abisso in cui stava forse per precipitare.

--Che è successo di loro? chiese O'Donovan stornando l'attenzione del

generale. Sono stati forse uccisi?

--Sono caduti in una imboscata appena usciti da Duhem. Il capitano

Hassarn fu ucciso da tre colpi di lancia, l'altro...

--L'altro?... chiese Fathma con voce strozzata.

--Fu fatto prigioniero dagl'insorti!...

--Dio!... rantolò ella.

Cacciò fuori un urlo disperato, straziante, portò le mani alla testa e

cadde fra le braccia di Omar. O'Donovan impallidì come un morto;

credette che tutto fosse perduto.

--Che è successo? chiese il generale correndo verso Fathma.

--Non è nulla generale, disse O'Donovan, sbarrandogli il passo.

Abd-el-Kerim era suo... era suo fratello.

--Ah! disgraziato!... slacciategli le vesti, lasciatemi vedere:

--Non è nulla, vi ripeto, non è nulla.

--Chiamatemi il capitano medico, replicò il generale cercando di

avvicinarsi all'_almea_ svenuta. Lasciatemi vedere se posso fare

qualche cosa io.

--Lo chiamerò più tardi, generale, non datevi pensiero di nulla,

lasciate che lo trasporti nella mia tenda. Portalo via Omar.

Il negro vedendo il generale avvicinarsi e comprendendo il gran

pericolo che correva l'_almea_ se veniva scoperta, s'affrettò a

gettarle sul volto il turbante, poi, presala fra le braccia, uscì di

corsa dalla tenda.

--Permettetemi di seguirlo, generale, disse O'Donovan che sentì il

cuore allargarsi. Quel povero ufficiale ha avuto un terribile colpo.

--Fate pure O'Donovan, ma potevate lasciarlo qui.

Il _reporter_ finse di non aver udito e raggiunse il negro.

--Ah! che disgrazia!... esclamò il povero Omar colle lagrime agli

occhi. Povero mio padrone!...

--Pensiamo a Fathma ora, poi penseremo a lui. Omar, disse il

_reporter_. Portiamola nella mia tenda.

In pochi minuti entrarono nella tenda elevata a cinquecento passi da

quella del generale. O'Donovan adagiò Fathma su di una coperta, le

slacciò le vesti e l'esaminò attentamente per qualche istante.

--Ebbene? chiese il negro, con voce rotta.

--Non sarà nulla, Omar. È svenuta, ma fra poco si riavrà. Questa donna

è troppo forte per rimanere a lungo così.

Si fece dare la sua fiaschetta e spruzzò il volto della svenuta. Un

sospiro non tardò ad uscire dalle labbra di lei, seguito da un

singhiozzo straziante, rauco, soffocato.

O'Donovan le versò in bocca alcune gocce di _merissak_; l'_almea_

sbarrò spaventosamente gli occhi e si rizzò a sedere guardando

all'intorno con smarrimento.

--Abd-el-Kerim! Abd-el-Kerim! balbettò ella con disperato accento.

Dov'è Abd-el-Kerim? Oh! Dio!

--Coraggio Fathma, disse O'Donovan commosso. Siate forte.

--Padrona non disperarti così, singhiozzò Omar. Cerca di essere forte.

--Amici miei... ho il cuore spezzato... ho l'anima infranta...

Abd-el-Kerim, mio adorato Abd-el-Kerim! Tutto è perduto, tutto è

crollato... non v'è più speranza... Ah! sorte crudele!

Un singhiozzo le soffocò la voce e scoppiò in lacrime nascondendosi la

faccia fra le mani. Un eccesso di delirio spaventevole la prese quasi

subito.

Si strappò i capelli, si lacerò le carni colle unghie, si rotolò per

terra forsennatamente. O'Donovan e Omar penarono molto a tenerla ferma

e a riadagiarla sulla coperta.

--Abd-el-Kerim urlava la sventurata cogli occhi stravolti, schizzanti

fuori dalle orbite, Abd-el-Kerim dove sei?... lascia che ti veda,

lascia che ti abbracci, lascia che ti contempli! Dove sei, vieni da

me, dalla tua Fathma che tanto ti amò, vieni fra le mie braccia...

Prigioniero!... M'hanno detto che tu sei caduto prigioniero!... No,

non è possibile, non è vero... mi hanno ingannato... ma perchè non

vieni, ah! è adunque vero, i ribelli ti hanno preso, ti hanno condotto

via... Maledetto sia il Mahdi!...

Si dimenò per qualche tempo urlando e ruggendo come una belva,

straziandosi le labbra coi denti, stringendo freneticamente le braccia

di O'Donovan e di Omar che si sforzavano di tenerla ferma, poi con un

improvviso scatto si alzò a sedere colle mani tese innanzi a sè.

--Ah! ripigliò ella con uno scoppio di risa convulse. Sei tu... ancora

tu, che mi vieni dinanzi... sempre tu, maledetta donna, mostruosa

creatura, spaventevole apparizione!... Che vuoi da me? che vuoi dalla

tua vittima? Non ti basta avermelo rubato, non ti basta avermelo

perduto, non ti basta di avermi dilaniato il cuore... vieni a

deridermi, vieni ancora a sogghignare dinanzi alla vittima... Ti odio!

ti odio... ho sete del tuo sangue! Ah! potessi fulminarla!...

Gli occhi della delirante si chiusero e le mani si raggrinzarono. Poco

dopo si calmò e cadde in un profondo torpore che potevasi chiamare un

semi-svenimento.

--Ma con chi l'ha? chiese O'Donovan. Chi è questa orribile creatura

che tanto odia e che tanto la sgomenta?

--Delira, rispose Omar. Non so chi sia, Potrà riaversi da questo

terribile colpo?

--Non sarà nulla, ti ripeto, rispose O'Donovan Quando si sveglierà

starà molto meglio.

--E del mio povero padrone, che ne sarà? Ah quante disgrazie. Se fosse

morto? Se non lo rivedessimo più mai?

--Ho paura che tutto sia finito per lui, mormorò O'Donovan con un

sospiro. Sventurata ragazza!

--Non c'è alcuna speranza? Nemmeno la più piccola probabilità di

poterlo un giorno rivedere?

--Forse, Omar. Se noi siamo tanto fortunati da rompere le orde del

Mahdi e di entrare in El-Obeid, chissà si potrebbe ritrovarlo fra i

prigionieri.

--Voi dunque credete che sia ancor vivo.

--So che parecchi ufficiali egiziani che caddero nelle mani

degl'insorti, invece di essere decapitati o fucilati furono nominati

capi-tribù.

--È vero quello che mi raccontate?

--Verissimo, amico mio. Il Mahdi ha bisogno di buoni ufficiali per

istruire le sue orde che sono affatto disorganizzate.

--Quanto bene mi fanno queste parole.

--Non illuderti amico mio.

--Non mi illudo ma spero.

--Sta zitto ora. Alza un po' un lembo della tenda che qui sotto si

soffoca.

Omar ubbidì, ma aveva appena alzata la tela che gettava un urlo

feroce. Dette indietro traballando come un ubbriaco cogli occhi

stralunati.

--Ah!... esclamò egli con voce strozzata.

--Che hai? chiese O'Donovan, sorpreso. Chi hai veduto?

Il negro non rispose. Curvo, guardava innanzi a sè col più profondo

terrore scolpito in volto e colle mani convulsivamente strette sui

calci delle pistole. Pareva che fosse lì lì per slanciarsi fuori della

tenda.

--In nome di Dio, ma chi hai visto? chiese O'Donovan che non capiva il

perchè di quella viva emozione. Cosa ti è accaduto? Perchè tanto

spavento? Viene forse Hicks pascià?

--Silenzio, balbettò il negro. Rimanete qui, io devo uscire.

--Ma perchè? dove vuoi andare?

--Ho visto una persona che non credeva di vedere in questi luoghi,

ecco tutto. Fra venti minuti sono di ritorno.

--E tanta paura ti cagiona quella persona?

--No, mi ha sorpreso.

Il negro raccolse un mantello, s'avvolse da capo a piedi avendo cura

di nascondersi parte della faccia e uscì in furia.

La notte era di già scesa sull'immensa pianura sabbiosa. In cielo

scintillavano le stelle e sull'orizzonte alzavasi l'astro delle notti

serene, il quale illuminava fantasticamente quel caos di tende, di

cavalli, di cammelli, d'uomini, di fucili, di cannoni, di bandiere.

Per ogni dove s'accendevano i fuochi pel rancio della sera, per ogni

dove s'aggruppavano Arabi, Negri, Egiziani, Turchi e Circassi a

narrarsi vicendevolmente le avventure della giornata, fumando il

_narghiléch_ o il _sibouk_; per ogni dove s'aggiravano cavalli e muli

condotti a dissetarsi ai pozzi.

Dappertutto s'udiva un brusìo, un mormorìo, un chiacchierìo, un

muggire, un nitrire, che venivano coperti talvolta dalle preghiere dei

devoti, o dai canti e dai tamburelli degli Arabi, o da un fragoroso

rullar di tamburi, o da uno squillar improvviso di trombe e non di

rado da una scarica di fucili delle compagnie accampate agli avamposti

che venivano assalite dai bersaglieri insorti.

Omar, dopo aver girato rapidamente lo sguardo attorno e di aver

esitato qualche istante si cacciò fra una doppia fila di tende,

saltando via i soldati che sonnecchiavano per terra. Un minuto dopo si

arrestava soffocando a gran pena un grido di furore.

Davanti a lui, avvolto in un lungo _taub_, camminava un negro di

statura colossale con un remington ad armacollo. Quantunque fosse

notte e il mantello coprisse una buona parte del volto a quell'uomo,

Omar lo riconobbe subito.

--Takir! esclamò egli con voce sorda. Che fa qui lo schiavo di Notis?

Ti trovo sul mio cammino, il Profeta l'ha voluto: tu sei un uomo

morto.

Un feroce sorriso, un sorriso da tigre sfiorò le labbra dello schiavo

di Abd-el-Kerim. Le sue mani corsero all'impugnatura della scimitarra,

la accarezzò con compiacenza e si mise dietro al nubiano, dandosi

l'aria di un ufficiale in ispezione.

Takir in breve tempo oltrepassò le tende e giunse agli avamposti, dove

arrestossi qualche istante a scambiare alcune parole colle sentinelle.

Omar lo udì chiedere notizie sulle posizioni occupate dai ribelli e se

questi ronzavano attorno al campo da quel lato. Ricevuta una risposta

negativa, il nubiano, passatosi il remington sotto al braccio, uscì

dall'accampamento inoltrandosi in un palmeto.

--Dove va? mormorò Omar. Seguiamolo.

Aspettò che il nubiano fosse lontano un centocinquanta passi, poi si

gettò a terra e si mise a strisciare fra i cespugli e le roccie con

sveltezza straordinaria e senza produrre rumore. Giunto nel bosco si

rialzò e s'avvicinò al nubiano che camminava con precauzione girando

gli sguardi ora a destra ed ora a sinistra. Stava per puntare il

fucile quando Takir si arrestò mandando un debole fischio.

--Chi aspetta? mormorò Omar aggrottando la fronte.

Si gettò in mezzo ad una fitta macchia di acacie gommifere e attese

colle pistole in pugno.

Passarono cinque minuti, poi un uomo, un negro quasi nudo armato di

una corta lancia e difeso da un grande scudo di pelle d'elefante,

sbucò dai cespugli. Con pochi salti egli raggiunse il nubiano che si

era addossato al tronco di una palma col fucile montato.

--Sei tu Tepele? chiese il nubiano.

--In persona, Takir, rispose il negro che Omar riconobbe per un

guerriero del Mahdi.

--Che hai saputo?

--Nulla fino ad ora. So però che fu fatto prigioniero dallo _scièk_

Tell-Afab.

--È vivo adunque?

--Non te lo posso assicurare ancora. Domani parlerò con un arabo che

si trovò presente al combattimento e che accompagnò lo scièk verso il

sud.

--Abbiamo almeno qualche speranza?

--Non bisogna nè sperare ne disperare, disse Tepele. Io credo però che

Abd-el-Kerim non sia stato ucciso. Abbiamo bisogno di ufficiali per

organizzare le nostre tribù ed insegnare a esse a combattere contro

gli Egiziani.

--Quando potrò sapere se è vivo o morto?

--Vedi tu quel _tugul_ che s'arrampica su quella collina che sta a noi

di faccia?

--Lo vedo.

--Domani, a sera, alla mezzanotte, trovati là e saprai ogni cosa.

--E i ribelli?

--Domani mattina abbandoniamo questi dintorni e ci portiamo in coda

all'armata Egiziana. Questo luogo sarà deserto. Dammi ora i talleri,

se gli hai portati.

Il nubiano gli porse un sacchetto.

--Qui vi sono cento talleri, disse Takir. Domani a sera verrò colla

mia padrona al _tugul_ e ne avrai altrettanti.

--Che Allàh ti conservi, Takir.

--Che il Profeta ti guardi.

Il ribelle s'allontanò correndo come un'antilope. Takir, dopo esser

rimasto qualche minuto immobile, pensieroso, volse i suoi passi verso

il campo mettendosi il fucile in ispalla.

La favorita del Mahdi · 第 18 / 29 段