--Un leone, risposo Fathma senza perdersi d'animo.

--Tu menti, lingua di vipera, gridarono in coro gl'insorti digrignando

i denti.

--Lo giuro su Allàh e sull'Alcorano. Noi l'abbiamo trovato ferito e lo

medicammo, rispose l'_almea_!

--Non è vero disse il guerriero d'alta statura. Dove lo conducevi ora?

--Al vostro campo.

--Non è vero; tu volevi condurlo nel folto del bosco per assassinarlo

a tuo comodo. Olà! miei prodi accendete un bel fuoco e abbruciamo

questi arabi.

Omar e Fathma nell'udire quell'atroce comando, sentirono raggrinzarsi

le carni e gelare il sangue nelle vene dallo spavento. Compresero di

essere irremissibilmente perduti se lo _scièk_ non tornava più che

presto in sè.

--Prodi guerrieri! gridò l'_almea_ con uno slancio disperato.

Frenatevi, aspettate che Abù-el-Nèmr rinvenga, aspettate che egli

parli, che egli solo ci giudichi. Noi siamo suoi amici, ve lo giuro,

ed egli punirà orribilmente colui che avrà alzato la mano su di noi.

La sua voce invece di calmare gl'insorti parve che li eccitasse

maggiormente. S'udì un solo grido tremendo, formidabile:

--Al fuoco gli arabi! A morte gli assassini dello scièk.

Ad un cenno del guerriero d'alta statura, che pareva fosse il

sotto-capo, gl'insorti sollevarono con infinite precauzioni lo _scièk_

che era sempre svenuto.

--Portatelo al _tugul_ che trovasi in capo a questo sentiero,

diss'egli, e voialtri accendete un bel fuoco e quando Abù-el-Nèmr

ritornerà in sè gli mostreremo le ossa carbonizzate dei suoi feritori.

Il comando venne immediatamente eseguito. Lo _scièk_ Abù-el-Nèmr fu

collocato su di una specie di barella formata con lancie incrociate e

gli altri si misero a schiantare alberi o raccogliere legne morte,

formando una catasta colossale attorno ad una palma isolata.

Il supplizio spaventevole s'avvicinava. Omar e Fathma, vedendo che

ormai ogni speranza era perduta, tentarono salvarsi colla fuga.

Gettati a terra con una repentina scossa coloro che li trattenevano,

si scagliarono a testa bassa sul cerchio dei ribelli impegnando una

disperata pugna colle mani, coi denti e persino coi piedi.

Per cinque minuti riuscirono a tener testa al nemico, poi scomparvero

sotto una montagna di corpi. Atterrati, legati, percossi a sangue,

colle vesti a brandelli, i due disgraziati, malgrado le disperate loro

grida e i loro contorcimenti furono trascinati sul rogo e legati

saldamente al tronco della palma.

Fathma gettò un grido d'angoscia.

--Aiuto Abù-el-Nèmr! Aiuto! urlò ella.

Le grida selvaggie dei ribelli e il fragore della _daràbuka_[1]

soffocarono la sua voce e le imprecazioni di Omar che si dibatteva

furiosamente insanguinandosi i polsi. Erano perduti.

[1] Sorta di tamburone.

Già un uomo si avvicinava con un tizzone per mettere fuoco alla pira,

già i ribelli alzavano le lancie per saettare i corpi dei due

prigionieri, quando si udì una voce tonante, imperiosa, gridare:

--Fermi tutti! voi abbruciate la favorita di Mohamed Ahmed!

Lo _scièk_ Abù-el-Nèmr era improvvisamente apparso sul sentiero,

portato a braccia da quattro guerrieri, I ribelli, nello scorgerlo col

volto contraffatto dall'ira, e nell'udire quelle parole, si erano

arrestati come pietrificati, guardando con occhi smarriti ora il loro

capo e ora i due prigionieri che tendevano le braccia verso il

salvatore.

Abù-el Nèmr con un gesto imperioso li fece cadere tutti in ginocchio

col volto nella polvere.

--Sciagurati! esclamò egli. Liberate la favorita del vostro signore e

ringraziate Allàh che m'abbia fatto giungere in tempo per salvarvi

dalla vendetta dell'inviato di Dio!

Il guerriero d'alta statura che aveva ordinato il supplizio si

avvicinò umilmente ai due prigionieri e tagliò i loro legami. Egli

s'inginocchiò quindi dinanzi a Fathma baciandole i piedi.

--Perdono! perdono! balbettò con voce tremante.

L'_almea_, lo rialzò con un gesto da regina.

--Ti perdono, diss'ella. Vattene.

--Ma non io! gridò Abù-el-Nèmr baciando impetuosamente la mano di

Fathma. Chi alza un dito sulla favorita dell'inviato di Allàh merita

la morte e non una volta, ma cento, ma mille. E'l-Maktud, tu non puoi

sopravvivere, io non lo voglio.

--Ti obbedisco _scièk_, disse il guerriero puntandosi una pistola

sulla fronte. Che Allàh mi perdoni.

Fathma e Omar si slanciarono verso di lui per disarmarlo ma non ne

ebbero il tempo, il guerriero, obbediente al comando del suo capo,

premette il grilletto, facendosi saltare le cervella. Cadde su di un

banco col volto inondato di sangue.

--È orribile! esclamò Fathma con ribrezzo.

--No, è giustizia, disse lo _scièk_ freddamente.

--Quell'uomo non mi conosceva, Abù-el-Nèmr.

--Peggio per lui. Fathma, perdonami se io non giunsi in tempo per

impedire che questi cani di _Baggàra_ avessero a maltrattarti. La

caduta mi cagionò un dolore sì atroce che svenni. Orsù ritorniamo alla

capanna che mi sento estremamente debole. Tu rimarrai qualche giorno

con me?

--Non è possibile, Abù; ho fretta di raggiungere Hicks pascià, ora che

so dove trovasi.

--Ti preme molto, adunque, quella vendetta?

--Molto, rispose Fathma.

--Con chi partirai?

--Col mio schiavo Omar.

--Non arriverai a Sciula che cadrai in mano degli insorti. Quasi tutti

i villaggi che conducono a El Obeid sono occupati dalle bando di

Mohamed Ahmed.

--Allàh mi proteggerà.

Abù-el-Nèmr stette alcuni istanti pensieroso.

--Vuoi proprio lasciarmi? chiese alfine.

--Sì, e subito, se è possibile.

--Sta bene, Fathma. Olà Mustafah!

Un guerriero lungo e magro, ma dai muscoli di ferro dalla figura

ardita e feroce, semi-nudo, spalmato tutto di grasso di cammello, e

con un pugnale legato al braccio destro si fece innanzi.

--Mustafah, disse lo _scièk_, barderai tre dei migliori cavalli, li

caricherai di provvigioni e partirai colla favorita del nostro

signore. Tu le obbedirai come a me stesso, e le farai strada fra le

orde dei ribelli.

Il guerriero partì come una freccia e cinque minuti dopo ritornava

conducendo tre magnifici cavalli Abù-Rof puro sangue, bardati e

carichi di provviste e con parecchie otri piene di fresca acqua,

appese ai fianchi. I tre viaggiatori balzarono in arcione.

--Abù-el-Nèmr, disse Fathma, con voce commossa stendendo la mano allo

_scièk_. Non mi scorderò mai di quello che tu hai fatto per me.

--Fathma, rispose gravemente lo _scièk_ senza di te io sarei a

quest'ora probabilmente morto. Serberò a te eterna riconoscenza e se

mai un giorno tu avessi bisogno di un uomo per proteggerti pensa ad

Abù-el-Nèmr. Va ora, e che Allàh ti salvi.

Baciò un'ultima volta la mano all'_almea_ e chiuse gli occhi

sospirando. I tre cavalieri subito dopo lasciavano gl'insorti

galoppando verso l'occidente.

CAPITOLO X.--La pianura dei Leoni.

Calava la notte quando i tre cavalieri lasciavano gli ultimi alberi

della foresta del Bahr-el-Abiad inoltrandosi arditamente nel deserto.

La luna, che alzavasi allora allora, rossa come un disco

incandescente, illuminava vagamente quelle sterminate pianure del

Kordofan, aride, sabbiose calcinate dagli ardente raggi del sole

equatoriale. La vista che esse presentavano in quell'ora non poteva

essere più sinistra, più bizzarra, più desolante.

Colline di sabbia formate dallo spirar furioso del _simoum_, si

succedevano le une alle altre, in mille differenti guise, fino agli

estremi limiti dell'orizzonte. Era molto se si scorgeva qualche

palmizio intristito, ingiallito, morente di sete; era molto se

vedevasi qualche gruppetto di cespugli uscire fra le sabbie

accumulate. Non un _tugul_ non un _zeribak_, nemmeno il più piccolo

recinto che indicasse la dimora di qualche essere umano.

Lunghe file di ossa biancheggiavano lugubremente su quei polverosi

terreni; ossa di cammelli, ossa di buoi e di cavalli ma non di rado

anche ossa umane che torme di schifose jene e di sciacalli

rosicchiavano avidamente manifestando la loro soddisfazione o la loro

delusione con atroci scrosci di risa e con urla lamentevoli che si

ripercuotevano di collina in collina.

Il guerriero di Abù-el Nèmr, dopo aver esaminato attentamente la

pianura e di aver dato uno sguardo alla stella del nord per non

smarrire la via, spronò il cavallo dirigendosi verso l'occidente.

Fathma e Omar, dopo aver calato il cappuccio del _taub_ sugli occhi

per difendersi dalle sabbie e di aver collocato il fucile dinanzi alla

sella, si misero dietro alla guida nel più profondo silenzio.

Faceva un caldo veramente terribile, quantunque la notte fosse di già

assai inoltrata. Nessun soffio di vento spirava al disopra di quelle

sconfinate e deserte pianure arse e riarse dal sole. Talvolta pareva

che uscissero dal suolo vampe di fuoco.

I cavalli, uniti, a capo basso, grondanti di sudore, avanzavano con

grande fatica e alzavano nubi di polvere impalpabile che penetrava

negli occhi per quanto ben chiusi fossero, che penetrava nel naso

nella bocca e nei polmoni rendendo la respirazione difficile e penosa.

I cavalieri, presi da violenti colpi di tosse, ogni qual tratto erano

costretti ad accostare alle labbra la fiaschetta dell'acqua, per

inumidire la gola secca, arsa.

Per dieci ore marciarono senza interruzione, scendendo e salendo le

colline, facendo spesso fuoco contro le bande di jene che rese audaci

dal numero si avvicinavano minacciosamente con risa sgangherate, poi

fecero alto. L'orizzonte allora s'infiammava e il sole alzavasi rapido

rapido inondando la pianura di luce e di fuoco; sfidare quel calore

sarebbe stata follìa.

La tenda che portava il guerriero fu rizzata e ognuno si affrettò a

ripararvisi sotto aspettando con impazienza la notte per ripigliare la

faticosa marcia.

Appena infatti il sole sparve all'occidente si rimisero in sella

mantenendo una via rigorosamente diritta a El-Obeid, guidandosi sempre

colla stella nord che per gli arabi vale quanto la bussola e forse

meglio.

Così, per sette lunghe notti galopparono attraverso a quelle immense

pianure, evitando con gran cura le borgate per non incorrere in

imbarazzi, quantunque un ribelle li guidasse. All'ottavo giorno essi

fecero alto a una trentina di miglia dal villaggio di Rakai, in una

pianura cosparsa di monticelli pietrosi e di piccole oasi ricche di

palmizi e di acacie gommifere.

Erano le sei di sera. La tenda era stata di già rizzata e si

preparavano a cuocere alcuni grani di _durah_, gli ultimi che

possedevano, quando Omar si accorse che le otri non contenevano

nemmeno una goccia d'acqua. Questa scoperta, trovandosi in mezzo a

quel deserto, lo sgomentò.

--Dove possiamo trovarne? chiese egli al guerriero che fumava

beatamente sul limitare della tenda.

--L'ignoro, ma in qualche luogo la troveremo rispose l'interpellato.

Il paese che attraverseremo domani manca totalmente di pozzi.

--Ti ricordi di aver visto qualche fonte, questa notte?

--No, ma adesso che ci penso, quattro o cinque miglia verso il sud

deve trovarsi un pozzo, quello di Gelba, mi pare.

--Bisogna andarci, disse Fathma. Tanto noi che i cavalli siamo morenti

di sete. Hai paura tu a recarti a quel pozzo?

--È ancora giorno e le bestie feroci sono rifugiate nelle loro tane;

non posso incontrare che dei ribelli e questi non faranno male alcuno

ad un loro fratello d'armi, rispose il guerriero. Fra due ore sarò di

ritorno.

Fe' alzare il suo cavallo dilombato da tante corse, vi appese ai

fianchi una dozzina di otri, salì in sella e dopo di aver cangiata la

polvere al suo moschettone partì alla carriera. Dieci minuti dopo

scompariva dietro le colline di sabbia.

Era trascorsa appena un'ora quando una rumorosa detonazione d'arma da

fuoco fece saltare in piedi Omar e Fathma. In sulle prime credettero

che fosse stato il guerriero che avesse tirato su qualche capo di

selvaggina, ma alcune grida lontano e un rumore sordo sordo come di

parecchi cavalli lanciati alla carriera e che andava rapidamente

avvicinandosi, fecero a loro supporre che fosse invece accaduta

qualche disgrazia.

--Resta qui e prepara i cavalli, disse Omar pigliando il fucile. Io

vado a vedere cosa è successo.

Si diresse verso la collina più vicina che alzavasi una sessantina di

metri sul suolo e la scalò. La scena che vide dall'alto della vetta

gli agghiacciò il sangue nelle vene.

A soli ottocento passi di distanza trottava furiosamente il cavallo

Abù-Rof, trascinandosi dietro il guerriero insanguinato, un piede del

quale era rimasto impigliato nella staffa. A mille passi e forse meno,

galoppavano venti cavalieri colle lancie in aria e urlando come

ossessi.

Il negro non volle saperne di più. Scese a precipizio la collina e

corse verso la tenda giungendovi nel momento in cui Fathma terminava

di bardare i cavalli.

--I ribelli! esclamò egli. A cavallo, padrona, presto che fra poco ci

saranno alle spalle!...

--Come? E il guerriero? chiese l'_almea_ arrestandolo violentemente.

--L'hanno ammazzato. A cavallo! a cavallo!

Le grida andavano avvicinandosi sempre più. Omar e Fathma, senza

aggiungere parola balzarono in arcione spronando furiosamente i

cavalli.

Avevano appena percorso cinquecento passi che la banda nemica

compariva. Vedendo i due fuggiaschi lasciarono il cavallo del

guerriero per dare la caccia a loro.

--Dove andiamo? chiese Fathma, senza volgersi indietro.

--Dritti a quella gola che vedi laggiù, rispose Omar. Sferza o siamo

perduti.

La pianura fu attraversata alla carriera coi ribelli alle calcagna che

percuotevano colle aste delle lancie gli affranti loro corsieri. I due

fuggiaschi stavano per cacciarsi nella gola designata che metteva capo

ad una foresta, quando una banda di quindici negri armati di fucili,

sbarrò la via.

--Maledizione! esclamò Fathma, rattenendo violentemente il corsiero.

--Siamo perduti! urlò Omar, strappando la carabina e armandola.

--Olà! gridò in quella uno dei negri, fatevi da un lato che

malmeneremo noi quei cani di ribelli. Su i fucili! Fuoco!

Una scarica formidabile seguì il comando. Cinque ribelli vuotarono

sconciamente l'arcione insanguinando le sabbie. Gli altri, dopo di

aver un momento esitato volsero le briglie dandosi a precipitosa fuga

fra una densa nube di polvere.

--Là, così va bene, ripigliò con accento allegro la medesima voce di

prima. Ohe! fatevi innanzi senza paura, che non siamo Abù-Ròf, noi.

Fathma e Omar, ancora sorpresi da quell'inaspettato soccorso, si

affrettarono a raggiungere i loro salvatori. Erano quindici uomini

semi-nudi, d'alta statura, magri e ossuti. Riconobbero subito in

quelli dei _giallàba_, trafficanti dongolesi che viaggiano tutto il

tempo dell'anno pel Kordofan portando _durah_ e maiz, infaticabili

camminatori dotati di una frugalità eccessiva. Basta un pugno di grano

ogni ventiquattr'ore per accontentare quei negri, che sanno però,

quando si presenti loro l'occasione, divorarsi un montone intero in

due o tre persone.

Il loro capo aiutò galantemente Fathma a discendere da cavallo

baciandole la mano.

--Posso chiamarmi fortunato di aver salvato una così bella araba,

diss'egli, sorridendo. M'immaginai subito che quei cani di ribelli ti

dessero la caccia. Sei ferita?

--Niente affatto, mio bravo _giallàba_, rispose Fathma. Lascia che io

ti ringrazi d'avermi salvata.

--Non corriamo troppo, tu non puoi chiamarti ancora salva.

--Cosa intendi di dire? esclamò l'_almea_ sorpresa.

--Credi tu che i ribelli non tornino alla carica? Non sarei sorpreso

se fra un paio d'ore ci vedessimo capitare addosso un due o trecento

di loro.

--E non ti fanno paura?

--Altro che paura, io rabbrividisco al sol pensarlo.

--E che intendi di fare?

--Faccio montare i miei uomini e me la batto. Se vuoi venire con noi?

--Dove vai?

--Al campo di Hicks pascià per arruolarmi sotto la sua bandiera.

--Ma anch'io vado al campo di Hicks! esclamò l'_almea_.

--Meglio così; allora verrai con noi.

--Credi che la via sia libera?

--Uhm! fe' il _giallàba_ crollando il capo. Ne dubito.

--Credi che quei selvaggi abbiano tanto coraggio da ronzare attorno al

campo Egiziano? Hicks pascià, se non erro, deve avere con sè un

esercito di dieci od undicimila uomini.

--E il Mahdi duecentomila. Sai che ho una paura maledetta che un dì o

l'altro Hicks o Aladin pascià vengano sconfitti? Quel diavolo di

Mohamed-Ahmed è un uomo di ferro e di gran coraggio che dirige le sue

bande come noi dirigiamo i nostri _mahari_ e fors'anche meglio. I suoi

guerrieri non hanno paura della morte, perchè il furbo ha dato ad

intendere che chi morrà combattendo per la santa causa andrà dritto in

paradiso a trovare le urì. Con simile promessa anche i più vigliacchi

diventano leoni.

--Sai tu quali idee abbia Hicks pascià?

--Di muovere su El-Obeid, a quanto potei udire. Pare che voglia dare

il colpo di grazia al _Mahdi_ privandolo della sua capitale che è

anche il suo quartier generale. Bisogna raggiungerlo prima che dia

battaglia. Orsù tutti in sella e avanti, prima che arrivino quei cani

di Abù-Rof.

I diciasette uomini ubbidirono e si cacciarono nella gola, sbucando in

una seconda pianura sabbiosa ondulata, perfettamente deserta, limitata

all'est e all'ovest da rocce colossali, dirupate, di una aridità

spaventosa. I cavalli vennero spronati e si diressero al galoppo verso

l'occidente sollevando ondate di finissima polvere bianca.

Per quattro ore consecutive viaggiarono con celerità sorprendente,

poi, essendo i cavalli stanchi, si arrestarono nelle vicinanze di un

largo pozzo colmo di acqua sulle cui rive s'alzavano due grandi

palmizi. Fathma additò al capo _giallàba_ una gran _zeribak_ che

mostrava qua e là dei varchi.

--Possiamo accamparci là dentro, diss'ella. Siamo abbastanza lontani

dal luogo dello scontro. Gli insorti non ci raggiungeranno più.

--Veramente il luogo non mi pare adatto, rispose il _giallàba_. Siamo

troppo vicini a questo pozzo.

--E che vuol dir ciò?

--Che tutte le bestie feroci, essendo la pianura arida, verranno

dissetarsi qui. Corriamo il rischio di passare il rimanente della

notte assai malamente.

--Abbiamo i nostri fucili, rispose Fathma.

I _giallàba_ si affrettarono a raggiungere la _zeribak_ nella quale

trovavasi abbondante raccolta di fieno, di sterpi e di sterco di

cammello, usato dagli arabi per accendere il fuoco. I cavalli furono

legati, i fuochi accesi e la magra cena di _durah_ in un batter

d'occhio fu preparata e divorata.

Dopo di aver a lungo discusso sulla via da tenersi all'indomani,

ciascuno s'accomodò alla meglio coi piedi rivolti al fuoco, acceso nel

mezzo della _zeribak_. Erano le due quando Omar fu svegliato dal

nitrire e dallo scalpitare disordinato dei cavalli.

Si levò, prese la carabina e si spinse fuori della _zeribak_. La luna

faceva capolino fra uno squarcio delle nubi e illuminava vagamente la

pianura fino agli estremi limiti dell'orizzonte. Il negro s'arrestò

sorpreso e spaventato alla vista di sei o sette leoni che s'avanzavano

silenziosamente verso il recinto tenendosi dietro le collinette

sabbiose. Alzò l'arma e tolse di mira uno di essi ma poi l'abbassò e

andò a svegliare Fathma.

--In piedi, padrona, diss'egli, con un tono di voce che non ammetteva

replica.

--Gli Abù-Ròf sono vicini forse? chiese l'_almea_ alzandosi subito.

--No, ma s'avvicinano dei nemici ancor più pericolosi di quei ladroni.

Vi sono dei leoni che vengono a questa volta.

Fathma non disse verbo. Armò la sua carabina e seguì il negro fuori

della _zeribak_.

Non erano più sei o sette leoni, ma una ventina. Alcuni strisciavano e

altri saltellavano fra le sabbie colla criniera al vento emettendo

bassi ruggiti.

--Che facciamo? chiese Omar spaventato.

--Or ti farò vedere, rispose tranquillamente l'_almea_.

Appoggiò la carabina sulla biforcazione di una magra acacia che

cresceva stentatamente fra le sabbie mirò attentamente il leone più

vicino.

--Fuoco! mormorò ella.

La detonazione non era ancora cessata che il felino faceva un salto di

quindici piedi ricadendo poi su un fianco. I _giallàba_ al rumoroso

scoppio saltarono in piedi colle armi in pugno, credendo d'aver a che

fare cogli Abù-Ròf.

--All'erta! gridò Fathma caricando prontamente l'arma.

--Che accadde? chiesero i _giallàba_ accorrendo presso di lei.

--Tutti nella _zeribak!_ comandò Omar.

I cavalli nitrivano di spavento, scalpitavano e saltellavano cercando

spezzare i legami e al di fuori i leoni ruggivano con furore e

minacciavano di varcare le cadenti barriere del recinto.

I _giallàba_, perduto il loro sangue freddo, si precipitarono

confusamente nella _zeribak_ cercando di salire sui cavalli per darsi

alla fuga. Fathma si gettò in mezzo a loro colla carabina spianata.

--Fermi tutti! gridò ella. Chi si muove è uomo morto!

Nuovi leoni erano comparsi dietro alla _zeribak_ e tagliavano la

ritirata. La pianura s'empì di ruggiti formidabili, che crescevano ad

ogni istante d'intensità e ai quali facevano eco le smodate e lugubri

urla dei sciacalli.

--Attenzione! gridò ad un tratto Omar, dominando colla tonante sua

voce quello spaventevole baccano.

Due leoni, i più grossi e forse i più affamati della banda,

s'avanzavano verso la _zeribak_ con salti giganteschi. I _giallàba_,

dopo di aver esitato, si fecero animo e scaricarono le loro armi,

mirando alla meno peggio. Uno degli assalitori cadde, ma l'altro

continuò la corsa, varcò la palizzata e si precipitò proprio nel mezzo

della _zeribak_ rovesciando il capo dei negri e addentandolo

furiosamente alla nuca.

S'udì un grido straziante, terribile, supremo. I _giallàba_ si

gettarono verso i cavalli urlando disperatamente ma Fathma si slanciò

addosso al felino che ruggiva spaventosamente dilaniando orrendamente

la vittima e gli spaccò la testa con un colpo di _jatagan_.

Non ebbe nemmeno il tempo di curvarsi sul povero negro ormai morto,

perchè altri leoni assalivano il recinto. Omar alla testa dei più

coraggiosi li accolse con un fuoco nutrito di carabine; tre o quattro

furono fulminati, due ammazzati a colpi di scimitarra e gli altri

s'allontanarono in furia, prendendo diverse direzioni.

Non vi era un momento da perdere se volevano salvarsi. Omar si

avvicinò a Fathma che caricava tranquillamente la carabina.

--Padrona, le disse. Se non approfittiamo di questo momento di tregua

per fuggire, prima di domani saremo tutti morti.

--E dove dirigersi? chiese l'_almea_.

--O al nord o al sud o verso qualunque altro punto, purchè si fugga.

--Ma la pianura formicola di leoni.

--Ce li lascieremo indietro. I cavalli sono spaventati e andranno più

rapidi del _simoum_.

--Ma corriamo il pericolo di venire raggiunti.

--Non aver paura. I nostri cavalli galopperanno più dei leoni, te

l'assicuro. Orsù, non vi è da esitare; tutti sono pronti a fuggire.

Approfittiamo.

Fathma gettò uno sguardo all'intorno. I leoni continuavano a

saltellare nella pianura, a meno di quattrocento passi dalla _zeribak_

e i _giallàba_ s'affannavano a bardare i cavalli.

--In sella! comandò ella risolutamente.

I _giallàba_ si slanciarono sul dorso dei cavalli che s'impennavano

sferrando calci per ogni dove, nitrendo di spavento e con gli occhi in

fiamma. Ognuno raccolse le briglie, strinse fortemente le ginocchia e

impugnò l'_jatagan_ e le pistole.

--Attenti! gridò Fathma allentando le briglie. Via tutti.

I cavalli spronati a sangue s'affollarono confusamente all'apertura

della _zeribak_ e si slanciarono con rapidità fulminea attraverso

l'arida pianura. I leoni, vista la preda fuggire, si gettarono sulle

loro traccie facendo salti giganteschi.

--Mano alle pistole! comandò l'_almea_ che aggrappata alla criniera

dell'impaurito corsiero, cavalcava in testa a tutti.

Fra cavalli e leoni s'impegnò una gara furiosa. I _giallàba_, curvi in

sella, tempestavano di sferzate i destrieri e laceravano loro le carni

cogli _jatagan_, procurando di mantenersi in gruppo serrato. Tratto

tratto si volgevano indietro per vedere se i leoni guadagnavano via e

scaricavano le pistole, ma le palle si perdevano altrove.

La favorita del Mahdi · 第 16 / 29 段