mani. Animo, Fathma, getta giù dei pezzi d'albero o d'antenna che
formi lo scheletro della nostra imbarcazione. Giù, giù!
La speranza di scampare all'immenso pericolo che la minacciava,
triplicava le forze dell'_almea_. Ella gettò a Omar sei o sette
tronconi d'albero, tavoli, pezzi di murata, pezzi di _rekùba_ e
cordami in grande quantità. Il negro valendosi delle _zacchie_ che
ancora ardevano, tenendosi sempre riparato dietro poppa della darnas
per non essere scoperto dai ribelli, in capo a mezz'ora costruì la
zattera, lunga quattro o cinque metri e larga appena due, ma
solidissima. Egli vi imbarcò due remi, due fucili, munizioni, due
scimitarre, alcuni vasi di _merissak_ del _kèsra_, (sorta di pane di
_durah_ cotto su di una lastra di pietra) e parecchie libbre di carne
fritto nel burro che si conserva lungamente.
Aveva appena terminato che sulla riva opposta, si udirono degli
schianti seguiti da fischi sonori. L'oscurità diventò profonda.
--Bene, mormorò il negro. Le _zacchie_ hanno finito di ardere e i
rottami sono capitombolati nel fiume. Presto, padrona, discendi.
Fathma non se lo fece dire due volte. Salì sul bordo, si aggrappò ad
una fune e si calò lentamente sulla zattera che minacciava di rompere
l'ormeggio sotto la spinta della corrente. I due fuggiaschi si
sdraiarono sul ponte colla scimitarra dinanzi e i remi in mano.
--Coraggio, Fathma, disse Omar. Giuochiamo la nostra vita.
--Passeremo inosservati?
--Lo spero.
--Quale via terremo?
--Scenderemo il fiume fino a domani mattina. Sta attenta a respingere
i coccodrilli che non mancheranno di assalirci.
--E perchè non approdiamo all'isola di Turà-el-Chadra? Siamo lontani
appena duecento metri e si potrebbe, in dieci o dodici ore, giungere a
Duên.
--Temo che i ribelli siano accampati nelle foreste e forse il borgo di
Duên è caduto in loro mani. Lascia fare a me e vedrai che noi
giungeremo più presto che lo credi nelle vicinanze di El-Obeid. Hicks
e Dhafar devono accampare a poche miglia dalla capitale del Mahdi.
Attenzione, padrona.
Il negro tagliò d'un colpo solo l'ormeggio. La zattera girò per alcuni
istanti su se stessa, poi discese silenziosamente la corrente
sfiorando a tribordo una larga zona di piante di loto.
L'oscurità era diventata allora profonda. Appena appena si scorgevano
le due rive coperte di tenebrosi boschi ai cui piedi urlavano e
ridevano atrocemente sciacalli e iene occupate a dissetarsi. I ribelli
si distinguevano assai vagamente sdraiati sulle isole, quantunque qua
e là ardessero dei fuochi a gran pena tenuti accesi sulle umide
sabbie.
I due naviganti si misero a remigare nel più profondo silenzio
guardandosi attentamente attorno; i loro cuori battevano di speranza e
di timore, e non ardivano quasi quasi di respirare per paura di
attirare l'attenzione dei loro nemici.
Avevano di già percorso quasi duecento passi quando la zattera urtò
contro qualche cosa arrestandosi bruscamente. Nè l'uno nè l'altra
ardirono muoversi.
--Che c'è, chiese sottovoce Fathma dopo qualche minuto d'angosciosa
aspettativa. Ci siamo arenati?
--Zitto, disse Omar. Ora andrò a vedere. Tu non muoverti qualunque
cosa accada.
Egli strisciò silenziosamente a prua e immerse un braccio nell'acqua.
Egli sentì sotto mano un agglomeramento fitto fitto di piante
acquatiche che impediva il passaggio.
--Bene, siamo dinanzi ad una barra, mormorò il negro.
Queste _barre_ altro non sono che vaste distese di piante palustri che
si formano sui fiumi africani e segnatamente sul Nilo cagionando lo
stagnamento delle acque e quindi miasmi mortali. Non di rado queste
_barre_ si estendono per tre quattro e anche cinque chilometri,
impedendo il transito persino ai battelli a vapore che solcano il
Bahr-el-Abiad e il fiume delle Gazzelle.
Omar, appena si fu assicurato che non vi era mezzo di passare sopra
quella _barra_, ritornò presso Fathma che non si era mossa.
--Padrona, diss'egli, bisogna deviare verso la riva sinistra. Abbiamo
una _barra_ che fiancheggia la riva destra.
--Deviare sulla riva sinistra! esclamò Fathma, Ma allora ci
avviciniamo agli insorti e verremo scoperti.
--Potrebbe darsi, ma non vi è altra via da prendere. Chissà forse
passeremo ancora inosservati; la notte è sempre oscura.
--Tutto congiura contro di noi; maledetta sorte!
--Allàh così vuole. Orsù, deviamo e cerchiamo di non far rumore. È
carico il tuo fucile?
--Sì.
--Quando è così, andiamo avanti e che il Profeta ci protegga.
La zattera sotto la spinta dei due remi comincia a deviare lentamente
radendo la barra, sulla quale alzavasi una nebbiolina carica di
esalazioni pestifere. I due naviganti, curvi, taciti, in dieci minuti
raggiunsero l'estremità di quel colossale agglomeramento di piante.
Già stavano per virare di bordo ed entrare nella libera corrente
quando sei o sette coccodrilli uscirono dalle piante avvicinandosi
alla zattera. Il più ardito allungò le mascelle spalancate verso di
loro cercando, con un formidabile colpo di coda, di issarsi sul ponte.
--Omar! mormorò Fathma che sentiva la zattera inclinarsi
spaventosamente a tribordo.
--Sta zitta. Ci sono.
Il negro aveva afferrata la scimitarra. Egli scagliò una tremenda
botta fra i due occhi del mostro che si inabissò rumorosamente
sollevando una nube di spuma. Quasi subito una voce partì
dall'isolotto più vicino, sul quale bivaccavano alcuni insorti.
--Ehi! gridò un arabo. Guarda laggiù in mezzo alla corrente!
--Che vedi? chiese un'altra voce.
--Che Allàh e il Mahdi mi puniscano se quella là non è una zattera.
--Ne sei sicuro? mi pare un rottame.
--Ho veduto qualcuno alzarsi, anzi mi parve di aver visto una
scimitarra in aria. Non hai udito una botta e un tonfo?
--Infatti ho udito. Che siano gli uomini della darnas?
--È quello che noi vedremo; prendi il moschetto..
Fathma e Omar avevano distintamente udita la conversazione dei due
ribelli. Spaventati avevano abbandonati i remi e si erano sdraiati sul
ponte colle mani convulsivamente strette attorno ai fucili.
--Non muoverti, padrona, bisbigliò con voce tremante Omar.
--Non mi muoverò nemmeno se vengo ferita, rispose Fathma con voce
ferma. Attento alle palle.
Non avevano ancora terminato che due detonazioni echeggiarono
sull'isolotto. I due naviganti udirono le palle penetrare nel legname
a pochi pollici dalle loro teste. Rimasero immobili, irrigiditi.
--Ah! esclamò uno dei tiratori. Sono due cadaveri gettati sopra di un
rottame.
--Che stupidi a sprecare polvere e palle, rispose l'altro. Buon
viaggio razza di cani! Che il diavolo vostro patrono vi conduca a
salvamento.
I due ribelli ruppero in uno scroscio di risa e tornarono a sdraiarsi
sulle sabbie. La zattera, mercè la corrente che era alquanto forte, in
dieci minuti soli oltrepassò tutte le isole occupate dai nemici. I due
naviganti, persuasi ormai di non correre più pericolo alcuno,
afferrarono i remi e si misero ad arrancare disperatamente,
percuotendo a destra e a sinistra, senza riserbo, i coccodrilli che li
minacciavano.
Alle tre di notte giungevano sani e salvi alla foce di un largo corso
d'acqua, affluente di sinistra del Bahr-el-Abiad, e che ha le sue
sorgenti nelle vicinanze di Sciula. Essi vi entrarono salendolo per
cinque o seicento metri.
--Alt! comandò Omar. Qui non corriamo più il pericolo di venire
raggiunti. Abbiamo percorso più di quindici miglia e questa distanza
mi pare sufficiente per essere sicuri di passare tranquilli il resto
della notte.
--Che facciamo adunque? chiese Fathma. Approdiamo?
--Mai più. Abbiamo dei leoni e delle jene sulle rive. Questa notte ci
ancoreremo qui e domani vedremo cosa potremo fare. Sdraiati, padrona,
e cerca di dormire.
Egli impiantò profondamente il remo su di un bassofondo, vi legò
saldamente la zattera, accese il _scibouk_ e si sedette a prua col
fucile sulle ginocchia. Fathma, affranta, si sdraiò sul ponte e non
tardò ad addormentarsi, malgrado i ruggiti e gli scrosci di risa dei
leoni e delle jene che vagolavano sulle boscose rive del fiume.
CAPITOLO IX.--Lo scièk Abù-el-Nèmr.
Erano le quattro del mattino quando Fathma si svegliò. Il sole
alzavasi allora sull'orizzonte, rapidamente, versando torrenti di luce
incandescente sul paese circostante che presentava un magnifico colpo
d'occhio, tutto affatto speciale delle regioni dell'alto Nilo.
Il fiume scendeva tranquillo tranquillo descrivendo una gran curva,
fra due magnifiche rive, coperte di superbi alberi, che si
specchiavano quasi con civetteria nelle trasparenti acque, prolungando
capricciosamente i loro rami sui quali andavano, venivano e
saltellavano con sorprendente agilità numerose schiere di
scimmie-leoni dal pelame cenerino azzurro, con una folta criniera
affatto simile alla giubba dei leoni e il muso e le natiche d'un bel
colore carneo.
Sugli isolotti sabbiosi sonnecchiavano pacificamente colossali
ippopotami, grossi più dei rinoceronti, con testa enorme, muso assai
rigonfio, nari larghe e sporgenti, gambe brevissime ma grossissime e
la pelle cosparsa di rade setole e così grossa da sfidare le palle di
fucile.
Alcuni di quei mostri talvolta si tuffavano con un fragore
formidabile, portando sulla schiena i loro piccini grandi quasi quanto
un bue e ricomparendo poco dopo nitrendo come cavalli.
Per l'aria volteggiavano invece stormi di fenicotteri, di pellicani,
di ibis bianche e nere, di tantali, di anastomi, di pivieri e di
falchi, che si incrociavano in mille differenti guise con un gridio
incessante, precipitandosi di tratto in tratto nel fiume per uscirne
quasi subito con un pesciolino nel becco.
Fathma e Omar, dopo di essersi rinforzati con una sorsata di
_merissak_, visto che le rive erano deserte, s'affrettarono a spingere
la zattera verso quella di destra e sbarcarono caricandosi delle armi,
delle munizioni e di quanti viveri potevano portare.
--Dove andiamo? chiese l'_almea_, indecisa sulla via da prendere.
--Questo è il bello a sapersi, rispose Omar, imbarazzatissimo. A mio
parere bisognerebbe guadagnare il villaggio più vicino per procurarsi
dei cavalli o dei cammelli, senza i quali non riusciremo a raggiungere
El-Obeid, Se ben mi ricordo a una quindicina di miglia da qui trovasi
Sciula.
--Vi potremo entrare? Temo che i ribelli l'abbiano occupata.
--Lo so bene io, ma non c'è altra via da scegliere. Chissà forse i
ribelli non l'hanno ancora assalita. Ad ogni modo ci avvicineremo con
precauzione.
--La via sarà libera poi?
--È difficile saperlo. Sono certo che prima di giungervi incontreremo
dei ribelli.
--La situazione nostra non mi sembra brillante.
--È quello che penso pur io, mormorò Omar sospirando. Mettiamoci nelle
mani di Allàh che tutto può; è quanto ci resta da fare.
--Quando è così mettiamoci in cammino, disse Fathma risolutamente.
Arma il fucile e apri per bene gli occhi. Che Allàh ci protegga.
Essi salirono la sponda e s'inoltrarono coraggiosamente sotto le
foreste, aprendosi a gran pena il passo fra quegli immensi vegetali,
dai tronchi colossali i cui rami s'intrecciavano a perdita d'occhio
come gli archi gotici di una cattedrale sconfinata. Regnava là sotto
un caldo soffocante, una temperatura da stufa che toglieva il respiro
e che faceva zampillare addirittura il sudore dalla fronte degli
intrepidi viaggiatori. Un silenzio lugubre rendeva la marcia più
penosa, più monotona.
Dopo di aver percorso più di un miglio, essi si trovarono dinanzi ad
una foresta di baobab. Nulla di più meraviglioso della vista di questi
giganti delle boscaglie africane, ai quali non si esita a dare una
longevità di seimila anni, dal tronco sproporzionato che supera spesso
i venticinque metri di circonferenza dai rami bassissimi ma immensi
che formano da soli un boschetto picchiettato da capsule legnose che
sembrano zucche, lunghe venticinque o trenta centimetri, di tinta
verdognola, coperte di bianca peluria, e delle quali sono ghiottissime
le scimmie.
Fathma e Omar si erano arrestati ai piedi di uno di quei colossi per
prendere un po' di riposo, quando a sei o settecento metri lontano
echeggiò improvvisamente una detonazione seguita poco dopo da un
formidabile ruggito e da un grido straziante.
Scattarono simultaneamente in piedi coi fucili in mano, gettando un
rapido sguardo all'intorno paventando di veder sbucare dai cespugli
qualche banda di ribelli.
--Che è successo? chiese ansiosamente Fathma, riparandosi
prudentemente dietro una fitta macchia.
--I ribelli forse! esclamò Omar che tremava, suo malgrado, verga a
verga.
--No, ho udito il ruggito del leone.
--Ma la detonazione? E quel grido?
--Che sia stato qualche cacciatore?
--Non credo, disse Omar. Quale cacciatore può avventurarsi in queste
foreste battute dalle orde del Mahdi? Fathma ripieghiamoci sul fiume
prima che capitino malanni.
--Ripieghiamoci, ma sta bene attento. Vi sono dei pericoli in aria.
Stavano per ritornare nella foresta di palme e di tamarindi, quando
udirono una voce lamentevole gridare ripetutamente:
--Aiuto! aiuto!...
--Fathma si fermò bruscamente stringendo forte forte il braccio dello
schiavo.
--Vi è qualcuno in pericolo, diss'ella...
--Lascialo che muoia, rispose il negro. Che dobbiamo farci noi?...
--Forse quell'uomo non è un ribelle.
--Peggio per lui. Non possiamo esporre le nostre vite per soccorrere
uno sconosciuto. Vieni con me Fathma, spicciamoci a guadagnare il
fiume.
L'_almea_ scosse il capo.
--Aiuto!... Aiuto!... ripetè la voce lamentevole.
--Non è possibile abbandonare così un povero uomo, Omar, disse Fathma.
Accada ciò che vuole, io vado a soccorrerlo. Forse quell'uomo può
esserci ancora di qualche utilità, forse... Vieni, io lo voglio!
Vi era tanta autorità in quel comando che Omar non ardì opporsi altro.
Uscirono dalla macchia e si slanciarono di corsa verso il luogo ove
erasi udita l'invocazione disperata.
Cinque minuti dopo giungevano in una piccola radura circondata da
bauinie. Là in mezzo eravi un leone che si dibatteva nelle ultime
convulsioni della morte, colla testa bruttata di sangue a pochi passi
da lui stava sdraiato per terra un bel negro, di statura alta colle
braccia e le gambe ornate di anelli d'oro, un ricco turbante ricamato
d'argento sul capo e una farda rossa avvolta intorno al corpo. Gemeva
lugubremente e colle mani stringevasi fortemente la gamba destra
scarnata fino all'osso. Un torrente di sangue nero e spumoso sfuggiva
a rapide pulsazioni dall'enorme ferita.
Appena egli scorse Fathma e Omar si rovesciò all'indietro raccogliendo
un pistolone che puntò rapidamente verso di essi.
--_B'Allai!_ (perdio!) bestemmiò egli facendo fuoco.
La palla andò a forare il _fez_ di Omar, un pollice appena sopra la
testa. Fathma puntò il fucile verso il ferito.
--Se ti muovi ti ammazzo come un cane! diss'ella con un tono di voce
da non mettere in dubbio la minaccia.
A quella voce il volto del ferito s'alterò. S'alzò bruscamente a
sedere fissando l'_almea_ con due occhi che fiammeggiavano.
--Fathma! esclamò egli con profondo terrore.
Il fucile sfuggì di mano all'_almea_.
--Fathma! mormorò ella sorpresa.
--Fathma! ripetè Omar, che cadeva dalle nuvole. Cosa vuol dir ciò?...
L'_almea_ e il ferito si guardarono per alcuni istanti fissamente
senza dir parola. La prima era sorpresa di udirsi chiamare per nome da
quell'uomo che non aveva mai veduto; il secondo invece pareva sorpreso
di non essere riconosciuto da quella donna che aveva veduta più di
cento volte.
--Chi sei? chiese alfine Fathma. Come sai il mio nome?
Un sorriso apparve sulle labbra del ferito.
--Non mi conosci?
--Non mi ricordo d'averti veduto.
--Non sei tu Fathma l'_almea_?
--Non lo nego.
--Non sei stata tu a El-Obeid?
--Sì, disse sordamente l'_almea_. Vi fui.
--Non sei stata un tempo una donna potente? continuò il ferito che
pareva avesse dimenticata completamente la sua gamba scarnata.
Il volto dell'_almea_ s'alterò spaventosamente, burrascosamente. La
sua fronte si aggrottò e i suoi occhi parvero incendiarsi.
--Lo fui, diss'ella dopo qualche istante di silenzio.
--Allora non m'inganno più. Tu fosti la favorita di Mohammed-Ahmed.
--Come tu sai questo? Chi te lo disse?
--Lo so perchè ti vidi cento e più volte quando io era guardiano
dell'_harem_ di Mohammed-Ahmed.
L'_almea_ gettò un grido di spavento e di sorpresa e retrocesse
vivamente.
--Chi sei?... Chi sei?... chiese ella tremando.
--Sono lo _scièk_ Abù-el-Nèmr luogotenente del Mahdi, comandante gli
insorti del Bahr-el-Abiad.
Omar aveva rapidamente puntato il fucile verso di lui.
--Ah! cane d'un ribelle! esclamò il negro.
L'_almea_ con un brusco gesto abbassò l'arma, poi traendo una pistola
e posando la fredda canna sulla fronte del ferito gli disse con calma
glaciale:
--Abù-el-Nèmr, tu sei in nostra mano. Se tu giuri di farci uscire sani
e salvi da questa foresta io ti guarisco, se tu invece rifiuti ti
faccio saltare le cervella. Scegli!
--Perchè vuoi che io alzi la mano su chi fu un tempo la mia signora?
disse dolcemente il ferito. Avrei paura che Allàh mi fulminasse.
Comanda e io farò per l'antica favorita del Mahdi, tutto quello che
ella vorrà.
--Grazie Abù-el-Nèmr, mormorò Fathma con voce commossa. Non credeva
d'avere ancora degli amici fra i ribelli. Distendi la tua gamba
ferita; io ti guarirò.
Lo _scièk_ ubbidì. L'_almea_ esaminò accuratamente la ferita che
continuava a sanguinare. Era orribile: il leone con un potente colpo
d'artiglio aveva lacerato la carne fino all'osso della coscia.
Comprese subito che un ritardo di pochi minuti poteva riuscire
funesto.
--Vammi a prender dell'argilla in quel fossatello, diss'ella a Omar, e
raccogli un po' d'acqua fresca.
Il negro partì come un lampo e ritornò poco dopo con una grossa palla
d'argilla grigiastra e morbida e una fiasca d'acqua. Fathma ravvicinò
delicatamente le labbra della ferita, vi sovrappose un pezzo di tela
bagnata, e coprì il tutto con un grosso strato di creta che impediva
al sangue di trasudare. Tre o quattro foglie e alcune braccia di corda
terminarono l'operazione. La gamba del ferito si trovò chiusa in una
specie di manicotto ben legato.
Ora, diss'ella, bisogna lasciare il più presto possibile questa
foresta e raggiungere qualche luogo abitato. Dove possiamo trovar
gente?
--L'ignoro, rispose il ferito con voce debole, tergendo il sudore che
colavagli abbondante dalla fronte. Ho lasciato da due giorni il campo
e mi sono smarrito in questa foresta.
--Quale distanza corre dal fiume a Sciula?
--Meno di una giornata di cammino. Se tu mi conduci là troverò i miei
guerrieri.
--Ma... e noi?
--Oh! non temere! esclamò vivamente lo _scièk_. Io sono il loro capo e
sventura a colui che ardirà alzare una mano sopra di voi.
--Sta bene, ma come ti trasporteremo? Bisognerà costruire una barella.
--Ho il mio cavallo che deve pascolare nei dintorni, se non fu
divorato da qualche leone.
--Chiamalo. Non bisogna perdere tempo; la febbre e forse il delirio
fra poche ore ti assaliranno.
Abù-el-Nèmr accostò le mani alla bocca e mandò un lungo fischio. Quasi
subito si udì un calpestìo precipitato e un cavallo comparve movendo
sollecitamente verso il padrone.
Era questo un superbo corsiero, Abù-Ròf puro sangue, piuttosto
piccolo, dalla fronte larga e un po' schiacciata, l'occhio vivo e
intelligente, le nari molto aperte, orecchie piccole, corte, sottili,
le ossa zigomatiche molto sporgenti, muso elegante, gambe secche e
vigorose, petto sviluppatissimo e ventre assai ristretto che
annunciava quella grande sobrietà che è propria degli animali dei
deserti sudanesi.
Omar e Fathma sollevarono con molte precauzioni il ferito che non
lagnavasi malgrado soffrisse atroci dolori e lo misero in sella.
L'_almea_ vi salì dietro sostenendolo fra le vigorose braccia e il
negro prese l'animale per le briglie.
--Avanti, disse Fathma.
Essi si misero in viaggio percorrendo un largo sentiero che un tempo
doveva essere stato una via per le carovane. Il ferito si lasciò
sfuggire suo malgrado un gemito soffocato.
--Soffri molto? gli chiese l'_almea_.
--Un po' lo confesso, rispose titubando lo _scièk_. Il moto del
cavallo mi fa orribilmente male.
--Appoggiati bene sul mio petto.
--Ah! esclamò il ferito. Quanto sei buona Fathma eppure sono un
ribelle.
--Questo ribelle un tempo fu mio suddito, disse con voce commossa
l'_almea_.
Il ferito si volse verso di lei e la guardò con tenerezza.
--Fathma, perchè hai abbandonato il mio signore che tanto ti amava e
che ti avrebbe resa tanto potente?
--Non chiedermelo se non lo sai, disse con aria tetra l'_almea_.
--Fu la fatalità forse?
--Forse.
--Sai che quel giorno che tu sparisti io l'ho veduto piangere il mio
Signore?
La faccia dell'_almea_ diventò ancor più cupa.
--Che fece egli quando io scomparii? chiese ella.
--Ti cercò per una settimana intera mandando guerrieri in tutte le
borgate del Kordofan. Ti amava alla follia, e quando ritornarono senza
che sapessero dire ciò che era accaduto di te lo vidi piangere come un
bambino, lui, Mohamed Ahmed, l'inviato di Dio!
--Povero Ahmed, mormorò Fathma con un rauco sospiro. Fu il destino che
mi spinse ad abbandonarlo.
--Ma che ti aveva fatto?
--Nulla.
--E allora?
--Non parliamo di ciò. Dimmi, mi si crede morta?
--No, Ahmed ha saputo che tu sei viva.
L'_almea_ trasalì
--Chi glielo disse?
--L'ignoro, ma bada a me, Fathma, non farti più mai vedere in
El-Obeid. L'amore di Mohamed Ahmed si è cangiato in terribile odio.
--Mi guarderò da lui; d'altronde sarà difficile che mi si veda nella
capitale del Kordofan.
--Dove vai adunque che scendi al sud?
--A unirmi all'armata egiziana.
--Tu!... tu cogli egiziani!... esclamò lo _scièk_ con dolorosa
sorpresa. Vedremo adunque noi la favorita del nostro signore, militare
nelle file nemiche e volger il ferro contro i suoi antichi sudditi?
--No, non volgerò mai le mie armi contro gl'insorti, a meno che non mi
costringano loro. Appena avrò raggiunto l'uomo che cerco e che avrò
compiuta una vendetta che da due mesi aspetto, ritornerò per sempre al
nord.
--Ah! tu hai delle vendette da compiere?
--Sono araba.
--Ma sai almeno dove puoi trovare Hicks pascià?
--No, ma lo troverò dovessi percorrere cento volte il Kordofan. Ah! se
io potessi saperlo!...
--Lo vuoi proprio?
--Tu lo sai? Ah!...
--Sì Fathma, lo so, giacchè a noi nulla può sfuggire. Il 10 ottobre
era giunto a Sange-Hamferid; ora si troverà nei dintorni di Kaseght.
Il maledetto marcia rapidamente sulla capitale, ma Ahmed lo romperà e
farà uno spaventevole massacro delle sue truppe, te l'assicuro.
--Grazie, Abù-el-Nèmr.
--Non ringraziarmi, Fathma. Forse questa indicazione ti riuscirà
fatale.
--Perchè?
Lo _scièk_ non rispose. Egli si curvò verso terra portando una mano
all'orecchio e ascoltò attentamente.
--Alto! diss'egli raddrizzandosi.
Aveva appena terminato il comando che da ambo i lati del sentiero
scoppiava un clamore spaventevole. Il cavallo, colpito da una lancia
nella testa, cadde sulle ginocchia gettando a terra coloro che lo
montavano. Una cinquantina di guerreri armati di lance, di sciabole e
di mazze saltò fuori dalle macchie empiendo l'aria di urla feroci.
Omar e Fathma furono pronti a levarsi afferrando le pistole e la
scimitarra, ma lo _scièk_, invece non si mosse. La caduta, la perdita
del sangue e lo sfinimento l'avevano fatto svenire.
--Fermi tutti! gridò l'_almea_. Abbiamo con noi lo _scièk_
Abù-el-Nèmr!
Gl'insorti nell'udire il nome del loro capo si erano arrestati colpiti
da stupore: ma questo stupore durò un istante. Essi circondarono
Fathma e Omar e in meno che lo si dica li atterrarono strappando a
loro le armi. Sei o sette si precipitarono sullo _scièk_; vedendolo a
terra pallido come un morto ed immobile lo credettero assassinato.
Lo _scièk_ è stato ucciso! gridò una voce. Ah! cani di arabi!
Tutti i ribelli si erano affollati attorno ad Abù-el-Nèmr urlando
furiosamente. Un guerriero d'alta statura colle braccia armate di
numerosi braccialetti d'oro e un ricco turbante sulla testa,
s'inginocchiò accanto allo svenuto e lo esaminò attentamente per
alcuni istanti.
--Chi ha ferito il mio capo? chiese egli, lanciando un'occhiata torva
sui due prigionieri.