scarsi colla insurrezione e bisogna navigare dappertutto. Dove mai
siete stato che son quasi due mesi, vale a dire dal giorno che vi
trasportai da Chartum a Machmudiech, che non vi ho più visto?
--In questi tempi non è facile incontrarsi. Che nuove mi porti adunque
e come mai ti trovi qui?
--Sono due giorni che vi cerco in Quetêna e più di quindici che
domando di voi in tutti i villaggi che tocco.
--Quindici giorni che mi cerchi! esclamò Notis. Perchè.
--Vi reco notizie di vostra sorella Elenka.
--Di Elenka! Parla, narra, di' su qualche cosa che io abbrucio
dall'impazienza. Dove trovasi ella? Come l'hai trovata? Come sta?
--Sedici giorni or sono, sul far della sera, approdai al villaggio di
Gez-Hagiba. Saputo che sulla riva opposta, al di là dell'isola, si
trovasse accampato Dhafar pascià, mi si recai sperando di trovar voi e
vostro cognato Abd el-Kerim. Seppi che si trovano al campo vostra
sorella ed il suo fidanzato.
--Ah! fe' Notis ironicamente.
--Mi recai alla tenda di Elenka e la trovai. Ella mi raccontò come fra
lei ed Abd-el-Kerim tutto fosse stato spezzato.
--Lascia questo e dimmi a quale punto si trovava coll'arabo.
--Mi disse che fra loro ferveva una tremenda guerra e che disperava
ormai di farsi riamare.
--Ira di Dio! Tira innanzi, Ibrahim.
--Parecchie volte Abd-el-Kerim tentò di fuggire dal campo ma ella lo
fece riprendere e Dhafar pascià lo fece legare, minacciandolo di farlo
passare per le armi se avesse ritentata la fuga.
--Ed Abd-el-Kerim lo sa che fu mia sorella a impedirgli di fuggire.
--Sì, ed è appunto per questo che l'arabo la esecra.
--Ogni speranza adunque è perduta?
--Perduta, ella mi disse.
--E che fa ora?
--Continua a seguirlo e a sorvegliarlo. Andasse anche il capo al
mondo, Elenka mi ha giurato che lo accompagnerà.
--L'ama sempre la disgraziata?
--Forse l'odia e arde dal desiderio di vendicarsi del traditore.
Il greco si prese la testa fra le mani e sospirò.
--Povera Elenka, mormorò a più riprese. Ah! Fathma! Fathma! sei stata
la causa di tanti mali.
Se non ti amassi sempre alla follìa, vorrei farti soffrire indicibili
torture. Dimmi Ibrahim, gli egiziani ebbero scontri con le orde dal
_Mahdi_?
--Perdettero un terzo dei loro compagni in tre o quattro
combattimenti.
--E sanno almeno dove trovasi l'armata di Hicks pascià?
--L'ignoro.
--Tutto cammina di male in peggio, adunque? Orsù, che ti disse ancora?
--Mi disse di avvisarvi che lo schiavo di Abd-el-Kerim era fuggito dal
campo, forse diretto per Chartum.
--Chi!... Il negro Omar?
--Sì, Omar fuggì durante una notte oscura, nè più ricomparve al campo.
Notis rabbrividì, ma poi si mise a sorridere.
--Quel negro mi fa paura, disse. Ad ogni modo terrò gli occhi aperti
onde non possa farmi qualche brutto giuoco. Olà, date da bere un vaso
di birra a questo uomo, aggiunse di poi, alzando la voce.
--Un beduino armato sino ai denti e che vegliava appiè della scala
accorse.
--Rimani qui, Ibrahim, e mi aspetterai disse Notis. È probabile che
abbia bisogno della tua barca per trasportarmi a Chartum. Accomodati
laggiù in quella stanza e bevi quanto _merissak_ può contenere il tuo
stomaco.
Fe' un legger saluto accompagnato da una strizzatina di occhi come per
raccomandargli silenzio e salì a quattro a quattro i gradini d'una
tortuosa scala. Sostò dinanzi a una porta coperta da un fitto tappeto
e tese l'orecchio.
--Non si ode nulla, disse con voce visibilmente alterata. Forse
dormirà.
Aprì pian piano la porta ed entrò in una vasta stanza, coperta da
morbidi tappeti tinti a smaglianti colori, e arredata con divani alla
turca e con grandi vasi di fiori _ingiorò_ che spandevano all'intorno
un olezzo delicato che aveva del gelsomino e della rosa. Là, proprio
in mezzo se ne stava l'_almea_ Fathma, avvolta in un grande _feredgè_
di seta bianca, la faccia cupa, e i lunghi capelli, neri come l'ebano,
sciolti in pittoresco disordine sulle semi-nude spalle. Aveva le
braccia incrociate sul seno che sollevavasi sotto i frequenti sospiri
e teneva lo sguardo malinconicamente fisso sulle ridenti sponde del
Bahr-el-Abiad che disegnavansi dinanzi alle persiane delle finestre.
Il greco s'arrestò sul limitare della porta come trasognato, come
rapito in estasi, cogli occhi fissi fissi su quella seducente donna
che egli amava alla follia. Il suo volto era alterato, irrigato da
goccioloni di sudore, e sentiva il cuore saltellare nel petto e il
sangue accendersi d'ardenti brame.
La contemplò così per un minuto, due, tre, rattenendo persino il
respiro, poi fece silenziosamente alcuni passi innanzi colle braccia
tese e le mani aperte come volesse afferrarla, e le labbra sporgenti
come cercasse un bacio su quelle palpitanti carni.
--Fathma, mormorò con un fil di voce e con un tono commosso,
supplichevole.
L'_almea_ a quella voce trasalì. Si volse lentamente verso di lui, lo
mirò con sorpresa, poi con ispavento e indietreggiò vivamente con un
gesto di orrore, come avesse visto una schifosa bestia.
--Oh! Fathma! esclamò lo sciagurato con una voce rotta. Non trattarmi
così!
L'_almea_ per tutta risposta girò su sé stessa e gli volse le spalle.
Il greco traballò come avesse ricevuto una palla nel cuore e la vista
gli si intorbidì. Qualche cosa rumoreggiò nel fondo del suo petto,
come un ruggito strozzato, furioso, e le sue mani si strinsero così
fortemente che le unghie gli penetrarono nelle carni.
--Non disprezzarmi!... non deridermi Fathma... non respingermi! urlò.
Si precipitò innanzi e le si gettò alle ginocchia afferrandola per le
mani. L'_almea_ con una brusca mossa si liberò da quella stretta.
--Vattene!--diss'ella con veemenza, tornando a indietreggiare. Vattene
mostro, che tu mi fai paura, che mi fai ribrezzo!
Il greco la guardò con occhio truce; nondimeno qualche cosa di umido
gli brillò sotto le ciglia e la sua faccia si coprì di un pallore
cadaverico per l'ira. Si raddrizzò con violenza, colle braccia alzate,
le mani aperte e le si avvicinò vacillando, cogli occhi stravolti,
iniettati di sangue.
--Ma io ti amo, Fathma! esclamò quasi delirante, io ti amo, ti adoro e
tanto che per te mi ucciderei.
--Ucciditi allora, disse l'_almea_ con fredda ironia
--Che mi uccida!...
S'arrestò guardandosi attorno con smarrimento.
--Ah! mormorò egli coi denti convulsivamente stretti.
Parve ancora esitare, poi si scagliò come un forsennato sull'_almea_
afferrandola così strettamente per le braccia da strapparle un grido
di dolore. Egli la scosse con furore.
--Odimi. Fathma, disse con voce rauca. Che ti feci io? Quali azioni ti
usai? Perchè tu provi per me una ripugnanza così insuperabile? Perchè
mi disprezzi, mi deridi, mi respingi?... Dimmelo, Fathma, perchè?...
perchè?...
L'_almea_ non rispose; ella cercò di sciogliersi da quella stretta, ma
senza riuscirvi. Impallidì orribilmente.
--Tu non sai adunque fino a qual punto io ti ami? ripigliò il greco
con passione furiosa. Tu non sai adunque quanto io soffersi per te, da
quel giorno che tu mi apparisti a Machmudiech? Quel giorno tu mi
affascinasti, quel giorno tu avvelenasti il mio sangue, mi straziasti
il cuore. Ho provato torture indicibili, gelosie tremende, a segno che
io mi domando come possa ancora amarti invece di esecrarti. Mi sembra
di essere pazzo, ma un pazzo furioso che vive solamente per te!... Mi
hai udito, o Fathma?
--Ti ho udito, rispose l'_almea_ cupamente.
--E dunque?...
--Ti disprezzo, e più oggi che quindici giorni fa!
Il greco emise un urlo di furore e la scagliò addosso a un divano.
--Sciagurata, tu mi schianti il cuore! esclamò con straziante accento.
Si mise a girare per la stanza col volto nascosto fra le mani e i
capelli irti, poi ritornò verso Fathma che si era raccolta su sè
stessa come una tigre, risoluta a difendersi contro gli attacchi di
quel miserabile.
--È tutto finito adunque fra noi? le chiese con voce cavernosa.
--Lasciami sola, che la tua presenza mi fa male, disse Fathma. È
impossibile che io ti ami, perchè sento per te un odio così profondo
che non si estinguerà che colla mia morte. Comprendi, Notis?
--Ma dimmi che ti feci io, terribile donna, dimmelo?...
--Chi fu a infrangere la mia felicità? Chi fu a condurmi qui a morire
lentamente, fra mille angoscie? Chi mi spinse a pugnalarmi? Chi fu
quel vigliacco che mi denunciò a Dhafar pascià per una spia del Mahdi?
Come posso io dimenticare tante cose!
--Si, fui io, ma ti amava e fu solo l'amore che fece di me una spia.
--Hai scavato un abisso, questo abisso è insuperabile. Vattene adunque
e ridonami la libertà, lascia che io ritorni nel Sudan. Solo a questo
patto potrei dimenticare quelle azioni codarde che mi usasti e forse
col tempo a provare per te, se non dell'amore, almeno della
compassione.
--Ridonarti la libertà?... Lasciarti ritornare nel Sudan?... E perchè?
--Per raggiungere colui che io amo sopra tutti, disse l'_almea_ con
slancio appassionato.
--Ira di Dio! esclamò il greco. Tu pensi ancora a quell'arabo adunque?
Il tuo cuore batte ancora per Abd-el-Kerim? Ma io non lo permetterò
mai, capisci Fathma, mai, mai, mai!...
--Sarai tu che impedirai al mio cuore di palpitare per Abd-el-Kerim?
--Si, io, perchè te lo schianterò di nuovo quel cuore. Voglio
strapparti quella passione che ti uccide e insediarvi la mia!... Sei
in mia mano, Fathma, proseguì Notis con accento pieno di fiele e di
minaccia.
L'_almea_ fe' un gesto come avesse intenzione di gettarsi fuori dalla
stanza, ma s'avvide che la porta era chiusa e s'arrestò fremendo.
--Non sperare nella fuga, disse Notis che s'era accorto della mossa.
Quand'anche tu riuscissi a oltrepassare quella soglia, ti troveresti
di fronte ai beduini dello sceicco Debbeud.
--Vuoi adunque ridurmi una seconda volta alla disperata risoluzione di
uccidermi? Sta in guardia, vigliacco, perchè sarei capace di ritentare
la prova.
Ma oggi i pugnali sono spuntati.
--Vi sono delle pareti per spezzarsi la testa.
--Fathma! esclamò Notis. Se tu ti uccidi, uccidi nel medesimo tempo...
--Chi?... chi?...
--L'arabo Abd-el-Kerim.
--Abd-el-Kerim! esclamò l'_almea_ portandosi le mani al seno che
tumultuava angosciosamente. Allàh!... Allàh!...
Girò su sè stessa chiudendo gli occhi e piombò sul divano; due lagrime
le irrigavano le abbronzate guancie.
Il greco spaventato accorse a lei, ma non giunse nemmeno a toccarla.
--Indietro! gridò ella risollevandosi. Non toccarmi.
--Fathma, disse Notis furente, non disprezzarmi oltre, o che io...
S'era gettato innanzi per afferrarla, ma si era subito arrestato,
sorpreso e quasi spaventato. Il ramo gigantesco che ombreggiava le
finestre aveva mandato un legger crepitìo e s'era udita una sorda
bestemmia.
--Chi è là? chiese egli sguainando la scimitarra.
Nessuno rispose. S'avvicinò ad una delle finestre, ma non vide o
almeno credette di non vedere alcuno.
--Chi può essere stato? si chiese egli.
Guardò Fathma che si teneva ancora ritta presso il divano in
atteggiamento fiero e sprezzante.
--Fathma, disse, fa quello che tu vuoi, ma fra tre giorni tornerò a
vederti. Se non avrai cangiato parere, se ricuserai di diventare mia,
guai a te. Ti farò versare fiumi di lagrime e ti strazierò il cuore
come giammai un carnefice fu capace di straziarlo!
L'_almea_ non rispose. Notis la guardò trucemente, poi le volse le
spalle sbarrando dietro di sè la porta.
La sventurata Fathma, rimase ritta per qualche istante poi ripiombò
sul divano piegandosi su sè stessa.
--Dio!.... Dio!.... ripetè ella. Tutto è perduto, tutto è finito!
Potessi almeno veder un'ultima volta colui che tanto amo, e poi
morire.
Ella si nascose la faccia fra le mani e il suo volto si inondò di
lagrime. Il fragore di un vaso di fiori che si infrangeva la fece
saltar in piedi.
Si guardò attorno e scorse a terra un grosso ciottolo appeso al quale
eravi qualche cosa di bianco. Lo prese, continuando a guardarsi
attorno per la tema di venire scoperta, e s'accorse che quel bianco
era un pezzetto di carta scritta. Lo spiegò e lesse in arabo:
«Ho visto e udito tutto. Ho disertato per ordine di Abd-el-Kerim e non
ho altra missione che quella di salvarti. Non temere nulla: prima dei
tre giorni sarai libera.
«_Omar_».
L'_almea_ rattenne a malapena un grido di gioia che stava per
sfuggirle e corse alla finestra. Ella vi giunse nel momento che un
negro semi-nudo, uscito dalle acque del Nilo, saliva la sponda
opposta.
--È lui! Omar: esclamò con voce tremante. Allàh, fa che egli mi salvi!
CAPITOLO III.--Il reis Ibrahim
Il vecchio _reis_ Ibrahim, lasciato che fu da Notis, non aveva perduto
il tempo. Sedutosi per terra, s'era fatto portare due grandi vasi di
_merissak_ e si era messo a bere sbocconcellando un enorme pezzo di
_ebrèk_, sorta di pane fatto con maiz agro, e che mangiasi usualmente
bagnato con brodo o con latte zuccherato. Lo sceicco Fit Debbeud,
entrando allora allora, si era bravamente seduto di fronte a lui e lo
aiutava efficacemente a vuotare i vasi di birra, intavolando una viva
conversazione.
--Dunque, tu narravi al padrone, diceva lo sceicco, che hai veduta
Elenka a Gez Hagida.
--Sicuro, rispondeva il _reis_, vuotando l'una dietro l'altra
parecchie tazze. L'ho veduta e le ho parlato più di una volta.
--E ti raccontò tutta la faccenda?
--Già, mi narrò gli amori di Abd-el-Kerim con un'_almea_, che, se non
erro, chiamasi Fathma e tutto quello che ne seguì.
--E ti avvisò che lo schiavo dell'arabo aveva disertato?
Il _reis_ fece col capo un cenno affermativo, tracannando la
dodicesima tazza di birra.
--L'hai incontrato tu, questo schiavo?
--No, rispose Ibrahim. Eppure domandai di lui in tutti i villaggi che
toccai.
--Lo conosci forse?
--Niente affatto. Quando conobbi l'arabo Abd-el-Kerim, questo schiavo
non era con lui.
--Credi tu che noi dobbiam preoccuparci di questo negro?
--Se è solo non è da temerlo molto. Eppoi si fa presto a spedirlo
nell'altro mondo. Una pistolettata o quattro dita di _jatagan_ e tutto
è finito.
--Parli bene come l'Alcorano, disse lo sceicco, sorridendo. D'altronde
staremo in guardia e se dormiremo procureremo di chiudere un solo
occhio.
La conversazione fu tagliata dalla comparsa di Notis, che scendeva
dalla stanza di Fathma. Era cupo e si vedeva nei suoi occhi la
tremenda ira che ardevagli in petto.
--Abbiamo perduto? chiese Debbeud, alzandosi.
--Sì, rispose il greco. Quella donna è una fortezza inespugnabile.
--Per mille saette! esclamò il beduino. Non siete stato capace di
piegare quella femminuccia! Ma come è possibile?
--È una leonessa, non una femminuccia. Ella mi derise e rispose alle
mie proteste d'amore coi più sanguinosi disprezzi.
--Quando una donna è così irremovibile la si tortura colla fame e col
bastone.
--No, disse Notis con stizza. Quell'_almea_ io l'amo e non mi sento
l'animo di farla soffrire.
--E allora?
--Aspetterò ancora tre giorni
--E dopo?
--La farò cedere colla forza.
--Questo chiamasi un bel parlare. Comincieremo col farle assaggiare un
po' di ferro rovente o le straccieremo le carni a colpi di frusta.
Il greco alzò le spalle e volgendosi al vecchio Ibrahim.
--Dove hai la tua barca? gli chiese.
--A Quetêna, proprio all'estremità settentrionale del porto.
--Consegnerai i tuoi uomini a bordo e ti terrai pronto a prendere il
largo. In questo frattempo ti informerai se è giunto lo schiavo di
Abd-el-Kerim a verrai a riferirmi ogni cosa. Puoi andartene ora.
Gli gettò alcune piastre e risalì la scala colle mani sui calci delle
pistole.
Ibrahim vuotò l'ultima tazza di _merissak_, empì di tabacco il suo
_scibouk_, l'accese e salutato lo sceicco uscì, facendo saltare le
piastre nel cavo della mano.
Arenato fra i canneti aveva il suo canotto. Vi entrò, prese i remi e
s'allargò, mettendo la prua a Quetêna che era lontana appena
quattrocento passi. Si trovava già in mezzo al fiume quando udì
chiamare,
--Olà, barcaiuolo, vieni ad approdare che ho bisogno di te.
Si volse e sulla riva destra vide un negro con un _taub_ gettato su di
un braccio. Si diresse subitamente a quella volta.
--Vuoi condurmi un miglio più in sù, nella piccola rada? chiese il
negro. Ti darò cinque talleri.
--Sei pieno di danaro che paghi come un pascià? chiese Ibrahim
ridendo.
--Può darsi: approda.
Il negro saltò nel canotto e si sedette a prua; il barcaiuolo si
sedette nel mezzo, volgendogli le spalle e arrangando con gran
vigorìa.
--Hai qualcuno che ti aspetta alla piccola rada? chiese il _reis_.
--Ho una carovana di cammelli carichi d'avorio, rispose il negro Omar.
--Sei del paese?
--No, sono Nubiano.
--Giunto da poco.
--Ciò non ti riguarda. Allunga la battuta che ho molta fretta.
Il canotto raddoppiò la velocità, salendo la corrente. Quindici minuti
dopo giungevano in vista della _darnas_ di Daùd.
--Sai a chi appartiene quel bel legno? chiese il _reis_.
Omar non rispose. Egli si era levato in piedi e gli si era avvicinato.
--Il _reis_ stava per ripetere la domanda quando si sentì prendere per
le spalle e rovesciare violentemente nel fondo del canotto.
Contemporaneamente vide sopra di sè Omar che gli puntava una pistola
sulla fronte.
--Se tu ti muovi, gli disse il negro, ti faccio saltare le cervella e
poi divorare dai coccodrilli.
Il barcaiuolo ebbe paura di quella minaccia e non ardì fare il menomo
tentativo per rialzarsi o per reagire.
--Lasciami la vita, balbettò egli. Ti dò tutto quello che possiedo.
--Non credere che sia un Abù Ròf, disse Omar. Non voglio prenderti
nulla.
--E allora che esigi da me?
--Ora lo saprai; lasciati legare.
Ricollocò la pistola nella cintura, estrasse una corda e legò i polsi
e le gambe al _reis_, poi si sedette a prua, prese i remi e spinse il
canotto al largo; rimontando come prima la corrente.
--Parliamo, ora, diss'egli. Cosa sei andato a fare in quella casa?
--A trovare un mio amico.
--Il greco Notis, non è vero?
--Come sai questo? esclamò il _reis_. Saresti tu lo schiavo di?...
possibile!
--Sì, io sono lo schiavo di Abd-el-Kerim. Come facesti a indovinarlo?
--Mi narrarono che tu navigavi verso questo villaggio.
--Eh!... fe' Omar sorpreso. E chi te lo narrò?
--Elenka, quando io approdai a Gez Hagiba.
--E il greco sa nulla?
Il _reis_ non rispose e si mise a guardare altrove con aria
imbarazzata.
--Parla, gli disse Omar, con tono minaccioso. Il silenzio potrebbe
esserti funesto.
--Ebbene, sì, Notis lo sa.
--M'ha veduto forse?
--No, ma ti cerca.
--Basta così. Ora so cosa devo fare.
Egli drizzò la prua alla piccola baia in mezzo alla quale galleggiava
il suo legno. Arenò il canotto fra le erbe della riva e chiamò Daùd,
il quale fu pronto ad attraversare il ponte e a raggiungerlo.
--Dove hai preso quel canotto? chiese il sennarese.
--A quest'uomo che vedi legato, rispose Omar, afferrando Ibrahim e
gettandolo fra le erbe nè più nè meno come fosse una balla di
mercanzia.
--Un uomo! esclamò Daùd, Oh! ma quello li è il mio amico Ibrahim!
Il vecchio barcaiuolo alzò a quella voce la testa e si guardò intorno.
--Daùd! gridò egli, cercando di alzarsi. Giusto Allàh, il mio Daùd!...
--Che diavolo succede, disse Omar, Vi conoscete!
--Ma sicuro, Omar, rispose vivamente Daùd, Quest'uomo è il mio miglior
amico che abbia sul Bahr-el-Abiad. Come tu me lo conduci così legato.
Che può mai aver fatto a te, questo povero Ibrahim. Lascia che io lo
liberi.
Così dicendo aveva estratto un coltello e s'era messo a tagliare le
corde del vecchio che potè rimettersi nella sua posizione verticale. I
due barcaiuoli si strinsero vicendevolmente fra le braccia.
--Spero che tu non ci sfuggirai per tornartene da quel birbante di
Notis, disse Omar. Cosa eri andato a fare da lui?
--Tu eri andato da Notis? chiese Daùd sorpreso. Che affari avevi con
lui?
Il barcaiuolo li mise subito al corrente delle cose narrando a loro
come avesse veduto e parlato con Elenka a Gez-Hagiba e come si fosse
messo agli ordini di Notis. Narrò inoltre come il greco avesse
intenzione di abbandonare Quetêna fra due o tre giorni in compagnia di
Fathma.
--Ah! la è così, disse Omar, grattandosi l'orecchio. Se il maledetto
sospetta la mia presenza starà in guardia e sarà difficile liberare la
povera _almea_.
--Cercheremo di eludere la sua sorveglianza, rispose Daùd.
--Ma in qual modo?
--Ibrahim ci aiuterà.
--Io! esclamò il vecchio con sorpresa.
Ibrahim, disse gravemente Daùd, Narrami che cosa successe l'anno
scorso quando c'incontrammo a Machadat-Abu-Zat.
--Io era caduto in acqua, me lo ricordo bene, e aveva un coccodrillo
dinanzi che cercava di afferrarmi a mezzo corpo per tagliarmi in due.
Ero perduto se tu non venivi in mio aiuto uccidendo con un colpo di
scure il mostro.
--Si vede che hai buona memoria. Quando ti trasportai a riva, ti
ricordi cosa mi dicesti?
--Sì, ti dissi che se un giorno tu avessi bisogno di un uomo pronto a
dare tutto il suo sangue, pensassi a me.
--Questo giorno è venuto, Ibrahim. Io ho bisogno di un uomo per
salvare una donna, e io ricorro a te. Mi aiuterai a liberare Fathma?
--Ma è cosa difficilissima, impossibile anzi.
--Se vi saranno degli ostacoli noi li spezzeremo. Dimmi ora, hai
libero accesso nella casa dove trovasi Fathma?
--Sì, posso entrare ed uscire a mio piacimento.
--Quanti uomini ha il greco?
--Una quindicina di beduini comandati dallo sceicco Fit Debbeud.
Daùd e Omar fecero una smorfia.
--Troppa gente, disse Daùd con dispetto. Quanti barcaiuoli hai tu?
--Una mezza dozzina, ma sono ragazzi di ferro che non hanno paura
nemmeno della collera del Profeta.
--Tu sei e io quindici e tre che siamo noi formiamo una forza di
ventiquattro uomini. Si può ancora tentare la sorte.
--Che intendi dire? chiese Omar.
--Che possiamo assalire l'abitazione ed espugnarla
--È impossibile!
--Perchè?
--Notis al primo allarme si barricherà in casa e per espugnarla
perderemo tre quarti della nostra gente. Eppoi, gli abitanti di
Quetêna potrebbero venire in massa sul luogo del combattimento e
mandare a male ogni cosa.
--E allora, cosa si farà? Pensa che abbiamo tre giorni soli dinanzi.
--Prima di tutto bisogna allontanare Notis e ridurlo all'impotenza.
--Ma in qual modo? il greco non si allontanerà tanto facilmente.
--A questo penso io, disse Ibrahim. Prima di domani sera Notis sarà
ridotto in uno stato tale da non poter fare un solo passo per
quarant'otto ore.
--Vuoi pugnalarlo forse?
--Niente affatto. Pugnalarlo sarebbe pericoloso; potrebbero
sorprendermi e pigliarmi. Lasciate pensare a me e vedrete che tutto
andrà bene.
--E liberatici del greco che faremo?
--Coll'aiuto d'Ibrahim entreremo tutti e due nella villa, saliremo da
Fathma e ci barricheremo nella sua stanza, disse Omar. Aspetteremo la
sera, poi ci caleremo, da una delle finestre, sulla riva del fiume e
prenderemo la fuga.
--Bel piano! esclama Daùd. Ma potrebbe darsi che venissimo scoperti,
però.
--Ci difenderemo fino all'ultimo respiro. I due equipaggi ci
presteranno man forte.
--Siamo intesi. Tu Ibrahim ti rechi a Quetêna a giuocare un brutto
tiro al greco. Alla sera noi assaliremo l'abitazione e libereremo
Fathma. Orsù, a bordo, che ho una fame da lupo.
--Andiamo Daùd, disse allegramente Omar. Se riusciamo dò duecento
talleri a ciascuno di voi. Ah! mio caro Notis, non sai ancora quanto
possono fare Abd-el-Kerim ed il suo schiavo.
I due reis ed il negro, alcuni minuti dopo mettevano piede sul ponte
del gran battello.
CAPITOLO IV.--Omar e Fathma.
All'indomani, due ore dopo il mezzodì, Ibrahim lasciava il gran
battello di Daùd colla ferma idea di allontanare e ridurre a completa
impotenza il greco Notis. Imbarcatosi sul suo canotto con pochi colpi
di remo prese il largo e venti minuti dopo sbarcava su molo di Quetêna
ingombro di Sennaresi e di Arabi che caricavano e scaricavano la lunga
fila di barche ancorate sotto la sponda.
Girando lo sguardo all'intorno vide subito che uno dei suoi barcaiuoli
lo aspettava seduto su di una balla di mercanzia. Gli si avvicinò
sollecitamente:
--Che abbiamo di nuovo Saba? gli chiese, battendogli sulle spalle.
--Stavo a vedere quando tu ritornavi, rispose il battelliere. Questa
mane venne a bordo un beduino chiedendo di te.
--Si trova ancora sulla _dahabiad_ quest'uomo?
--No, ma mi disse che appena tu giungessi ti mandassi da lui.
--Non ho tempo per recarmi da quell'uomo, disse Ibrahim. Ascoltami
ora, Saba.
--Sono tutt'orecchi.
--Farai armare tutti i battellieri di buoni moschetti e di _jatagan_ e
vi terrete pronti ad entrare in campagna al mio comando.
--Oh!... che c'è in aria?