--Nagarch, gli disse. Qui vi sono cento talleri e altrettanti ne avrai

se tu non lascerai uscire dalle tue labbra una sola parola di quanto

hai fatto e veduto. Noi diremo a Notis che ci fu impossibile fare

prigioniera Fathma perchè trovasi sotto la protezione di Dhafar pascià

e attendata proprio nel mezzo del campo egiziano.

--Sarò muto come un morto. Ah! voi siete ben terribile. Non ho mai

incontrato in vita mia una donna simile.

--Almeno non dirai più così. Andiamo che le tenebre calano.

Il dongolese le accennò il cadavere di Alek. Si avvicinò al compagno,

scavò coll'_jatagan_ una fossa e ve lo seppellì colla faccia rivolta

alla Mecca come prescrive il Corano. Quando tornò, Elenka era ferma

dinanzi all'_almea_, colle braccia incrociate.

--Andiamo, diss'egli ponendosi in cammino

--Povera Fathma! esclamò Elenka con ironia. È atroce perdere il

fidanzato e la vita in un sol colpo!

Soffocò uno scroscio di risa, raggiunse il dongolese e pochi minuti

dopo scomparivano in mezzo alle palme, lasciandosi dietro la vittima.

Era trascorsa una mezz'ora: quando la povera Fathma tornò in sè.

Riaprì gli occhi strambasciati e roteanti in un cerchio di sangue, si

raddrizzò con impeto felino addossandosi contro il ruvido tronco del

tamarindo e si guardò attorno con un misto di spavento, di ansietà e

di profonda sorpresa.

Non vide nulla. Provava sulle carni un bruciore infernale, sentiva

come un peso enorme che la accasciava, che le mozzava il respiro e la

testa che le girava come una fionda. In sulle prime credette di essere

in preda ad un terribile incubo.

Tornò a guardarsi attorno. Le parve impossibile di trovarsi sola, le

parve impossibile di non vedersi dinanzi la sinistra figura della

vendicativa Elenka col _corbach_ in mano in atto di straziarle le nude

carni. Credette che la rivale si tenesse celata dietro a qualche

tronco d'albero, ma dovette ben presto convincersi che era affatto

sola in mezzo alla foresta. Indovinò subito a quale orribile supplizio

l'aveva destinata e tremò tutta d'angoscia e di spavento.

Le balenò in mente la fuga prima che la notte calasse e che le jene e

i leoni venissero a divorarla. Radunò tutte le sue forze triplicate

dalla disperazione e si dimenò come una pazza furiosa al punto di fare

quasi scoppiare la pelle sotto la tensione dei muscoli; i polsi,

contorti s'insanguinarono ma le corregge resistettero. Si mise a

chiamare aiuto, e a urlare destando tutti gli echi delle foreste ma

nessuno rispose alle disperate invocazioni. Uno spavento inesprimibile

s'impadronì di lei; si vide perduta ed emise uno straziante gemito.

La notte calava rapida, rapida.

Il sole declinò all'occidente dopo di aver illuminato le più alte cime

della foresta e succedette il crepuscolo, vago, rossastro, brevissimo,

che andò subito oscurandosi lasciando il posto alle tenebre che

s'addensavano già sotto la vôlta di verzura.

Gli uccelli, dopo di aver lanciato le ultime note, si tacquero; le

scimmie zittirono, gl'insetti ronzanti s'addormentarono e in capo ad

una mezz'ora la gran foresta divenne silenziosa e si seppellì fra

l'oscurità.

Fathma, man mano che gli ultimi bagliori del crepuscolo sparivano,

sentiva accrescere lo spavento. Fra poco quel silenzio sarebbe stato

rotto dagli scrosci di risa delle iene, dalle urla dei sciacalli, dal

possente ruggito dei leoni e dai sibili dei serpenti e lo spaventevole

supplizio sarebbe cominciato. Oh! quanto avrebbe dato per arrestare

quelle tenebre che s'addensavano sempre più.

Fece appello a tutto il suo coraggio e frenando i tumultuosi battiti

del cuore s'irrigidì contro il tronco dell'albero, rattenendo persino

il respiro onde non attirar l'attenzione delle fiere, cogli occhi

fissi sotto gli alberi e gli orecchi tesi per raccogliere il menomo

rumore.

Passarono dieci minuti di angosciosa aspettativa. D'improvviso, a tre

o quattrocento passi di distanza ecco scoppiare una gran risata che si

avrebbe potuto credere emessa da una gola umana, da un negro in

delirio, Fathma rabbrividì fino alla punta dei capelli nel riconoscere

il riso sgangherato della jena.

Succedette un po' di silenzio, rotto solo dal susurrìo delle grandi

foglie delle palme che si accarezzavano vicendevolmente sotto i soffi

del venticello notturno, poi echeggiò un altro scoppio di risa più

vicino, un terzo a destra, un quarto a sinistra, poi un quinto, un

sesto e in breve succedette un concerto capace di far morire di paura

una donna meno coraggiosa dell'_almea_. Era ora un ridere spaventevole

e ora un brontolìo rauco; ora erano i gemiti strazianti come di

persone agonizzanti e ora un urlìo lugubre, diabolico. Fathma non

ardiva fiatare e rimaneva immobile, confusa al tronco del tamarindo.

Il concerto non cessò un sol istante. Più volte un sciacallo si

avvicinò all'_almea_ e le urlò contro, ma senza ardire di assalirla;

un fischio di lei bastava per fugare quegli animali eccessivamente

vigliacchi.

D'un tratto udì il riso d'una jena avvicinarsi sensibilmente al

tamarindo e poco dopo comparve un grosso animale dal mantello color

cenere oscuro su cui risaltava una doppia fila di peli grossi ed irti

che dall'occipite scendevano in linea retta sul dorso. Procedette col

muso verso terra, con passo sciancato quasi da credere che fosso

ferito e fissò due grandi occhi verdastri sull'_almea_ che tremava in

tutte le membra.

Era una jena mostruosa, la quale s'arrestò a pochi passi di distanza

mandando atroci scrosci di risa. Fathma fe' atto di slanciarsi, ma

l'animale, al contrario dei suoi congeneri, s'avanzò e si mise a

girare e rigirare attorno al tamarindo, come cercasse d'assalire a

tradimento l'impotente vittima.

Lo spaventevole supplizio durò un quarto d'ora, durante il quale

Fathma non ardì mai muoversi annichilita dallo spavento e

dall'angoscia, poi la jena arrestò i suoi cerchi. Fissò la povera

prigioniera, le mosse incontro, si rizzò sulle zampe posteriori e

appoggiò le anteriori sullo spalle di lei accostando l'orribile bocca

irta di denti, al suo volto.

Fathma gettò un urlo straziante, terribile e s'abbandonò fra lo zampe

della belva che la circondarono lacerandole il _feredgé_.

CAPITOLO XII.--Il salvatore.

Nel mentre la vendicativa Elenka poneva in esecuzione la mostruosa

vendetta contro la rivale. Abd-el-Kerim languiva negli umidi

sotterranei delle ruine di El-Garch. L'infelice, da che aveva avuto la

visita dell'antica sua fidanzata, e da che aveva udito le sue minaccie

e i suoi propositi di vendetta, non aveva avuto più pace.

In sulle prime, quando trovossi solo, si era avventato come un pazzo

contro la ferrata-porta rompendosi le dita e le unghie, cercando di

scuoterla e d'atterrarla, chiamando disperatamente la greca,

supplicandola di nulla tentare contro la povera _almea_, poi quando

s'avvide di non essere udito nè di poter uscire, fu preso da un

tremendo accesso di furore che poteva chiamarsi delirio.

Si credette rinchiuso in quell'umida spelonca per morirvi di fame. Si

mise a correre attorno alle gelide pareti cercando un'apertura,

urlando come un dannato, bestemmiando Dio e il Profeta, si gettò per

terra rotolandosi fra le pozzanghere, e tre volte precipitossi contro

le pietre colla testa bassa, colla idea fissa di spaccarsi ii cranio,

ma fosse un barlume di speranza, la paura di lasciar sola Fathma nelle

mani della vendicativa greca o che altro, sempre s'arrestò. Quando le

forze gli vennero meno, lo sciagurato si trascinò in un angolo e si

rannicchiò su sè stesso, piangendo e ruggendo ad un tempo, coll'anima

schiantata da paure e da angoscie inenarrabili.

Egli fu strappato da quell'abbattimento sei o sette ore dopo, da un

vago chiarore che penetrava sotto la fessura della porta ed un

avvicinarsi di passi che l'eco della spelonca ripercuoteva

distintamente. Una subitanea idea balenò nel suo cervello quantunque

scosso da tante sofferenze fisiche e morali, una idea ardita, quasi

impossibile, l'idea di tentare la fuga colla speranza di salvare

Fathma prima che cadesse nelle mani della sua spietata rivale.

Era allora ritornato completamente in sè e le forze, poche ore prima

esauste dal delirio, gli erano se non del tutto, almeno in parte

tornate. La sete della libertà, in quel momento decisivo gliele

raddoppiò, più ancora, gliele triplicò.

Con un salto andò ad appostarsi dietro alla porta, colle mani tese

innanzi pronto a piombare sull'individuo che scendeva e torcergli il

collo prima che potesse gettare un grido e difendersi.

I passi che rapidamente s'avvicinavano, si arrestarono dinanzi alla

porta; fu tirato il chiavistello e un beduino apparve con una torcia

nella dritta e un paniere di _logna_ (grano triturato sulla moràka e

ridotto in pasta) nella sinistra. Era appena entrato che Abd-el-Kerim

gli saltava addosso stringendolo alla gola con tal forza da

strozzargli la voce e farlo cadere sulle ginocchia. Con un pugno su di

una tempia lo gettò a terra mezzo morto.

--Zitto, miserabile! disse l'arabo fremente.

--Grazia, balbettò il beduino.

Abd-el-Kerim gli strappò l'_jatagan_ dalla cintura e prima che l'altro

potesse parare il colpo glielo cacciò attraverso il ventre. Con una

seconda sciabolata lo irrigidì.

--E uno, mormorò l'arabo freddamente. Se Allàh e il Profeta m'aiutano,

Fathma è salva!

Tolse al morto le pistole e le munizioni, inghiottì in furia alcuni

bocconi di _logna_ per calmare la fame e si cacciò risolutamente nel

corridoio coll'_jatagan_ in mano.

Faceva oscuro assai, essendosi la torcia del beduino spenta, di più,

la via era ingombra di rottami che rendevano malagevole il cammino, ma

Abd-el-Kerim non si smarriva. Tastando le pareti, cadendo e

rialzandosi, facendo il meno rumore che fosse possibile, giunse in

brev'ora a una ventina di passi dall'uscita. S'arrestò vedendo un

beduino fermo dinanzi, il quale, scorgendolo gridò:

--Olà! spicciati Sceiquek che non abbiamo tempo da perdere.

L'arabo non sapendo cosa rispondere e temendo che riconoscesse la sua

voce, credette bene di tacere e di tirarsi lestamente indietro.

Il beduino fece due o tre passi nel corridoio.

--Chi è là? chiese egli. Sei tu Sceiquek?

Non ricevendo ancora risposta s'avanzò coll'_hàrba_ in resta,

Abd-el-Kerim si diede alla fuga e si nascose in una incavatura della

parete coll'_jatagan_ alzato.

--Per la barba del Profeta rispondi, gridò per la terza volta il

beduino. Non fare scherzi, maledetto Sceiquek.

Abd-el-Kerim emise un gemito lugubre. Il beduino si fermò indeciso e

forse spaventato, poi si fece animo e tirò avanti colla lancia sempre

innanzi a sè. Egli passò rasente al muro opposto a quello dove

trovavasi l'arabo e continuò a camminare chiedendo di quando in

quando:

--Rispondi, Sceiquek, maledetto dal Profeta. Dove ti sei cacciato tu?

Abd-el-Kerim aspettò che si fosse allontanato, poi saltò fuori e si

precipitò verso l'uscita del corridoio, ma non ebbe il tempo

necessario per condurre a buon fine l'audace progetto. Dieci o dodici

beduini sbarravano l'apertura e l'accolsero con urla minacciose

dirigendo verso di lui le lance e gli _jatagan_.

Per un momento il fuggiasco ebbe l'idea d'avventarsi furiosamente

contro di loro e d'aprirsi il passo colla forza, ma male armato e mal

fermo com'era, non lo ardì e retrocesse di corsa. A mezza via si

incontrò col beduino che era poco prima entrato, il quale gli si

faceva addosso a testa bassa.

--Arrenditi, cane d'un arabo! gli urlò l'assalitore.

Abd-el-Kerim evitò un colpo di lancia tiratogli proprio in mezzo al

petto, spezzò col rovescio dell'_jatagan_ l'arma e s'internò nel

corridoio scaricando una delle sue pistole. S'arrestò vicino alla

porta prendendo l'altra pistola, risoluto di difendersi sino

all'estremo prima di farsi ammazzare e guardò se il nemico s'avanzava.

Non distinse nulla ma udì le grida minacciose dei beduini e i loro

passi. Un freddo sudore gli colò sulla fronte e un tremito di spavento

e d'angoscia lo prese.

--Sono perduto, mormorò egli.

Le voci andavano avvicinandosi lentamente e a quelle univasi un cozzar

di daghe. Si rannicchiò dietro a un macigno e caricò rapidamente la

pistola che aveva scaricata.

--Piano, piano, gridò una voce, che riconobbe per quella dello

_sceicco_ Debbeud. Dove è andato a finire, innanzi a tutto, quel

povero diavolo di Sceiquek?

--Se quel cane d'arabo era nel corridoio l'avrà ammazzato, rispose

un'altra voce.

--Ma come? egli non possedeva alcuna arma che io sappia, ed era mezzo

morto di fame. Hai veduto nulla tu Mussa?

--Non potei arrivare alla porta, ma nell'uomo che fuggiva riconobbi

perfettamente il prigioniero ed era armato di un _jatagan_ che mi

tagliò l'_hàrba_.

--Olà! gridò una vociaccia imperiosa, tirate innanzi, ira di Dio!

L'arabo, vivo o morto, ma possibilmente vivo, bisogna pigliarlo.

Quella voce fece scattare in piedi Abd-el-Kerim.

--Sogno! esclamò egli con profondo terrore. Gran Dio!...

Si sporse innanzi, rattenendo il respiro, colla faccia livida, tutto

in sudore, i pugni chiusi convulsivamente attorno alle armi.

--Ira di Dio! gridò la medesima voce. Avanti tutti!

Abd-el-Kerim gettò un grido strozzato e retrocedette suo malgrado.

--Notis! Notis! ripetè egli. Non l'ho dunque ucciso io?... Ah! mostro!

Varcò la porta e andò a tasteggiare il suolo fino a che trovò il

cadavere del beduino. L'alzò, se lo gettò in ispalla, se lo fece

scivolare sul petto in maniera che gli servisse in certo qual modo di

scudo, e si spinse innanzi, cieco di collera e assetato di vendetta.

--Avanti, Notis! gridò egli con terribile accento. Io t'ho scoperto!

--Ira di Dio! urlò il greco. È lui!

Da una parte e dall'altra s'udì un rumore delle pistole che si

montavano, poi la voce tonante di Fit Debbeud urlare:

--Tutti avanti!

Abd-el-Kerim s'appoggiò al muro indeciso, non sapendo se arrischiare

la vita per una quasi impossibile vendetta o d'asserragliarsi nel

sotterraneo e aspettare gli eventi. Stava per ritirarsi quando vide le

torcie dei beduini.

Tese la dritta armata di pistola, mirò un secondo e fece fuoco. La

detonazione fu seguita da un urlo straziante e uno dei beduini

capitombolò al suolo cadendo sulla torcia che portava.

--Aiuto! rantolò il poveretto, dibattendosi e cercando di alzarsi.

Abd-el-Kerim con una seconda pistolettata lo fece ricadere al suolo.

Tutti gli altri batterono rapidamente in ritirata scaricando le loro

armi, che a causa dell'oscurità, non riuscirono a far male alcuno

all'arabo.

--Ira di Dio! tuonò Notis. Arrenditi Abd-el-Kerim!

--Ah! se ti potessi cogliere, maledetto morto risuscitato, gridò

l'arabo. Fatti avanti che ti veda in faccia se sei un fantasma od un

uomo!

Per risposta s'ebbe due colpi di pistola e un proiettile andò a

colpire il cadavere che teneva in ispalla. Al chiarore della polvere

accesa, egli scorse in quel momento, di fronte a lui, presso la volta

della galleria, un gran crepaccio che pareva s'internasse assai nella

parete. A mala pena rattenne un grido di gioia che stava per uscirgli

dalle labbra.

--Ah! mormorò egli.

Retrocesse d'alcuni passi e gettò a terra il cadavere, poi, senza por

tempo di mezzo, messesi le armi alla cintura, si raccolse su sè

stesso, spiccò un gran salto e introdusse le mani nell'orlo di quel

foro. Issarsi a forza di braccia e guadagnarlo, fu per lui l'affare di

un sol momento.

Si trovò in una specie di bassa galleria che s'addentrava nelle

viscere della terra, le cui pareti erano coperte da bizzarre sculture

assai sporgenti. Proprio in quell'istante i beduini tornavano alla

carica a passo di corsa colle lancie in resta, animandosi l'un l'altro

con selvaggie urla di guerra.

Temendo d'essere scoperto si mise a strisciare innanzi a tastoni,

salendo e scendendo dei cumuli che non riusciva bene a distinguere che

cosa fossero, ma che di spesso erano sì accuminati e taglienti che gli

ferivano le ginocchia. L'atmosfera era calda, pesante, viziata e

pareva certe volte che mancasse sicchè l'arabo esitava a procedere

temendo di morire asfissiato.

Non udiva allora più le grida selvaggie dei beduini, ma per l'aria

udiva certi svolazzamenti, certi stridi che facevangli supporre di

trovarsi in mezzo a bande di pipistrelli; anzi provava sulla faccia il

freddo contatto delle loro ali e più d'uno s'aggrappò alle sue vesti.

Dieci e più volte s'arrestò, per paura di smarrirsi fra le gallerie

che si succedevano le une alle altre sempre più tortuose, ma la

speranza di trovare uno sbocco e la tema di ricadere nelle mani di

quel mostro che chiamavasi Notis e nelle mani della vendicativa

Elenka, lo spingevano suo malgrado innanzi.

D'un tratto si trovò in presenza di una parete che chiudeva il passo,

ma girando per di qua e per di là trovò una apertura per la quale si

cacciò e sbucò in una caverna di quindici metri di diametro richiarata

da una vaga luce che scendeva dall'alto.

Si guardò attorno sorpreso. Vide dei sepolcri fregiati d'ibis

religiose e di piante di loto sacro, e negli angoli dei coccodrilli

mummificati, infissi nel petto come usasi fare, cogli scarabei che

voglionsi conservare, e avvolti per metà in istuoie. Sul terreno vi

erano monti d'ossami alcuni appartenenti ad animali ma molti altri a

uomini.

L'arabo non si smarrì. Aggrappandosi alle sporgenze delle pareti,

aiutandosi colle mani e coi piedi, giunse a una gran fessura dalla

quale veniva quel po' di luce e si trovò all'aperto in mezzo a sei o

sette sepolcri sormontati da _tarbusch_ colossali. A cento passi da

lui v'era la foresta e a duecento vi erano le tende e i cammelli dei

beduini. Un dongolese solo vegliava, appoggiato alla sua _hàrba_,

fumando flemmaticamente in un gran _scibouk_ malandato.

--Se posso fuggire senz'essere visto da quell'uomo, sono salvo,

mormorò l'arabo. La notte cala, la foresta è vicina e i beduini sono

nel sotterraneo. Mi caccierò in mezzo ai cespugli e sfido i cani a

trovarmi. Ah! Elenka, guai a te se riesco a sorprenderti nel _tugul_

dell'adorata mia Fathma!

Si gettò contro terra e si avanzò a carponi tenendosi dietro ai cumuli

di rottami, ma il dongolese aveva buoni occhi e vegliava attentamente.

--All'armi! gridò egli.

Gli sparò addosso una pistolettata che aveva tratta rapidamente dalla

cintura.

Abd-el-Kerim evitò la palla abbassandosi bruscamente, poi si rialzò e

si precipitò in mezzo alle boscaglie, nel momento istesso che Fit

Debbeud e i suoi beduini saltavano fuori dalla galleria.

Non si volse nemmeno per vedere se l'inseguissero. Prese un sentiero e

si die' a fuggire rapido come una saetta, ora correndo come una palla

di cannone e ora deviando e saltando, lacerando i cespugli, lasciando

mezze vesti fra le spine, cozzando o incespicando fra i rami e le

radici che le tenebre non gli permettevano ben di distinguere.

Udì dietro di sè le voci rauche dei beduini poi tre o quattro colpi di

moschetto ma non s'arrestò. Percorse così più d'un chilometro e stava

per rallentare la corsa quando si trovò improvvisamente dinanzi a una

donna che veniva avanti a gran passi.

--Fermati, Abd-el-Kerim! esclamò quella donna con tono minaccioso.

L'arabo dette indietro e barcollò come se fosse stato colpito da una

coltellata. Dinanzi gli stava Elenka, tutta trafelata, sconvolta,

colle mani tese innanzi come per arrestarlo.

--Tu! Tu! ruggì egli. Tu, Elenka!

--Sì, Abd-el-Kerim, ancora io che giungo in tempo per salvarti!

L'arabo la guardò cogli occhi strambasciati e nei quali balenava una

fiamma d'ira, d'immenso furore.

--Fermati, Abd-el-Kerim! ripetè la greca. Dove vai? Dove fuggi? Chi ti

liberò?...

--Sciagurata!... Che hai fatto dell'_almea_? chiese l'arabo con voce

strozzata.

--Non chiedermi conto di quell'odiata rivale. Vieni con me, ritorna

fra le braccia della tua Elenka che tanto ti ama.

Un'ondata di sangue montò alla testa dell'arabo: si scagliò sulla

greca ebbro di collera e cercò di rovesciarla, urlando come una belva

inferocita.

--Dov'è l'_almea_? Dov'è l'_almea_?

Tutti e due rotolarono l'un sull'altra. La greca se lo strinse contro

il seno e invece di difendersi gli stampò sulle labbra un ardente

bacio.

--Ti odio e ti amo immensamente! esclamò ella delirante.

Quel bacio fece sull'arabo l'effetto di un morso di serpente. Le sue

mani nervose si strinsero attorno il collo di cigno della greca ed

ebbe per un momento l'idea di strozzarla.

Ma s'arrestò subito senza forze e senza coraggio e cercò d'alzarsi

spaventato, inorridito e fors'anche affascinato. Alcuni beduini

apparvero a duecento passi di distanza agitando freneticamente le

armi.

--Fermate! Fermate! urlarono essi correndo.

Abd-el-Kerim comprese il pericolo e si raddrizzò, ma la greca si era

aggrappata disperatamente alle braccia di lui.

--Lasciami, mostruosa creatura! balbettò egli fuori di sè.

--Abd el-Kerim, ti amo, ti adoro, perdonami! mormorò con voce fioca

Elenka. Fa di me quello che vuoi ma rimani!

Egli la trascinò seco per dieci o dodici passi, poi con una violenta

scossa l'atterrò e l'abbandonò mezza stordita fra le erbe, ripigliando

la fantastica corsa sotto gli alberi.

Il sangue gli oscurava la vista, le arterie gli battevano febbrilmente

e parevagli che delle lingue di fuoco gli serpeggiassero per le vene e

salissero su, su fino al cervello. Gli parve di essere diventato pazzo

o di essere in preda ad uno spaventevole incubo che perdurava per

quanto facesse per risvegliarsi.

Corse per un'ora, smarrendosi fra i meandri della gigantesca foresta,

fugando le iene e gli sciacalli che rompevano il silenzio della notte

con orribili scrosci di risa e urla interminabili, poi si fermò,

anelante, spossato, colla spuma alle labbra.

Tutto ad un tratto udì un grido straziante, terribile, prolungato; era

un grido d'angoscia, una invocazione suprema, un appello disperato.

Nell'udirlo, i capelli si rizzarono sulla fronte e il sangue poco

prima infiammato gli si gelò nelle vene.

--Dio! Dio! qual voce! balbettò egli. Dove ho udito io questa voce?

Sono o non sono sveglio. Avanti! avanti!

Partì come una freccia coll'_jatagan_ in mano, dirigendosi verso un

macchione di piante di palme dal quale era partito il grido e sbucò in

una piccola radura.

Là legata ad un gigantesco tamarindo, semi-nuda, stava una donna e

ritta dinanzi a lei una spaventevole jena che la stringeva fra i suoi

artigli. Abd-el-Kerim gettò un urlo selvaggio, furioso, strozzato.

--Fathma!... Fathma!...

Ruinò come una valanga addosso alla jena che stava per sbranare la

sventurata _almea_ e con un terribile fendente le spaccò il cranio.

--Fathma! mia adorata Fathma! esclamò l'arabo con istrazio.

Tagliò rapidamente i legami e ricevette fra le braccia quel corpo

inerte e semi-gelato: gli occhi dell'arabo s'inumidirono.

--Rispondi, Fathma, rispondi, continuò egli, baciandola sulle gote.

Gran Dio! che è successo mai?... Come sei qui e in questo stato?...

Un debole sospiro uscì dalle labbra dell'_almea_ e poco dopo aprì gli

occhi e li fissò in quelli dell'amante.

--Dove sono? chiese ella con un filo di voce.

--Fra le mie braccia, al sicuro d'ogni offesa! esclamò Abd-el-Kerim

che rideva e piangeva ad un tempo. Non aver paura, Fathma, sono qui io

a difenderti, sono qui io a salvarti.

L'_almea_ lo mirò per alcuni istanti con occhi smarriti, poi gli gettò

le nude braccia attorno al collo e se lo strinse al seno.

--Tu, tu, mio amato Abd-el-Kerim! Allàh, fa che io non sogni! esclamò

ella.

--No, non sogni mia povera Fathma, sono proprio io, il tuo

Abd-el-Kerim giunto in tempo per infrangere il capo a quell'immonda

jena che stava per dilaniare le tue spalle.

Fathma fece un gesto d'orrore.

--Ah sì, mi ricordo... mi ricordo... L'aveva dinanzi a me... era

salita sulle mie spalle, mi guardava ferocemente... mi mostrava i

denti... mi soffocava fra le sue zampe... Oh Dio! quale spavento! Oh

Dio, quale angoscia!

--Ma chi fu quel mostro che t'abbandonò legata in questa selva a pasto

delle bestie! Dimmi chi fu, che io vada a strappargli il cuore!

--La greca, la mia rivale, Elenka, balbettò Fathma tremando di rabbia.

Mi tradì, mi flagellò, poi mi lasciò sola... Se tu sapessi quanto odio

quell'orribile creatura!

--Elenka!... esclamò Abd-el-Kerim con trasporto furioso. Maledetto il

momento in cui non la strozzai! Guai, guai, mostruosa donna se riesco

a riafferrarti!

La favorita del Mahdi · 第 8 / 29 段