La greca lo guardò per alcuni istanti in silenzio cogli occhi accesi;

una subitanea idea le balenò in mente e l'afferrò di volo.

--Accetto, diss'ella colla maggior tranquillità.

--Me la porterai proprio qui?

--Sì, qualora io riesca a rapirla. Se per te è impossibile a trarla in

agguato per me sarà difficile, tu ben lo sai.

--Non ti dico di no, ma farai quello che potrai. Se non riesci allora

cercherò io qualche altro mezzo più violento. Quando parti?

--Subito, se così vuoi. Mi darai per aiutarmi i due dongolesi.

Il greco fece un cenno a Fit Debbeud che stava seduto lì vicino.

Subito dopo tre _mahari_ accuratamente bardati vennero condotti vicino

a Elenka che esaminava la batteria di una carabina Martini.

--Sorella, le disse Notis. Non tentare nulla contro l'_almea_ se non

vuoi che capiti sfortuna ad Abd-el-Kerim.

--Non temere di nulla: mi frenerò.

I _mahari_ vennero fatti inginocchiare ed Elenka e i due dongolesi

salirono in sella.

--Che Iddio ti protegga, sorella, disse Notis gravemente.

--E che Iddio protegga Abd-el-Kerim, rispose su egual tono la greca.

Non dimenticare che muore di fame.

L'_ich! ich!_ venne emesso dai due dongolesi e i _mahari_ partirono di

corsa inoltrandosi su di un largo sentiero coperto di _alfek_ spinoso

e fiancheggiato da grandi _ardèb_ (tamarindi) dai rami lunghissimi ed

assai flessibili sui quali strillavano e facevano mille versacci bande

di scimmie di un pelo verde-dorato bellissimo (_cercopithecus

fistulosa_).

Elenka si volse due o tre volte verso le ruine di El-Garch, e le sue

labbra s'aprirono ad un sorriso sardonico e quasi compassionevole.

--Hai torto, fratello, mormorò ella quando perdette di vista le ruine.

Tu t'affidi a me e io approfitterò di questa fiducia. Quando il leone

ha fame divora carne ed io gli darò da divorare la carne di Fathma!

Un lampo sinistro guizzò nei neri suoi sguardi e la sua fronte

s'aggrottò. Le sue manine accarezzarono con feroce compiacenza la

brunita canna della carabina, sospesa all'arcione.

La traversata della foresta del _Bahr-el-Abiad_ si compì felicemente

in poco più di tre quarti d'ora. I tre _mahari_ sostarono un momento

presso le ultime palme _deleb_ poi ripresero la celere loro corsa

attraverso le pianure, dirigendosi verso Hossanieh i cui _tugul_

apparivano distintamente, inondati dai cocenti raggi del sole che

cominciava a discendere all'occaso.

Trottavano da un'ora ed erano giunti ad un gran macchione di acacie,

quando Elenka gettò improvvisamente il _chrr! chrr!_ pronunciandolo

così in furia che i _mahari_ s'arrestarono di colpo a rischio di far

balzare di sella coloro che li montavano.

--Che succede? chiesero i dongolesi, portando istintivamente lo mani

alla loro _harba_.

--Fermi tutti, disse Elenka con un tono di voce che non ammetteva

replica.

Fece inginocchiare il suo _mahari_, saltò a terra e si internò

silenziosamente nella macchia fino a raggiungere il lembo estremo.

Ella s'arrestò cogli occhi fissi su due uomini che si dirigevano a

lenti passi a quella volta.

--Bene, mormorò ella con gioia. Quello là è Hassarn, lo riconosco, e

l'altro è Omar, lo schiavo di Abd-el-Kerim. Dove si dirigono essi?

Si cacciò sotto ad un cespuglio aggomitolandosi su sè stessa come una

serpe e attese pazientemente che le passassero vicini. Non corse molto

tempo che udì i loro passi e Hassarn che diceva al compagno:

--Sei proprio sicuro che furono dei beduini a rapirlo?

--Sì, capitano, rispose Omar. Mussa che era in sentinella vicino gli

ultimi _tugul_ d'Hossanieh, li vide saltar fuori da una macchia e

gettarsi su di lui come tanti leoni. Il mio povero padrone fu oppresso

dal numero.

--E ti dissero che?....

--Che presero la via che conduce a Sceh-el-Mactud.

--A me parve che fuggissero verso le foreste del Bahr-el-Abiad.

--Mussa sostiene il contrario. Tirava vento e la notte era troppo

oscura per vederci bene; è probabile quindi che vi siate ingannato.

--Povera Fathma! esclamò Hassarn, sospirando.

--È agitata?

--Ho paura che abbia a diventare pazza, Omar. Chi mai lo fece rapire?

A quale scopo? Se fosse vivo Notis, ma è morto da un bel pezzo. Orsù,

cerchiamo verso Sceh-el-Mactud, Chi sa?...

Essi s'allontanarono senza aggiungere parola, dirigendosi verso il sud

a passi più rapidi. Elenka appena li perdette di vista saltò fuori e

si diresse di corsa verso i _mahari_.

--Fathma è sola, mormorò ella. Ci troveremo l'una di fronte all'altra!

Saltò in sella, e lanciò il _mahari_ alla carriera sempre seguita dai

due dongolesi. Dopo dieci minuti giungevano dinanzi al villaggio

arrestandosi presso un gruppo di arabi occupati a dissetare le loro

vacche dal pelo tigrato.

--Voi rimarrete qui, disse Elenka ai dongolesi. Quando mi vedrete

uscire da quella casupola che vedete laggiù, mi seguirete alla

lontana, e non perderete di vista la donna che avrò meco. Al primo

fischio che io emetto vi getterete su di lei e la ridurrete

all'impotenza. Vi sono dieci talleri da guadagnare.

--Contate su di noi, risposero i dongolesi.

La greca s'avvolse accuratamente nel suo candido _taub_ nascondendosi

parte della faccia e s'incamminò verso la casupola di Fathma statale

precedentemente descritta da Notis. Un negro armato di fucile la fermò

nel momento che varcava la soglia.

--Sono la sorella del capitano Hassarn, diss'ella pacatamente.

Lasciami libero il passo; devo parlare a Fathma.

Il negro non ardì a respingerla. Elenka salì i gradini come spintavi

da una molla, colla fronte aggrottata, la collera negli occhi e una

mano sull'impugnatura d'ebano del suo pugnale, passato fra le pieghe

della fascia.

Il cuore saltellavale nel petto, nubi di fuoco passavanle dinanzi alla

vista e sentiva il sangue accendersi e turbinare nelle vene. Ebbe

paura di non potersi dominare in presenza dell'odiata rivale.

Ella si slanciò come una leonessa nella prima stanzuccia che si vide

dinanzi; subito si fermò lasciando sfuggire una esclamazione sorda.

Sdraiata su di un _angareb_ tra morbidi tappeti trapunti d'oro, se ne

stava Fathma coi lunghi capelli neri sciolti sulle nude spalle, colla

testa appoggiata ad una mano ed il suo tamburello d'_almea_ ai piedi.

La sua faccia tanto bella e tanto fiera portava le traccie di atroci

sofferenze e i suoi occhi rilucevano d'un fuoco selvaggio. Pareva in

preda a una cupa disperazione che invano sforzavasi di vincere, e

tratto tratto qualche cosa d'umido solcava le vellutate e abbronzate

gote.

Alla vista della sconosciuta che entrava in quella furia, ella s'alzò

lentamente squadrandola più con curiosità, che con collera. Elenka

sostenne imperterrita quello sguardo di fuoco che gareggiava in

potenza col suo.

--Chi sei? chiese l'_almea_ con voce brusca.

Elenka si volse indietro, chiuse la porta col chiavistello e si mise

in tasca la chiave. L'_almea_ non dissimulò un gesto di sorpresa e

fece due passi verso la finestra, forse per chiamare il negro che

vegliava sulla via, ma la greca fa pronta a sbarrarle il passo.

--Chi sei? ripetè l'_almea_ duramente.

--Non mandare un grido, non tentare nulla, disse Elenka risolutamente.

Voglio parlarti.

--Non ti conosco.

--Mi conoscerai fra poco. Non sei tu Fathma?

--Ebbene?

--L'amante dell'arabo Abd-el-Kerim?

Abd-el-Kerim! esclamò l'_almea_. Che sai tu del mio fidanzato? Dove

trovasi egli? Vieni a dirmi qualche cosa? Parla, parla, che ho il

cuore infranto.

Un beffardo sorriso apparve sulle labbra della vendicativa greca e il

cuore le si allargò dalla gioia. La rivale soffriva; era per lei una

felicità.

--Io so più di quello che tu credi, ma voglio sapere una cosa prima,

diss'ella.

--Parla, parla, io sono tua, rispose l'_almea_ con emozione. Io ti

dirò tutto quello che tu vorrai, purchè mi additi ove trovasi il mio

Abd-el-Kerim, il mio fidanzato.

--Dimmi da dove vieni, bisogna che io lo sappia.

--Da El-Obeid. Fui la favorita di Mohamed Ahmed il _Mahdi_ del Sudan.

--Ah! fe' la greca sogghignando. Fosti la favorita del ribelle Ahmed!

--Che trovi tu di strano? Io vo' superba d'aver appartenuto a un tal

uomo, all'inviato d'Allàh.

--Non trovo nulla di straordinario. Un'_almea_ sarà sempre un'_almea_.

Fathma alzò il capo con fierezza e le lanciò una occhiata sprezzante.

--Quale scopo avevi quando salisti da me? domandò ella. Non ti

conosco, sento istintivamente che tutto ho da temere da te, che tu hai

degli strani progetti nel tuo capo; vattene che io non ti cerco.

Abd-el-Kerim saprò trovarlo da me.

--Sai chi io sono? disse la greca senza muoversi.

--Non mi curo di saperlo.

--Voglio che tu lo sappi.

--Non abusare della pazienza di Fathma. Irritata diventa una leonessa.

--Ed io una iena assetata di sangue capace di sbranare anche la

leonessa.

L'_almea_ fremette di collera e le additò superbamente la porta.

--Fathma, disse la greca con rabbia concentrata. Hai mai saputo tu,

che Abd-el-Kerim abbia lasciata a Chartum una fidanzata?

Quella domanda gettata là freddamente fece su Fathma l'effetto di un

morso al cuore. Ella balzò indietro gettando un ruggito furioso, coi

denti convulsivamente stretti, pallida d'ira e le sue braccia

s'allungarono verso un tavolo sul quale stava un _jatagan_ snudato.

--Chi sei?... Chi sei?... gridò con voce strozzata.

Elenka svolse lentamente il _taub_ e lo gettò a terra. Ella apparve

dinanzi all'_almea_ vestita colla sua casacchetta a maniche strette

con sottili spallini listati in oro allargantisi in punta, colla sua

tunica a pieghe, stretta in vita e che non oltrepassava il ginocchio,

cinta da una fascia di seta rossa e oro, bella, superba, affascinante

nel suo costume greco. Ella posò una mano sul calcio di una pistola e

l'altra sul pugnale passati nella cintura.

--Guardami in volto, Fathma, io sono Elenka la fidanzata dell'arabo

Abd-el-Kerim!...

--Elenka! esclamò Fathma con accento feroce.

Le due rivali si erano raccolte su se stesse come per islanciarsi

l'una addosso all'altra; l'_almea_ aveva impugnato l'_jatagan_ e la

greca aveva levata la pistola e l'aveva armata. Esse si squadrarono

per alcuni istanti provocandosi collo sguardo.

--Fathma, disse d'un tratto la greca con voce stridula. Io ti odio!

--Ed io ti disprezzo e vorrei averti nelle mie mani per dilaniarti le

carni.

--Odimi, abborrita rivale. Noi amiamo tutte due Abd-el-Kerim; è quindi

necessario che una di noi scompaia dalla terra.

--Non chiedo altro che di misurarmi con te e di assassinarti, rispose

Fathma che fremeva tutta dall'ira.

--Se noi ci assaliamo in questa stanza qualcuno potrebbe udire le

nostre grida e venire a separarci. Sei tu tanto coraggiosa da seguirmi

nella foresta? Nessuno ci vedrà e potremo scannarci a nostro agio.

--Vieni, maledetta greca!

--Prendi un fucile, che noi ci batteremo a fucilate. Ti conviene?

--Sì, perchè ti spezzerò il cuore con una palla.

--Ed io ti fracasserò quel superbo capo che dopo aver affascinato il

ribelle Ahmed affascinò Abd-el-Kerim. Lo deformerò così orribilmente

che nessuno riconoscerà più nel tuo cadavere l'_almea_ Fathma.

Un sorriso sprezzante e insieme incredulo sfiorò le labbra dell'araba;

lanciò lungi da sè l'_jatagan_, si gettò sulle spalle una magnifica

_farda_ ricamata in oro e staccò da un chiodo una carabina rabescata e

incrostata d'argento.

--Con quest'arma abbattei più che dieci leoni, diss'ella fissando

Elenka che s'avvolgeva nel suo _taub_. Oggi abbatterò te!...

--È ciò che io voglio vedere, o mia rivale. Vieni! rispose la greca.

Le due rivali abbandonarono la stanza e scesero nella via, nel mezzo

della quale stavano i tre _mahari_ guardati dai dongolesi. Bastò un

cenno di Elenka perchè due degli animali venissero condotti dinanzi ad

esse; vi salirono e pochi secondi dopo trottavano verso le foreste del

Bahr-el-Abiad.

CAPITOLO XI.--La vendetta di Elenka.

Quando giunsero ai primi palmeti, il sole cominciava a nascondersi

dietro le immense ombrelle dei colossali _baobab_. L'oscurità

cominciava a farsi sotto le cupe volte di verzura dei tamarindi e

delle palme _deleb_ e il silenzio più assoluto si succedeva

all'allegro cinguettio dei pivieri e dei pappagalli che si

affrettavano a guadagnare i loro nidi e ai clamori bizzarri delle

innumerevoli bande di scimmie che eseguivano le più strane giravolte

sui rami.

Le due rivali, legati i _mahari_ ai tronco di una acacia gommifera,

presero le carabine e si cacciarono risolutamente nel folto della

foresta. Prima però di mettersi in cammino, Elenka gettò uno sguardo

nella pianura e non potè frenare un gesto di diabolica gioia, vedendo

i due dongolesi che si avanzavano strisciando come serpenti, fra le

erbe.

--Avanti, comandò ella seccamente.

Percorsero un seicento passi, aprendosi con gran fatica il passo fra i

cespugli e gli arrampicanti che s'intrecciavano in tutte le guise

immaginabili, e si arrestarono ai piedi di un grande tamarindo, il

quale stendeva i suoi giganteschi rami su di una piccola radura.

Le due rivali, di comune accordo, caricarono con grande attenzione le

carabine, dopo di aver fatto scoppiare tre o quattro capsule per

accertarsi del buono stato della batteria.

--Senti, disse Fathma con voce ferma e così glaciale che faceva

fremere. È qui, in questa foresta che una di noi lascierà le ossa a

cibo dei leoni e delle formiche termiti. Se tu hai paura vattene, ma

vattene a Chartum, nè ardisci comparirmi giammai dinanzi a disputarmi

l'amore dell'eroico Abd-el-Kerim. Lo vedi, io sono ancor generosa come

ii leone.

--Non parlarmi di questo, Fathma, rispose la greca con disprezzo.

Voglio vedere il superbo tuo capo deformato dalla palla della mia

carabina.

--Sta bene, ma ti giuro che fra pochi minuti te ne pentirai.

--Povera Fathma, disse Elenka ironicamente.

--Lascia la ironia e preparati invece a morire. Spicciati, maledetta

greca, poichè fra poco non ci si vedrà più, e gli abitanti della

foresta usciranno dai loro covi in cerca di preda. Io prendo questo

sentieruzzo che va a dritta, tu prendi quel sentiero che va a sinistra

e passati che sieno cinque minuti, mettiamoci ambedue in caccia.

--Addio, _almea_. Fra dieci minuti voglio averti nelle mie mani.

Fathma alzò le spalle con disdegno e prese il sentiero di destra

allontanandosi lentamente e senza produrre il menomo rumore. Elenka la

guardò a lungo sogghignando, si gettò sul sentiero di sinistra, poi,

quando fu persuasa che l'_almea_ era tanto lontana da non udirla,

invece d'imboscarsi come era stato stabilito, si mise a correre come

un antilope verso il limite della foresta.

Corse così per quattro minuti poi emise un fischio debole ma

penetrante come quello di un serpente. S'udirono i rami muoversi

impercettibilmente, i cespugli s'aprirono con somma precauzione e

comparvero i due dongolesi.

--Eccoci, rispose uno di essi. Che dobbiamo fare?

--State bene attenti, disse Elenka con un filo di voce. La mia rivale

trovasi imboscata a seicento passi di qui; aspettando che io apparisca

per spararmi addosso. Bisogna che io l'abbia in mia mano inerme, anzi

legata.

--Non sarà tanto difficile.

--Anzi difficilissimo. È armata di una carabina ed è più astuta di un

serpente. Se voi non riuscite ad avvicinarvi a lei senza che abbia ad

accorgersene, correrete pericolo di ricevere una scarica in pieno

petto.

--Lascia pensare a noi, disse il dongolese. Press'a poco dove trovasi

imboscata?

--Nel mezzo di un gruppo di acacie a quanto mi parve.

--Tu non puoi seguirci, poichè una donna è impossibile che passi dove

passerà un uomo. Quando udrai il nostro fischio accorri e troverai

l'_almea_ legata.

--Venti talleri se voi riuscite a farla prigioniera.

Non ci voleva di più per incoraggiare i dongolesi, Essi si cacciarono

sotto le macchie, scostando lentamente le foglie e i rami, strisciando

come serpenti o inerpicandosi sugli alberi quando riusciva a loro

impossibile trovare un passaggio, tirandosi su l'un l'altro e senza

fare più rumore d'una formica bianca. D'un tratto il profondo silenzio

che regnava sotto la foresta fu rotto dall'urlo dello sciacallo.

I due dongolesi s'arrestarono di botto guardandosi in faccia l'un

l'altro.

--Hai udito, Alek? chiese sottovoce il più anziano.

--Perfettamente, Nagarch, rispose l'altro.

--Che ne dici?

--Che questo urlo non fu emesso da uno sciacallo.

--È quello che penso pur io. Scommetterei che lo mandò l'_almea_ per

ingannare la greca e tenerla lontana.

--Deve essere così. Procediamo cautamente e stiamo attenti all'urlo.

Ripresero la silenziosa marcia guidati dal lamentevole urlo che di

tratto in tratto udivasi. Dopo di aver percorso un cinquecento passi,

dall'alto di una palma _dum_ scorsero qualche cosa di bianco in mezzo

a un fitto gruppo di _bauinie_.

--Eccola là l'_almea_, disse Nagarch.

--La vedo, rispose Alek. Ora dividiamoci e stiamo bene attenti alla

sua carabina. Io vado di qui seguendo le bauinie e tu va dietro a

quelle acacie. Su spicciamoci.

Nagarch apparve fra le acacie, e Alek strisciò diritto verso la

macchia, nel mezzo della quale stava sdraiata l'_almea_ colla carabina

puntata dinanzi a sè. Di quando in quando mandava il lugubre urlo

dello sciacallo così bene imitato da crederlo naturale.

Già Alek era giunto a soli pochi passi di distanza, quando un ramo si

spezzò sotto i suoi piedi L'_almea_ scattò in piedi colla rapidità del

lampo, vide il dongolese, puntò rapidamente l'arma e fece fuoco.

Alek girò su se stesso portando una mano al petto, poi si scagliò

innanzi con impeto disperato rigando la via di sangue che sgorgavagli

abbondante da un fianco.

--Arrenditi! urlò egli.

Fathma aveva impugnato la carabina per la canna e assestò un colpo sì

tremendo al dongolese, che cadde al suolo colle cervella schizzanti

dal cranio spaccato. Gettò un urlo, ma uno solo, un urlo straziante,

supremo, poi s'aggomitolò su sè stesso e non si mosse più.

--Sono tradita, mormorò l'_almea_. Ah! maledetta greca.

Ella si gettò fuori della macchia con un pugnale in mano, ma non fece

dieci passi che si sentì afferrare per di dietro e gettare

violentemente al suolo. Nagarch, poichè era lui, le pose un ginocchio

sul petto, le prese ambe le mani serrandole fra le sue come in una

morsa, e dopo di averle intorpidite con una violenta torsione le legò

per bene.

L'_almea_ quantunque stordita dal colpo e sorpresa dall'improvviso

attacco si dibattè furiosamente cercando di risollevarsi ma le fu

impossibile. Si mise a ruggire come una leonessa prigioniera.

--Sta ferma, le disse brutalmente il dongolese percuotendola col

rovescio del suo scudo. Se continui a muoverti tornerò a torcerti le

braccia fino a slogartele.

--Lasciami andare, maledetto da Dio! urlò l'_almea_ digrignando i

denti. Lasciami andare, vigliacco!

Il dongolese per tutta risposta si mise a fischiare.

--Lasciami andare, orribile mostro, o io ti sbrano colle mie unghie!

--Sta in guardia, _almea_, disse Nagarch. Fra poco verrà una donna che

ti farà pagar caro l'amore che tu nutri per quell'arabo e ti farà

rimpiangere la tua bellezza.

--Chi? chi? chiese con voce strozzata Fathma.

--_B'allai_! La bella greca, la rivale che volevi ammazzare.

L'_almea_ fece un soprassalto così brusco che per poco il dongolese

non fu rovesciato.

--Uccidimi piuttosto che darmi a lei! esclamò la sventurata. Cacciami

l'_jatagan_ nel petto, ma non gettarmi fra le braccia di quella

maledetta!

--Sei pazza! La bella greca pagherà la tua cattura come una

principessa.

--Se tu mi lasci libera ti darò tanti talleri quanto tu pesi, se ti

rifiuti Dhafar pascià ti farà morire sotto il _corbach_ (staffile).

--Non ho che una parola e questa parola la diedi alla greca,

d'altronde ecco che viene la tua rivale.

Infatti Elenka veniva innanzi correndo come una pantera, stringendo un

_corbach_ di pelle d'ippopotamo lungo o flessibile. Un sorriso atroce,

un sorriso di gioia sconfinata errava sulle sue labbra e negli occhi

balenavagli un lampo feroce, un lampo spietato. Gettò un grido di

trionfo alla vista dell'_almea_ che contorcevasi come un serpente

sotto i ginocchi del dongolese.

--Ah! sei in mia mano, finalmente! esclamò ella precipitandosi verso

la rivale col _corbach_ alzato.

--Miserabile! urlò l'_almea_ ebbra d'ira, tendendo le pugna verso di

lei.

--Dov'è il tuo compagno, chiese la greca a Nagarch.

--Questa furia l'ha ammazzato, rispose egli.

--Ah! Tu ammazzi la mia gente, dannata _almea_?

--Sì, e se potessi farei a brani anche te! gridò Fathma. Vattene di

qua, vigliacca, vattene via traditora, maledetta, assassina.

--Nagarch, legala al tronco di quel tamarindo. Il dongolese afferrò

fra le sue robuste braccia l'_almea_ che esausta di forze non era più

capace di opporre resistenza e la legò al tamarindo con forti corregge

di pelle. La greca si mise a sogghignare.

--Che direbbe Abd-el-Kerim se ti vedesse così? diss'ella

beffardamente.

--Taci, non nominarmelo almeno. Vuoi uccidermi, giacchè per tradimento

sono caduta nelle tue mani, uccidimi ma non tormentarmi.

--Ah! Credi tu che una greca si vendichi d'una rivale uccidendola? No,

Fathma non sperarlo da me, che ti esecro e che giurai d'essere senza

pietà. Giacchè il parlare di Abd-el-Kerim ti produce l'effetto di una

stretta al cuore, parliamo di lui.

--Non ti ascolterò, jena codarda.

--Non me ne importa. Sai dove trovasi il tuo amante così

misteriosamente sparito?

--Non te lo chiedo. Hassarn lo troverà e guai a coloro che l'avranno

rapito, guai!

--Se tu nol sai, Abd-el-Kerim trovasi in mia mano!...

L'_almea_ provò una scossa come fosse stata tocca da una pila

elettrica. Impallidì orribilmente, chiuse gli occhi e li riaprì che

roteavano in un cerchio sanguigno.

--No!... tu menti!... tu menti! ripetè ella con disperazione.

--Te lo giuro Fathma. Trovasi in un sotterraneo delle rovine di

El-Garch, e lo tormento dì e notte dissanguandolo lentamente.

--Ah! feroce iena!... Ma che vuoi farne?

--Voglio farlo morire, ma farlo morire a oncia a oncia.

--Ma io lo salverò.

--Non ti lascerò il tempo. Domani sarai uno scheletro roso dal dente

dei leoni e dei sciacalli.

L'_almea_ rabbrividì e si sentì prendere dallo spavento.

--Mostro! balbettò la disgraziata.

--Orsù, vendichiamoci, disse la greca spietatamente. Tu spregevole

_almea_ hai alzato gli occhi fino al fidanzato di una greca di sangue

nobile. È un'offesa che non si lava che a colpi di _corbach_ e io

strazierò le tue belle carni colla correggia del mio staffile.

L'_almea_ fece uno sforzo supremo per ispezzare i legami e gettarsi su

quel mostro in gonnella, ma le corde resistettero alla potente

torsione. Ella si dimenò forsennatamente facendo crocchiare le ossa

delle braccia.

--Non toccarmi! non toccarmi! rantolò.

Elenka, si avvicinò alla rivale, con un violento strappo le lacerò la

ricca _farda_ trapunta in oro e l'_habbaras_ di seta azzurrina che la

copriva, e su quelle carni bronzine e vellutate applicò un furioso

colpo di _corbach_ che tracciò una riga violacea.

L'_almea_ cacciò fuori un urlo strozzato, furibondo, un urlo

d'angoscia, di vergogna, d'ira e si piegò come fosse stata spezzata in

due, cogli occhi fuor dall'orbite e con una bava sanguigna sugli

angoli delle labbra contorte per lo spasimo.

--Basta, disse il dongolese. È troppo lacerarle quel seno da urì.

La greca alzò una seconda volta lo staffile, ma lo riabbassò e lo

gettò lungi da sè. L'_almea_ era svenuta e rimaneva sospesa per le

corde.

--Ecco come si vendica una greca, disse Elenka con un sorriso feroce.

--Che facciamo ora di lei? chiese Nagarch. Devo staccarla.

--Mai più, la lasceremo qui sola e legata.

--Ma le tenebre cominciano a calare e fra pochi minuti sarà notte.

--E che importa a me se fa notte.

--Voglio dire che i leoni, le pantere, le jene e gli sciacalli

usciranno dai loro covi e che si getteranno sull'_almea_.

--È quello che desidero, disse la greca

--Oh! fe' il dongolese. E voi lascerete divorare quella bella donna?

Ricordatevi che vostro fratello vi ordinò di condurgliela.

--Mio fratello non rivedrà più quest'_almea_. Se questa donna scampa

potrebbe ancora attraversarmi la via e diventare mia rivale. Spenta

che ella sia, Abd-El-Kerim perderà ogni speranza, ritornerà per forza

da me e mi amerà ancora.

--Ma che dirà vostro fratello?

La greca trasse dalla cintola una borsa rigonfia e la pose nelle mani

del dongolese.

La favorita del Mahdi · 第 7 / 29 段