fischio. Un beduino entrò portando sulle spalle, appeso ad una
pertica, un agnello intero arrostito e lo depose su di una specie di
sporta piatta di foglie di palma.
--Bismillah! (in nome di Dio) disse Fit Debbeud, frase abituale che
pronunziano sia per cominciare a mangiare, sia per scannare o
torturare il loro nemico.
Lo sceicco divise l'agnello colle dita, essendo sconosciuta la
forchetta presso i beduini, tagliò la pelle brunastra, lucida e
croccante, in lunghe striscie e servì Notis, che le assalì
vigorosamente inaffiandole con latte di cammella fermentato nella
pelle di una capra, che sapeva orribilmente di muschio. Lo sceicco,
ogni qualvolta che il greco accostava la tazza alle labbra non mancava
mai di dire: _saa_ (alla salute) alla quale frase rispondeva Notis:
_Allàh y selmek_ (Dio ti salvi).
Dopo la prima portata, un altro beduino recò un gran vaso di terra,
una specie di _garahs_, vecchio di cent'anni, nel quale trovavasi un
pasticcio di riso nuotante in una salsa giallognola, pepata in modo
orribile, con un miscuglio di datteri secchi pestati e di albicocche.
Seguì l'_hamis_, composto di pezzetti di carne di pollo e di montone
fatti dapprima cuocere in istufato con burro e di poi bagnati con
acqua calda e conditi con pepe in gran quantità, sale, datteri e
cipolle fatte bollire fino a ridurle a completo discioglimento. Il
pasto finì col _kus-kussu_, o cibo nazionale, preparato con
pallottoline di farina piccole come pallini da caccia, condite con una
salsa piccante e con una sorsata di _bilbel_.
In quel frattempo densi nuvoloni s'erano accavallati nella profondità
del cielo e un vento caldissimo s'era messo a soffiare, scuotendo
fortemente le cime degli alberi e piegando le tende. L'oscurità
cominciava a farsi rapidamente e prometteva di essere tanto fitta da
non poterci vedere a due passi di distanza.
Notis ne fece parola allo sceicco, che finito il pasto, s'era
rovesciato sui tappeti, fumando flemmaticamente.
--Tanto meglio, rispose il beduino. L'uragano favorirà la spedizione,
e le tenebre proteggeranno la nostra ritirata. Credo anzi che sarà ora
di metterci in cammino, e di andar a raccontare all'arabo che la sua
bella ha fatto un colpo.
--Non vi è pericolo che tu, recandoti al campo, abbia a venire
scoperto?
--Nessuno mi conosce, eppoi, a uno sceicco è permesso di andare dove
gli pare e piace senza render conto a chicchessia. Non aver timore che
io possa venire preso da quella gente vigliacca. E avutolo in nostre
mani, dove lo nasconderemo questo rivale?
--A pochi passi da qui vi è un corridoio che mette capo ad una
spelonca orribile, umida quanto mai. Ve lo caccieremo dentro e ve lo
rinchiuderemo per bene.
Lo sceicco s'alzò, si gettò a bandoliera il suo lungo moschetto a
pietra, imbracciò il suo scudo di pelle di elefante e uscì assieme al
greco. I beduini s'erano raccolti di già attorno ai _mahari_, in
completo arnese di guerra; ad un suo cenno si posero in sella.
Una parola ancora, prima di separarci, disse lo sceicco. Se il tuo
rivale mi chiedesse chi m'incaricò di rapirlo, che devo rispondergli?
--Rimarrai muto come una tomba. Le vendette circuite dal mistero sono
le più spaventevoli.
--Sta bene, che Allàh ti guardi!
--Che Allàh t'aiuti, rispose Notis,
Lo sceicco salì sul _mahari_ e diede il segnale della partenza. La
banda partì alla carriera in direzione d'Hossanieh.
CAPITOLO VIII.--Il prigioniero.
Dal sud soffiava un vento impetuosissimo, caldo come se uscisse da un
forno acceso, il quale curvava e scuoteva fortemente le palme isolate
e le piantagioni di _durah_ e sollevava colonne di fine sabbia che
s'innalzavano roteando e correndo per la pianura fino a spezzarsi
contro le colline o contro i _tugul_ di Hossanieh. Tratto tratto un
lampo abbagliante livido, tremulo, rompeva la fitta tenebrosità,
seguito poco dopo da un lungo e lontano stridio, paragonabile al
rumore che fa un carico di lamine di latta trascinato a corsa per le
vie.
I beduini, col _taub_ tirato in sulla bocca per non avere le fauci
riempite dalla sabbia, e l'_jatagan_ e le _hàrbas_ (lancie) in mano,
per essere pronti a diffendersi, caso mai venissero assaliti,
marciando nel più profondo silenzio, in capo ad un'ora giunsero a un
duecento passi d'Hossanieh, dove fecero alto fra due colline
abbastanza elevate per nasconderli.
Fit Debbeud fece legare i _mahari_ in cerchio obbligandoli a
inginocchiarsi, pose due uomini di guardia accanto ad essi, e col
rimanente della banda si spinse fino nei dintorni del campo egiziano e
precisamente dietro ad un macchione d'acacie gommifere, dove potevansi
imboscare e saltare addosso ad Abd-el-Kerim appena che fosse vicino.
--Silenzio, disse lo sceicco, chiamando attorno a sè i suoi uomini, e
state ad ascoltare quanto vi dico. Io mi reco al campo egiziano,
poichè occorre un uomo astuto e coraggioso per tentare l'impresa e
saperla condurre a buon fine senza destare sospetti. Vado a prendere
l'arabo, lo conduco fuori del campo e mi dirigo da questa parte; al
primo fischio che io mando, tutti adosso e poi via di trotto verso i
_mahari_, Ricordatevi che qui si giuoca la pelle.
--Sta bene, risposero in coro i banditi.
--E gli Egiziani? chiese uno di essi. Sono distanti appena ottocento
passi.
Fit Debbeud alzò le spalle e un sorriso sprezzante sfiorò le sue
labbra.
--Gli Egiziani non si muoveranno, ve lo dico io, diss'egli. Urleranno
come cani, ma non ardiranno inseguire Fit Debbeud e i suoi beduini.
Si sbarazzò del _coftan_ e dell'archibuso, armò le pistole che si
passò nella cintola, si assicurò se l'_jatagan_ scorreva nella guaina
e marciò dritto verso gli avamposti egiziani che bivaccavano al
chiarore dei fuochi a gran pena tenuti accesi.
--Chi va là? gridò una sentinella prendendolo di mira.
--Getta abbasso il tuo fucile che mi reco dal tenente Abd-el-Kerim,
rispose il bandito. Anzi conducimi alla sua tenda se non vuoi che
Dhafar pascià ti faccia accarezzare le spalle col _corbach_ (staffile
di pelle d'ippopotamo).
Ad un fischio della sentinella un soldato accorse e il bandito fu
fatto entrare nel campo e accompagnato verso la tenda dell'arabo.
--Se tu sai, Abd-el-Kerim, trovasi solo nella sua tenda? chiese
Debbeud al soldato che lo precedeva.
--Credo che sia col capitano Hassarn.
--Chi è questo capitano?
--L'amico del tenente Abd-el-Kerim.
Il bandito aggrottò la fronte o fece un gesto dispettoso.
La faccenda comincia a diventare imbrogliata, mormorò egli. Se questo
Hassarn seguisse l'amico? _B'Allai!_ (Perdio!) Sarà difficile rapirli
tutti e due e poi, per che farne dell'altro? Se ci secca gli passeremo
una scimitarra attraverso il corpo e lo manderemo diritto in paradiso
a tener compagnia al Profeta.
Fermati, disse il soldato, arrestandosi dinanzi ad una tenda.
--Spicciati, rispose il bandito. Digli che io vengo da Hossanieh e che
mi manda una bella donna che si chiama... alto là, amico mio.
Il soldato entrò nella tenda e poco dopo uscì.
Il tenente ti aspetta, entra, gli disse.
--È solo?
--No, col capitano Hassarn.
Lo sceicco cacciò fuori una bestemmia, ma non si smarrì. Colla testa
alta e colle mani sui calci delle pistole si fece innanzi e si fermò
dinanzi all'arabo che stava sdraiato su di un tappeto, vicino ad
Hassarn. I tre uomini si esaminarono con curiosità e quasi con
diffidenza.
--Tu hai detto di venire da Hossanieh, non è vero? chiese
Abd-el-Kerim.
--Sì, e mi mandò una donna che tu conosci, rispose Debbeud, sbirciando
di traverso i due uomini.
Abd-el-Kerim si scosse e s'alzò come spinto da una molla.
--Chi è quella donna? chiese egli, avvicinandoglisi.
--Credo che si chiami Fathma.
--Ed essa ti mandò da me? È impossibile!
Fit Debbeud, quantunque fosse coraggioso, fremette, e si guardò
indietro per essere pronto a prendere il largo.
--Cosa ci trovi di strano? chiese egli, esitando.
--Fathma ha degli schiavi a sua disposizione.
--Si vede che ha preferito mandar me, ecco tutto.
--E sai che vuole da me? Corre forse qualche pericolo? domandò l'arabo
con ansietà.
--L'ignoro, rispose Debbeud. Credo però che farai bene a venire subito
a Hossanieh. Mi pareva assai agitata.
Abd-el-Kerim guardò Hassarn che non staccava gli occhi dal volto dello
sceicco.
--Che ne dici, Hassarn? gli chiese.
--Non so quale pericolo possa correre Fathma, ora che Notis è morto,
tuttavia si può andare a vedere ciò che desidera. Chi sa!
Abd-el-Kerim cinse la scimitarra e si pose in capo il fez. Hassarn lo
fermò nel momento che stava per seguire il bandito.
--Abd-el-Kerim, gli disse sottovoce. Sta in guardia.
--Che temi? Ho la mia scimitarra e questo sceicco mi pare che non sia
un uomo capace di arrischiare la sua vita contro di me.
--Può darsi; ad ogni modo ti terrò d'occhio fino alla casupola.
Debbeud e l'arabo uscirono. Faceva sempre oscuro assai e il vento
soffiava con maggior violenza facendo ondeggiare le tende degli
accampati e atterrandone più d'una; in cielo correvano densi nuvoloni
che s'accavallavano confusamente e il tuono rullava in lontananza.
Fit Debbeud precedette l'arabo fino agli avamposti, poi gli si collocò
a fianco colla dritta sull'impugnatura dell'_jatagan_.
--Soffia il _simum_, dissegli poco dopo.
--Lo sento, rispose Abd-el-Kerim distrattamente.
--Credo che faremo bene a tenerci sotto le colline per non inghiottire
una porzione di sabbia e per non diventare ciechi.
--Come vuoi.
Un lampo rischiarò la pianura e sotto la macchia dove si tenevano
imboscati i beduini, brillarono delle armi. Abd-el-Kerim si fermò.
--Chi si tiene sotto quel macchione? diss'egli.
--Alcuni basci-bozuk, rispose Fit Debbeud. Gli ho veduti poco fa
quando passava accanto a quel gruppo di acacie.
--Sei sicuro di non esserti ingannato? Si dice che alla notte alcuni
ribelli vengono a ronzare attorno al campo.
--Ho parlato con loro e m'inviarono la buona notte. Non hai nulla a
temere, tenente. Allunghiamo il passo.
Erano giunti a pochi passi dalla macchia. Fit Debbeud si mise a
zuffolare un'aria dongolese; d'un tratto passò dietro all'arabo e
l'afferrò per le braccia tentando con una brusca scossa di
rovesciarlo.
Abd-el-Kerim, che per l'avvertimento d'Hassarn tenevasi in guardia, fu
pronto, con una vigorosa strappata, a liberarsi e a fare un salto
indietro.
--Ah! traditore! esclamò egli, sguainando la scimitarra.
Lo sceicco lo caricò furiosamente coll'_jatagan_, spiccando salti da
leone, girandogli vertiginosamente attorno per colpirlo alle spalle.
Vibrò tre o quattro colpi che furono ribattuti, ricevendo anzi una
scalfittura in una spalla.
--A me, beduini! gridò egli, digrignando i denti come una iena.
La banda saltò fuori, correndo addosso all'arabo e circondandolo.
--Aiuto, Hassarn, urlò Abd-el-Kerim, cercando respingere gli
assalitori.
Tre o quattro fucilate scoppiarono verso il campo e s'udirono le
sentinelle gridare l'allarme. Una seconda scarica mandò a gambe levate
due beduini.
Non vi era da perdere un solo istante; un forte drappello di Egiziani
si avanzava a passo di corsa colle baionette in canna e alcuni
basci-bozuk bardavano in furia i cavalli. Fit Debbeud si scagliò fra
le gambe dell'arabo che gli cadde sopra lasciandosi sfuggire di mano
la scimitarra.
--Afferratelo! afferratelo! esclamò il bandito trattenendolo per la
cintola.
Abd-el-Kerim tentò con uno sforzo disperato di risollevarsi, ma uno
dei beduini lo fece ricadere assestandogli sul capo un terribile colpo
col calcio dell'archibuso. In un batter d'occhio fu legato solidamente
e trascinato via, nel mentre che una terza scarica di fucili partiva
dal campo gettando a terra un altro bandito.
I beduini, preceduti da Fit Debbeud attraversarono come un uragano la
pianura, si gettarono in mezzo alle colline e in men che lo si narri
giunsero ai loro _mahari_. Fit Debbeud salì in sella coll'arabo, che
stordito dalla percossa non opponeva la più debole resistenza e diede
subito il segnale della partenza.
I venti _mahari_ eccitati dalla voce e dalle sferzate partirono
celeramente dirigendosi verso le foreste del Bahr-el-Abiad, lontane
una diecina di miglia. Alcuni basci-bozuk si diedero a inseguirli
mandando alte grida e agitando freneticamente le loro lancie, ma
alcune archibusate li misero in fuga.
--Bravi, ragazzi! esclamò Fit Debbeud. Sferzate! Sferzate!
Le tenebre ed il vento che continuava a sollevare cortine di sabbia,
favorirono la ritirata che si effettuava colla rapidità prodigiosa. Le
sferzate e gli _ich! ich!_ pronunciati in furia mettevano le ali ai
_mahari_ che divoravano la via.
Fit Debbeud, nel mentre che galoppavano in gruppo serrato, si chinò su
Abd-el-Kerim che teneva stretto fra le braccia e lo toccò in volto
colla punta del suo _jatagan_, facendogli uscire una goccia di sangue.
L'arabo aprì gli occhi e lo guardò fissamente.
--Bravo arabo, disse lo sceicco sorridendo. Si vede che tu sei di
buona razza, formato tutto di ferro di buona tempra. Mi conosci tu?
--Aspetto che tu mi dica chi sei, rispose Abd-el-Kerim freddamente.
--Mi chiamo Fit Debbeud, ma nel Dongola mi si conosce meglio per la
Jena del Sudan. È probabile che tu oda questi nomi per la prima volta.
--Mi vanto di non aver mai udito questi nomi che puzzano da bandito a
una giornata di cammino.
--Come sai tu che io sono un bandito? Sono lo sceicco di questi
beduini.
--Per venire al campo, assalirmi a tradimento e portarmi via non
bisogna essere che briganti o figli di quel cane di Mahdi. Queste
piastre vuoi pel mio riscatto?
--Si vede che hai dello spirito, cane di un arabo. Voglio vedere se ne
avrai altrettanto quando porrò sulla tua bruna pelle certe bestioline.
--Quale scopo hai per rapirmi? chiese sprezzantemente Abd-el-Kerim.
--Fra poco lo saprai, rispose lo sceicco.
Chiuse la bocca al prigioniero con un pugno che gli fe' sanguinare i
denti, poi rizzandosi sulla gobba del _mahari_ gridò:
--Dritti alle ruine d'El-Garch, ragazzi miei.
La banda era allora giunta sul limitare delle grandi foreste del
Bahr-el-Abiad, i cui alberi si curvavano con mille scricchiolii e con
mille gemiti sotto i soffi del _simun_.
Fit Debbeud spinse il suo _mahari_ sul sentieruzzo stretto e tortuoso
e s'arrestò dinanzi a El Garch, le cui ruine si alzavano come fantasmi
fra la profonda oscurità.
--Alto là! comandò egli, volgendosi verso la sua banda.
Fece inginocchiare il _mahari_ con un semplice: _khh! khh!_ sospirato,
si gettò sulle spalle Abd-el-Kerim e dopo averlo avvolto strettamente
nel suo _taub_ lo consegnò ai suoi satelliti.
--Lo condurrete nel sotterraneo, gli disse. Se oppone resistenza
torcetegli i polsi fino a snodarli.
Entrò nella sua tenda dove il greco sonnecchiava fra un monte di
tappeti. Con un fischio lo fece saltare in piedi.
--Eccomi tornato, mio padrone.
--Ah! esclamò Notis, sei qui finalmente? Come andarono le cose?
--Il colpo è riuscito pienamente, rispose Fit Debbeud. Ho perduto tre
uomini ma tu me li pagherai con sei cammelle.
--È in tua mano adunque? Mille tuoni!...
--Sì e senza essere stato avariato dagl'_jatagan_.
--Ah! cane d'un rivale! gridò il greco con gioia feroce. Se non vi
fosse Elenka di mezzo, vorrei farti, sotto questa tenda e in mia
presenza, uscire tutto il sangue che hai in corpo.
--Se vuoi che glielo faccia uscir io mi divertirò immensamente.
--No, non lo posso per mia disgrazia. Morrebbe, e a me interessa che
non muoia.
--Si potrà fargliene uscire mezzo, incalzò lo sceicco.
--Odimi prima, disse il greco con voce collerica. Un dì, quell'uomo fu
il fidanzato di mia sorella, e l'amò furiosamente e ne fu
contraccambiato, poi vide Fathma, si dimenticò della prima per amare
la seconda.
--Ciò vuol dire essere spergiuri e traditori, ragione di più per farlo
morire lentamente e fra i più atroci tormenti.
--E mia sorella?... Elenka lo ama, e forse più di prima.
--La faccenda diventa imbarazzante. E che vuoi fare adunque?
--Fra due o tre giorni Elenka sarà qui e bisogna che prima del suo
arrivo schiacci o meglio svelga dal cuore dell'arabo l'amore che ha
per Fathma.
--Non trovo altro mezzo che quello di strappargli addirittura il
cuore, disse tranquillamente il bandito.
--Ti ripeto che non deve morire.
--Aspetta un momento. E se io mi spacciassi per un amante di Fathma?
--Ebbene?
--Lascia pensare a me o tu vedrai che gli farò perdere ogni speranza
di rivedere Fathma e gli farò comparire Elenka come una salvatrice. Il
Profeta stesso non potrebbe fare di più.
--Se vi riesci compero da te Fathma a peso di talleri.
--Non chiedo di più. Ora andiamo a trovare il mio rivale e poniamo in
opera i nostri progetti.
Lo sceicco s'inumidì le labbra con una tazza di _merissak_, accese un
ramo d'albero resinoso, uscì dalla tenda e guadagnò l'entrata di un
corridoio che aprivasi sotto una specie di piramide smussata e che si
sprofondava tortuosamente sotto terra.
Vi entrò camminando con precauzione fra rottami d'ogni sorta e
s'arrestò, pochi minuti, dopo dinanzi ad una porticina ferrata e
bassa. Tese l'orecchio: al di fuori s'udiva brontolare il tuono e
ruggire il vento sotto le grandi foreste e nel sotterraneo s'udivano
le bestemmie e i lamenti del prigioniero. Un satanico sorriso apparve
sulle labbra dello sceicco.
--Il mio prigioniero si trova a disagio nel sotterraneo, mormorò egli
beffardamente. Lo faremo diventare idrofobo.
Aprì la porticina ed entrò in una specie di cantina umidissima e tanto
fredda da gelare le membra. In un canto scorse subito Abd-el-Kerim,
addossato alla parete, coi pugni chiusi, la faccia contratta dalla
collera e dal dolore e gli occhi fuori dalle orbite che schizzavano
fiamme. Fit Debbeud emise un grande scroscio di risa che l'eco ripetè
più volte.
--Che fate, giovanotto mio? chiese egli, sghignazzando.
L'arabo scattò in piedi come una belva e lo guardò torvamente.
--Miserabile! urlò con voce strozzata, facendoglisi addosso colle
braccia tese.
Lo sceicco trasse flemmaticamente un pistolone e puntandolo verso di
lui, disse duramente:
--Se tu alzi una mano verso di me, ti faccio scoppiar la testa.
--Sei un brigante! urlò l'arabo furibondo.
--Si vede che tu conosci bene gli uomini. Non ti sei ingannato
qualificandomi per un bandito.
Abd-el-Kerim lo guardò sorpreso.
--Ma che vuoi fare di me? Perchè mi hai rapito? Che ti ho fatto io per
cacciarmi in quest'inferno? Chi te l'ordinò? Chiese con ira
concentrata.
--Non credeva che un uomo par tuo si sentisse in vena di parlar tanto.
Meglio così; noi discorreremo come vecchi amici.
Impiantò la torcia in terra, si sedette su di un mucchio di rottami,
trasse di saccoccia il suo _scibouk_, lo riempì e accesolo aspirò tre
o quattro boccate di fumo con una flemma che avrebbe fatto invidia ad
un Inglese.
--Tu mi chiedevi il perchè ti seppellii in quest'inferno, diss'egli,
calcando su ogni parola. Se vuoi che te lo dica schiettamente, una
donna è la causa di tutte le tue disgrazie.
Abd-el-Kerim indietreggiò fino al muro e sentì un freddo sudore
imperlargli la fronte. Un timore, un presentimento sinistro l'assalì.
--Una donna!... balbettò. Una donna!
--Conosci tu un'_almea_ che si chiama Fathma?
--Fathma! Fathma tu hai detto? Che vuol dire? Per Allàh, tu mi
schianti l'anima!...
--È proprio per schiantarti l'anima che io sono sceso in
quest'inferno, disse beffardamente lo sceicco.
--Ah! sciagurato! urlò il povero arabo facendo atto di saltargli
addosso.
--Non muoverti, per mille saette! gli intimò lo sceicco ripigliando il
pistolone con gesto minaccioso. Sta in guardia, ti ripeto.
Abd-el-Kerim si cacciò disperatamente le mani nei capelli e mugghiò
come un toro.
--Ma che ti feci io, assassino? che vuoi da me? chiese.
--Odimi, ma non muoverti, se vuoi che ci lasciamo da buoni amici. Io
sono lo sceicco Fit Debbeud ed amo alla follìa la donna che tu ami.
--Chi?... Fathma?...
--Sì, amo Fathma, ma l'amo, come ti dissi, alla follìa. Io seppi che
tu l'amavi e che ella ti corrispondeva, e giurai in cuor mio di
togliere l'ostacolo che mi sbarrava il cammino. Ebbi la fortuna di
pigliarti e ti seppellii quaggiù per farti crepar di gelosia e
sopratutto di fame.
--Non è possibile!... Non è possibile!... urlò Abd-el-Kerim. Fathma
non ama che me, mi ha giurato che sarà mia, e mia sarà.
--È ben perchè ha giurato che sarà tua, che io ti spedisco all'altro
mondo. Morto te, mi amerà voglia o non voglia.
--Ah! Cane!...
--Zitto, giovanotto mio. Se vuoi vi è un mezzo per riscattare la
libertà.
--Quale? chiese l'arabo che ebbe un raggio di speranza.
--Quello di recarti da Fathma e di sputarle in volto in segno di
supremo disprezzo.
--Taci, miserabile, taci!... Io ti sbrano co' miei denti!
--Addio, giovanotto, disse il beduino alzandosi. Oggi stesso partirò
per Chartum con Fathma e tu rimarrai seppellito in questa tana che
sarà anche la tua tomba.
L'arabo cacciò un urlo disperato e si gettò sul bandito, ma questi
stava in guardia. Si trasse prontamente da un lato e gli scagliò su un
fianco un sì terribile pugno che il prigioniero cadde come morto.
--Addio, giovanotto, ripetè lo sceicco sogghignando.
Lasciò cadere una manata di datteri, spense la torcia e se ne andò
tranquillamente, sbarrando la porta dietro alle spalle.
Per dieci minuti lo sventurato Abd-el-Kerim non fu capace di muoversi
tanto era stato forte il pugno scagliatogli dal bandito, poi con uno
sforzo disperato si rizzò in piedi e si precipitò innanzi, colla
speranza d'arrivare alla porta. Ma le tenebre erano profonde ed andò
ad urtare contro un muro umido viscido al quale contatto rabbrividì.
--Aiuto!... Aiuto! urlò egli con voce semi-spenta.
L'eco del sotterraneo solo rispose alla disperata invocazione. Egli si
mise a correre all'intorno come un pazzo, urlando e bestemmiando,
chiamando Fathma che ormai credeva perduta, incespicando ad ogni
istante, cadendo e risollevandosi. Trovò la porta, vi cozzò
furiosamente contro cercando di scassinarla, ma non riuscì nemmeno a
scuoterla. I capelli gli si rizzarono sulla fronte, la disperazione lo
prese e per un istante gli balenò in mente l'idea d'infrangersi il
capo contro le pareti.
--Aiuto! Aiuto, Fathma! urlò ancora lo sventurato.
Retrocesse barcollando come un ubbriaco e tese gli orecchi. Al di
fuori tuoneggiava fortemente e s'udiva il vento urlare nel corridoio;
un tuffo impetuoso d'aria umida giunse fino a lui.
--Dove sono? si chiese egli con una voce che più nulla aveva d'umano.
Che è successo? Perchè mi han rapito? Dov'è Fathma, la mia povera
fidanzata, la mia disgraziata _almea_? Sono in preda forse ad un
terribile incubo?...
Si stropicciò gli occhi, e si persuase d'essere proprio sveglio e
prigioniero in quell'orrido sotterraneo. Allora si risovvenne delle
parole dettegli dallo sceicco Fit Debbeud.
--Dio!... Dio!... esclamò egli con profondo terrore. Sarebbe mai
possibile che quell'uomo fosse mio rivale? Sarebbe mai possibile che
egli avesse a rapirla deludendo la sorveglianza di Hassarn?... Fathma!
Fathma!... che farò io abbandonato in questa spaventevole prigione,
senza speranza d'aprirmi un varco, senza un'arme per tentare la fuga,
solo, isolato nel mezzo delle foreste del Bahr-el-Abiad?... Ho paura,
ho paura, io divento pazzo!...
Due lagrime gli solcarono le brune gote; si lasciò cadere a terra,
nascose la faccia fra le mani e pianse. Le ore passarono lente, lente,
ma nessun uomo scese nel sotterraneo, nè alcun rumore s'udì fuorchè
gli urli della tempesta che continuava a imperversare.
Quanto tempo passò? Egli non lo seppe mai, ma probabilmente più giorni
scorsero.
Aveva già perduta ogni speranza e s'era accoccolato in un angolo della
prigione, fiaccato dalla fame e dalle angoscie, rassegnato a morire,
quando un fischio repentino lo tolse dalla sua disperazione.
Si alzò dopo incredibili sforzi e si guardò d'attorno. Un vago
chiarore trapelava da una piccola screpolatura, aperta fra le umide
pareti. Vi si trascinò sotto e raccogliendo tutte le sue forze chiamò
aiuto.
Udì un nuovo fischio poi una voce, quella del bandito Debbeud,
gridare:
--Olà! Saltate su, che Elenka è in vista!