--Perfettamente, padrone, rispose il nubiano, ed io vi aiuterò,

poichè...

--Zitto Takir. Afferrami fra le tue braccia e portami.

--Dove? Al campo forse?

--I morti non ritornano più fra i vivi, è giusto adunque che io non

ricomparisca al campo. Non conosci tu qualche luogo deserto dove

possiamo ricoverarci senz'essere veduti?

--Sulla cima delle colline che si estendono al settentrione

d'Ossanieh, mi ricordo di aver veduto una bella caverna che potrebbe

servirci di abitazione, e che è abbastanza vicina al campo, disse il

nubiano.

--Andremo ad abitarla, Takir, e poi penseremo alla vendetta. Orsù,

prendimi fra le tue braccia e portami. Io sono debole per ora.

Il nubiano lo prese, se lo gettò in ispalla e partì correndo colla

stessa facilità come se portasse un fanciullo. Attraversò come

un'antilope la foresta e sbucò nella pianura senza rallentare un solo

istante la corsa. Notis gli guizzò fra le braccia mandando una

orribile bestemmia.

--Guarda laggiù, diss'egli, mugolando come una belva. Guarda, Takir,

guarda.

Il nubiano vide due persone che salivano le colline sabbiose a meno di

quattrocento passi di distanza. Riconobbe subito chi erano.

--Quello là col _cofatan_ bianco è Hassarn, disse. L'altro col _fez_ è

l'arabo Abd-el-Kerim: io li conosco tutti e due.

--Sì, sono i due maledetti. Essi si dirigono al campo dove li aspetta

Fathma.

--Calma, padrone, che verrà il dì che l'_almea_ aspetterà voi.

--Puoi star sicuro che verrà quel giorno e mi aspetterà allora in

ginocchio. Se tu potessi ammazzarne almeno uno con un colpo di

carabina!

--È pericoloso, padrone. Ho il braccio dritto ferito e mi trema, e di

più la notte è troppo oscura per mandare una palla a buon segno.

Pazientate, li piglieremo entrambi e fra non molto, ve lo giuro.

--Cammina, adunque, e più presto che puoi. Bisogna che tu ti rechi al

campo e che mi porti tutto il denaro che trovasi nella mia tenda.

Potrebbe darsi che mi occorresse per prezzolare qualche arabo poco

scrupoloso.

Il nubiano riprese la corsa, tenendosi dietro le colline sabbiose per

non essere scorto dall'arabo e dal turco. Era mezzanotte passata,

quando giunse in vista dei primi _tugul_ d'Hossanieh dinanzi ai quali

bivaccavano, al chiaro di numerosi fuochi, alcune compagnie di

basci-bozuk e di negri d'Etiopia.

Si riposò alcuni istanti, poi s'internò tra i campi di _durah_ e

giunse ai piedi di alcune colline aridissime: esitò un momento, poi

s'arrampicò su pei dirupati fianchi di una delle più alte,

aggrappandosi agli sterpi e ai crepacci e raggiunse quasi la vetta,

dove s'arrestò dinanzi a una gran caverna.

--Ci siamo, diss'egli, deponendo il greco a terra.

--È qui che noi pianteremo il nostro nido?

--Sì, padrone, e da questa cima si domina Hossanieh e il campo. Ci

sarà facile vedere chi entra e chi esce.

--Sta bene, accendi qualche pezzo di legno per vedere dove si va. Ho

paura che abbiamo a incontrare parecchi serpenti.

Il nubiano accese un pezzo di torcia resinosa e tutti e due entrarono

con precauzione. Ben presto si trovarono in un ampio stanzone, la cui

vòlta era sostenuta da parecchie colonne trasparenti che riflettevano

magnificamente la luce. Le pareti, scavate bizzarramente, erano

umidiccie ma il terreno, eccettuato un angolo dove raccoglievansi gli

scoli che formavano un fossatello, era asciutto e cosparso di una

sabbia bianchiccia in mezzo alla quale brillavano pezzi di salgemma.

Il nubiano, ammazzati tutti gli scorpioni grigi che l'abitavano, i cui

morsi sono pericolosissimi, s'accinse a correre al campo, prima che la

notizia della morte di Notis si spargesse e che il pascià Dhafar

s'impadronisse di tuttociò che conteneva la tenda.

--Alto là, disse Notis, che seduto su di un macigno si fasciava la

ferita. Se tu vai laggiù, non dimenticare d'informarti dove sia Fathma

e come vadano le faccende.

Il nubiano sorrise mostrando i candidi denti e scese in fretta la

collina correndo verso il campo. Notis, che aveva finito di fasciare

la ferita, uscì e andò a sedersi sul limitare della caverna, guardando

attentamente il villaggio d'Hossanieh e le tende del piccolo esercito

egiziano.

--Essi sono là, dìss'egli con gioia feroce, tutti e due là, a portata

della mia mano, a portata della mia vendetta. Parlatevi di felicità,

di amori, di immense gioie, ma io schianterò il cuore di entrambi, e

in modo che non abbiate a guarire più mai. Non si conosce fino a qual

punto sappia odiare il greco Notis.

«Non ho forze ora, m'è impossibile assalirvi di fronte poichè io sono

morto, ma troverò io i mezzi per colpirvi e farvi cadere l'uno nelle

mani di Elenka e l'altra nelle mie. Io sarò il leone e mia sorella la

iena! Oh! allora...

Egli interruppe bruscamente il monologo e si drizzò come spinto da una

molla. Al chiaror di un raggio lunare che cadeva sul campo, aveva

scorto un _mahari_ dal mantello nero lasciare la tenda dell'arabo

Abd-el-Kerim e dirigersi a rapidi passi verso gli avamposti.

Guardando con maggiore attenzione, vide sul dorso dell'animale un uomo

avvolto in un gran _taub_ bianco. Impallidì e le sue mani cercarono

un'arma.

--Dio mi punisca, se quell'uomo là non è lo Amr, lo schiavo d'Hassarn.

Dove può mai recarsi, che lascia il campo a quest'ora?

Notis rimase un istante indeciso, poi si levò e ritornò in furia alla

grotta, dalla quale uscì armato della carabina di Takir. Una cupa

fiamma brillava nei suoi occhi e il suo volto tradiva un feroce

proponimento.

Quantunque le ferite lo tormentassero crudelmente dopo mille sforzi

che gli costarono cento bestemmie e cento lamenti dolorosi, scese la

erta collina e guadagnò la pianura cosparsa qua e là di intristiti

_alfèh_ e di pochi tamarischi. Egli strisciò silenziosamente fino a

raggiungere un misero _tugul_ diroccato, una capannuccia di paglia di

forma conica. Si nascose lì dietro colla carabina armata e gli occhi

fissi sullo schiavo d'Hassarn che si avvicinava rapidamente, aizzando

con un fischio, il _mahari_.

--Bisogna che sappia ciò che quell'uomo porta, mormorò Notis. Con un

colpo di carabina gli farò scoppiare la testa come fosse una zucca.

Alcuni minuti dopo il _mahari_ giungeva a centocinquanta passi dal

_tugul_. Amr continuava a fischiare tranquillamente, senza darsi la

pena di guardarsi d'attorno, più che sicuro che il luogo era deserto.

Notis credette giunto il momento opportuno per mandarlo nel paradiso

di Maometto. Puntò la carabina, mirò per qualche tempo con mano ferma,

poi premette il grilletto.

La detonazione non era ancor finita che Amr precipitava di sella,

contorcendosi disperatamente fra le erbe.

--All'armi! s'udirono gridare le sentinelle dell'accampamento.

Notis non si sgomentò. Raggiunse l'agonizzante che emetteva rantoli

strazianti, cercando di sollevarsi, e l'atterrò spezzandogli la testa

col calcio della carabina.

--Sta cheto, disse l'assassino, sogghignando.

Si curvò sul poveretto che non dava più segno di vita, e lo frugò ben

bene rovesciandogli tutte le saccoccie. Trovò una lettera

accuratamente suggellata che s'affrettò a leggere, valendosi del

chiaro di luna, Ecco il contenuto:

«_Elenka_,

«Non pensate più a me. Il nodo che univa i nostri cuori si è spezzato

per sempre sotto il destino e i voleri del Profeta. Non indagate le

cause che mi spinsero a lasciarvi, nè cercate di raggiungermi che

ormai ogni altro nodo è impossibile. Che Allàh vi conservi e il

Profeta vi protegga.

ABD-EL-KERIM

Il greco, nel leggerla, vacillò come fosse stato côlto da improvviso

malore. Una bestemmia gli uscì dalle labbra contratte.

--Ira di Dio! tuonò egli, tenendo il pugno chiuso verso il campo

d'Hossanieh. Che i fulmini del cielo m'inceneriscano, se io non

vendicherò mia sorella e poi me. Sta bene, Abd-el-Kerim, a noi due

ora!...

CAPITOLO VII.--Fit-Debbeud.

Spuntava l'alba quando il greco, dopo di aver nascosto fra le alte

erbe il povero Amr e il _mahari_ che aveva sventrato con una

coltellata, giungeva alla grotta.

Una collera senza limiti alterava il suo volto già per sè stesso

abbastanza truce e una smania terribile, una sete di vendetta

ardevagli in petto. Egli comprendeva ormai che tutto era terminato e

che le speranze che Abd-el-Kerim avesse finito per ravvedersi e

ritornare ad Elenka, erano troncate, come pure comprendeva che Fathma

per lui era definitivamente perduta a meno di un miracolo o di un

tradimento.

--Ah! esclamò egli coi denti stretti, lasciandosi cadere su di un

macigno e prendendosi la testa fra le mani, È proprio vero che quel

traditore di Abd-el-Kerim l'ha definitivamente rotta con mia sorella

Elenka? Eppure mi pareva innamorato alla follia; eppure aveva giurato

di farla sua e giurato non su Allah, ma sul Corano. Traditore e

spergiuro adunque, quest'arabo del demonio!... Maledetta Fathma, sei

stata la causa di tutte le mie disgrazie!

«Ma Notis è forte e tremendo nelle sue ire e nelle sue vendette, e per

quanto io ami quell'_almea_, mi vendicherò, ma ben terribilmente. Va,

Fathma, abbandonati nelle braccia di quello spergiuro che ingannò mia

sorella; disprezzami fin che vuoi, ma io ti schianterò il cuore, oh

sì, te lo schianterò. Se non fosse un barlume di speranza che ancor mi

trattiene, la speranza che Abd-el-Kerim abbia a tornare ai piedi di

Elenka, lo assassinerei questo mio rivale!

Egli si assise dinanzi l'apertura della grotta spiando attentamente il

campo egiziano per rendersi conto di quanto succedeva.

Di quando in quando uscivano lunghe file di egiziani carichi dei loro

_sansemieh_ di pelle di capra che andavano a empire ai pozzi

d'Hossanieh e dietro a loro schiere di asini coi boricchieri che

trottavano ai loro fianchi emettendo il lamentevole loro _haaahh_ per

animarli, squadroni di basci-bozuk che si esercitavano a manovrare sui

terreni malagevoli e compagnie di soldati che marciavano in qua e in

là formando di spesso i quadrati, come se si trattasse di sostenere

una canea di arabi Abu-Rof.

Mille rumori venivano dal campo in mezzo ai quali risuonava la

stridula voce degli acquaiuoli che gridavano incessantemente, _moja!

moja!_ (acqua! acqua!) e quella nasale dei _muezzin_.

D'improvviso Notis si levò in piedi come spinto da una molla,

emettendo una bestemmia.

Aveva visto un ufficiale uscire dal campo e dirigersi verso Hossanieh

e precisamente verso la casupola di Fathma.

--Ah! esclamò con indefinibile accento d'odio. Sei tu Abd-el-Kerim! Va

a trovarla pure quell'altera _almea_, ma ti giuro che la vedrai per

l'ultima volta. Cadrai nelle mie mani e quando ti avrò spezzato il

cuore ti getterò in quelle dell'antica tua fidanzata, in quelle di mia

sorella Elenka. Ira di Dio! Ti farà uscire il sangue a goccia a

goccia, se tu non ti piegherai dinanzi a lei. So quanto sia

vendicativa mia sorella che ha nelle vene puro sangue greco.

Egli si tacque nello scorgere il nubiano che montato su di un _mahari_

carico d'oggetti, galoppava furiosamente verso la collina. Sorrise di

gioia e si stropicciò le mani mormorando più volte:

--A me ora la vendetta.

Takir in pochissimo tempo giunse ai piedi della collina e salì subito

alla grotta carico di viveri, di coperte e di talleri.

--Avete udito, poco fa, un colpo di fucile sparato qui vicino? chiese

il nubiano, gettando a terra tutta quella roba.

--Non inquietarti Takir, disse Notis. L'ho sparato io contro uno

schiavo di Hassarn.

--Avete ammazzato Amr? L'ho veduto un'ora fa uscire dalla tenda

dell'arabo.

--Gli ho fatto scoppiare la testa e poi l'ho seppellito. Ma lasciamo

lì i morti e parliamo dei vivi, ora. Che notizie rechi dal campo?

--Novità eccellenti, padrone.

--Fathma, trovasi ancora nella sua casupola?

--Trovasi sempre là.

--Come mai Abd-el-Kerim commette simili imprudenze?

--Non so di chi dovrebbe aver paura, ora che vi crede morto.

--Hai ragione, Takir, disse Notis sorridendo. Credo che questa mia

morte abbia a giovarmi assai per condurre a buon fine i miei progetti.

Tira innanzi, negro mio.

--Ho veduto l'arabo recarsi alla casupola ed entrare.

--L'ho scorto pure io. Parlami d'Hassarn, quel maledetto turco che

odio quasi al pari di Abd-el-Kerim. Che fa egli?

--Per quanto lo cercassi non potei vederlo ma suppongo che si trovasse

nella tenda di Dhafar pascià.

--Sia bene, ora faremo i nostri piani per colpirli proprio in mezzo al

cuore tutti quanti.

Stette un momento silenzioso immergendosi in tristi pensieri, poi,

fattosi versare un bicchiere di _bilbel_, specie di birra fatta con

maiz e _dòkòn_, di sapore dolcigno, e tracannatala, s'alzò,

piantandosi dinanzi al nubiano.

--Takir, disse con voce grave. Se tu fosti nei miei panni che faresti?

--Assassinerei tutti e tre quei miserabili, rispose il negro senza

esitare.

--Sarebbe una vendetta troppo dolce, eppoi, bisogna che serbi Fathma

per me ed Abd-el-Kerim per mia sorella.

--Allora che fare? È una gran disgrazia che vi siate innamorato di

quell'altera _almea_.

--Taci, Takir; io l'amo alla follia, l'amo furiosamente. È tanto bella

e tanto giovane che sarebbe un peccato farla morire. Ma non credere

che l'ami solamente, no, ira di Dio! L'amo tremendamente, ma nel

medesimo tempo l'odio ferocemente.

--E dunque che volete fare?

--Innanzi a tutto bisogna che abbia in mano uno dei due, meglio se

avrò prima Abd-el-Kerim.

--Abd-el-Kerim! esclamò Takir sorpreso. E per che farne?

--Una volta in mia mano penseremo a strappargli quella passione che ha

per Fathma e a gettarlo nelle braccia di mia sorella. Coi tormenti a

tutto si riesce.

--Si capisce che volete tormentarlo per bene.

--Sì, e terribilmente. Odimi ora, Takir.

Tornò a sedersi, vuotò la fiaschetta del _bilbel_, e facendo cenno al

nubiano di avvicinarglisi:

--Tu comprendi, che senza aiuti sarà difficilissimo se non

impossibile, d'impadronirsi di Abd-el-Kerim. Conosci tu qualche

hossanieh poco scrupoloso che si possa comperare con un bel pugno

d'oro?

--So che alle ruine di El-Garch sta accampato lo sceicco Fit Debbeud

con un seguito abbastanza numeroso. Questo beduino, che io conosco a

fondo, per un bel gruzzolo d'oro potrebbe mettersi ai vostri servigi.

È un uomo forte, coraggioso, capace di pugnalare cento uomini senza

commuoversi.

È quello che io cercava, Takir. Tu ti recherai nelle foreste e gli

parlerai, poi monterai sul tuo _mahari_ e trotterai verso Chartum. Ho

bisogno assoluto di mia sorella Elenka per vincere Abd-el-Kerim.

--Oh! fe' il nubiano, Elenka qui, al campo?

--Sicuro, la condurrai a Hossanieh ed ella non indugierà a venire

quando tu le avrai raccontato come stanno qui le cose. Orsù, mettiti

in cammino e recati a parlare con Fit Debbeud.

E voi?

--Io verrò con mio comodo, quando tu avrai spianata la via e messo al

corrente di tutto lo sceicco.

Il nubiano riprese gli oggetti che aveva deposti a terra e tornò a

partire. Notis, dopo d'averlo visto a correr come un'antilope, verso

le foreste, esaminò la sua ferita, vi sovrappose un cataplasma di erbe

medicinali e si sedette dinanzi a un vaso ripieno di ebrèk, cibo assai

appetitoso e rinfrescante composto di _durah_ ridotto in pasta sottile

e un po' agro per meglio conservarsi.

Finito il pasto che inaffiò con un abbondante sorso di _merissak_,

sorta di birra inebriante fatta con _durah_ fermentato, e fumato un

sigaretto, discese la collina e salì sul _mahari_ di Takir,

spingendolo a lento passo verso le foreste che chiudevano, all'est,

l'orizzonte.

Alle tre dopo il mezzodì giunse ai primi alberi e incontrò il nubiano

che veniva in cerca di lui, accompagnato da un beduino avvolto in un

gran _taub_, armato d'una lunga _harba_ (lancia) e munito di una

_daraga_, grande scudo di legno coperto di pelle di elefante.

--Tutto va bene, gli disse Takir. Lo sceicco Fit Debbeud è a secco di

talleri e purchè voi riempiate le sue tasche vi ammazzerà dieci volte

Abd-el-Kerim. Siate prudente, col danaro, so non volete venire

assassinato sulla porta della tenda.

--Non temere, Tahir; rispose Notis. So cosa è il beduino.

--Allora in marcia e che Allàh ci protegga.

S'internarono tutti e tre sotto la foresta seguendo un sentiero

ombreggiato da magnifici tamarindi e giunsero, dopo una mezz'ora,

dinanzi a una gran spianata cosparsa di colonne infrante, d'arcate

cadenti ornate di mille ghirigori in mezzo ai quali spiccava l'_ibis_

religiosa degli antichi nubiani e seminata da grandi sfingi, di statue

colossali semi-coperte dalle piante arrampicanti e da ammassi di

rottami.

--In mezzo a quelle ruine, chiamate d'El-Gareh, s'alzavano otto tende

d'un color bruno sporco a striscie gialle, alte appena da potersi

tenere in piedi, ma vastissime, sostenute da pali piantati

irregolarmente, e gli orli rovesciati all'insù, di maniera che l'aria

vi potesse circolare liberamente.

Dispersi qua e là, fra una mandria di _mahari_ e di cammelle, alcuni

seduti e altri sdraiati sui tappeti laceri, se ne stavano due dozzine

di beduini avvolti nei loro mantelli bianchi forniti di cappuccio

infioccato, occupati a fumare pacificamente nei loro _scibouk_ o nei

loro _narghilek_. Essi inviarono al greco un saluto e si recarono a

baciargli la mano a lo condussero nella tenda del loro capo, che era

più elevata e più vasta delle altre.

Nel mezzo di essa, Notis scorse, sdraiato indolentemente su di un

mucchio di tappeti di _kiki_ di tessuto di pelo di cammello, Fit

Debbeud, il capo o meglio lo _sceicco_ della piccola banda beduina.

Era questi un uomo sui trent'anni, di mezzana statura ma di forme

vigorose ed elastiche. La sua pelle, di color pan bigio, portava

numerose cicatrici bianche ricevute in diverse battaglie; aveva naso

acquilino, labbra sottili, zigomi poco salienti, occhi neri, tetri,

che brillavano stranamente e una barba arruffata, ancora più nera, che

dava alla sua faccia un'aria cupa, selvaggia, poco rassicurante. Il

suo costume componevasi di un paio di calzoncini corti fino al

ginocchio, attillati in modo di mostrare il rilievo dei muscoli, di un

_taub_, sorta di mantello orlato di rosso, d'una cintura di cuoio

nella quale eranvi passate una lunga sciabola, specie di _jatagan_

coll'elsa di ferro in forma di croce, alcuni pistoloni a pietra, un

sacchetto di marocchino rosso pieno di preziosi amuleti e una corona

di chicchi di vetro giallo de' Mussulmani. Sul capo portava una

calotta rossa, una specie di fez turco.

Appena vide Notis, s'alzò, senza troppo scomporsi, e secondo l'usanza

gli baciò la mano dicendogli colla più squisita cortesia:

--_Salem alek_ (la pace sia teco) frase sacramentale la cui abitudine

risale a più secoli.

--_Allàh ybarèk fik_: (Dio ti benedica) rispose Notis non meno

cortesemente.

Sceicco e greco si guardarono per alcuni istanti in silenzio, con

reciproca curiosità, poi il primo fece cenno al secondo di accomodarsi

su di un tappeto, il migliore che si trovasse nella tenda.

Quasi subito entrò uno schiavo portando un vecchio vassoio di lamiera

di ferro, su cui stavano numerose tazze coll'orlo rotto, fesse,

abbominevoli, vecchie chi sa da quanti anni e comperate chi sa mai in

quale bazar di Cairo, di Costantinopoli o forse anche di Bagdad. Ve

n'erano di tutte le grandezze e di tutte le forme; di porcellana

europea, di finta porcellana chinese, di ferro o di argilla, un

campionario infine di quanto di triviale e orrendo, si fabbricano in

tutto il mondo. Un bricco indescrivibile, di piombo, tutto sformato e

coperto d'ammaccature, conteneva il caffè mescolato con un'abbondante

porzione d'ambra grigia.

La bevanda confortante e veramente eccellente fu sorseggiata nel più

profondo silenzio, dopo di che lo sceicco, acceso automaticamente il

suo annerito _scibouk_ e aspirate alcune boccate di fumo odoroso, si

volse verso Notis dicendogli sempre colla più squisita cortesia:

--E ora, mio caro amico, sono a tua disposizione.

--Sai di che si tratta? chiese Notis.

--Takir tutto mi disse.

--Sei tanto coraggioso da imprendere questa guerra contro

Abd-el-Kerim.

--Odimi, amico, disse lo sceicco con orgoglio. Un giorno dodici

Egiziani mi assalirono e io li ammazzai dal primo all'ultimo portando

le loro teste al mio _marabuto_ che le mostrò all'intera tribù; un

altro giorno sorpresi una famiglia di Arabi miei nemici, addormentata

nel deserto. Strappai a loro gli occhi, tagliai le orecchie, il naso,

le gambe e le braccia e frastagliai minutamente, col mio _jatagan_, i

corpi dei loro bambini. Sono coraggioso e feroce!

--Troppo feroce per ammazzare degli inoffensivi ragazzi.

--È il costume delle nostre tribù sì del Sahara che del Mar Rosso.

--Ti senti, adunque, capace di affrontare il mio rivale.

--Se tu vuoi che io cacci il mio _jatagan_ fra le spalle di

quell'arabo e tronchi d'un sol colpo la vita, io la troncherò. Vuoi

che io lo passi da parte a parte colla mia _hàrba_? Io lo trapasserò e

poi gli caverò gli occhi, gli taglierò il naso, le gambe e le braccia.

Vuoi che io rapisca la tua bella che si mostra verso di te tanto

ritrosa? Io la rapirò per quanti urli e per quanto mi maledica. Allàh,

da qualche tempo non mi manda carovane da depredare ed io e la mia

banda siamo a secco di talleri: paga come un sceicco che nuota

nell'argento e io e i miei uomini siamo ai tuoi comandi.

Notis estrasse dalla saccoccia una grassa borsa di talleri di Maria

Teresa, e la gettò allo sceicco che la prese al volo.

--Questo per cominciare, disse.

--Ne hai molte con te di queste borse? chiese il beduino, i cui occhi

s'accesero di cupidigia.

--No, disse il greco.

--Dove troverai gli altri talleri?

--Al campo egiziano.

--Sta bene, me li darai quando me li meriterò. Parla ora.

--Bisogna che noi ci impadroniamo del mio rivale.

--Dove trovasi quel cane d'arabo?

--In mezzo all'accampamento d'Hossanieh.

--Hum! fe' lo sceicco, crollando il capo. Sarà affar serio andarlo a

prendere laggiù, ma Fit Debbeud ha nel suo sacco mille astuzie.

Bisognerà con qualche pretesto farlo uscire dal campo e poi saltargli

addosso.

--Lo so, ma non sarà tanto facile.

Il beduino s'accarezzò la barba con compiacenza.

--Bah! esclamò egli sorridendo. Dove trovasi, innanzi a tutto, la sua

amante? Assieme a lui o separata?

--Lui trovasi al campo e lei in un _tugul_ d'Hossanieh.

--All'ora l'arabo è nostro. Dal campo al villaggio vi corrono più di

mille passi e sono bastanti per portar via il tuo rivale prima che gli

Egiziani possano accorrere in suo aiuto e inseguirci.

--Ma come lo farai uscire dal campo? Senza un forte motivo non

oltrepasserà di notte la linea degli avamposti. Tu sai che hanno paura

dei ribelli che si crede che ronzino per la pianura.

--Sta a sentire, padron mio, disse lo sceicco riaccendendo il suo

_seibouk_. Questa sera mando uno dei miei uomini alla tenda del tuo

rivale, anzi ci andrò io in persona, e lo avviso che la sua amante lo

desidera. L'innamorato, che m'immagino sarà cotto, mi crederà e uscirà

senz'altro dal campo. Tu comprendi il resto; i miei beduini saranno

imboscati dietro a qualche macchia, gli piomberanno addosso, lo

atterreranno e lo porteranno via. Quando gli Egiziani accorreranno,

noi saremo assai lontani.

Notis stese la mano al bandito che gliela strinse vigorosamente.

--Se tu riesci nell'impresa, disse, ti darò tanti talleri da comperare

cento fucili e una mandria numerosissima di cammelle.

--Lascia fare a me.

--Takir, gridò il greco.

Il nubiano, che fumava sul limitare della tenda fu pronto ad accorrere

alla chiamata del padrone.

--È ora che tu ti metti in viaggio per Chartum, disse Notis. Dirai a

mia sorella Elenka come stanno qui le cose e la incaricherai

d'ottenere dal governatore il mio congedo assoluto, poichè bisogna che

io sia libero per lottare col mio rivale e vincerlo. Le dirai altresì

che si faccia firmare, dallo stesso, una lettera che obblighi Dhafar

pascià a condurre Abd-el-Kerim nel basso Sudan, dovesse trascinarvelo

colla forza.

--Perchè? Non vi capisco.

--L'ignoro io pure, il perchè, ma potrebbe darsi che questa lettera mi

tornasse utilissima. Va, Takir, e ritorna presto con Elenka. Mia

sorella è abbastanza ricca e potente per ottenere dal governatore

quello che vuole.

Il nubiano girò sui talloni e s'allontanò. Poco dopo si udì il

sonaglio del suo _mahari_ che indicava che erasi già messo in viaggio.

--E ora che facciamo? chiese Notis allo sceicco.

--Il sole è ancora alto per dirigerci al campo e io ho una fame da

lupo. Pranzeremo allegramente.

La favorita del Mahdi · 第 4 / 29 段