I baci erano la correzione di tali errori frequentissimi.

A volte la nostra giovinezza irrompeva in subite giocondità

irrefrenabili.

— Siamo stati mai tristi? — chiedevo dimentico già del passato.

Ella si avvicinava, con un dito su le labbra.

— Lasciali dormire — rispondeva — lasciali tranquilli nell’Isola della

Croce.

Ad un mio sguardo interrogativo, distesa la mano verso il remoto

orizzonte, soggiungeva con un tremito nella voce:

— I morti!

Erano ombre fuggevoli.

Quant’era più bella Roma nel cantico del nostro amore! Roma che

sorge fra una corona di fontane, eternamente giovane come l’acqua che

l’irradia!

Il giorno trascorreva per noi sì rapido come un battere di palpebra.

Quando ero stanco di lavorare verso l’ora del tramonto, mi volgevo a

chiamarla:

— Serenella?

— Duccio!

— Vogliamo andare a Roma?

— Sì.

— Sei pronta?

— Prontissima.

Si partiva soli, osservando, ridendo, per la via Nomentana verso Porta

Pia. E, a parte a parte, l’anima della grande Sfinge millenaria ci

appariva nella sua vastità.

Un giorno sostavamo nella chiesa enorme, nella basilica della

cristianità, stupiti più che ammirati, mentre si trasognava, nella

Cappella Sistina, innanzi all’eternata visione michelangiolesca.

Serenella guardava ascoltando. Talvolta, nelle sale del Vaticano,

innanzi a qualche splendore d’arte ho visto gli occhi di lei luccicare

d’improvviso per un rapido commovimento.

Certi giorni salivamo alle grandi ville principesche: al Gianicolo, al

Pincio; o si sostava nei musei di Villa Borghese o ai solitari prati

di Villa Pamphili. Questi ultimi, cinti da grandi masse di pini, ci

ricordavano i nostri boschi lungo l’Adriatico; i nostri boschi selvaggi

nei quali s’inselva il tasso e sibila la serpe dagli aspri ginepri.

Così dagli scavi ai musei; dalle membra disperse dell’antica Roma agli

ultimi aspetti che assunse; attraverso alla sua storia che fu la storia

del mondo, andavamo pensosamente animando del nostro amore tutte le

cose.

A sera si tornava un poco stanchi, ma al piccolo desco quand’eravamo

vicini, a fianco a fianco e dalla porta e dalle finestre dischiuse

entrava l’ultima luce, l’ultimo alito del crepuscolo; quando la

raccolta dolcezza del nostro nido ci era intorno, ogni segno di

stanchezza scompariva per dar luogo al lieto, al soave conversare

interrotto a volte da pause. E le pause aumentavano sempre più.

Come l’aria s’era fatta tepida, Omero dormiva sotto il pergolato; si

udivan, da qualche gora sperduta, le rane che pare annunzino con la

loro tremante voce il tremolio delle stelle; dalle macchie si levavano

i primi squittii, le prove sommesse degli usignuoli. Vedevamo salir la

luna tra le rame dei peschi: fiore d’argento fra fiori di corallo.

I nostri silenzii si facevano più penosi; più lunghi i baci, più

lunghi, interminabili. Ogni cosa ha la sua stagione ed ogni azione

sotto il cielo ha il suo tempo. Io sapevo perchè gli occhi di Serenella

si oscuravano per subite tristezze.

Una volta salimmo al Palatino, al colle degli imperatori. Fra antri e

rovine e fra gruppi di cipressi e di palme giungemmo alla sua parte più

estrema, più isolata.

Sorge laggiù, poco lungi da una casa silente, un’ara di travertino, un

antichissimo altare sacro al dio ignoto. Dice la frase dedicatoria: —

_Sei deo sei deivæ sacrum_.

Noi non ti conosciamo Signore, tu sei l’Ignoto, la divinità arcana che

si cela nel silenzio dei boschi e nell’immensità dell’Universo. Noi ti

adoriamo nel tuo mistero, Signore.

Così i primigeni, gli armati di scure, le anime semplici che

semplicemente adorarono. La luce smoriva colorando in croco l’ara

solitaria presso la quale ci soffermammo, il capo e gli occhi reclini.

Sentivo la mano di Serenella che era fredda benchè la stringessi

fortemente.

— Hai inteso?

— Sì — rispose a pena.

— Vuoi che sia qui, di fronte al silenzio, all’ara del Dio Ignoto?

— Sì, lo voglio.

Allora ci inginocchiammo invocando mutamente la pace al nostro amore e

su la terra e nel poi.

Quando l’amore congiunge due anime non v’è forza al mondo che possa

disgiungerle. Ella sarebbe rimasta per sempre l’amica, l’amante mia,

non la sciocca moglie che la consuetudine impone; non l’_utile_ donna,

ma la compagna dell’anima.

A notte nella nostra casa fra gli orti, salimmo le piccole scale

recando due lucerne come sempre e, all’ultimo ripiano, ci soffermammo.

Su la bocca della mia piccola amica correva un sorriso. Levai fino al

volto di lei lentissimamente la mia fiamma.

Due voci di giovanetti si levarono dall’ombra come in un accordo

incantesimale:

_Ah! quando l’uva invaia_

_quando arossano le viti_

_io verrò alla tua soglia...._

Forse ella disse una parola, non so, ma la mia lucerna si spense.

Poi l’amore socchiuse la porta.

Il Cantico · 第 32 / 42 题