L’uomo e la croce.
La lotta non era finita ancora (la perfetta quiete prelude alla morte,
alla trasmigrazione delle nostre energie verso un’altra lotta ignota)
pure mi ero composto una sicura finalità di vita onde potevo più
liberamente esplicarmi.
Uscendo dal niente, mi ero conquistato anch’io un piccolo posto nel
mondo; il mio lavoro era retribuito; potevo fare assegnamento su la mia
intelligenza alla quale gli uomini avevano dato già qualche valore.
Cominciava allora, è ben vero, il periodo più acerbo; sapevo quante
difficoltà mi sarebbero sorte innanzi a rendermi più difficile il
proseguire; ma che m’importava? Quale pregio avrebbe un qualsiasi
bene se lo si potesse ottenere agevolmente senza affanno? E nel comune
apprezzamento, stimiamo forse un bene le cose che ci sono a portata di
mano e il possesso delle quali non ci costa il minimo sforzo?
Uscito, per merito della mia stessa natura ripugnante da qualsiasi
pervertimento, dalla crisi dell’intelletto e del senso che per poco non
m’aveva respinto nell’ombra dalla quale era uscito, mi trovavo ora, con
la mia dolce amica, nelle migliori disposizioni di spirito e di vita.
La via era aperta; avanti, adunque, verso le lontane aurore su le
quali si affissano gli occhi dell’umanità lanciata sopra una strada
eterna verso un apparente confine; avanti finchè l’armoniosa giovinezza
cantava. Quando sincerità ci accompagna, la nostra voce può destare
qualche eco nelle anime che attendono.
Un campo più vasto di quello che avevo fino allora tentato, mi
seduceva; il campo dell’azione sul quale, fra odii e violenze, le
classi sociali si combattono. Ivi agii in seguito.
Dirò ciò che vidi e vissi della gigantesca lotta fra i poveri e i
ricchi in altra parte del romanzo della vita mia.
Allora, per ciò che riguardava l’armonia dell’anima, ero giunto a
compimento.
Di Sita sapemmo un giorno che aveva ereditato l’enorme patrimonio del
marchese Di Narva e che era partita improvvisamente senza dire ove
andasse a destino.
Dileguava dal nostro mondo chi sa verso quali oblique avventure. Oltre
alla sua bellezza ella possedeva ora l’arme più sicura al dominio: il
denaro.
Che ne avrebbero pensato mai i pescatori del suo oscuro nido disperso
fra le lagune quando fosser venuti a conoscenza di tutto?
Molto probabilmente avrebbero dimenticato Sita di un tempo per
inchinarsi alla signora dell’oggi. D’altra parte ella non sarebbe
ricomparsa mai più su le tredici isolette che reggono Comacchio a
fior dell’acqua; nell’anima di lei non era nè gentilezza di ricordo nè
desiderio di ritorno.
Dalla memoria dei più, col trascorrere del tempo si sarebbe cancellata
l’immagine della superba.
Zalèbi dormiva per sempre nell’Isola della Croce e Diavolo accanto
a lui, nello spazio breve. Poco dopo la mia partenza la verità circa
l’omicidio di Diavolo si era risaputa per la voce di tutto il popolo
e, esaurito qualche inevitabile procedimento burocratico, anche la
Giustizia aveva messo la cosa in tacere. Scomparsa Sita (ed ella, prima
di partire, avea messo nessuno a parte de’ suoi propositi di vendetta)
ogni incentivo al ricordo della tragedia trascorsa era caduto così che,
toltone Pietro e Giovanni della Nave (gli unici due superstiti ai quali
Serenella ripensava sovente con subite tristezze) forse nessun altro
ricordava.
Solo Serenella ed io saremmo ricomparsi laggiù a rallegrare per qualche
giorno la solinga casa troppo silente fra il continuo risciacquio dei
canali.
Era il nostro proposito che avevamo manifestato anche ad Omero.
— Non vorrai essere con noi?
— Non parliamone; c’è tempo ancora — aveva risposto. Poi si era
allontanato pensosamente scuotendo il capo.
Da qualche tempo venivo notando sul suo viso, tracce di un interno
turbamento che non riuscivo a spiegarmi. Gli occhi suoi avevano un
continuo velo di malinconia che scompariva solo quando glie ne muovevo
dolce rimprovero; più volte l’avevo sorpreso seduto all’angolo della
casa vicino al pergolato, la faccia nascosta fra le mani. Siccome
odiava l’inerzia e trovava modo di occupare ogni minuto della sua
vita, quello stato di abbandono, sì nuovo in lui, mi aveva colpito
profondamente. Quale pensiero doloroso l’opprimeva?
Avrei voluto interrogarlo, ma ne conoscevo troppo intimamente il
carattere per tentare una prova che gli sarebbe riuscita discara.
Le nostre attenzioni, il nostro palese affetto lo facevano contento.
Non era stato egli per noi più che un buon padre? Quale dovere lo aveva
spinto a sacrificare la sua vita per il nostro bene?
Il saperlo triste mi era di continua amarezza; ciò turbava un poco la
gioia di quei nostri giorni belli; pure non ne parlavo con Serenella
per non addolorarla. Ella si era legata ad Omero con sì forte tenerezza
femminea che troppo si sarebbe accorata supponendo solo ch’egli potesse
soffrire.
A volte gli imponeva le mani sul capo baciandogli i capelli ed era come
un fregio di grazia il nodo delle piccole mani sul capo che incanutiva.
Omero era invaghito di quell’amore ma lo sfuggiva dolcemente quasi
temesse una commozione troppo intensa. Raccoglieva il frutto della sua
abnegazione.
Era uscito dall’ombra per noi, per noi soli; dal giorno in cui mia
madre era morta mi si era posto al fianco per vigilare sul mio destino
dapprima, su la nostra gioia di poi senza voler nulla per sè, tenendosi
in disparte quando vedeva raggiunta la nostra, la sua volontà. Quale
dio di bontà lo guidava? Per quale profonda dolcezza rendeva agli
uomini bene per male?
Il suo muto cuore stoico aveva incomprensibili grandezze. Il sacrificio
ch’egli compiva in silenzio era come un semplice atto della sua vita
di eroe. E quando aveva dato tutto, anche il poco che possedeva, anche
la sua lacera veste, riprendeva la via senza rivolgersi, per non veder
tristi coloro che abbandonava.
Lo accoglievano diffidenti e piangendo lo vedevano ripartire. Chi era
mai quell’uomo forte e buono che aveva la voce profonda, le parole di
un saggio e gli occhi sì dolci ed azzurri sul viso adusto? Chi era? Da
quale parte era giunto? Dove andava?
Pareva un ramingo, un pezzente, forse un bandito. Giunto nel paese
verso sera, aveva chiesto ospitalità a qualcuno, senza nulla ottenere
perchè i dispersi hanno sempre alle calcagna l’ombra della minaccia.
Rifugiatosi vicino a qualche pagliaio, coi cani, il giorno dopo si era
incaponito a restare benchè tutti gli facessero brutto viso. Nessuno
lo aveva accolto; non gli avevano dato nè una vanga nè un tozzo di
pane. Allora si era unito ai poveri: a coloro che vanno raccogliendo
gli stecchi e gli sterpi lungo le siepi; aveva prestato mano ai bimbi
poveri e soli e ancora gli anziani vedendolo passare avevano gridato:
— Vattene! Chi sei? Che cerchi da quelle creature? — Non si era adirato
mai, neppure una volta; que’ suoi grand’occhi chiari non si turbavano,
nè sapevano l’ira. Così con minor diffidenza gli si eran dischiuse le
porte. E l’avevano veduto lavorare per dieci e voleva solo il pane per
la sua cena e la paglia per dormire. Era dunque un Santo? Le donne
lo guardavano stupite. Poi la diffidenza si cambiava in amore, in
venerazione.
Aveva fatto del bene a tutti, come poteva: soccorrendo i poveri con
l’opera sua e co’ suoi guadagni; si era intromesso nelle sfide; aveva
vinto con la forza i più forti, senza vantarsi, ritraendosi sempre nel
suo grande silenzio di solitaria grandezza.
E un giorno non si era più riveduto. Gli uomini erano corsi nei
dintorni a cercarlo; le donne, i bimbi l’avevano atteso all’aurora e ai
tramonti piangendo invano, invano. Le bisacce su le spalle, gli occhi
fissi al sole occiduo, Omero aveva ripreso la strada interminata.
Era il destino di lui; la sua gioia e il suo dolore eterni.
Quante volte, nelle soste meridiane, allorchè andavamo insieme verso
una comune sorte, avevo intuito da qualche sua vaga parola un simile
ricordo che gli si ridestava nell’anima. Allora abbassava il capo fra
le mani e, quando lo rialzava, gli occhi suoi erano più lucenti.
— Che hai Omero?
— Nulla.
— Rimpiangi il tuo passato?
— Non lo rimpiango, lo vivo.
— E perchè non hai sostato mai?
Tendeva una mano verso l’estremo occidente:
— Perchè c’è chi m’aspetta laggiù.
Una volta sola mi aveva parlato di Donetta e sì intensamente e con tale
commozione che i singhiozzi mi erano saliti alla gola irrefrenabili
perchè in quella tristezza dell’uomo che aveva votato tutta la sua vita
di bontà al ricordo di una creatura amata fugacemente io vedevo una
grandezza divina.
Era ripreso forse dal ricordo, dal rimorso?
Temevo fosse così e di giorno in giorno mi aspettavo il doloroso addio.
Avrei fatto il possibile per trattenerlo; ma sapevo già vano ogni mio
tentativo.
Un giorno Serenella lavorava nelle stanze superiori; si udiva il
suo canto tranquillo. Omero era stato quel giorno più irrequieto del
solito. Ero giunto allora da Roma e mi disponevo a salire allorchè udii
la voce di Omero che mi chiamava. Mi volsi: lo vidi ritto sulla soglia
della capanna nella quale soleva dormire. A’ suoi piedi giacevano le
sue bisacce. Era pallido e commosso. Intesi ma non parlai.
— Duccio — mi disse a voce bassa in cui trascorse come un fremito di
pianto — non dir nulla a Serenella.
— Di che cosa?
— Io parto.
— Parti? E perchè?
— Tu sei felice e Serenella è felice... io non ho più niente da fare
qui: il mio compito è finito. Non parto per sempre: ci rivedremo, non
so quando, ma ci rivedremo. Non pregarmi, non dire ch’io resti, ne
soffrirei. Tu conosci il mio destino. A Serenella dirai, per adesso,
che Paolo mi ha voluto con sè al convento: poi, quando l’idea della
mia lontananza non le sembrerà troppo grave, le dirai la verità. Non
bisogna farla piangere, ha pianto troppo: ne è quasi morta! Promettimi
di far così, Duccio, promettimi di non attristarla per me: mi faresti
tanto più amaro il cammino!
— Ma perchè parti? Che posso fare perchè tu sia contento, perchè tu
riposi tranquillo?
— Niente.
— Vuoi vivere solo?
— No.
— Io non posso nulla, proprio nulla per darti la pace?
— Non puoi nulla!
— E ti ho invidiato un tempo! Credevo tu recassi con te la tua gioia:
libero, solo, soddisfatto...
M’interruppi, il suo viso era divenuto più pallido ancora. Mi guardava
con severità dolente; non avevo udito mai la sua voce tremare così:
— Lo sapevi già, Duccio: Io sono un miserabile!... — Raccolse le
bisacce, si calcò il berretto su gli occhi e si incamminò. Lo seguii
senza aver core di aggiungere parola.
Dall’alto discese la voce di Serenella. Cantava la leggenda del re
Artigù. Omero si rivolse ad ascoltare, poi chinò il capo e proseguì in
silenzio.
A Porta Pia volle lo lasciassi. Mi baciò, si passò il dorso della mano
su gli occhi e partì. Gli tenni dietro da lontano. Era l’ultima volta
forse.
Lo seguii fino al Testaccio.
La grande collina sepolcrale della Roma degli imperatori che la
leggenda, a significare l’inaudita potenza dell’Urbe, disse formata dai
frantumi dei vasi entro ai quali i popoli vinti mandarono annualmente
i loro tributi d’oro e d’argento all’impero, stava contro la luce del
vespero, troneggiando. Si levava oscura e solenne intenta all’arrivo
del nuovo guerriero il quale giunto di un balzo su la cima, tragga
dalle viscere di lei il vermiglio ancìle a propiziare un superbo volo
di fiammanti vittorie su l’Urbe che ancora attende.
Intorno era il silenzio.
Omero proseguiva a buon passo: lo vidi prendere il cammino verso la
vetta solitaria. Andava col capo ricurvo pensando forse gli astati
armentari delle sue lande; il sorriso di un piccolo volto velato dalla
morte.
Ascese, ascese verso la luce estrema, si allontanò su i cieli.
Si udì sotto, nell’ombra, un improvviso tinnire di campanacci. Dalle
rive occulte del Tevere giungeva un immenso gregge che trascorse
compatto come una lenta fiumana, docile alle grida ed ai vincigli dei
pastori dall’aspetto di fauni.
Ma il mio cuore, gli occhi miei erano lassù verso l’uomo che scompariva.
Il sogno e l’aspra libertà, sanguinosa chimera che sospinge gli uomini
servi degli uomini alla furiosa lotta, al grido ribelle, al folle
impeto di rovina; che sospinge gli uomini servi del fato all’amara
solitudine dei dispersi, lo traeva per mano a nuove soste nel mondo
degli ignoti.
Abbandonava tutto per lei; riprendeva la sua miseria per lei.
Ah! non sola; non era sola nel suo cuore: un’altra voce lo traeva al
suo viaggio. Giungeva dalla città dei boschi e delle lande la voce
di Donetta. Era di notte, andavano insieme ed egli recava sul capo il
carico di sterpi che ella aveva raccolto; si tenevano per mano: ella
anzi aveva preso la mano di lui per stringerla e aveva mormorato alcune
parole di soavità.
Vivevano, in fondo all’anima del solitario, quelle sole parole dolci e
tristi come un singulto represso.
Ascese ancora, sempre più; forse il mio pensiero lo fece gigante.
Ad un tratto lo vidi fermo nell’impeto di luce rossigna che coronava la
vetta del colle sepolcrale.
Al fianco di lui, protesa all’abbraccio, si elevava una croce di ferro.
Ristette un attimo a capo scoperto, poi una voce lo chiamò da altre
rive, da lontani Oceani. Mosse qualche passo ancora su la cima e
dileguò per sempre verso le livide maremme.
Fu allora che si levò nell’aria con le prime stelle il canto nostalgico
dei pastori errabondi.