XXII.

L’uomo e la croce.

La lotta non era finita ancora (la perfetta quiete prelude alla morte,

alla trasmigrazione delle nostre energie verso un’altra lotta ignota)

pure mi ero composto una sicura finalità di vita onde potevo più

liberamente esplicarmi.

Uscendo dal niente, mi ero conquistato anch’io un piccolo posto nel

mondo; il mio lavoro era retribuito; potevo fare assegnamento su la mia

intelligenza alla quale gli uomini avevano dato già qualche valore.

Cominciava allora, è ben vero, il periodo più acerbo; sapevo quante

difficoltà mi sarebbero sorte innanzi a rendermi più difficile il

proseguire; ma che m’importava? Quale pregio avrebbe un qualsiasi

bene se lo si potesse ottenere agevolmente senza affanno? E nel comune

apprezzamento, stimiamo forse un bene le cose che ci sono a portata di

mano e il possesso delle quali non ci costa il minimo sforzo?

Uscito, per merito della mia stessa natura ripugnante da qualsiasi

pervertimento, dalla crisi dell’intelletto e del senso che per poco non

m’aveva respinto nell’ombra dalla quale era uscito, mi trovavo ora, con

la mia dolce amica, nelle migliori disposizioni di spirito e di vita.

La via era aperta; avanti, adunque, verso le lontane aurore su le

quali si affissano gli occhi dell’umanità lanciata sopra una strada

eterna verso un apparente confine; avanti finchè l’armoniosa giovinezza

cantava. Quando sincerità ci accompagna, la nostra voce può destare

qualche eco nelle anime che attendono.

Un campo più vasto di quello che avevo fino allora tentato, mi

seduceva; il campo dell’azione sul quale, fra odii e violenze, le

classi sociali si combattono. Ivi agii in seguito.

Dirò ciò che vidi e vissi della gigantesca lotta fra i poveri e i

ricchi in altra parte del romanzo della vita mia.

Allora, per ciò che riguardava l’armonia dell’anima, ero giunto a

compimento.

Di Sita sapemmo un giorno che aveva ereditato l’enorme patrimonio del

marchese Di Narva e che era partita improvvisamente senza dire ove

andasse a destino.

Dileguava dal nostro mondo chi sa verso quali oblique avventure. Oltre

alla sua bellezza ella possedeva ora l’arme più sicura al dominio: il

denaro.

Che ne avrebbero pensato mai i pescatori del suo oscuro nido disperso

fra le lagune quando fosser venuti a conoscenza di tutto?

Molto probabilmente avrebbero dimenticato Sita di un tempo per

inchinarsi alla signora dell’oggi. D’altra parte ella non sarebbe

ricomparsa mai più su le tredici isolette che reggono Comacchio a

fior dell’acqua; nell’anima di lei non era nè gentilezza di ricordo nè

desiderio di ritorno.

Dalla memoria dei più, col trascorrere del tempo si sarebbe cancellata

l’immagine della superba.

Zalèbi dormiva per sempre nell’Isola della Croce e Diavolo accanto

a lui, nello spazio breve. Poco dopo la mia partenza la verità circa

l’omicidio di Diavolo si era risaputa per la voce di tutto il popolo

e, esaurito qualche inevitabile procedimento burocratico, anche la

Giustizia aveva messo la cosa in tacere. Scomparsa Sita (ed ella, prima

di partire, avea messo nessuno a parte de’ suoi propositi di vendetta)

ogni incentivo al ricordo della tragedia trascorsa era caduto così che,

toltone Pietro e Giovanni della Nave (gli unici due superstiti ai quali

Serenella ripensava sovente con subite tristezze) forse nessun altro

ricordava.

Solo Serenella ed io saremmo ricomparsi laggiù a rallegrare per qualche

giorno la solinga casa troppo silente fra il continuo risciacquio dei

canali.

Era il nostro proposito che avevamo manifestato anche ad Omero.

— Non vorrai essere con noi?

— Non parliamone; c’è tempo ancora — aveva risposto. Poi si era

allontanato pensosamente scuotendo il capo.

Da qualche tempo venivo notando sul suo viso, tracce di un interno

turbamento che non riuscivo a spiegarmi. Gli occhi suoi avevano un

continuo velo di malinconia che scompariva solo quando glie ne muovevo

dolce rimprovero; più volte l’avevo sorpreso seduto all’angolo della

casa vicino al pergolato, la faccia nascosta fra le mani. Siccome

odiava l’inerzia e trovava modo di occupare ogni minuto della sua

vita, quello stato di abbandono, sì nuovo in lui, mi aveva colpito

profondamente. Quale pensiero doloroso l’opprimeva?

Avrei voluto interrogarlo, ma ne conoscevo troppo intimamente il

carattere per tentare una prova che gli sarebbe riuscita discara.

Le nostre attenzioni, il nostro palese affetto lo facevano contento.

Non era stato egli per noi più che un buon padre? Quale dovere lo aveva

spinto a sacrificare la sua vita per il nostro bene?

Il saperlo triste mi era di continua amarezza; ciò turbava un poco la

gioia di quei nostri giorni belli; pure non ne parlavo con Serenella

per non addolorarla. Ella si era legata ad Omero con sì forte tenerezza

femminea che troppo si sarebbe accorata supponendo solo ch’egli potesse

soffrire.

A volte gli imponeva le mani sul capo baciandogli i capelli ed era come

un fregio di grazia il nodo delle piccole mani sul capo che incanutiva.

Omero era invaghito di quell’amore ma lo sfuggiva dolcemente quasi

temesse una commozione troppo intensa. Raccoglieva il frutto della sua

abnegazione.

Era uscito dall’ombra per noi, per noi soli; dal giorno in cui mia

madre era morta mi si era posto al fianco per vigilare sul mio destino

dapprima, su la nostra gioia di poi senza voler nulla per sè, tenendosi

in disparte quando vedeva raggiunta la nostra, la sua volontà. Quale

dio di bontà lo guidava? Per quale profonda dolcezza rendeva agli

uomini bene per male?

Il suo muto cuore stoico aveva incomprensibili grandezze. Il sacrificio

ch’egli compiva in silenzio era come un semplice atto della sua vita

di eroe. E quando aveva dato tutto, anche il poco che possedeva, anche

la sua lacera veste, riprendeva la via senza rivolgersi, per non veder

tristi coloro che abbandonava.

Lo accoglievano diffidenti e piangendo lo vedevano ripartire. Chi era

mai quell’uomo forte e buono che aveva la voce profonda, le parole di

un saggio e gli occhi sì dolci ed azzurri sul viso adusto? Chi era? Da

quale parte era giunto? Dove andava?

Pareva un ramingo, un pezzente, forse un bandito. Giunto nel paese

verso sera, aveva chiesto ospitalità a qualcuno, senza nulla ottenere

perchè i dispersi hanno sempre alle calcagna l’ombra della minaccia.

Rifugiatosi vicino a qualche pagliaio, coi cani, il giorno dopo si era

incaponito a restare benchè tutti gli facessero brutto viso. Nessuno

lo aveva accolto; non gli avevano dato nè una vanga nè un tozzo di

pane. Allora si era unito ai poveri: a coloro che vanno raccogliendo

gli stecchi e gli sterpi lungo le siepi; aveva prestato mano ai bimbi

poveri e soli e ancora gli anziani vedendolo passare avevano gridato:

— Vattene! Chi sei? Che cerchi da quelle creature? — Non si era adirato

mai, neppure una volta; que’ suoi grand’occhi chiari non si turbavano,

nè sapevano l’ira. Così con minor diffidenza gli si eran dischiuse le

porte. E l’avevano veduto lavorare per dieci e voleva solo il pane per

la sua cena e la paglia per dormire. Era dunque un Santo? Le donne

lo guardavano stupite. Poi la diffidenza si cambiava in amore, in

venerazione.

Aveva fatto del bene a tutti, come poteva: soccorrendo i poveri con

l’opera sua e co’ suoi guadagni; si era intromesso nelle sfide; aveva

vinto con la forza i più forti, senza vantarsi, ritraendosi sempre nel

suo grande silenzio di solitaria grandezza.

E un giorno non si era più riveduto. Gli uomini erano corsi nei

dintorni a cercarlo; le donne, i bimbi l’avevano atteso all’aurora e ai

tramonti piangendo invano, invano. Le bisacce su le spalle, gli occhi

fissi al sole occiduo, Omero aveva ripreso la strada interminata.

Era il destino di lui; la sua gioia e il suo dolore eterni.

Quante volte, nelle soste meridiane, allorchè andavamo insieme verso

una comune sorte, avevo intuito da qualche sua vaga parola un simile

ricordo che gli si ridestava nell’anima. Allora abbassava il capo fra

le mani e, quando lo rialzava, gli occhi suoi erano più lucenti.

— Che hai Omero?

— Nulla.

— Rimpiangi il tuo passato?

— Non lo rimpiango, lo vivo.

— E perchè non hai sostato mai?

Tendeva una mano verso l’estremo occidente:

— Perchè c’è chi m’aspetta laggiù.

Una volta sola mi aveva parlato di Donetta e sì intensamente e con tale

commozione che i singhiozzi mi erano saliti alla gola irrefrenabili

perchè in quella tristezza dell’uomo che aveva votato tutta la sua vita

di bontà al ricordo di una creatura amata fugacemente io vedevo una

grandezza divina.

Era ripreso forse dal ricordo, dal rimorso?

Temevo fosse così e di giorno in giorno mi aspettavo il doloroso addio.

Avrei fatto il possibile per trattenerlo; ma sapevo già vano ogni mio

tentativo.

Un giorno Serenella lavorava nelle stanze superiori; si udiva il

suo canto tranquillo. Omero era stato quel giorno più irrequieto del

solito. Ero giunto allora da Roma e mi disponevo a salire allorchè udii

la voce di Omero che mi chiamava. Mi volsi: lo vidi ritto sulla soglia

della capanna nella quale soleva dormire. A’ suoi piedi giacevano le

sue bisacce. Era pallido e commosso. Intesi ma non parlai.

— Duccio — mi disse a voce bassa in cui trascorse come un fremito di

pianto — non dir nulla a Serenella.

— Di che cosa?

— Io parto.

— Parti? E perchè?

— Tu sei felice e Serenella è felice... io non ho più niente da fare

qui: il mio compito è finito. Non parto per sempre: ci rivedremo, non

so quando, ma ci rivedremo. Non pregarmi, non dire ch’io resti, ne

soffrirei. Tu conosci il mio destino. A Serenella dirai, per adesso,

che Paolo mi ha voluto con sè al convento: poi, quando l’idea della

mia lontananza non le sembrerà troppo grave, le dirai la verità. Non

bisogna farla piangere, ha pianto troppo: ne è quasi morta! Promettimi

di far così, Duccio, promettimi di non attristarla per me: mi faresti

tanto più amaro il cammino!

— Ma perchè parti? Che posso fare perchè tu sia contento, perchè tu

riposi tranquillo?

— Niente.

— Vuoi vivere solo?

— No.

— Io non posso nulla, proprio nulla per darti la pace?

— Non puoi nulla!

— E ti ho invidiato un tempo! Credevo tu recassi con te la tua gioia:

libero, solo, soddisfatto...

M’interruppi, il suo viso era divenuto più pallido ancora. Mi guardava

con severità dolente; non avevo udito mai la sua voce tremare così:

— Lo sapevi già, Duccio: Io sono un miserabile!... — Raccolse le

bisacce, si calcò il berretto su gli occhi e si incamminò. Lo seguii

senza aver core di aggiungere parola.

Dall’alto discese la voce di Serenella. Cantava la leggenda del re

Artigù. Omero si rivolse ad ascoltare, poi chinò il capo e proseguì in

silenzio.

A Porta Pia volle lo lasciassi. Mi baciò, si passò il dorso della mano

su gli occhi e partì. Gli tenni dietro da lontano. Era l’ultima volta

forse.

Lo seguii fino al Testaccio.

La grande collina sepolcrale della Roma degli imperatori che la

leggenda, a significare l’inaudita potenza dell’Urbe, disse formata dai

frantumi dei vasi entro ai quali i popoli vinti mandarono annualmente

i loro tributi d’oro e d’argento all’impero, stava contro la luce del

vespero, troneggiando. Si levava oscura e solenne intenta all’arrivo

del nuovo guerriero il quale giunto di un balzo su la cima, tragga

dalle viscere di lei il vermiglio ancìle a propiziare un superbo volo

di fiammanti vittorie su l’Urbe che ancora attende.

Intorno era il silenzio.

Omero proseguiva a buon passo: lo vidi prendere il cammino verso la

vetta solitaria. Andava col capo ricurvo pensando forse gli astati

armentari delle sue lande; il sorriso di un piccolo volto velato dalla

morte.

Ascese, ascese verso la luce estrema, si allontanò su i cieli.

Si udì sotto, nell’ombra, un improvviso tinnire di campanacci. Dalle

rive occulte del Tevere giungeva un immenso gregge che trascorse

compatto come una lenta fiumana, docile alle grida ed ai vincigli dei

pastori dall’aspetto di fauni.

Ma il mio cuore, gli occhi miei erano lassù verso l’uomo che scompariva.

Il sogno e l’aspra libertà, sanguinosa chimera che sospinge gli uomini

servi degli uomini alla furiosa lotta, al grido ribelle, al folle

impeto di rovina; che sospinge gli uomini servi del fato all’amara

solitudine dei dispersi, lo traeva per mano a nuove soste nel mondo

degli ignoti.

Abbandonava tutto per lei; riprendeva la sua miseria per lei.

Ah! non sola; non era sola nel suo cuore: un’altra voce lo traeva al

suo viaggio. Giungeva dalla città dei boschi e delle lande la voce

di Donetta. Era di notte, andavano insieme ed egli recava sul capo il

carico di sterpi che ella aveva raccolto; si tenevano per mano: ella

anzi aveva preso la mano di lui per stringerla e aveva mormorato alcune

parole di soavità.

Vivevano, in fondo all’anima del solitario, quelle sole parole dolci e

tristi come un singulto represso.

Ascese ancora, sempre più; forse il mio pensiero lo fece gigante.

Ad un tratto lo vidi fermo nell’impeto di luce rossigna che coronava la

vetta del colle sepolcrale.

Al fianco di lui, protesa all’abbraccio, si elevava una croce di ferro.

Ristette un attimo a capo scoperto, poi una voce lo chiamò da altre

rive, da lontani Oceani. Mosse qualche passo ancora su la cima e

dileguò per sempre verso le livide maremme.

Fu allora che si levò nell’aria con le prime stelle il canto nostalgico

dei pastori errabondi.

Il Cantico · 第 33 / 42 题