L’altare del dio ignoto.
— Dèstati dèstati amore; dèstati dèstati a cantare! Sono giunte le nubi
bianche, le piccole nubi altissime e la primavera è con loro, il viso
del maggio; il tuo viso Serenella!
Tutto era venuto meno qua dentro, tutto si era oscurato nella mia casa
e nell’anima mia quando sei sorto per me, mio piccolo cuore di sogno.
Levati, socchiudi gli occhi belli, piega le labbra al sorriso; da tanto
tempo veglio in ginocchio il tuo sonno.
L’arco del sole era breve quando ci lasciammo; gli alberi dormivano
e l’ombra loro si allungava su la terra; ora tutti gli orti sono
in fiore; si è compito il miracolo di gioia, anima, e la capinera è
ritornata, la tua piccola sorella.
Dèstati dèstati, il sole è fra le siepi degli orti dove sono i nidi
degli usignoli e le vesti delle rugiade, dove saltellano i ghiri dagli
occhi di onice tersa; è basso e si attarda ad illudere le umili cose
che gettano una grande ombra.
Amica, sorella mia, la terra è tutta un giardino.
Chi viene dai confini del cielo? Non senti il sussurro intorno ai rami
dei meli in fiore? La falcata luna, navicella d’opale, ascende in un
mare di rose, dilegua nell’infinito e dalla siepe di un orto sperduto
giunge il canto di un usignuolo dalla voce d’amore.
È l’amico nostro, Serenella; viene sul fior dell’erba, la fronte
coronata di biancospino; giunge con occhi lucenti e prende la tua, la
mia mano e bacia la tua, la mia bocca!
Vi è una porta sprangata, una porta ignota ai termini della tenebra ed
egli con lieve mano l’ha dischiusa.
Lo senti?... lo vedi?... apri gli occhi stellari, Serenella; l’amore,
il nostro amore è giunto! —
Sotto voce, lentamente io le cantavo così, sul ritmo di una nenia delle
nostre terre, il sommesso invito, ed ella sorrideva socchiudendo gli
occhi e le labbra.
La giovinezza di lei aveva superato il male; il miracolo si era compito
in breve. V’è giorno nella primavera in cui tutte le pratelline si
dischiudono come candide mani di bimbo dalle dita rosee.
Molto si vive di volontà. Ella era già su la pietra del muto confine,
quando si era rivolta per il ritorno e risorgeva innanzi agli occhi
miei ad ora ad ora per meraviglia d’amore.
Omero si aggirava intorno a noi muto e severo come sempre; ma io avevo
sorpreso troppe volte nelle sue pupille chiare ed azzurre un rapido
scintillìo fiammeggiante per non intendere tutta la sua contentezza.
Evitava parlarci forse per non turbare la risorta soavità: si attardava
nell’orto a dirompere le zolle levando il capo talvolta a sogguardare
la casa tranquilla. C’era in quel suo gesto consueto una paterna bontà
commovente.
Pensava che l’acqua, ripresa ormai la sua china, non avrebbe stagnato
più fino al mare dove tutto si fonde in un’anima sola; in una sola
luce. E se ne stava in disparte; pareva lo guidasse una timidezza
estranea. L’anima sua rude e sensibile voleva farsi dimenticare;
il solo pensiero d’interporsi l’avrebbe offesa. E talvolta lo
dimenticavamo per l’amore che è una dolce solitudine di due anime.
Trascorsero giorni e giorni; passarono ore tranquille e serene nel
gran tepore della stagione nuova e Serenella si levò dal suo sonno
triste; si trascinò dapprima al mio braccio lentamente per giungere
fino alla finestra, poi discese, si trattenne nell’orto, ogni giorno un
po’ più, ogni giorno più animata, più colorita, più forte. Le gengive,
le labbra, da pallide che erano, riebber il loro vermiglio; il viso
rifiorì, gli occhi si fecer più vivi e l’anima con essi che dilagò in
un nuovo sentimento d’amore a tutte le cose.
— Rinasco, Duccio; mi pare che solo da ieri io sia nella vita, da
quando sei venuto. Chi può dirmi s’io vivessi veramente prima di
adesso? C’era Serenella, ma l’anima di Serenella non c’era. Tu l’hai
richiamata dal buio e che tu sia benedetto.
L’ascoltavo parlare tremando. Come mai avevo potuto farla soffrire sì
brutalmente per una sciocca illusione?
La sosta all’aperto fu sempre più lunga, poi venne giorno in cui la
bella, nata dalle acque turchine dei Sette Mari, riebbe la sua piena
vita.
Quante generazioni erano passate mai per la casa silenziosa fra
gli orti? La pietra della soglia era consunta; ma quando udivo lo
scricchiolio dei calzari di Serenella, quando udivo la sua voce, il suo
passo là dentro, mi pareva che il piccolo nido fosse sorto per lei sola
e da tempo infinito l’attendesse.
Il nostro primo pensiero, allorchè, come un tempo, andammo per i romiti
sentieri della campagna, fu per la terra lontana. C’è, nel rievocare,
la stessa dolcezza del sogno. Le cose lontane si trasfigurano.
Parlavo a voce lenta ed ella ascoltava, assentiva, sorrideva. Fu così
che per la prima volta, dopo sì lungo sostare, le nostre labbra si
trovarono riunite in un impeto di gioia.
— Ricordi quando si levava dai monti lontani dell’occidente la stella
dell’amore e della notte? In fondo alla laguna l’aria era più chiara
e si vedevano i monti remotissimi di una terra sconosciuta per noi;
da quei monti balzava la prima stella. Ti soffermavi con gli occhi
lucenti: Che cosa porta mai l’astro della sera? — Io tacevo; si udiva
solo il fremito delle sottili canne. Poi passavan sotto la nuova luna,
passavano cantando, raccolte in lunghi sandali neri, le compagne tue
dalla timida voce nei festosi ritornelli. Qualcuna andava a nozze
fra il rosseggiare delle faci. Si udiva l’epitalamio, si udiva un
singhiozzo d’amore. E le fanciulle? Le vergini dal piccolo zendado
che stavano su le vuote soglie a sogguardare dagli occhi incerti e
sognanti? Sarebbe venuta la loro volta? Che cosa portava mai l’astro
della sera?
Scendeva la notte primaverile ed era sì dolce sostare all’aperto! Le
vergini dagli occhi di viola, dal piccolo seno acerbo correvano per le
_fondamenta_ con accese tede di biancospino: — Benvenuta primavera!
Benvenuta sorella verde! — Voci timide ma soavi, ma belle. Passavano
le fiamme a chioma lasciando uno sfolgorìo di falene subito spente e la
città lagunare si cingeva di un diadema di stelle d’oro.
Ricordi il nostro silenzio? Avevamo un tumulto nel core. Così si
sostava ogni notte finchè i pastori scendessero per il Bosco Eliceo a
calpestare i primi gigli del freddo.
Ero giunto anch’io con le greggi a rompere il tuo silenzio. Da terre
lontane, lanciato verso un sogno, mi ero soffermato a guardarti. Ma tu
eri sì alta su la tua soglia, chi poteva giungere fino a te? Eri come
un fiore sbocciato in un giardino chiuso. Eppure mi trattenni per il
tuo primo sorriso!...
Dopo avermi ascoltato con gli occhi fissi lontano, nel cielo
lontano dove smorivan le nubi, si volgeva ad un tratto e mi guardava
intensamente quasi a rassicurarsi ch’ero ben io che parlavo; poi, gli
occhi si addolcivano nell’acconsentimento.
Si seguiva a volte il corso dell’Aniene; a volte sostavamo sotto i
grandi archi rossigni di qualche acquedotto in rovina o vicino a un
disperso sepolcro ai limiti della solitudine.
A me fiorivan su le labbra i baci e gli inni; traboccavan su dall’anima
commossa perdutamente. E Serenella ascoltava e taceva abbrividendo per
la troppa dolcezza.
Eravamo arrivati a quel punto per foschi roveti; non sono pianeggianti
le vie della gioia nè aperte e battute; avevamo quasi disperato della
vita per giungere ma il cantico superbo dell’amore si levava ora, per
noi, come un volo d’aquile scagliate contro il rutilante sole, nei
cieli altissimi.
Che mi poteva turbare ormai? Non i pallidi compagni, gli elucubratori
di sterili dottrine pomposamente drappeggiate nella porpora.
L’abbagliante sfoggio dei loro paradossi non bastava a nascondere o ad
abbellire il fine bestiale.
Non Sita. Senza odio e senza rancore, spenta l’aspra crisi in cui mi
dibattevo peritando, era scomparsa per me anche l’immagine di lei.
L’amore non è fatto di violenza: Sita era trascorsa simile a una nave
in fiamme sopra un cupo mare sconvolto da una tempesta notturna.
L’anima mia, in una chiarezza mattinale, risaliva alle sue origini di
semplicità. Una volta ancora sentivo la gioia, la forza, il significato
della vita. Ben temprato al dolore che non aveva saputo rendermi
cinico, nè farmi schiavo, nè abbattermi, levavo una volta ancora la
fronte al mio sogno, io che non recavo altro fra gli uomini se non
quel poco d’armonia che aveva sorriso a mia madre dal piccolo mondo,
dall’universo stellare. Il lavoro in cui ogni uomo lascia il segno
della sua volontà su le brevi vie della terra e l’amore in cui l’anima
s’imparadisa verso l’ignoto, questo il confine o meglio il ritmo della
vita.
Avevo ben visto su la mia via orribili sciagure, tragiche disperazioni,
rovine inenarrabili e avevo visto le creature colpite levarsi
foscamente e fissare con occhi torti il cielo e scagliare a Dio la
bestemmia e la maledizione. Il cielo splendeva sereno e l’affannata
gente bestemmiava e malediceva sè stessa. Guai a chi si sente troppo
solo nel mondo; guai a chi non conosce l’amore che è il divino segno
della natura nostra.
Solo le aquile delle sommità, sanno soffrire e morire sdegnosamente nel
silenzio.
Ma il grande stuolo deve rispondere alle sue leggi d’armonia, solo da
queste si irradia la gioia e la pace.
Vivemmo in quei primi giorni del ritorno quasi inconsapevoli ancora
di tutto il nostro bene. Era su la terra e nel nostro cuore una
trasfigurazione gentile.
Io mi sentivo oppresso da una moltitudine di pensieri che non potevo
esprimere; ogni mia sensazione si era affinata; il sorriso di tutte
le cose aggiungeva un suono, un colore, un’idea al mio cantico
fraterno; non dall’attimo nè dal tempo; non dal minimo nè dall’infinito
discendeva in me forma o pensiero discordante. Serenella, la capinera
degli orti, si stringeva al mio braccio sorridendo, sempre più bella.
Nelle ore in cui, per necessità di vita, riprendevo l’interrotto
lavoro, ella sedeva in disparte a compire qualche sua opera femminile.
Sedeva presso una finestra o passava per la stanza sì lievemente ch’io
l’avvertivo appena.
Trascorrevano giorni dolcissimi. Il primo sole ci svegliava; il canto
delle creature festose che spiano sui prati o fra le rame il ritorno
dell’astro d’oro saliva alle nostre camerette ch’erano sotto ai tetti.
Dalla finestra aperta irrompeva una deliziosa frescura; vedevamo le
prime nubi rosee navigare per l’incantevole giovinezza del cielo. Come
tremavano le anime nostre dietro le forme vanenti!
E di lassù, simile ad un annunzio solare, scendeva il trillo delle
allodole, il canto che trema in note perdute e gorgoglia ed ha il
fremito, il chiocchiolio delle piccole fonti.
I rami più alti dei meli che salivano a spiare dal piccolo vano delle
nostre finestre, i rami tutti fioriti si tingevano lievissimamente
d’oro. Talvolta ondulavano per il posarsi di una cincia fra corolla e
corolla.
Mi appoggiavo al davanzale. Omero era già partito con la sua carretta.
Il lontano orizzonte era chiuso dai monti Albani biancheggianti qua e
là di paesi e di ville fino alla vetta di Monte Cavo. Dietro la grande
ombra azzurra pareva si stendesse un incognito mare lucente.
Più vicino, la terra si raccoglieva nella sua fioritura. Oltre la
siepe dell’orto mormorava un fontanile ombreggiato dalle rame di un
pesco e nell’acqua tersa, dallo sfondo del cielo, spuntavano altri rami
parimenti in fiore. Le rondini rasentavano guizzando con lunghe strida
le acque dell’Aniene.
Ad un tratto dalla cameretta vicina si levava una voce, un canto dolce,
poi udivo un lieve picchiare all’uscio.
— Duccio? Amico mio?
Appariva col suo zendado su le spalle, animata dal sonno tuttavia;
superbamente giovane e bella. Fioriva il collo, nella sua soave
nudità, dalle radici del seno al principio della gola dove ancor più
si ingentiliva in una morbidezza di giacinto e il viso, bianco come
un alburno, si ravvivava su le guance di un rossore tenuissimo. La mia
bella Boopis aveva gli occhi sì grandi sotto il lieve arco cigliare e
così puri! Tutta l’anima del mattino e della primavera si specchiava in
quelle nere pupille!
Scendevamo nell’orto. Ella si riempiva il grembo di fiori per adornarne
il mio tavolo da lavoro. Andava tacita fra pianta e pianta sotto
il sole novello che le accendeva i capelli dello stesso color delle
viole. La vedevo chinarsi con atti aggraziati. La figura sottile, dalla
mollezza di uno stelo, non aveva mai disarmonie. Le sue stesse mani
facevano sbocciare i fiori: non era ella la Primavera?
La veste chiara, la messe floreale, quel suo incedere lieve, quasi
inaudibile per cui pareva sfiorasse la terra, e il nimbo, il gran
nimbo d’oro del mattino che tutta l’avvolgeva compivano la grazia
dell’incanto.
La seguivo da lontano per non turbarla. Intorno a noi, dalle siepi,
dall’intrichio dei rami stridevano le cincie inseguendosi fra voli e
frulli.
Ad un tratto si volgeva verso me con un sorriso.
— Perchè stai tanto lontano? Ho finito. Vado a portare i fiori sul tuo
tavolo. Mi aspetti?
— Ti aspetto.
Udivo il suo canto dalla piccola casa. E ricompariva in un battibaleno.
A volte sostavamo su l’orlo del fontanile. Ella guardava l’acqua che
pareva si stendesse limpidissima sopra un altro cielo ma più pallido,
più remoto.
— Eccoci isolati fra due cieli — diceva sorridendo. — Guarda Duccio,
come una barca sul mare!
E ancora:
— Perchè dicono che gli alberi non hanno un’anima? Gli uomini non sanno
parlare come gli alberi fioriscono! Noi ci esprimiamo con la parola
e gli alberi col colore. Non ti sembra più bello? Fanno meno chiasso
loro, e dicono tante cose di più!
Poi rompeva in un chiaro riso appoggiando il capo su la mia spalla.
Talvolta mi guardava fra il serio e il faceto per chiedermi
improvvisamente:
— Ti sembro molto sciocca?
E come la fissavo, stupìto dalla subita domanda riprendeva:
— Rispondi, rispondi.
— Ma perchè mi chiedi una cosa tanto strana?
— Perchè? — dopo un attimo di silenzio, sotto voce, come per farsi
perdonare sussurrava:
— Perchè ho paura di non piacerti abbastanza!