XXI.

L’altare del dio ignoto.

— Dèstati dèstati amore; dèstati dèstati a cantare! Sono giunte le nubi

bianche, le piccole nubi altissime e la primavera è con loro, il viso

del maggio; il tuo viso Serenella!

Tutto era venuto meno qua dentro, tutto si era oscurato nella mia casa

e nell’anima mia quando sei sorto per me, mio piccolo cuore di sogno.

Levati, socchiudi gli occhi belli, piega le labbra al sorriso; da tanto

tempo veglio in ginocchio il tuo sonno.

L’arco del sole era breve quando ci lasciammo; gli alberi dormivano

e l’ombra loro si allungava su la terra; ora tutti gli orti sono

in fiore; si è compito il miracolo di gioia, anima, e la capinera è

ritornata, la tua piccola sorella.

Dèstati dèstati, il sole è fra le siepi degli orti dove sono i nidi

degli usignoli e le vesti delle rugiade, dove saltellano i ghiri dagli

occhi di onice tersa; è basso e si attarda ad illudere le umili cose

che gettano una grande ombra.

Amica, sorella mia, la terra è tutta un giardino.

Chi viene dai confini del cielo? Non senti il sussurro intorno ai rami

dei meli in fiore? La falcata luna, navicella d’opale, ascende in un

mare di rose, dilegua nell’infinito e dalla siepe di un orto sperduto

giunge il canto di un usignuolo dalla voce d’amore.

È l’amico nostro, Serenella; viene sul fior dell’erba, la fronte

coronata di biancospino; giunge con occhi lucenti e prende la tua, la

mia mano e bacia la tua, la mia bocca!

Vi è una porta sprangata, una porta ignota ai termini della tenebra ed

egli con lieve mano l’ha dischiusa.

Lo senti?... lo vedi?... apri gli occhi stellari, Serenella; l’amore,

il nostro amore è giunto! —

Sotto voce, lentamente io le cantavo così, sul ritmo di una nenia delle

nostre terre, il sommesso invito, ed ella sorrideva socchiudendo gli

occhi e le labbra.

La giovinezza di lei aveva superato il male; il miracolo si era compito

in breve. V’è giorno nella primavera in cui tutte le pratelline si

dischiudono come candide mani di bimbo dalle dita rosee.

Molto si vive di volontà. Ella era già su la pietra del muto confine,

quando si era rivolta per il ritorno e risorgeva innanzi agli occhi

miei ad ora ad ora per meraviglia d’amore.

Omero si aggirava intorno a noi muto e severo come sempre; ma io avevo

sorpreso troppe volte nelle sue pupille chiare ed azzurre un rapido

scintillìo fiammeggiante per non intendere tutta la sua contentezza.

Evitava parlarci forse per non turbare la risorta soavità: si attardava

nell’orto a dirompere le zolle levando il capo talvolta a sogguardare

la casa tranquilla. C’era in quel suo gesto consueto una paterna bontà

commovente.

Pensava che l’acqua, ripresa ormai la sua china, non avrebbe stagnato

più fino al mare dove tutto si fonde in un’anima sola; in una sola

luce. E se ne stava in disparte; pareva lo guidasse una timidezza

estranea. L’anima sua rude e sensibile voleva farsi dimenticare;

il solo pensiero d’interporsi l’avrebbe offesa. E talvolta lo

dimenticavamo per l’amore che è una dolce solitudine di due anime.

Trascorsero giorni e giorni; passarono ore tranquille e serene nel

gran tepore della stagione nuova e Serenella si levò dal suo sonno

triste; si trascinò dapprima al mio braccio lentamente per giungere

fino alla finestra, poi discese, si trattenne nell’orto, ogni giorno un

po’ più, ogni giorno più animata, più colorita, più forte. Le gengive,

le labbra, da pallide che erano, riebber il loro vermiglio; il viso

rifiorì, gli occhi si fecer più vivi e l’anima con essi che dilagò in

un nuovo sentimento d’amore a tutte le cose.

— Rinasco, Duccio; mi pare che solo da ieri io sia nella vita, da

quando sei venuto. Chi può dirmi s’io vivessi veramente prima di

adesso? C’era Serenella, ma l’anima di Serenella non c’era. Tu l’hai

richiamata dal buio e che tu sia benedetto.

L’ascoltavo parlare tremando. Come mai avevo potuto farla soffrire sì

brutalmente per una sciocca illusione?

La sosta all’aperto fu sempre più lunga, poi venne giorno in cui la

bella, nata dalle acque turchine dei Sette Mari, riebbe la sua piena

vita.

Quante generazioni erano passate mai per la casa silenziosa fra

gli orti? La pietra della soglia era consunta; ma quando udivo lo

scricchiolio dei calzari di Serenella, quando udivo la sua voce, il suo

passo là dentro, mi pareva che il piccolo nido fosse sorto per lei sola

e da tempo infinito l’attendesse.

Il nostro primo pensiero, allorchè, come un tempo, andammo per i romiti

sentieri della campagna, fu per la terra lontana. C’è, nel rievocare,

la stessa dolcezza del sogno. Le cose lontane si trasfigurano.

Parlavo a voce lenta ed ella ascoltava, assentiva, sorrideva. Fu così

che per la prima volta, dopo sì lungo sostare, le nostre labbra si

trovarono riunite in un impeto di gioia.

— Ricordi quando si levava dai monti lontani dell’occidente la stella

dell’amore e della notte? In fondo alla laguna l’aria era più chiara

e si vedevano i monti remotissimi di una terra sconosciuta per noi;

da quei monti balzava la prima stella. Ti soffermavi con gli occhi

lucenti: Che cosa porta mai l’astro della sera? — Io tacevo; si udiva

solo il fremito delle sottili canne. Poi passavan sotto la nuova luna,

passavano cantando, raccolte in lunghi sandali neri, le compagne tue

dalla timida voce nei festosi ritornelli. Qualcuna andava a nozze

fra il rosseggiare delle faci. Si udiva l’epitalamio, si udiva un

singhiozzo d’amore. E le fanciulle? Le vergini dal piccolo zendado

che stavano su le vuote soglie a sogguardare dagli occhi incerti e

sognanti? Sarebbe venuta la loro volta? Che cosa portava mai l’astro

della sera?

Scendeva la notte primaverile ed era sì dolce sostare all’aperto! Le

vergini dagli occhi di viola, dal piccolo seno acerbo correvano per le

_fondamenta_ con accese tede di biancospino: — Benvenuta primavera!

Benvenuta sorella verde! — Voci timide ma soavi, ma belle. Passavano

le fiamme a chioma lasciando uno sfolgorìo di falene subito spente e la

città lagunare si cingeva di un diadema di stelle d’oro.

Ricordi il nostro silenzio? Avevamo un tumulto nel core. Così si

sostava ogni notte finchè i pastori scendessero per il Bosco Eliceo a

calpestare i primi gigli del freddo.

Ero giunto anch’io con le greggi a rompere il tuo silenzio. Da terre

lontane, lanciato verso un sogno, mi ero soffermato a guardarti. Ma tu

eri sì alta su la tua soglia, chi poteva giungere fino a te? Eri come

un fiore sbocciato in un giardino chiuso. Eppure mi trattenni per il

tuo primo sorriso!...

Dopo avermi ascoltato con gli occhi fissi lontano, nel cielo

lontano dove smorivan le nubi, si volgeva ad un tratto e mi guardava

intensamente quasi a rassicurarsi ch’ero ben io che parlavo; poi, gli

occhi si addolcivano nell’acconsentimento.

Si seguiva a volte il corso dell’Aniene; a volte sostavamo sotto i

grandi archi rossigni di qualche acquedotto in rovina o vicino a un

disperso sepolcro ai limiti della solitudine.

A me fiorivan su le labbra i baci e gli inni; traboccavan su dall’anima

commossa perdutamente. E Serenella ascoltava e taceva abbrividendo per

la troppa dolcezza.

Eravamo arrivati a quel punto per foschi roveti; non sono pianeggianti

le vie della gioia nè aperte e battute; avevamo quasi disperato della

vita per giungere ma il cantico superbo dell’amore si levava ora, per

noi, come un volo d’aquile scagliate contro il rutilante sole, nei

cieli altissimi.

Che mi poteva turbare ormai? Non i pallidi compagni, gli elucubratori

di sterili dottrine pomposamente drappeggiate nella porpora.

L’abbagliante sfoggio dei loro paradossi non bastava a nascondere o ad

abbellire il fine bestiale.

Non Sita. Senza odio e senza rancore, spenta l’aspra crisi in cui mi

dibattevo peritando, era scomparsa per me anche l’immagine di lei.

L’amore non è fatto di violenza: Sita era trascorsa simile a una nave

in fiamme sopra un cupo mare sconvolto da una tempesta notturna.

L’anima mia, in una chiarezza mattinale, risaliva alle sue origini di

semplicità. Una volta ancora sentivo la gioia, la forza, il significato

della vita. Ben temprato al dolore che non aveva saputo rendermi

cinico, nè farmi schiavo, nè abbattermi, levavo una volta ancora la

fronte al mio sogno, io che non recavo altro fra gli uomini se non

quel poco d’armonia che aveva sorriso a mia madre dal piccolo mondo,

dall’universo stellare. Il lavoro in cui ogni uomo lascia il segno

della sua volontà su le brevi vie della terra e l’amore in cui l’anima

s’imparadisa verso l’ignoto, questo il confine o meglio il ritmo della

vita.

Avevo ben visto su la mia via orribili sciagure, tragiche disperazioni,

rovine inenarrabili e avevo visto le creature colpite levarsi

foscamente e fissare con occhi torti il cielo e scagliare a Dio la

bestemmia e la maledizione. Il cielo splendeva sereno e l’affannata

gente bestemmiava e malediceva sè stessa. Guai a chi si sente troppo

solo nel mondo; guai a chi non conosce l’amore che è il divino segno

della natura nostra.

Solo le aquile delle sommità, sanno soffrire e morire sdegnosamente nel

silenzio.

Ma il grande stuolo deve rispondere alle sue leggi d’armonia, solo da

queste si irradia la gioia e la pace.

Vivemmo in quei primi giorni del ritorno quasi inconsapevoli ancora

di tutto il nostro bene. Era su la terra e nel nostro cuore una

trasfigurazione gentile.

Io mi sentivo oppresso da una moltitudine di pensieri che non potevo

esprimere; ogni mia sensazione si era affinata; il sorriso di tutte

le cose aggiungeva un suono, un colore, un’idea al mio cantico

fraterno; non dall’attimo nè dal tempo; non dal minimo nè dall’infinito

discendeva in me forma o pensiero discordante. Serenella, la capinera

degli orti, si stringeva al mio braccio sorridendo, sempre più bella.

Nelle ore in cui, per necessità di vita, riprendevo l’interrotto

lavoro, ella sedeva in disparte a compire qualche sua opera femminile.

Sedeva presso una finestra o passava per la stanza sì lievemente ch’io

l’avvertivo appena.

Trascorrevano giorni dolcissimi. Il primo sole ci svegliava; il canto

delle creature festose che spiano sui prati o fra le rame il ritorno

dell’astro d’oro saliva alle nostre camerette ch’erano sotto ai tetti.

Dalla finestra aperta irrompeva una deliziosa frescura; vedevamo le

prime nubi rosee navigare per l’incantevole giovinezza del cielo. Come

tremavano le anime nostre dietro le forme vanenti!

E di lassù, simile ad un annunzio solare, scendeva il trillo delle

allodole, il canto che trema in note perdute e gorgoglia ed ha il

fremito, il chiocchiolio delle piccole fonti.

I rami più alti dei meli che salivano a spiare dal piccolo vano delle

nostre finestre, i rami tutti fioriti si tingevano lievissimamente

d’oro. Talvolta ondulavano per il posarsi di una cincia fra corolla e

corolla.

Mi appoggiavo al davanzale. Omero era già partito con la sua carretta.

Il lontano orizzonte era chiuso dai monti Albani biancheggianti qua e

là di paesi e di ville fino alla vetta di Monte Cavo. Dietro la grande

ombra azzurra pareva si stendesse un incognito mare lucente.

Più vicino, la terra si raccoglieva nella sua fioritura. Oltre la

siepe dell’orto mormorava un fontanile ombreggiato dalle rame di un

pesco e nell’acqua tersa, dallo sfondo del cielo, spuntavano altri rami

parimenti in fiore. Le rondini rasentavano guizzando con lunghe strida

le acque dell’Aniene.

Ad un tratto dalla cameretta vicina si levava una voce, un canto dolce,

poi udivo un lieve picchiare all’uscio.

— Duccio? Amico mio?

Appariva col suo zendado su le spalle, animata dal sonno tuttavia;

superbamente giovane e bella. Fioriva il collo, nella sua soave

nudità, dalle radici del seno al principio della gola dove ancor più

si ingentiliva in una morbidezza di giacinto e il viso, bianco come

un alburno, si ravvivava su le guance di un rossore tenuissimo. La mia

bella Boopis aveva gli occhi sì grandi sotto il lieve arco cigliare e

così puri! Tutta l’anima del mattino e della primavera si specchiava in

quelle nere pupille!

Scendevamo nell’orto. Ella si riempiva il grembo di fiori per adornarne

il mio tavolo da lavoro. Andava tacita fra pianta e pianta sotto

il sole novello che le accendeva i capelli dello stesso color delle

viole. La vedevo chinarsi con atti aggraziati. La figura sottile, dalla

mollezza di uno stelo, non aveva mai disarmonie. Le sue stesse mani

facevano sbocciare i fiori: non era ella la Primavera?

La veste chiara, la messe floreale, quel suo incedere lieve, quasi

inaudibile per cui pareva sfiorasse la terra, e il nimbo, il gran

nimbo d’oro del mattino che tutta l’avvolgeva compivano la grazia

dell’incanto.

La seguivo da lontano per non turbarla. Intorno a noi, dalle siepi,

dall’intrichio dei rami stridevano le cincie inseguendosi fra voli e

frulli.

Ad un tratto si volgeva verso me con un sorriso.

— Perchè stai tanto lontano? Ho finito. Vado a portare i fiori sul tuo

tavolo. Mi aspetti?

— Ti aspetto.

Udivo il suo canto dalla piccola casa. E ricompariva in un battibaleno.

A volte sostavamo su l’orlo del fontanile. Ella guardava l’acqua che

pareva si stendesse limpidissima sopra un altro cielo ma più pallido,

più remoto.

— Eccoci isolati fra due cieli — diceva sorridendo. — Guarda Duccio,

come una barca sul mare!

E ancora:

— Perchè dicono che gli alberi non hanno un’anima? Gli uomini non sanno

parlare come gli alberi fioriscono! Noi ci esprimiamo con la parola

e gli alberi col colore. Non ti sembra più bello? Fanno meno chiasso

loro, e dicono tante cose di più!

Poi rompeva in un chiaro riso appoggiando il capo su la mia spalla.

Talvolta mi guardava fra il serio e il faceto per chiedermi

improvvisamente:

— Ti sembro molto sciocca?

E come la fissavo, stupìto dalla subita domanda riprendeva:

— Rispondi, rispondi.

— Ma perchè mi chiedi una cosa tanto strana?

— Perchè? — dopo un attimo di silenzio, sotto voce, come per farsi

perdonare sussurrava:

— Perchè ho paura di non piacerti abbastanza!

Il Cantico · 第 31 / 42 题