Il piacere.
In quale nuova invincibile illusione ero caduto? Dove mi aveva tratto
mai la flammivoma chimera, il meraviglioso mostro dell’infinito?
Sentivo esattamente l’inganno nel quale vivevo e una vaga ansietà
si dibatteva in fondo all’anima mia senza vincere il nuovo senso
d’insofferenza sorto in me per ogni dubbiosa voce, per ogni improvviso
richiamo della coscienza.
Un orgasmo fisico spinto alle sue estreme conseguenze, mi teneva di
continuo. La mia giovinezza casta si era ridestata avvolta in una
turbinosa fiamma; il senso della vertigine la stordiva inebriandola.
Non pensavo, non volevo pensare; vivevo in una terribile discontinuità
psichica, preso dall’impura violenza del senso; ogni mia visione era
torbida, affannosa, ritornava per mille vie agli stessi aspetti, agli
stessi atteggiamenti, agli stessi deliri della voluttà; una diabolica
follia mi traeva per l’ardente roveto nel quale fra aspre grida e
contorcimenti si consuma l’insaziata concupiscenza farneticando.
Era una crisi impetuosa e ottenebrante dalla quale non sapevo poter
sorgere ancora.
Ne ho l’immagine di una piovra orrenda dagli innumerevoli tentacoli che
si protende blanda, carezzosamente ti avvolge, ti stordisce e non ti
lascia un attimo, anzi moltiplica i suoi baci, ti stringe, s’avvinghia,
s’incanisce furiosa e fremebonda finchè non t’abbia distrutto. La
terribile contaminazione trae di continuo il suo fosco popolo disfatto
alla follia ed alla morte.
Ma allora ero ebbro; la stessa mia castità aveva affrettato il
fenomeno fisiologico; da un perfetto stato di calma ogni mia forza era
trascorsa nel delirio; si era levata in me, squassando le fiammanti
chiome, l’ombra obliqua e superba del piacere infrenato e faceva
vibrare spasmodicamente il mio giovane corpo come una tesa minugia; si
era levata simile a persona che superata a fortissimo stento un’erta
precipitosa e dirupante, raggiunge di un balzo la cima, ivi s’impianta
e dominando rimane.
Le mie avide labbra tese agli orli dell’aurea coppa indelibata
tremavano per la siziente bramosia e quanto più avevo tanto più
desideravo. Ricordo il breve trascorso come attraverso l’incubo di
un’altissima febbre.
Sconvolto dalle dottrine edonistiche, non trovavo freno che bastasse
al mio dirupare. La dispoglia nave correva perdutamente alla deriva nel
mare tempestoso ed oscuro.
Era quella dunque la finalità che mi ero imposta di continuo nella vita
avventurosa e tribolata? Quella la gioia, quella la tranquillità soave
d’amore?
Le domande che salivano timide nelle rare limpidezze del mio pensiero
erano ben tosto ricacciate quali sciocche paure, quali viltà di
un’anima schiava del pregiudizio. Non so quale cinica violenza
ottundesse ogni mio senso intellettivo; solo a volte avevo l’esatta
coscienza della mia pazza bestialità.
A Serenella non pensavo se non nei momenti di abbandono e mi appariva
allora, irraggiungibile, perduta in un silenzio interminato come la
stella dell’albore.
Sita compiva la sua vendetta.
Fin dalla prima sera, nel villino di Eduardo De Diensi, ella mi aveva
sì fortemente avvinto da farmi dimenticare l’ombra oscura del passato e
da sorgermi innanzi come persona nuova, tutt’affatto diversa da ciò che
era stata un tempo. E nelle apparenze, in vero, era alquanto diversa,
ma nell’anima no, la perversità dell’anima di lei si manteneva intatta.
Nei giorni che seguirono non la rividi e mi trattenni dal frequentare
il villino De Diensi per non incontrarla. Presagivo l’oscuro influsso
che avrebbe esercitato su me e volevo difendermene per quel senso
d’indipendenza che mi sarebbe piaciuto serbare in ogni atto della vita
e per la quiete della quale il mio lavoro necessitava.
Ma era acceso il mio sangue sì che non potevo ottenere il desiderato
riposo psichico. Invano mi costringevo per ore ed ore ad una forzata
veglia sui libri; l’attenzione mi sfuggiva. Leggevo intere pagine
senza intenderne il senso; vi ritornavo varie volte ottenendo lo
stesso risultato: dopo qualche riga, per un fenomeno di sdoppiamento
comunissimo, la parte più viva del mio intelletto non seguiva la
lettura; trasmutantesi in puro atto meccanico, ma si perdeva in una
varia e rapidissima figurazione di immagini impure, di lussuriose
lascivie, di aspre violazioni onde, dopo vane ore di lotta, mi levavo
con la fronte accesa, coi polsi, con tutte le vene tremanti e mi
appoggiavo al davanzale della finestra sperando qualche ristoro dalla
brezza notturna.
Da simili stati di massimo eccitamento, caduto in subite prostrazioni,
ne sorgevo avendo in gran dispetto me stesso per le sciocche paure che
mi tenevano tuttavia lontano da lei. Perchè dovevo soffrire tanto? Ero
io adunque qualche antico cenobita aspirante alla suprema grazia del
paradiso? Non era ridicola, puerile la continua lotta che mi toglieva
anche la possibilità del lavoro? Soddisfatto il desiderio, la calma
sarebbe ritornata e forse il disgusto.
Pure l’immagine di Zalèbi, del fratello morto, mi teneva ancora e
mi avrebbe tenuto sempre lontano da Sita; mi pareva che la maliarda
sorgesse tutta contaminata da quel giovane sangue, credevo che avrei
potuto averne improvviso ribrezzo se l’ombra dolente del povero amico
fosse sorta fra noi. Poi la piccola stella dell’albore appariva col
suo tranquillo e mesto riso fra le rosse nubi a quando a quando; viveva
radicata in fondo aìl’anima mia.
Sita mi aveva detto, nella funesta sera dell’incontro:
— Duccio, dimmi che hai dimenticato tutto; che niente più sorgerà dal
passato per te; che tu mi guardi ora come se mi vedessi per la prima
volta!
E quantunque avvertissi l’insidia delle sue parole, tratto dalla
vertigine della persona maravigliosamente protesa, avevo promesso ciò
ch’ella chiedeva.
— Io ti ho voluto bene sempre sempre — aveva ripreso — era la gelosia
che mi accecava; anche laggiù ho pensato a te dal primo giorno che ti
ho veduto. Ma ora mi perdoni, tu mi perdoni... io mi getterò a’ tuoi
piedi, io bacerò la terra dove passi, ti benedirò se mi batterai,
se vorrai battermi fino a farmi morire.... ti benedirò sempre sempre
perchè ti amo e ne soffro!
L’ironico stupore che ferveva entro l’anima mia era vinto dal diabolico
fascino di Sita. Quale altro male meditava? Quale via sceglieva per
trarmi all’inganno dal quale ero sfuggito una volta? Eppure la sua
bellissima maschera celava sì bene la menzogna, c’era nelle parole di
lei un impeto tale di sincerità, ch’io scrollai le spalle e mi dissi:
— Ebbene che m’importa di tutto s’io posso goderla? Se posso tenerla
vinta sotto le mie braccia? — E, la mente torbida ed annebbiata,
cedetti.
Fu anche un orgoglio virile che mi sospinse: quella donna che tanti
desideravano inutilmente e per la quale avrebbero speso tesori veniva
ad offrirsi a me e mi pregava; potevo io disdegnarla per un meschino
senso di vigliaccheria? Potevo mostrarmi agli occhi di lei pusillanime?
Non era mio costume la paura, molto meno poi quando la minaccia mi
sorgesse apertamente di fronte; non ebbi esitanze e tutto ciò ch’ella
volle promisi.
— Verrai a trovarmi?
— Sì.
— Quando?
— Prestissimo.
— Posso accoglierti degnamente. Conosci il mio villino ai quartieri
Ludovisi?
— Lo conosco.
— Vieni nel pomeriggio, alle cinque; sono sempre sola in quell’ora.
— Verrò.
— Promettimelo!
— Te lo prometto.
Poi con un lunghissimo bacio aveva voluto lasciarmi come il suggello
del desiderio.
Per quella notte e per tutto il giorno seguente non ebbi bene;
cominciava la crisi del piacere e della sofferenza.
Trascorsero tre giorni così; un’ombra sola valse a trattenermi: l’ombra
di Zalèbi. Si levava tragica e fosca bestemmiando il nome di lei e
la perfidia sua; sorgeva da un’immensa tenebra tinta leggermente di
sanguigno agli estremi limiti, apparizione cinerea che mi ossessionava;
l’avevo sempre innanzi agli occhi: li tenessi aperti e fermi su la
fiamma della lucerna, reclinati su le carte o chiusi per il sospirato
ristoro del sonno; non mi abbandonava un attimo, vegliando in quella
sua rigidità spettrale che m’incuteva spavento. Erano fisse entro
l’anima mia quelle pupille scrutanti e minacciose quasi a leggerne ogni
segreto, ogni più riposta voglia; fisse terribilmente dall’immobilità
del volto composto nel supremo segno della morte.
Ne avevo pietà e ribrezzo; commovimento ed orrore. E lo spettro
dell’incipiente rimorso non scompariva se non quando improvvisi turbini
di immaginazioni lussuriose irrompevano in una ridda di procaci nudità
a rinnovellare l’ansimante bramosia del possesso.
Alla sera del terzo giorno qualcuno bussò alla porta della mia stanza;
senza volgermi gridai l’invito ad entrare e mi attendevo qualche strana
domanda dalla mia vecchia abruzzese, allorchè un sottile fruscio, un
grato profumo, la sensazione di esser guardato fissamente mi fecero
volgere di scatto:
— Sita! Tu qui?
— Io — rispose sorridendo la maliarda.
— Come mai sei venuta?
— Volevo vederti; tu non sei stato uomo di parola.
— Avevo troppo lavoro — mormorai.
— Non ti chiedo scuse; non sono venuta per rimproverarti; avevo bisogno
di stare un poco con te e non ho resistito al desiderio.
Indossava una superba veste di velluto blu cupo. La persona alta e
sottile, la bianchezza del volto ed il grande volume dei capelli rossi
ne traevano splendore. Con un bel gesto delle braccia che si levarono
arcuandosi e dettero maggior risalto alla soave procacità del seno,
si tolse il ricco cappello dalla larga tesa ricadente sul dinanzi ad
ombreggiare il viso e apparve come in una nuova intimità sotto il casco
dei capelli spartiti a mezzo la nuca in due volute condiscendenti su
le piccole orecchie rosee; poi volse i grandi occhi verdi, leggermente
obliqui come due foglie di saggitària opposte a uno stelo, e disse
accostandosi al tavolo sul quale erano sparsi alla rinfusa libri e
carte:
— Ti ho disturbato?
— No davvero! — esclamai sedendo vicino a lei.
— Posso restare un poco?
— Fin che vorrai.
— E... verrai a restituirmi la visita?
— Verrò.
— Voglio un impegno formale.
— M’impegno formalmente!
— Ciò non vale. Vediamo: quando verrai?
— Posdomani.
— Benissimo. A che ora?
— Alle cinque. Ti par tardi?
— No, è troppo presto! — rispose scoprendo la bianchissima gola nel
riso. — È troppo presto; ho un _five o’ clock tea_ all’Hôtel de Russie
a quell’ora, posdomani.
— Come? Hai già fatto l’ingresso nel gran mondo cosmopolita?
— Ma certo! Ho approfittato del mistero che mi circondava. Desto una
curiosità enorme. Il marchese Di Narva ne è entusiasta; mi presenta
sempre come sua cugina e i più credono all’inganno. Gli altri
continuano a sostenere ch’io vengo chi sa da quale parte del mondo.
Alcuni si sono incaponiti a spacciarmi per una rivoluzionaria russa. Li
lascio dire; che mi importa? La mia condotta è irreprensibile e ciò mi
salva.
— Irreprensibile? — chiesi levando gli occhi a ironica interrogazione.
— Ma certo — rispose — non uno fra i tuoi amici può vantarsi di avermi
sfiorato una guancia con una mano. So tenerli alla debita distanza. Ti
ha meravigliato vedermi al villino De Diensi? Ci sono andata e ci vado
perchè.... indovina un po’ il perchè?
— Non saprei.
— Perchè mi avevano detto ci capitava un certo Duccio della Bella ch’io
voleva rivedere!
— Per ritentare...
— Basta!... — gridò ponendomi una mano su la bocca. Si era fatta ad un
tratto pallida.
— Non avevamo detto — riprese lentamente, a bassa voce, guardandomi
negli occhi quasi a tener l’anima mia tutta nel fascino della sua forte
volontà — non avevamo detto che del passato non se ne parlerebbe più?
Che sarebbe cancellato per sempre dalla tua, dalla mia memoria? Perchè
vi ritorni? Non puoi o non vuoi dimenticare?
Scrollai il capo senza rispondere.
— Credi tu ch’io non abbia sofferto? — riprese —. Che ne sai per
misurare la mia pena?
Dopo un istante vidi il volto di lei trasfigurarsi; si indurì nelle
linee, una subita rigidezza lo tenne e gli occhi divenner foschi. Disse
con voce che parve un soffio:
— Io so amare e odiare!
Sostò ancora.
— Se non ti amassi — riprese — credi tu ch’io non avrei trovata altra
via per vendicarmi? Tutto potevo; ma avrei fatto troppo male a me
stessa! Perchè devi credermi Duccio, altrimenti non sarei qui, sola,
senza temere una tua rivincita; devi credermi per tutto il male che ci
siamo fatti a vicenda: io ti amo da impazzirne!
— Non senti — riprese tendendomi le mani — non senti come ne tremo
tutta?
Non mi curai di studiarla, nè volli scoprire la sua finzione; mi era
vicina: ne vidi e ne sentii l’insuperata bellezza. Il profumo che si
spandeva lievissimo dalle sue vesti, da tutta la persona, mi stordiva.
Gli occhi suoi, la sua bocca, i capelli, il viso, il seno palpitante
rinnovarono la terribile ansia che mi stringeva a sommo della gola come
un soffocamento. Ogni cosa nel mondo si oscurò in quell’attimo; ogni
moto della coscienza che non convergesse all’esaltazione di lei, non
ebbe valore, trascorse inavvertito; si fece buio intorno a me; l’anima
mia annegava nel lume di quelle pupille fisse che si addolcivano in un
carezzoso invito, in una promessa di voluttà frementi. Ogni esitazione
cadde.
— Saprai dimenticare? — chiese ella, appena, chinandosi, conscia già
della sua vittoria.
— Saprò adorarti!
La sua bella bocca si dischiuse come in un atto di spasimo; le fini
alette del naso si contrassero un poco; un rossore diffuso le colorì
la sommità delle guance; negli occhi, che rifulsero più vivi dalle
palpebre soccallate, vibrò un’ansia nuova, una veemenza desiderosa, un
oscuro languore di aspra sensualità accesa.
— Mi prometti di non parlarne più, mai più? — riprese e sentii l’alito
suo sfiorarmi il viso.
— Sì.... sì!...
— Ch’io sarò per te non più Sita ma Sara, la tua Sara che ti vuol bene?
— Te lo prometto.
— Che per quante cose possano avvenire ancora, non mi dimenticherai?
— Tutto ciò che vuoi, tutto.... ma non farmi soffrire.
Allora si levò un poco, mi guardò sorridendo negli occhi poi si dette
al mio abbraccio con un breve grido:
— Ah! amore, amore, amore mio!
Il rivo ardente dei capelli le si sparse intorno al viso magnifico e
superbo; la candida nudità del seno e delle spalle apparve come una
maraviglia statuaria. Mi aveva condotto al colmo dell’esasperazione.
L’oscura tempesta incominciò.
Nei giorni che seguirono anzichè cader soddisfatta la mia febbre si
accese ancor più; ero giovane e forte, nuovo alla sapiente lussuria
della maledetta. Sita aveva saputo avvinghiarmi al carro del suo
piacere, trascinarmi via con gli altri; in seguito, per l’immancabile
spossamento, per l’esaurirsi di ogni mia forza fisica e intellettiva
sarei divenuto suo umile servo, suo ridicolo satellite: un’ombra livida
e distrutta che ella avrebbe condotto alla morte. A questo mirava la
misurata vendetta, il mostruoso giuoco. Ebbe il mio grido ribelle,
forza sufficiente a rompere poi il torbido sopore.
Ma allora, allora farneticavo di continuo in una diabolica accensione
del sangue e non avevo bene e non avevo posa quand’ella non mi fosse
vicina. Passavo la notte seduto come un pezzente su gli scalini della
sua villa intento ad ogni suono, ad ogni voce che mi potesse giungere
dall’interno; con, alle tempie, un continuo battere affannoso e il
pensiero pieno di voluttuose immagini, di ansimanti lotte, di voci e di
grida e di sussulti.
Ogni compagnia mi riusciva intollerabile e, d’altra parte, anche
frequentando gli amici non potevo seguire i loro discorsi; dopo qualche
parola ricadevo sotto l’infausto dominio della follia. Alle domande
che essi mi movevano circa quel mio nuovo stato di continua astrazione
non volevo rispondere. La loro curiosità mi turbava e mi inaspriva.
Preferivo starmene solo e, quando non ero con Sita, mi aggiravo senza
meta per i dintorni di Roma, il capo basso, il pensiero offuscato.
Anche il lavoro mi era divenuto uggioso. Le poche volte che tentai
riprenderlo e mi costrinsi al tavolo per qualche ora, mi levai
inebetito, nulla avendo concluso. In quale abisso di ignominia sarei
caduto proseguendo per quella via?
La domanda mi si presentò qualche volta ma la ricacciai subito con
folle rabbia. Che m’importava? C’era sul fosco orizzonte, erta la
fronte sotto le stelle lucenti, l’ombra di Zalèbi. Mi attendeva.
Saremmo stati fratelli anche nel destino.
L’amara violenza del senso travolgeva ogni mio saldo equilibrio
sospingendomi a furia verso la bestialità.
Sita moltiplicava le sue carezze chè le premeva liberarsi di me
quanto prima avesse potuto. Le tornavo importuno. Mi eccitò con ogni
disordinata libidine, mi accese con la più sfrenata lussuria; fece di
me una povera cosa cieca e brancolante.
Quanto tempo passasse così non ricordo con esattezza; forse fu molto;
allorchè mi ridestai ebbi la sensazione di sorgere da un secolare
silenzio.
Quella sera compivo il mio abbigliamento; ero convitato con gli
amici comuni al villino dell’onorevole Miaggi. Andavo perchè Sita mi
attendeva al convegno di gioia.
L’onorevole idiota dalla gran faccia vermiglia, simile a una mela
francesca irta di inopportuni peli, compiendo non so più quale
anniversario della sua brillante carriera politica ed anche per far
piacere a madonna Primavera che inciprigniva a star tutta sola e dava
in ismanie, aveva meditato e proposto il gaio festino al quale mi
accingevo a partecipare.
Il convegno era per le nove; non pensavo ad affrettarmi; da poco era
discesa la notte.
Come ebbi ultimato le vane faccende uscii, ma, giunto in fondo alle
scale, mi soffermai colpito dalla figura di una donna avvolta in uno
zendado nero. Stava ritta oltre la porta di strada, immobilmente.
Reggeva in una mano protesa un piccolo cero e pareva vegliasse qualcosa
che si perdeva nell’oscurità.
Mi avvicinai sogguardando. Giunto su la soglia vidi un piccolo carro
al quale era attaccata una brenna. Il cassino del carro era ricoperto
da un drappo nero che un uomo s’ingegnava a disporre in guisa da
nascondere ai passanti una cassa oblunga.
Intesi e il cuore mi battè più forte per un rapido commovimento
allorchè nel pallido volto reclino della donna distinsi i tratti di
Pavona. Era lei, la perseguitata dal fato, la debole creatura che
rimaneva per la seconda volta terribilmente sola. Reggeva col braccio
sinistro il suo povero bimbo sogguardante con occhi stupefatti e
spauriti, e nella mano destra recava il cero mortuario.
Non la vidi piangere; attese inconscia senza un sussulto.
Ad un tratto l’uomo si volse e con subita asprezza gridò:
— _Annamo? Er morto è pronto!_
Attese qualche istante, poi, come vide che la donna non intendeva,
frustò la brenna e le si pose a fianco.
Quando il piccolo carro si mosse, Pavona lo seguì come un automa, sola,
dietro quella lacerante miseria.
Per buon tratto andai anch’io, il capo scoperto e l’anima sconvolta
da quel tetro dolore, cieco come le terribili forze che ci assalgono
e ci distruggono; andai tratto da un’ardente volontà di soffrire, da
un bisogno di sentirmi migliore, di spiare in me il risorgere di un
sentimento che mi pareva sepolto da un’eternità. Io vidi entro l’anima
mia chiaramente per la prima volta e per la prima volta provai un
brivido di orrore e di sdegno per tutto ciò che avevo compiuto.
Pensai una simile scena; il pallido volto di mia madre mi arrise nella
lontananza del tempo. Ah! dove precipitavo mai? In quale brago mi
trascinava la mia incomposta volontà di vita?
All’angolo di una strada deserta ed oscura mi soffermai. Stridendo e
sobbalzando sui ciottoli, il carro continuò la triste via. Guardai
ancora Pavona, il bimbo taciturno, l’insieme di quel miserabile
convoglio. Un uomo dileguava per sempre sotto il silenzio e le tenebre
della notte. Ella sola gli era rimasta fedele, ella gli aveva serbato
amore, ella piangeva quando tutti l’abbandonavano, lo seguiva quando
era già nell’oblio del mondo, dimenticando sè stessa per lui che poco
l’aveva amata, che molto l’aveva fatta soffrire! In quella bontà non
era forse la divina scintilla dell’umana famiglia?
L’uomo passa vicino al tesoro con occhi vani e ricerca fra gli sterili
fantasmi del suo intelletto la felicità che lo sfugge.
Ne avevo alla gola i singhiozzi, chè mi sentivo perverso innanzi alla
bontà di quella creatura sola e sperduta su le vie della morte.
Guizzò qualche volta ancora rimpicciolendosi la fiammella del cero;
un ultimo cigolìo si udì, un ultimo bagliore apparve, poi anche quel
dolore annegò nell’immensa notte.
Quando mi tolsi da quel luogo e ripresi la via del convegno sentii che
un mutamento si era compiuto nell’anima mia; si effettuava un ritorno.
Riudii gli echi lontani del cantico della mia giovinezza ed al subito
rifiorire, la vana finzione che mi aveva abbagliato cadeva come uno
scenario che il chiaro giorno renda deforme.
Alle nove fui puntuale al convegno.
Il vecchio Sileno, l’onorevole Miaggi, mirabile espressione di umano
ebetismo elevato a rappresentanza di un sistema, aveva fatto le cose
a modo dimenticando una volta tanto la sozza avarizia, peculiar dote
della famiglia sua. Tale elettissima virtù lo aveva innalzato, per
il ben nutrito tesoro, nella considerazione degli uomini e del mondo
chiamandolo ad esprimere, nel consesso dei più eletti lumi del paese,
la volontà di un popolo di pitocchi infingardi.
L’onorevole Sileno (gli avevamo imposto il nome del vecchio compagno di
Bacco perchè come cavalcatura preferiva l’asino) era arcimilionario, la
qual cosa non impediva che madonna Primavera si dolesse della sua poca
generosità e della meschina valutazione ch’egli faceva dei vezzi di
lei. Comunque fosse, quella volta volle apparire generoso e vi riuscì.
Nell’ampia sala sfarzosa nella quale fui introdotto trovai già gli
amici nonchè varie donne di gioia note ed ignote, alcuni personaggi
del mondo politico ed un imberbe giovanetto di cui non seppi spiegarmi
a tutta prima la presenza in un luogo che non era certo adatto
all’edificazione della gioventù.
Madonna Primavera in una rosea veste composta alla foggia del 1830 e
tutta adorna di esili rami di edera; i capelli esageratamente ricadenti
su le guance tanto da ricordare due nere valve, da cui pareva spuntasse
il viso timidetto come l’animaluccio dalla conchiglia, riceveva gli
ospiti con squisita grazia di sorriso e di parole cercando atteggiarsi
a quella Cleo de Mérode ch’ella aveva scelto come supremo limite di
imitazione.
Era invero graziosa. Il visetto di bimba innocente, ed i grandi
occhi ingenui le davano tale apparenza di candore da scambiarla per
un’educanda. In compenso era sufficientemente sciocca.
Quando entrai conversava in disparte con Marta, formosa bellezza
romana, celebre per le illustri persone che avea potuto onorevolmente
ospitare. Data la somma intimità delle due etère, i mondani,
compiacendosene, sussurravano avere esse intessuto un meraviglioso
idillio saffico.
L’onorevole Sileno ritto in mezzo alla sala, sotto il lampadario, per
mettere in piena luce i brillanti del suo sparato, discuteva con tre
giovani appartenenti a ricche famiglie romane. Uno era fra costoro,
Sismondo dei Sismondi, il quale più degli altri si accalorava nel
dire e, tutto acceso in volto, lanciava i suoi aforismi all’onorevole
Miaggi che li accoglieva stralunando e sbuffando senza intenderne
probabilmente parola.
Lasciai l’onorevole Sileno alle sue prove oratorie nelle quali portava
la sua innata virtù parlamentare e mi appressai alla comitiva che
faceva capo a De Diensi. Udii Oddo Spiro, insolitamente animato,
raccontare sotto voce i turpi misteri di una messa nera. E mi
allontanai di nuovo. Forse era in me una soverchia insofferenza; forse
la rivolta latente mi faceva aspro. Fino a quel punto avevo creduto
Oddo Spiro in buona fede, non supponendo che egli potesse nascondere
sotto l’apparente velo di castità, le più oscene degenerazioni del
senso; quel suo brutale svelarsi, il compiacimento che poneva nel
raffinato racconto dei minimi particolari della scena mi avevano acceso
di sdegno e di commiserazione. Nella miseria avevo trovato gli stessi
aspetti del vizio: i poveri non escono dal loro brago, i ricchi vi
giungono per vie diverse, e gli uni e gli altri si fanno della vita
letame.
La sala veniva animandosi sempre più. Giungevano le belle in
abbigliamenti sfarzosi di ambigua eleganza e gli uomini impettiti nel
loro grottesco abito da società creato forse da qualche ridevole gnomo
implacato persecutore dell’uman genere.
Ed anche Sita apparve e con lei il marchese Di Narva ch’io vedevo per
la prima volta. Era uno scheletro, un lungo scheletro rivestito da una
pelle troppo bianca su la quale non appariva l’ombra del sangue.
Le spalle ricurve, le lunghe braccia pendule, il capo ricadente verso
la concavità del petto, seguiva Sita a passo a passo con cieca fedeltà
bestiale.
Quando levò un poco il viso n’ebbi ribrezzo. Gli occhi semispenti,
atoni, dall’iride quasi bianca si fissarono su me senza luce; le labbra
sottili s’incresparono ad un sorriso che infoscò ancor più le guance
ombreggiate da una rada barba; mi rivolse una parola che non intesi e
seguì Sita che si dirigeva altrove.
— Lo ha distrutto! — esclamò Giusto Sorani.
— Era già a mal passo prima di conoscerla — rispose Leonello Robbia.
— Ma non a questi estremi.
— Da un mese in qua precipita.
— Sarà la fortuna di lei — soggiunse Alanna. — Di Narva muore senza
eredi.
— Questo mi spiega tutto!
— Dicono abbia fatto testamento a favore dell’Ines.
— Quella scema non può averlo indotto a tanto; non ne aveva l’arte. Per
Sara la cosa è diversa e lo si vede dallo stesso atteggiamento ch’egli
ha assunto. Guardate come la segue.
— Ne è rimbecillito!
— Se Sara raggiunge il suo scopo mi saprete dire dove arriva!
— Dove vorrà. È troppo bella perchè le possa essere vietata una sola
soglia.
La guardai. Io pure, che da tanto tempo l’osservavo, non l’avevo veduta
mai tanto bella. La sua persona aveva raggiunto la suprema grazia; pur
mantenendosi fine ed elegante s’era addolcita ancor più. Era uscito
interamente dall’invoglio il rosso fiore velenoso, dalla fatale malìa.
Ancora ne tremai: mi parve dover ricadere nel tragico incantesimo.
Non le parlai, quantunque per due volte mi facesse cenno da lontano
perchè mi accostassi. Un’ansimante nervosità mi teneva, sul punto
di infrangere l’idolo mostruoso. Non avevo ancora piena padronanza
dell’anima mia.
Alla ricca tavola scelsi un posto remoto. Mi trovai fra Leonello Robbia
ed una sciocca creatura la quale rideva di tutto, sì di una briccica di
pane come di un elefante. Aveva l’idiosincrasìa del riso. Si sarebbe
divertita oltremodo a veder crollare la cupola di San Pietro e simile
gioia le avrebbe procurato il giuoco del capinascondere. Tutto era
egualmente ridevole nel concavo specchio della sua intelligenza. Gli
uomini l’amavano perchè era decisamente stupida. Si chiamava Giovanna.
La follia orgiastica incominciò come il simposio volse verso il suo
fine; gli ultimi freni si disciolsero, e la bestia umana si appalesò in
tutta la sua sozzura.
Il giovanissimo Batillo, che era alla destra di Eduardo De Diensi;
il fine fanciullo dalla lunga capellatura bionda, dalle labbra
soverchiamente rosse e dal perfetto viso fermo nel costante stupore
dell’anima sua oscurata, fu tosto, più che le femmine, termine fisso
del desiderio comune. Come ogni finzione era caduta, quell’accolta di
satiri dalla vista obliqua non ebbe più alcun ritegno e corsero frasi e
parole delle quali risento tuttora la nausea. Il nobile ritrovo avrebbe
fatto schifo in quel punto anche alle femmine de’ porci.
Dove finiva mai la schietta urbanità che mi era parso intravvedere?
dove s’impantanavano le brillanti dottrine edonistiche di cui il De
Diensi faceva sfoggio?
Io non mi sentivo buono; non ero un dei loro, un corrotto. Avrei voluto
vederli all’obelisco di Antinoo, al Pincio, trattati a scudiscio finchè
la mala foja, umiliata e vinta, fosse caduta col loro spirito superbo,
per sempre.
E si fosser levate le galle su quelle bianche membra da cortigiane! E
il dolore che non sapevano li avesse resi alfine uomini fra gli uomini
dolenti! Questo avrei voluto; questo grido si levava dall’anima mia
inasprita a tanta turpitudine.
Nè si tenner alle sole parole sì come l’eccitazione si accrebbe, e
il vino, le luci, i fiori, le grida, l’inconsueto sfarzo, il cibo
soverchio accesero la loro concupiscenza.
Si udì un grido:
— Giovanna denùdati!
Fu il segno del furore. Si rivolsero a lei perchè era la più sciocca
fra le presenti.
Ella parve dapprima renitente, protestò; ma poi il suo riso la
vinse e si lasciò strappare le vesti da venti mani furiose che se
la palleggiarono increspandosi e tanto più si attardarono quanto più
l’opera volgeva al compimento.
Ad un tratto cadde anche l’ultimo velo. Un urlo ansimante si levò; gli
occhi accesi di lussuria scintillarono cupi.
Fu fatta salire su la tavola: fra i fiori, i vasellami d’argento, le
innumerevoli lampade elettriche. I capelli le si disciolsero. Qualcuno
intonò sottovoce un canto itifallico, mentre l’oscena baccante, protese
in aria due coppe ricolme, se le riversava sul capo contorcendosi
nel suo folle riso. Le grosse mani, incise di verruche e di schianze,
dell’onorevole Sileno si avanzarono a raccorre in due calici il vino
che scendeva in rivoletti per il nudo corpo della femmina; altri lo
imitarono; da ogni parte si gridò:
— Alla fonte, alla fonte!
E un’incomposta furia travolse tutte quelle anime farneticanti.
Poi venne la volta del giovanissimo Batillo. Già mi ero levato per
andarmene allorchè un subito grido mi trattenne. Volsi il capo e
vidi, proteso tragicamente dall’altro lato della tavola, il marchese
Di Narva. Travolgeva rapidissimamente gli occhi stralunando, aveva le
braccia stecchite, il volto paonazzo, le labbra strette con violenza
come per un martirio orribile.
Rimase qualche secondo così, poi, prima che gli astanti si fossero
riavuti dallo stupore, si levò in tutta la sua lunghezza spettrale
con un rantolo, un urlo, per due volte annaspò per l’aria e stramazzò
riverso.
Quando Sulpicio Alanna si curvò sul corpo disteso, un altissimo
silenzio regnò intorno.
Accosciata su la tavola, a simiglianza di un’enorme rana, Giovanna
riguardava dai tondi occhi inebetiti.
La trepidante attesa fu rotta dalla voce di Sulpicio Alanna:
— È nulla; uno svenimento.
Un subito mormorio accompagnò la buona novella. Approfittai
dell’occasione per scivolare nell’ombra ed ecclissarmi.
L’aria notturna calmò un poco la mia eccitazione nervosa ma non tanto
che non permanesse in me un senso di pena e di sgomento. Mi affrettai,
corsi, quasi presago di una sventura imminente.
Fu quando stavo per entrare nell’andito di casa mia: un uomo balzò dal
buio, mi afferrò per le braccia e con voce rotta dall’affanno gridò:
— Vieni, corri, insensato!... Serenella muore!