XIX.

Nel silenzio.

A quando a quando si volgeva a guardarla. Ella era seduta su la soglia

di una fra le piccole case che sorgono, circondate dai campi e dagli

orti, intorno a Sant’Agnese; volgeva la faccia al tramonto.

Si udiva dietro una incolta siepe il continuo scroscio dell’Aniene.

— Come ti senti?

— Così!

Ascoltava. Il tramonto desta sempre qualche eco nel cuore degli uomini;

vi sono anime che rispondono al muto invito del sole morente.

— Non vuoi andare alla chiesa?

— Sono stanca, Omero.

— Hai dormito questa notte?

— Un poco.

— La medicina non ti ha giovato?

— Non l’ho presa.

— Perchè?

— È inutile, Omero; mi farebbe peggio.

— Ma bisogna guarire!

— Mi basta il bene che mi volete: guarirò.

Egli si volse a battere ancora, col pennato, su le rame secche

dell’olmo. Il suono della rude arme villereccia parve più aspro. I

grossi rami precipitavano ai piedi dell’immobile tronco; parevano

braccia recise agitantisi nello spasimo della morte.

Ella lo guardava fermo nell’alto. Il capo irsuto e l’ampio torace e

le braccia si stagliavano contro il nitore del cielo mentre, dalla

cintola in giù, il resto del corpo si perdeva nell’ombra. Si era aperto

il duro cortice dell’olmo a nutrire lo strano germoglio. A sommo del

tronco scapitozzato si levava sul cielo il tronco umano; due cose fuse

mostruosamente in una. La secolare rigidezza della pianta martoriata,

costretta nella miserevole corona de’ suoi contorti bronchi, si era

ridesta a dar vita alla divincolante forma in cui trovava voce possente

il suo eterno dolore. La schiava della terra e delle creature maledette

da Dio, provata all’impeto degli elementi e al pennato e alla scure e

pur sempre pronta a dar la fresca letizia del verde ad ogni primavera,

aveva tolta agli uomini la rapida forza che scaglia, che abbatte, per

levarsi terribile vendicatrice fra le sorelle. Tropica e nuda contro il

cielo vegliava e, sopra lei, roteavano i falchi su le adeguate ali, nei

cieli altissimi.

Le campane di Sant’Agnese suonarono a vespro. Trascorse, si distese

per le campagne remote la squillante soavità dei suoni; raggiunse le

cose lontane, le ombre che dileguano con la luce, le ultime dimore

sperdute su l’agro deserto. Vi sono solitudini su la terra e sul

mare che non odono, per volger di anni e di anni, altro suono se non

quello affiochito, appena percettibile, di remotissime campane. Ogni

sera, se il vento nol tolga, allorchè il sole discende nell’estremo

nido, giungono per l’aria, non si sa da qual parte dell’orizzonte;

hanno attraversato e miglia e miglia, giungono a morire, pellegrine

dell’ignoto, nella silenziosa vastità. L’uomo che non ha tregua e

cammina e cammina per monti, per pianure, per deserti e nulla vede

innanzi a sè e, dietro le spalle, le sue sole orme vede; l’uomo che

non ha fratelli, le ode talvolta e si arresta levando gli occhi fieri

a scrutare se appaia con esse l’ombra del Dio favoleggiato. Leva gli

occhi e la faccia (il tuo tragico segno, dolore!) la faccia forte,

affocata, in cui le rughe si addentrano come solchi nei campi, l’occhio

s’infosca saettante, e la guancia lanosa si contrae su l’ampia mascella

lupigna, a ricercare un sogno che gli è rimasto nell’indomito cuore

dalla lontana infanzia: il tuo sogno, la tua dimora, il tuo profondo

mistero Iddio degli astri, sempiterna speranza! Poi riprende il suo

andare. Non più nei cieli chè su la terra ha sentito un fratello; il

mondo s’infosca nell’anima sua abissale con la singultante bestemmia

che scoppia dal suo gonfio cuore tribolato e cammina, cammina, cammina,

sempre più sperduto con l’ombra sua bistorta, verso i deserti polari il

più grande fra gli uomini ed il più solo: l’anarca.

Passò il sogno crepuscolare e Serenella lo intese nell’ondante

armoniosità del vespro; chinò il capo alla prece consueta. Ella credeva

in Dio con la sincerità di una bambina e pensava i suoi padiglioni

d’oro nell’immensità. Quella sera le salirono alle labbra parole

nuove e le mormorò perchè il Grande Spirito le intendesse; parole

che sapevano d’amaro, che ella non avrebbe confidate se non a Lui.

Si sentiva tanto male! Voleva nascondere ad Omero la verità per non

accorarlo; ma invero, da qualche tempo pensava che forse il cammino era

più poco ancora.

Una notte, fra Fano e Sinigallia, lungo la riva del mare, era stata

assalita da una fiera tempesta dalla quale non aveva potuto difendersi

in alcun modo ed era cominciato allora il consumamento. Forse sarebbe

guarita in seguito perchè non era tanto debole da lasciarsi sopraffare

dal male: ma che valeva curarsi?

Non aveva tristezze languenti, nè si doleva con sè stessa della sorte

sua, per compiangersi; abbandonata alla corrente fatale recava con sè

il suo amore più grande della vita.

Ad Omero non aveva chiesto nè dove io mi fossi nè che mi dicessi:

era giusto il mio silenzio, aveva preteso troppo da me; come avrei

potuto convivere con una piccola ignorante par sua? Non mi sarebbe

stata di continuo impaccio? La vita era troppo grande a Roma, non era

come laggiù, nella città delle vele, tutta racchiusa nella semplicità

dell’amore. Ella era partita solo per rivedermi e, chi sa? forse mi

avrebbe riveduto per dirmi addio; per dirmi la soave parola che non

pesa, che non avvince, che nulla chiede. Se l’amore era morto, era

inutile ritentare; non si riconduce l’acqua ai boschi delle sommità;

tutto ha un termine.

Un giorno aveva detto a suo padre, Giovanni della Nave:

— Babbo, i pellegrini vanno a sciogliere il loro voto all’Alpe lontana;

lasciatemi partire, babbo; anch’io ho un voto da compiere.

— Vuoi andar sola?

— Vado con le compagne.

— E chi rimane a casa per noi?

— Teodora penserà a tutto; me lo ha promesso.

Giovanni tacque.

— Mi lascierete andare, babbo?

— E quando tornerai? — le chiese Giovanni fissandola intensamente.

Ella reclinò il viso:

— Tornerò con le compagne, non so quando.

— Iddio sia con te — conchiuse il padre. Ella si inginocchiò a’ suoi

piedi.

Qualche giorno dopo si unì alla comitiva degli scalzi e, come

un’alzavola, prese la via degli orizzonti.

Fra le compagne c’era anche Sita. Sostarono una volta in una città del

piano, vicina a un grande fiume. Fino a quel giorno, Sita non le aveva

rivolta parola.

Ora Serenella doveva abbandonare la comitiva perchè altra era la strada

del suo sogno. Stava silenziosa in disparte allorchè udì una voce

improvvisa che la scosse:

— Dove vai?

Si volse e vide l’ambiguo volto della maledetta.

— Vado a Roma — rispose fissandola negli occhi senza timore.

— Ti aspetta laggiù?

— Mi aspetta.

— Lo saluterò per te; credo ch’io giungerò prima.

— Salutalo e digli che porto un caro dono per lui.

— Che cosa? — fece Sita sorridendo.

— Il coltello di Zalèbi! — Si frugò nelle vesti e ne trasse l’arma

lucente che fece scintillare all’altezza del viso pallidissimo.

— E digli anche — riprese — digli ch’io vado sola nel nome di Dio;

digli che non ho paura perchè questo amuleto è con me!

Sita si era fatta da parte; vedeva negli occhi di Serenella un lucore

sinistro; non si sarebbe attesa simile impeto dalla creatura mite.

L’odio e l’amore l’avevano trasfigurata.

— Quando parti? — le chiese ancora Serenella.

— Questa notte.

— Con la diligenza?

— Sì.

— E che vai a fare a Roma?

— Vado a pregare per l’anima di mio padre! — rispose cupamente la

maliarda.

Le due donne si trovarono di fronte un attimo, gli occhi negli occhi,

pallidissime e tremanti come nello spasimo di un assalto imminente. Le

due ferme volontà tentarono sopraffarsi; gli odii, radicati nel cuore

come tenaci gramigne, si misurarono reciprocamente guatandosi.

— Tu giungerai prima — sussurrò Serenella nell’affanno — ma bada che

verrà anche il mio giorno.

— E che m’importa?

— Io non ti perdonerò, ricordati!

— Credi ch’io abbia chiesto mai il perdono?

— Non ti mettere su la mia strada un’altra volta. Tu mi hai fatto più

male che non la morte, bada!... Zalèbi mi ha lasciato il suo pegno....

io non ho paura!...

Era immobile il piccolo volto bianchissimo, solo gli occhi minacciavano

sfavillando.

— Porti l’eredità della tua famiglia maledetta! — disse Sita.

— Porto il mio santo amore! — rispose Serenella levando la voce — E la

mia strada è mia e tu non vi passerai, vipera!

— Vedremo! — esclamò Sita, l’aspra bacca del selvaggio roveto.

Poi volse le spalle. Serenella la guardò dileguare fra la gente.

Quando scomparve alzò gli occhi al cielo. Era notte ormai; conveniva

attendere.

All’alba del giorno seguente, mentre le compagne dormivano ancora su la

paglia, il capo abbandonato sui loro fardelli, si levò e uscì.

Lungo la strada che seguiva la valle nel suo infoscarsi fra i monti,

udì il salmodiare di una compagnia che si era avviata alla grotta

del Santo. Vide, al pallido albore, in un luogo dove la strada faceva

gomito, una massa nera e compatta che saliva l’erta lentamente e aveva

tanti piccoli occhi luminosi per quante erano le fiammelle dei ceri e

delle torcie; e aveva una voce sola, lamentosa e continua. Un serpe a

scaglie d’oro, dall’umana favella.

In quel punto la giovinetta si fermò. Le avevano indicata la via:

doveva volgere verso il mare e seguirne la costa per miglia e miglia

fino a città delle quali non aveva udito parlare mai.

Si fermò. Il cielo era sereno e il freddo intenso. Si strinse tutta

nello zendado azzurro, volse gli occhi intorno dalla piccola altura

su la quale si trovava. Vide la città sottostante in cui veniva

spegnendosi a quando a quando qualche argenteo lucore; vide il cupo

verde della pianura e la linea chiara del lontano mare. L’alba fioriva

intorneata di gelsomini. Nel punto in cui si addensava la tenebra

settentrionale, giaceva nell’ombra il suo nido. Rivolse il viso a

quell’orizzonte e l’anima di lei esulò nella preghiera ai vivi ed ai

morti di sua gente: ai vivi nell’aspra fatica quotidiana, ai morti nel

nome dell’amore: quelli pronti all’opera continua, questi naviganti

nella grande nave stellare verso l’irraggiungibile sole. Forse la sorte

le serbava un angolo sul vascello d’argento dalle bianche vele ed ella

non avrebbe riveduto la terra romita e i parenti e il doloroso volto

del padre. Se la sorte voleva così, andasse l’anima sua all’umile casa

a portare, tanto piano da non rompere il dolce sonno ad alcuno, l’addio

dell’esule che non sarebbe ritornata mai più. E dicesse, ma piano,

senza ridestare il dolore vestito di rovi, dicesse ch’era fatale: il

mondo è un breve ritrovo; chi sa da dove si giunge? chi sa mai dove

si arrivi? Iddio ci manda e ci attende. Il mondo è una sosta per noi;

conviene pensare a lasciarci. Gli dicesse che l’amore è la volontà

di Dio Padre e ch’ella seguiva il suo destino d’amore. E null’altro.

Ristette qualche attimo a spiare nelle fluttuanti nebbie tutte le

forme emergenti, con l’ansia di intravvedere un aspetto noto, poi, come

l’alba crebbe, si volse e prese risolutamente il cammino.

Così andò per giorni e giorni fermandosi a dormire vicino alle città,

in qualche casolare. Come più si allontanò dalle sue terre, più aumentò

la curiosità delle persone nelle quali si imbatteva. Nulla le fu di

serio ostacolo. Si accostò al core la sua lama lucente, l’amuleto di

Zalèbi; avrebbe saputo difendersi fino al ruggito della morte.

Gli uomini che braccano, intesero e si tennero guardinghi. Ella aveva

subiti scatti di indomita fiera; lo spirito della sua gente ribelle era

nel suo cuore di giovinetta. E camminò, camminò come la bella della

fiaba, sostando appena, sorgendo che il sole non era alto ancora. I

pochi soldi che le aveva dato suo padre, prima di partire, le eran

più che sufficienti per il pane. Voleva giungere e sarebbe giunta; ma

la strada era interminata. Sempre nuove città, nuove soste e Roma si

allontanava nei cieli come il sole.

Le stava nel cuore il tormento di Sita. Che avrebbe fatto la maliarda

s’ella non giungeva a tempo? La vendetta guidava la figlia di Diavolo e

Duccio non avrebbe saputo difendersi.

Ma Sita, dopo aver fatto mercato di sè stessa a Bologna, dove aveva

trovato gente che si era incaricata di indirizzarla, a Roma, a persone

che potevano giovarle, raggiunse Serenella e inavvertitamente la seguì

spiandola.

La vide allungare sempre più le soste a mano a mano che la Città si

avvicinava; assistette al progressivo indebolirsi della tempra consunta

dall’estrema fatica.

Senza lasciarsi vincere, benchè la febbre le ardesse nel sangue,

Serenella continuò il cammino. In quegli ultimi giorni le parve vivere

in un sogno, in un incubo. A volte la coscienza l’abbandonò. Il viso le

si era fatto smunto e tutto il corpo era ridotto a un niente; ma c’era

il suo canto di innamorata in fondo al core, il canto che la traeva

al suo destino. Tutto ciò che amore reca le arrideva giovanil fuoco di

gioia! Per un attimo solo Duccio avrebbe voluto s’ella traeva da tanto

lontano! Non potea darsi ch’egli avesse dimenticato; non potea darsi

ch’ella giungesse inutilmente dopo tanta pena! E se la lunga strada

l’aveva resa brutta? Poteva rivederlo così?

Una mattina si guardò in uno specchietto; non era brutta, no; ma quanto

mutata! Un’ombra! Gli occhi erano più grandi; il mento affilato; le

guance come fiori di neve. Chiusa nello zendado pareva una piccola

morta! Si commosse, poi crollò il capo, gettò via lo specchietto,

sorrise e si levò. Quanto sole c’era in quelle terre! Così fosse stato

per lei. Allora le giunse dal tempo una voce ben nota ch’era sorta dal

silenzio per trarla alla luminosità della primavera. Ah che tremito di

pianto! Se non avesse potuto più adunque? se non fosse giunta?

Ma si levò, ma si trasse sotto al sole, arsa dalla febbre; si trascinò

per il suo sogno; volle giungere come l’alzavola ferita, ma giungere

per abbandonarsi sul mio petto vinta, stremata, disfatta.

Proseguì un giorno ancora senza aver più conoscimento, e giunta, alla

sera, in un paesello alle soglie di Roma, cadde delirando e non si

rialzò.

Fu raccolta. Una società femminile pensò a ricoverarla e a riabilitarla

chè la credette una meretrice. Ella seppe nulla; solo, allorchè

riacquistò perfetta conoscenza si trovò rinchiusa nel triste convento

su l’Aventino.

Sita vide e gioì nel suo cuore di lupa.

La convalescenza fu lunga e penosa. Quando si sentì migliorare stette

per ore ed ore seduta al sole, nel giardino dove crescevano tante

alberelle dalle foglie di un verde intenso. Erano melaranci. Ella non

aveva veduto mai simili piante; ne conosceva solo il frutto saporoso,

bello e lucente come uno scrigno d’oro.

Le rifiorivan ricordi di fiabe. Quanto aveva fantasticato e sognato

nel tempo in cui sostava sui ponti per ascoltare i vecchi novellatori

che si accontentavano di sì poca cosa per raccontare le meraviglie

dell’impossibile. Ora non aveva tregua un attimo. Una vecchia suora

le stava sempre attorno per parlarle del Signore misericordioso e dei

peccati ch’ella aveva commessi. Sentiva la minaccia, non l’avrebbero

lasciata uscir più. Frattanto che ne era mai di Duccio?

Come le forze le ritornavano la pena aumentava di giorno in giorno.

Ella era giunta per l’amore; avrebbe odiato Iddio in quel silenzio. Di

quali peccati le parlavano le vecchie femmine ossute? Che ne sapevano

della sua grande anima dolente? Come potevano conoscere il martirio che

la torturava?

Sita, frattanto, avrebbe potuto compiere la vendetta e Serenella

pensava che se ciò fosse avvenuto nè per lei nè per la rossa c’era via

di salvezza. L’aveva giurato sul nome del Signore e su la croce di lui.

Passarono molti giorni ancora; poi il caso l’aiutò: vide Omero. Il

miracolo di gioia le ridette vigoria in un attimo.

Una sera, col suo vecchio amico, uscì per la porticina dell’orto su

la via di Santa Prisca. Era salva. Andarono da quel giorno ad abitare

nella casetta che Paolo, l’ortolano del convento, aveva ceduta ad Omero

a patto coltivasse l’orticello che la circondava, e da quel giorno,

come dalle poche frasi di Omero intese ch’io tutto sapevo e me ne stavo

in disparte, ammutolì, sbiancò, non oppose alcuna resistenza al male

che la consumava tuttavia.

La sua vita passò penosamente nel silenzio della casetta sperduta ai

limiti dell’agro deserto. In principio uscì qualche volta con Omero,

andarono verso ponte Nomentano su l’Aniene tortuoso.

Omero le stava a fianco senza parlare. Ella si appoggiava al braccio di

lui; sedevano su la spalletta del ponte nè ritornavano finchè il sole

non fosse caduto.

La gente si rivolgeva a guardarli perchè la bellezza di Serenella era

come puro argento.

Racchiuso nello zendado il viso di lei fioriva simile a un giglio;

aveva una grazia stanca, una dolorosa soavità. Ed era ella sì umile e

gentile nell’aspetto che, se levava un poco gli occhi sorridendo, dava

una letizia d’incantesimo mattutino.

Per quanto i passanti fossero usi a vedere ogni sera, seduti su lo

strano ponte turrito, il vecchio e la fanciulla, si rivolgevano sempre

a guardarli.

Poi non comparvero più. Serenella sfioriva rapidamente come un effimero

diurno.

— Vuoi rientrare? — le chiese Omero quando ebbe compita l’opera

faticosa.

— Sì.

Egli la guardò. Era livida.

— Questa sera andiamo male, non vi siete curata: volete far passare un

nuovo dolore al vostro vecchio! — riprese Omero scuotendo il capo.

Ella levò gli occhi luminosi:

— Perdonami Omero, prenderò la medicina, farò ciò che vorrai!

— Andiamo, dammi il braccio — disse curvandosi; ma la sorresse per le

ascelle perchè non si reggeva, poi se la recò fra le braccia come una

bambina. Ella gli abbandonò il capo su la spalla.

Il sole era morto. Giungeva da qualche stagno remoto un tremulo

gracidare di rane.

— Vuoi rimanere sola? — le chiese quando l’ebbe adagiata sul

letticciuolo dalle bianche coltri.

— Sì, vorrei dormire — rispose Serenella.

Egli uscì su la punta dei piedi e socchiuse lentamente la porta.

Scese la notte e Serenella non trovò sonno. Omero vegliava nella stanza

attigua.

Si era distesa supina, aveva poi tentato rivolgersi ma l’estremo

sfinimento glielo aveva impedito. Ritentò ancora e il respiro le venne

quasi meno. Il cuore le batteva a pena; un freddo, un gelo intensissimo

le saliva per le gambe e per le braccia. Che cos’era mai? Tanto presto

adunque? In quel silenzio solenne la morte l’impaurì. Sbarrò gli occhi,

volle gridare ma non un gemito le uscì dalla bocca.

Allora l’assalì un terribile affanno. No, così no, almeno avesse potuto

stringere la sua bocca su la mia; almeno avesse potuto rivedermi;

dopo, era meglio forse ch’ella si fosse addormentata per sempre,

ma non prima, era troppo terribile! Rivolse la mente a Dio, pregò

nel crescente affanno, implorò straziata ed affranta. — Era giusto,

Signore, una sola volta, una sola!

Nella constretta forza di tutta la sua volontà ribelle mandò un lungo

grido.

La porta s’aperse d’impeto e Omero comparve su la soglia.

— Serenella?

Ella si levò un poco con uno sforzo supremo; aprì gli occhi stupiti già

dal sogno della grande sorella e trovò fiato per dire:

— Omero per l’ultima volta.... va... va... io voglio vederlo.... io

muoio!...

Egli si volse e di un balzo scomparve.

Udì ancora, la triste, un rapido trepestio perdersi lontanamente sotto

la notte profonda.

Il Cantico · 第 29 / 42 题