Artifex vivendi.
— E questo che sarebbe? — chiese Giusto Sorani indicando, appeso al
muro, una specie di calendario infarcito di incomprensibili segni.
— E che ne so? — risposi levando le spalle — siamo in pieno regno di
magia, non vedi?
Oddo Spiro, il giovane siciliano, conversava in disparte
animatissimamente con Sulpicio Alanna il quale, non sapevamo per quale
insolita disposizione d’animo, pareva prestasse somma attenzione alle
parole del bizzarro filosofo.
Lo Spiro parlava, come sempre, con somma rapidità accompagnando i
lunghi periodi con gesti da spiritato.
— Oddo — gridò Giusto Sorani — quando avrai finito il discorso vorrai
spiegarci, spero, che significhi questo affare.
— Quale affare? — chiese Oddo interrompendosi ad un tratto e volgendosi
verso noi.
— Questo — riprese Giusto Sorani indicando il calendario — Da un’ora
Della Bella ed io ci lambicchiamo il cervello senza riuscire a
decifrarne sillaba.
Oddo Spiro rimase un attimo in silenzio, sorrise e soggiunse:
— Due parole ancora e sono da voi.
Attendendo, esaminammo più particolarmente il curioso cimelio. V’eran
notati tutti i trecentosessantacinque giorni dell’anno ed ogni giorno
era suddiviso in cinque parti ed ogni parte aveva speciali annotazioni.
— Oggi è il venti gennaio ed è domenica — disse Giusto Sorani. —
Guardiamo un po’ che diavolo ci tocca!
Si avvicinò al cartellone e lesse:
_D. 20 Janv._ — Ciel — _Entrée du soleil dans le
verseau._
Terre — _Génie du Décan: Ptiau,
Oroasoer._
Homme — _Influence de_ Ieialel.
Opérations — _Spécialisation de l’influence
de Mercure sur le plan
intellectuel (Uranus)_.
Memento — _1556. Jean Dee adresse une
mémoire à la reine Marie._
— Sarà la cabala per estrarre i numeri del lotto — riprese come ebbe
compita la lettura. — Costui è capace di questo e d’altro.
— Non lo credo — soggiunsi. — Oddo Spiro è un entusiasta ed è sempre in
buona fede anche quando espone le maggiori strampalerie: anzi tanto più
se ne anima quanto maggiori sono.
— Converrebbe ammettere ch’egli avesse una inverosimile capacità di
fede; una specie di cecità involontaria e ciò non è possibile. Oddo
Spiro è un giovane d’ingegno.
— Ciò nulla toglie — risposi. — È un ingegno incline all’astrazione:
un’anima avida di mistero; dotata di una ipersensibilità che noi non
conosciamo.
— Allora è un allucinato! — soggiunse Sorani scrollando le spalle.
Tacemmo perchè Oddo Spiro e Sulpicio Alanna venivano verso noi.
— Quella — disse Oddo avvicinandosi —, è l’Agenda magica o calendario
che serve di guida agli iniziati. Ogni giorno comprende quattro
indicazioni essenziali: Nella prima sono segnate le posizioni degli
astri indispensabili a conoscersi per compire le operazioni magiche;
la seconda è riservata a certe festività particolari, ai genii di
Décan e alle note personali dell’operatore; nella terza si trovano
le operazioni magiche o ermetiche da eseguirsi in determinati giorni
dell’anno e nella quarta è riportato qualche avvenimento importante
come, ad esempio, la nascita di Santa Teresa al ventotto marzo; la
condanna di Cagliostro al sette aprile; la morte di Shakespeare al
ventitrè aprile e così via.
— Ah è un bel pandemonio! — conchiuse sorridendo Giusto Sorani.
— Ma niente affatto! — esclamò Oddo Spiro. — Questa necessariamente
è la parte esoterica della dottrina, quella riserbata agli iniziati.
Se vi deste la pena di voler sapere, vedreste che non si tratta poi
di quell’oscurantismo del quale andate cianciando. Noi ci avviciniamo
al mistero che vi impaurisce o vi lascia indifferenti e lo studiamo
secondo i principii della scienza.
— È una metafisica pazza — disse Sulpicio Alanna scrollando il capo.
— Vedo che non vi ho persuaso — constatò tristemente Oddo Spiro. —
Eppure mi era parso fin dal primo momento, per l’impressione che ho
provato vedendovi, che le nostre anime fossero avvinte dal _karma_.
— Ahi! — esclamò Giusto Sorani aggrottando lievemente le ciglia.
Tutti demmo nel ridere, solo Oddo Spiro rimase serio, evidentemente
contrariato dalla interruzione intempestiva.
— Ma sai che cosa sia il _karma_? — chiese rivolto a Sorani.
— Niente affatto — rispose quest’ultimo — ed è appunto per questo che
ne temo.
— E perchè ridi allora?
— Per principio. Il riso è la magnifica difesa dell’ignoranza.
— Compenso meschino.
— Ma bello. I miei vecchi che avevano imparato a conoscere unicamente
l’ombra e il sole, dicevano che il riso fa buon sangue. Io mi attengo
al loro principio perchè amo la mia salute.
— La tua anima è serva del tuo corpo; è soggiogata dagli istinti
bestiali che prediligi.
— Forse hai ragione. Io ho la tranquilla coscienza di essere un
grazioso animale venuto al mondo per goder quel poco o quel molto che
il mondo può dare, ne ho forse colpa?
— E non ti preoccupi della ricerca della verità?
— No. Guardo voi. Mi accontento del mio umile posto in platea.
Oddo Spiro sorrise crollando lentamente il capo dai lunghi capelli
castani, spartiti a mezzo alla fronte in due grandi ali che
condiscendevano in massa compatta ad ombreggiargli il collo, poi
tacque convinto dell’inutilità delle sue ragioni di fronte alla gaia
indifferenza di Giusto Sorani.
Sulpicio Alanna ruppe l’imbarazzante silenzio.
— Ma ditemi, Spiro, credete seriamente alla logica de’ vostri studi?
— In apparenza tutto ciò che avete visto e che vi ho detto potrà
sembrarvi illogico, eppure non è che la manifestazione naturale di
cause che sono ancora ignote a noi.
— Del resto — soggiunse e gli occhi suoi si riaccesero d’improvviso
per il grande entusiasmo che lo animava allorchè era tratto a discutere
delle sue dottrine — del resto si trova logica l’azione della macchina
elettrica che, isolata su piedi di vetro, trasforma in energia il
lavoro meccanico; ma, con procedimento aprioristico, si trova più che
assurda, addirittura pazza, l’azione del mago il quale, isolato al
centro del suo circolo tracciato col carbone, trasforma in energia
astrale il lungo e penoso lavoro di allenamento a cui ha sottoposto
il suo organismo, e condensa la forza prodotta, nella palla metallica
fissata al termine della sua verghetta di legno rivestita di vernice
isolante. Tutto ciò, che sostengono i nostri contradditori, vi sembra
coerente?
Si arrestò un attimo e continuò poi con maggior lena.
— E non si trova forse logica e razionale l’azione del parafulmine
che attira ed attenua l’energia elettrica di una nube? E non si trova
logica l’azione di una punta metallica che permette la dilatazione
dell’elettricità contenuta nella macchina di Ramsden, o la direzione
dell’ago calamitato che tende misteriosamente e costantemente verso un
determinato punto dell’orizzonte? Ma che un cultore di scienze magiche,
armato di una punta metallica chiamata spada magica, spilli l’energia
condensata in un agglomerato di forza astrale, no, non può esser logico
per nessuno: per gli scienziati sarà un folle, un allucinato; per il
gregge sarà un ciarlatano!
— Eppure — riprese fissando gli occhi al suolo — la follia dell’oggi
sarà la sapienza del domani. Le forze su le quali agisce un cultore
della magia sono dello stesso ordine al quale appartengono tutte le
altre forze che agiscono in natura, e ubbidiscono alle stesse leggi!
Noi non crediamo nel soprannaturale.
— Non è questione che di un lieve spostamento di termini — disse
Sulpicio Alanna. — Comunque sia la vostra difesa è buona.
— Ma non vi persuade!
— Non siate troppo precipitoso, non è da scienziato! Non vi ho detto
ancora che non possiate convincermi.
— Io non faccio il sacerdote delle mie idee — rispose Oddo Spiro — pur
tuttavia non sarei meravigliato se il vostro spirito venisse a noi.
In questi ultimi anni molti uomini di gran valore scientifico si sono
dati all’occultismo, attratti dalle grandi verità svelate da questa
antichissima scienza. Agli scettici i quali pensano essere i nostri
studi vani sogni, potremo chiedere se la legge dell’evoluzione non
debba applicarsi alle forze fisiche come si applica a tutta la natura
e se abbiamo diritto di fissare limiti all’energia, sotto qualsiasi
aspetto essa ci si presenti.
Trascorse una nuova pausa. Oddo Spiro si era animato di vivissimo
rossore e pareva scosso da un tremito nervoso. Era il pensiero, in
lui, come una occulta fiamma di cui tutto il corpo vibrava. Anche quel
giorno il giovane teosofo vestiva semplicemente di nero senza palese
cura; nessuno fra noi lo aveva visto una sola volta indossare abito
diverso.
Giusto Sorani lo accusava di portare il lutto delle sue malinconie
trascendentali, altri aggiungevano ch’egli voleva assumere una
cert’aria sacerdotale; comunque fosse, viveva la maggior parte del suo
tempo nell’isolamento mostrandosi di rado nella società de’ suoi simili
e anche quando compariva era di preferenza taciturno vinto forse dal
terribile scetticismo degli amici suoi.
— Quando ci conduci nei penetrali? — chiese Giusto Sorani.
— Anche subito — rispose lo Spiro — ma prima voglio una promessa.
— E quale?
— Ciò che vedrete non turberà certo la vostra immaginazione predisposta
allo scherno, nè la vostra coscienza muta, ch’io direi ripiegata su sè
stessa in una terribile oziosità. Rimarrete indifferenti e ciò non mi
preoccupa; vi prego però di non ridere: la cosa mi offenderebbe. Ogni
idealità, come tentativo di elevazione dell’anima nostra, è sacra.
— Vi prometto che Giusto Sorani non muoverà critiche di sorta — rispose
Sulpicio Alanna.
— E te lo prometto anch’io — soggiunse Giusto.
Allora si avviò innanzi, verso una porta celata da una pesante cortina
rossa.
La stanza da studio dello Spiro era molto semplice. Su le pareti
bianche, a calce, oltre l’agenda magica erano appesi i ritratti di
Eliphas Levi, di Camillo Flammarion, di Hoene Wronski, di Eugenio
Dus, di Charles Fauvetry, celebri cultori delle scienze occulte. In
disparte, sotto la piccola finestra celata da tendine color di cielo,
era un tavolo ripieno di teschi, di storte, di alambicchi, di antichi
volumi rilegati in pergamena e di altri oggetti, sacri già alla memoria
degli alchimisti medioevali. Nel lato più buio della stanza era situata
la scrivania su la quale giacevano carte e libri a catafascio; di
fronte alla scrivania pendeva dal muro una enorme croce nera.
Osservai ancora, posato su l’uscio della camera segreta, un gufo reale
che ci sogguardava fissamente dai grand’occhi gialli dall’espressione
ondeggiante fra il terribile e l’idiota.
— Possiamo entrare? — chiese Giusto Sorani.
— Non ancora — rispose dall’interno Oddo Spiro.
Dopo non molto le cortine si levarono come per incanto e ci trovammo
innanzi una piccola stanza tutta nera nella quale di primo acchito non
distinguemmo se non una livida fiammella oscillante e un fumo bluastro
e luminoso che si disperdeva sfioccandosi per l’aria. Si distinse
poi, al bagliore incerto di una lampada a spirito, una lunga tavola
ricoperta da un tappeto nero. Al centro della tavola era posta una
stella circondata da sette cubi e ai quattro lati sorgevano: un vaso di
vetro; una coppa; un fornello a spirito e una lanterna magica la quale
proiettò ad un tratto il suo fascio di luce sui vapori uscenti dal
fornello e ne trasse magnifiche iridescenze.
Dietro la tavola, su la parete tappezzata di panno nero, mi parve
scorgere il miraggio di uno specchio situato ad arte sì da rendere come
un incantesimo indefinito di tenui luci lontananti nello spazio.
— Questo è l’altare magico — disse Oddo Spiro dall’ombra.
Secondo la promessa data, nessuno fiatò. Ci aggruppammo su la porta,
vinti da una curiosità nuova per le cose che avremmo vedute ed udite.
— La magia — riprese Oddo Spiro — è l’applicazione della volontà umana
dinamizzata alla rapida evoluzione delle forze viventi della natura.
Qualsiasi operazione magica deve comprendere almeno il seguente
rituale: Dinamizzazione della volontà dell’operatore per mezzo del
desiderio; purificazione degli oggetti impiegati; evocazione delle
influenze benefiche dell’invisibile (angeli planetari e angeli delle
ore); congedo.
Sentii il braccio di Giusto Sorani premere fortemente il mio; se non
era per la promessa data non sarebbe stato improbabile che il gaio
incredulo avesse rotto l’incanto.
— Passo sulla prima e sulla seconda operazione — continuò il dolce
mago — e cioè sulla dinamizzazione della volontà e su gli oggetti
impiegati; tali argomenti meno potrebbero interessarvi e mi soffermerò
sulla invocazione degli spiriti benefici. Tutte le operazioni debbono
essere compiute durante il periodo della luna crescente. L’operatore,
ricoperto delle sue vesti sacre, tiene nella mano destra la verghetta
e nella sinistra la spada e si pone nel perfetto centro del circolo
magico tracciato sul suolo. Al suo fianco ha situato un braciere
contenente carboni ardenti sui quali viene proiettando incenso mentre
pronunzia la seguente formula sacra: _Nel nome di_ IOD, IAH, IAÔ, IEVE;
ADAII, ELOIM, AGLAON; _la cosa ch’io domando si compia per volontà mia
e per volontà degli spiriti invisibili dell’Astrale!_
La voce di Oddo Spiro giunse dall’ombra con tanta vigoria ed ebbe
una intonazione sì strana di orgasmo e di paura che Giusto Sorani si
strinse al nostro braccio e non si tenne dall’esclamare:
— Gesù mio, salvateci voi!
Gli tappammo la bocca. Oddo Spiro non intese e continuò:
— Pronunciata tale formula l’operatore potrà bruciare una carta sulla
quale avrà scritto il suo desiderio dinamizzato per mezzo dei caratteri
geroglifici del tetragramma posto ai quattro angoli della stessa carta.
In seguito conviene invocare il genio del giorno e il genio dell’ora.
A operazione compita si congedano gli spiriti ringraziandoli in nome di
Dio onnipotente.
Cadute le quali ultime parole, le cortine si riabbassarono e la camera
magica disparve agli occhi nostri.
Ognuno di noi sorprese sul viso del compagno un muto sorriso.
— È una forma di ciarlataneria — disse a bassa voce Giusto Sorani.
— Credo lo Spiro in buona fede — soggiunse Sulpicio Alanna. — D’altra
parte questa tendenza dello spirito non è nuova, riappare in tutte
le epoche di maggior scetticismo e di disgregazione morale. Roma ha
conosciuto i suoi maghi ben altre volte in tempi ben più grandi di
questi e la città di tutti i misteri e di tutti gli Iddii non può
essere sorpresa dalle cabale, dagli altari e dalle evocazioni del
nostro mago. Non ostante il grido di Orazio, Roma pagana credeva
nel meraviglioso; i sogni e i miracoli l’esaltavano. Il poema di
Manilio su l’astrologia ebbe a quei giorni numerosissimi lettori.
Tiberio proscrisse gli indovini, li fece battere, imprigionare, li
uccise ma nello stesso tempo non sapeva farne senza e segretamente
ne invitava qualcuno a’ suoi palazzi. La magia di allora come quella
d’oggi, affermava essere in possesso di segreti per mezzo dei quali
costringeva alla sua volontà le forze della natura e degli stessi Dei.
Essa pure faceva risuscitare i morti. I nostri lontani progenitori
attraversavano, ai tempi di Tiberio, una crisi dello spirito la quale
ha molti punti di contatto con quella che agita il nostro secolo.
Cadevano le antiche credenze, il cristianesimo era ancora un’alba
troppo pallida; allora come non mai, nella cieca furia della tempesta
imminente, le anime che per la scuola degli stoici avevano imparato
a sorridere degli antichi idoli, ricercavano qualcuno, qualcosa che
appagasse la loro sete di soprannaturale; tutto era buono, tutto veniva
accettato con cieca fede; chi più sapeva ingannare più era considerato.
Oggi avviene un po’ la stessa cosa. Si è insistito tanto e con tale
assurdità nella negazione, che si finirà per credere ciecamente
alle più strambe malinconie finchè un nuovo forte grido non sorga a
raccogliere il gregge disperso. Per ora io non vedo simile possibilità.
La Chiesa decrepita non risponde a’ suoi figli nuovi e d’altra parte
non potrebbe. Il campo è e rimarrà libero per molto tempo ancora; Oddo
Spiro potrà fare molti iniziati.
— Forse nei manicomi! — esclamò sorridendo Giusto Sorani.
— Anche fuori — aggiunse Sulpicio Alanna.
— Ma per studiare un qualsiasi fenomeno è forse necessario tutto
quell’apparato ciarlatanesco?
— Ti risponderanno che quelle sono le uniche condizioni in cui il
fenomeno possa manifestarsi. I procedimenti antichi non farebbero
breccia su la sensibile anima moderna. Ricorderai, nella _Farsalia_ di
Lucano, il racconto di quella maga la quale, invasa da sacro furore,
si gettava sui moribondi, sussurrava loro ciò che le piaceva ordinare
alle potenze infernali poi, fingendo baciarli, li uccideva. La stessa
maga, dissotterrava i morti obbligandoli a rispondere alle sue domande;
toglieva loro gli occhi e compiva impunemente orribili nefandezze. Oggi
le cose hanno cambiato aspetto. La parte essoterica dell’occultismo
moderno non è più popolare, rivolgendosi essenzialmente a spiriti
raffinati ha ricorso a forme più raffinate rimanendo identica la
sostanza.
Si interruppe; Oddo Spiro era ricomparso. Notammo l’estremo pallore di
cui era diffuso il suo bel volto di adolescente.
— Non vi sentite bene? — domandò Sulpicio Alanna.
— È nulla — rispose Oddo Spiro. — Tutte le volte che invoco i genii di
Décan, l’emozione troppo forte mi lascia un poco spossato; ma faccio
presto a riavermi; l’aria libera mi è un balsamo salutare. Usciamo?
— Certamente — rispose Sulpicio Alanna.
— A che ora abbiamo l’appuntamento con Leonello Robbia?
— Alle cinque, sul piazzale del Pincio — rispose Giusto Sorani — Non
c’è da indugiare, mancano pochi minuti all’ora fissata.
Poco dopo percorrevamo la luminosa strada che dalla Piazza
dell’Esquilino si lancia in linea retta fino a Santa Trinità dei Monti
e si avvalla e risorge in un superbo giuoco di prospettive superando
tre colli; chiusa ai termini da due steli granitici sacri alle vittorie
di Roma.
***
Giù, dietro la cupola di San Pietro, gigantesca nei cieli come
l’ardimento del genio che la volle, il sole, in una incomparabile
ricchezza di luci, salutava la nostra terra che si volgeva verso
i diademi stellari. L’ammaliamento del sommo fuoco non mai si era
disteso più vasto e superbo fra nuvole ed aria a coronare la città dei
magnifici.
Immensa su l’ondulare dei sette colli lanciava Roma l’arditezza de’
suoi fastigi contro la luce che li facea di basalto ed ora appariva in
una cima obliquamente, ora scuriva avvallandosi come sul turbine di un
mare percosso dai venti occidentali. Dietro la sua compagine, l’ultimo
fantasma solare era scomparso fra un alto intercolunnio di rigidi
cipressi.
Permase all’estremo cielo, nel punto sul quale le piccole cose del
mondo dileguano, una vasta raggiera che si innalzò in un diffuso
nimbo quasi a proiettare nell’aria, un’ultima volta ancora, la grande
ombra del sole. Dall’invisibile fuoco sorse l’armonica forma stellare
e le bianche nubi che spuntavano dall’oriente si orlaron di fiamma.
La luce si mantenne viva per qualche attimo in uno splendore che non
ebbe graduali morbidezze (chiuse l’orizzonte un lieve color ferrugigno
digradante in toni d’oro e di perle fino all’alto azzurro) poi
l’incantesimo vesperale si diffuse per la concava vastità.
Fu dapprima una gialla ammantatura di bellezza oltremirabile che ebbe
fulgori di topazio; ma per un niente: alle estreme radici illividì;
trascorse come un tremolìo d’ignee goccie, subentrò una banda più cupa
che per le gradazioni dell’ametista e del berillo salì all’intensità
del vermiglio; vinse le prime nubi che si sciolsero in corone di
granati; portò, sui monti orientali, nimbi di incognite aurore.
Allora fu che l’Urbe apparve agli occhi nostri indimenticabilmente.
Alta sui palazzi e le chiese, su gli obelischi e le torri, più agile
dei colli perchè più sola nel vuoto, la cupola di San Pietro vegliava.
Da Piazza del Popolo, ultima armonia in cui si muore il digradante
Colle delle Palme, prima ed oltre l’invisibile Tevere, pareva che gli
edifizi in graduale ascendere mirassero all’irraggiungibile sommità.
Sculta in un monte di bronzo, tratta divinamente dall’informe e
costretta in un segno, come un mondo dalle disperse energie, stava, a
simiglianza del ricurvo dorso di un ciclope, il fastigio della somma
basilica.
Monte Mario si erigeva in fondo coronato da suoi neri cipressi e
intorno: la mole di Castel Sant’Angelo, le cupole e le torri di San
Giacomo e di San Carlo, l’oscura massa del Pantheon e più lontano la
colonna di Marco Aurelio, la torre del palazzo Senatoriale, l’ardua
facciata di Santa Maria in Aracœli si levavano nere e rossigne dalle
valli o dai colli.
Altre chiese e palazzi e case si stringevano aduggiandosi,
affoltandosi, costrette in una oscura marea; solo le antenne fulgevano
nei cieli traendo dalla cupa vita dell’ombra tutta la loro forza di
impero.
E in fondo, ultima scolta sui deserti della campagna, i cipressi del
Palatino, i pini del Gianicolo stavano, enormi tede accese alla gloria
del morto Iddio.
In quell’attimo portentoso non si intese parola; ci eravamo soffermati
innanzi alla balaustra come su la prora di un antichissimo naviglio
colti dallo stupore nel quale annega ogni piccola vanità umana:
sperduti nella mirabile visione. Il tempo era spento per noi.
L’eternità vive dell’attimo.
L’anima nostra esulò in quel cielo d’intensissimo fuoco sul quale Roma
imperava.
Poi l’incanto decadde. Il cielo svariò, ammorbidì angelicandosi.
Un’infinita gamma di toni si svolse. Vi furon laghi di smeraldo
leggermente crocei ai bordi; nubi ch’ebbero il color delle opali, albe
di luna nel sereno splendore; nubi rosee a vene grige, altre di una
candida morbidezza di ermellino; archi di luce velati da vapori lattei
fino all’estremo occidente dove, su le cose evanescenti appena, si
distese una rosea dolcezza di paesaggio invernale.
E decadde ancora, sempre più: ogni tono si fuse nell’ultimo languore
violaceo sul quale gli aspetti apparvero tuttavia, lievi ombre
irradianti, per disperdersi poi come il sole sotto il soffio della
prima stella.
Poi, d’improvviso, balzò dalla nascosta città un torrente di luce
perlacea. L’anima notturna di Roma si levava dilagando.
Giungemmo in silenzio fino a piazza Santa Trinità dei Monti. Leonello
Robbia si era aggiunto a noi, camminava al fianco di Sulpicio Alanna.
Trascorrevano, frusciando appena, le ultime vetture signorili; si udiva
distinto il tonfo delle unghie dei cavalli e il lieve sobbalzare delle
gomme sul lastrico ineguale.
Da Piazza di Spagna salivano affrettandosi e volgevano per via Sistina,
gruppi di operaie; altra gente giungeva dal Pincio e si univa al fiotto
continuo, traboccante, per via Capo alle Case, ai quartieri alti o a
Piazza San Silvestro. Il rombo e il tintinnio dei tramway elettrici
lanciati per la rapida erta di Porta Pinciana giungeva frammisto al
rombo saliente della città in moto. Tutti si trovavan per le vie a
quell’ora: poveri e ricchi, ammiranti ed ammirati, domati e domatori a
fianco a fianco e pur tanto lontani gli uni dagli altri, più soli che
per deserti.
Oddo Spiro andava un poco innanzi, solo.
Si era già soffermato ad ammirare, come soleva ogni qualvolta passasse
innanzi a Villa Medici, la bella fontana che sorge a chioccolare nella
sua gran vasca rotonda sotto il folto domo che forman le rame dei
lecci su lei avvinchiandosi e aveva pronunziato qualche incomprensibile
parola mentre gli occhi di lui arridevano sfolgorando — ora procedeva
pensoso, astratto, le mani annodate dietro le reni, levando il capo
a quando a quando per guardare innanzi a sè ed evitare i possibili
ostacoli. Era il tipo più strano ch’io mi avessi conosciuto fra i tanti
che avvicinavo in quel tempo; strano sì per il complesso di esteriorità
bizzarre, come per il temperamento che aveva alcunchè di inafferrabile
e disorganico. Il nome stesso denotava ch’egli non era solo della sua
stirpe ad amar le stramberie.
Il viso un poco pallido era composto in una linea di virile bellezza;
gli occhi azzurro chiari non avevano mai quella luce di voluttuosa
letizia ch’è sì propria ai begli adolescenti i quali sanno precocemente
l’amore; ma riverberavano la continua pensosità di un’anima tormentata.
Sorrideva di rado; parlava a scatti e, a volte, troppo a lungo, come
era solito di rimanersene muto per qualche ora. Le stesse ineguaglianze
regolavano le sue apparizioni fra noi che per giorni e giorni era
assiduo ai nostri ritrovi e lasciava poi trascorrere lunghi periodi
senza farsi vedere. Allora Giusto Sorani lo diceva viaggiante nelle
regioni dell’Astrale.
Amava circondarsi di mistero; rispondeva alle domande nostre
con sorrisi ambigui e con parole evasive passando la bianca mano
gemmata sui lunghi capelli castani. Tale gesto gli era abituale sì
nell’intimità come su la cattedra da conferenziere. Era uno fra i
più accesi apostoli della Teosofia alla quale era stato conquistato
dalle prediche di un bramino. I maligni sussurravano ch’egli si fosse
lasciato sedurre più dalla strana veste che dalle parole del sacerdote
del Budda perchè in quel tempo Oddo Spiro non conosceva la lingua
inglese adottata dal gaio indiano per le sue prediche.
Comunque fosse, ben presto salì in grazia delle esotiche signore le
quali, nella loggia teosofica romana, occupavano i gradi più elevati
della gerarchia buddistica e la fortuna di lui fu fatta.
Associò poi alla pura morale del Budda le pratiche del magismo, chiamò
la scienza a far parte del connubio e si fece sacerdote della miscela.
Siccome era bello, le signore di tutti i continenti convenute a Roma
a formarvi la strana baraonda di cosmopolitismo femminile di cui
la capitale si allegra, gli prestarono fede. Da quanto più lontano
giungevano e quanto meno conoscevano la nostra lingua, tanto più erano
disposte a vedere in Oddo Spiro un nuovo messia. Egli si accontentava
temporaneamente di quel suo corteo di comete sperando in messe più
larga nell’avvenire. Sperava anche poter sovvolgere Roma, la moderna
Roma città dei pacifici. Così, senza alcuna fede, credo, ma con
l’intima speranza di insinuare qualche dubbio nell’anima nostra, ci
aveva fatto convenire alla particolar seduta dalla quale eravamo usciti
qualche tempo prima più tranquilli che mai.
— Povero Spiro — disse Giusto Sorani — pare sia sempre sotto il fico di
Bhodimanda a meditare come il suo maestro su la triplice scienza!
— Miss Twopower — soggiunse a bassa voce Leonello Robbia — ha parlato
di lui a Gino Spada con parole entusiastiche.
— Gran mercè, quella vecchiona in guarnellino e in sottano non avrebbe
a far la Monna Schifalpoco innanzi a tanta grazia di Dio!
La perenne allegria di Giusto Sorani trasse il discorso ad altri
argomenti ai quali partecipammo per la gaiezza che li informavano.
Si giunse così, a passo a passo, ai Prati di Castello, dinnanzi
al villino di Eduardo De Diensi. Quella sera eravamo convitati dal
raffinato edonista per conoscere una nuova etera apparsa da poco a
Roma.
Innanzi al cancello che separava il giardinetto dalla strada, Leonello
Robbia mi chiese:
— Ci sarà anche il tuo onorevole?
— Non credo — risposi.
— È da madonna Primavera — soggiunse Sulpicio Alanna. — Non parlate
dell’onorevole Miaggi?
— Sì.
— Dà un convito per madonna Primavera, su, al nuovo villino che le
ha fatto costruire ai quartieri Ludovisi. Ne parlava oggi, da Aragno,
Enrico Deral.
— Era invitato? — chiese ironicamente Giusto Sorani.
— Se ne parlava non poteva essere altrimenti. Si esalta la decorazione
per farsene cornice.
— Il dolce esteta! — esclamò Sorani — Chi sa quali asfodeliche
bambagerie avrà inventato per trar madonna Primavera a’ suoi sospiri.
— Non si attenta. L’onorevole Miaggi è di una gelosia furibonda e
se il pover’uomo ha l’intelligenza di un montone è, in compenso, uno
schermidore a tutta prova!
— Che bel conflitto! Lo immaginate? Il grande Miaggi, il grosso
Miaggi piantato su quelle sue gambe antiche da glorioso ponte romano;
così, in eroico atto di sorpassare una corrente vorticosa, il braccio
disteso, la mano dal nero vello ferma su la guardia della spada, la
faccia obliqua, corrugate le due atre pennellesse su gli occhiettucoli
rossigni, l’ampia bocca che il riso scataverna, serrata nella dura
linea della rabbia e, di fronte a lui, Enrico Deral, lo sterpo di
chiospa, l’azzurreggiante debolezza, pallido d’insueto pallore, il
viso oblungo, le braccia povere coserellucce, natanti nelle maniche
soverchie della camicia cospicua; la bianca mano, opera di angelical
perfezione, constretta nella costellata guardia del ferro ancipite;
fermo nell’atto sovrastante con grazia misurata e alquanto tremebonda.
Immaginate tale conflitto degli estremi posti di fronte da Monna
Primavera....
— A proposito — soggiunse interrompendosi — v’è fra noi chi sappia
il perchè il gentilissimo nome della donna del Cavalcanti sia stato
affibbiato ad una impudica _ètaira_?
— Chiedilo ad Oddo Spiro — disse Leonello Robbia.
— È opera tua? — soggiunse Giusto Sorani rivolto al taciturno.
— No — rispose Oddo Spiro.
— Eppure l’Ines non deve conoscere la letteratura del trecento!
— In ciò sta il meraviglioso! — esclamò d’improvviso Oddo levando il
capo e le braccia. — Ella si chiamò così una sera mentre era in uno
stato ipnotico, noi presenti. Lo _spirito_ le suggerì il nome gentile
che le fu poi conservato.
Oddo, Giusto e Sulpicio si avviarono su per le scale luminose. Leonello
era rimasto un poco indietro con me.
— Ed ora — mi chiese — non lavori più per l’onorevole Miaggi?
— Bisogna gli serbi riconoscenza — risposi —. Grazie alla tua cara
amicizia è stato il primo ad aiutarmi. Senza l’aiuto dell’onorevole
Miaggi chi sa quante altre amarezze mi sarebbero toccate! Del resto
paga cara la vanità di apporre il nome su cose non sue; ma non si
lamenta. A me non costa troppa fatica il lavoro che mi chiede, poi mi
rimane tempo da dedicare agli studi miei.
— Lavorerai molto?!
— Un poco, sì; ma, come vedi, non ne sono affranto se ho in mente le
distrazioni. Il tuo mondo mi seduce, è così nuovo per me, mi abbaglia.
— Te ne stancherai presto.
— Chi sa? Lo conosco troppo poco. C’è qualcosa che assopisce in tutta
questa mollezza, qualcosa che addormenta e mi pare temerne talvolta; ma
è troppo più forte la gioia che me ne proviene.
Eravamo giunti alla vasta anticamera che si apriva al sommo delle
scale, illuminata da una ricca lampada in ferro battuto. La luce
scendeva tenue e varia pei vetri colorati. Giungevano, da una stanza
vicina, accenni musicali destati come da una mano che, tutta lieve,
scorresse la tastiera di un pianoforte. L’aria era tepidamente
primaverile. Un senso di benessere, un’intima ebbrezza m’invase; avevo
la chiara sensazione di risorgere, di rinascere; il mio sangue era
sospinto da una nuova giovinezza aperta a un subito vento d’infiniti
desideri ignoti al mio spirito per l’innanzi. La via percorsa si
oscurava; le cose del passato dileguavano; la gioia mi aveva chiamato
alle sue ricche soglie e m’invitava nel suo regno di incantesimi.
Ero giunto come un ignaro che stupisce dapprima, si adombra, teme poi,
affinatosi un poco, anima di tutto il suo entusiasmo la nuova vita
che lo accoglie. C’era tant’ombra, tanto male appena un passo dietro
me (sì vicino che ne sentivo tuttavia la soverchiante minaccia); era
stata sì fiera la mia prova che me ne tornava l’incubo nel sogno.
Quante volte ho rabbrividito pensando ricadere! Quante volte un’onda
di pessimismo, ridotto a vana speranza qualsiasi affidamento sul mio
ingegno, mi dimostrava essere io zimbello di un’effimera fortuna che
poteva volgersi da un attimo all’altro per lasciarmi sul punto di prima
nell’aspra lotta per il solo pane! Eppure il contrasto mi rendeva più
bella la conquista.
Si era dischiuso innanzi agli occhi miei, all’anima mia, sitibonda di
sensazioni nuove, una via impensata che avrei voluto percorrere con
la vertigine del desiderio. Mi pareva allora che tutta una vita non
sarebbe stata sufficiente a comprendere in sè gli infiniti aspetti
della gioia. Volevo dissetarmi, essere ebbro; un’ansiosa concupiscenza
mi sospingeva per tutti i miei sogni che tornavano ad arridermi vicini,
nel campo del possibile. Avevo la fede dell’ignaro, la semplicità del
solitario.
Era trascorso qualche mese dal mio primo incontro con Leonello Robbia;
lavorando con assiduità da benedettino avevo condotto a termine in
poche settimane il breve studio esegetico su le opere di Seneca e,
incorato dai guadagni e dalla stima dei nuovi amici, avevo compito,
per conto mio, altre piccole cose, le quali, per la loro freschezza
nuova, avevano sollevato una certa curiosità intorno al mio nome. Ciò
mi valse quale titolo per entrare nella società che praticava Leonello
Robbia. Vinta la prima renitenza, il nuovo ambiente mi sedusse; ne vidi
unicamente l’orpello.
E vivevo dimentico a volte, a volte in aspra lotta con me stesso. Oh
anima mia tormentata; piccola nave sobbalzante sul fiotto della vita!
Per due volte Omero era salito al mio quarto piano per dirmi che
Serenella mi aspettava, che egli l’avrebbe fatta uscire dal convento
quando io lo desiderassi e per due volte l’avevo pregato attendere
scusandomi col presentare un poco lieto quadro delle mie finanze.
— Sta bene — disse Omero e vidi gli occhi suoi farsi d’un subito
freddi come l’acciaio. — Sta bene, verrai quando ti piacerà. Sai dove
trovarci.
Era partito senza aggiungere parola e da quella volta non era tornato
più.
Trascorse un mese senza ch’io salissi la solitaria via dell’Aventino;
il lavoro assorbente mi fu valida scusa, blandì il rimorso.
— Andrò — mi dicevo — non posso affrettarmi. Ella sa ch’io lavoro per
lei.
In vero un sentimento tutto nuovo sorgeva in me di giorno in giorno
più forte e mi costringeva al suo fascino. Un’egoistica freddezza
s’impossessava del mio pensiero, di tutto l’essere mio il quale, in
un nuovo ardore, aspirava all’intera sua libertà. Non volevo limitare
la mia vita al poco, precludermi le vie di gioia che si schiudevano;
starmene nell’ombra col tormento di non aver vissuto mai. Era troppo
arida la mia bocca ed avida, sitibonda si appressava alla ricca fonte
del piacere. Per gli occhi miei tutto era nuovo: gli aspetti, gli
uomini, le cose e, alla prima meraviglia, era subentrata nell’anima mia
una ferma volontà di partecipare alla squisita raffinatezza di vita che
avevo intravveduta.
La giovinezza è un volo, un rapido volo pei cieli: avessi potuto
compierlo almeno in un grido festoso e salire salire fin dove l’occhio
più spazia. Non mi sarebbe mancata forza a reggere al mio ardimento.
La turbolenza di un tempo che mi aveva sospinto ad emigrare dalla
mia terra per il sogno della fiera libertà, si ridestava, saliva
agitandomi, mi sospingeva verso l’ignoto nel quale era tutta la gioia,
l’unica gioia non trovata mai, pensata solo nell’ardore di qualche
desiderio superbo. Un nuovo orizzonte si dischiudeva per me ed io non
avrei saputo volgere gli occhi altrove, pensare al passato, ritornare
su’ miei passi per conchiudere volenterosamente la mia giovinezza
entro un fissato confine. Ma se avevo avuto sempre in orrore i limiti?
Se era, l’anima mia, come un’acqua che deve defluire perennemente per
serbarsi limpida? Quale sentimento, quale egoismo potevano costringermi
al giogo, all’inerzia, alla morte? Andare sempre, come diceva
l’insegnamento del mio rude maestro, di terra in terra, senza meta, e
soffermarsi appena per riposare, e riprendere la strada verso il punto
lontano nel quale la sorella buona ti attende al limite delle nebbie
per condurti alla grande soglia, questa la vita!
Così, non altrimenti volevo. Tutto l’essere mio consentiva in un impeto
gagliardo in tale volontà. Temevo la solitudine forse? Quand’anche
tutti mi avessero abbandonato e la miseria, ed ogni dolore, ed ogni
sofferenza fosse giunta con le sue più sottili torture a martirizzarmi,
non mi sarebbe rimasta l’anima mia che il male non lede, che è come il
puro fuoco eterno? Solo, con lei, avrei potuto morire sdegnosamente,
sotto l’ombra di qualche albero taciturno proteso su la mia via
solitaria.
Ma che cosa mi aveva chiesto Serenella? Niente. Taceva nella sua quiete
senza interporsi, senza avvertirmi della sua presenza; così sarebbe
morta tutta chiusa nel suo sogno d’amore come in una suprema virtù
dell’essere. E non era in tale silenzio della creatura debole e mite,
un vero eroismo?
Chi sa fra quali stenti aveva errato per raggiungere il suo bene che
ora le sfuggiva. Io dimenticavo. Innanzi a me era la vita, ma Serenella
era sola, nel silenzio di un chiostro ed altro non poteva sperare s’io
le fossi mancato. Non era piuttosto un freddo egoismo e una sciocca
ribellione che mi sospingevano a trascurarla?
Inoltre ella era un’anima ed una coscienza e una forza; taceva per il
suo giusto orgoglio ed io vedevo in lei il dolore disceso nel mondo a
dimostrare la superba divinità dell’amore.
A volte tale insistenza del pensiero di lei che definivo allora
sentimentalità morbosa, mi indispettiva; ma perchè non avrei dovuto
raggiungere il pieno sviluppo della mia personalità? E s’io cedevo
alla voce del cuore, non mi sarei perduto in una incessante penosità
di vita, non avrei dovuto rinunciare, per i nuovi obblighi dell’unione
mia con Serenella a tutto ciò che poteva promettermi l’avvenire? Non mi
sarei precluso mille vie, non avrei soffocato in me molteplici volontà
le quali avrebbero potuto nel poi, rivolgersi in odio contro lei che
nulla intuiva di tale mio grande tormento?
Mille tentazioni mi assediavano, mi erano d’attorno per assillarmi di
continuo; meglio era ceder loro per liberarmene.
E una sera volli esser sincero con me stesso e mi chiesi s’io l’amassi
ancora; se tutto il mio tergiversare non fosse l’ultimo risultato
dell’amore morto.
No, così non era, non l’avrei dimenticata. Ora più che mai sentivo di
amarla perchè un’avversa corrente mi trascinava lontano da lei. Erano
in me due anime: l’una sitibonda di vita, eternamente insoddisfatta,
chiusa ne’ suoi desideri per un’egoistica volontà irrefrenabile;
educata dalla violenza degli elementi ebbri di una libertà che non
trovano se non nelle tenebre del caos; l’altra rinchiusa nell’armonica
concezione dell’amore per cui tutto rifulge che è vita.
E si soverchiavano in una lotta che non aveva tregua onde seguiva la
mia eterna vicenda del giungere e del ripartire.
***
— Verrà? — chiese Leonello Robbia.
— Forse sul tardi — rispose De Diensi.
— E.... è molto bella questa tua Sara?
— Divina, semplicemente divina!
— È bionda?
— No.
— Bruna?
— Non voglio togliervi la verginità dell’impressione. La vedrete.
— Come mai rinunzi, una volta tanto, all’arte della tua parola?
— Me ne sarete grati. La bellezza di Sara non si descrive. È come un
impeto di sole: abbaglia.
— E.... particolari su la sua vita?
— Nessuno.
— Ma da quale parte viene?
— Non si sa.
— È italiana?
— Credo.
— E chi l’ha lanciata?
— Il marchese di Narva; ma per un caso strano che vi racconterò poi.
Certo ella è pari al mistero che l’avvolge. Io ne ho ancora accesa la
mente e il sangue. Sul conto di lei corrono le più strane leggende.
— Per esempio?
— Si dice ch’ella sia un’emissaria di una nazione estera. Sarebbe
venuta in Italia con importantissimi incarichi.
— Davvero?
— E ha fatto capo al marchese di Narva? — chiese Giusto Sorani,
incredulo.
— Vi ho detto che è una leggenda. D’altra parte tutto ciò le forma una
cornice simpatica. Sara, per conto suo, parla pochissimo, si direbbe
quasi muta e non fa male, conserva intatto il fascino della sua
bellezza.
— Che ne dici Oddo? — chiese Giusto Sorani volgendosi al giovane che
stava seduto in disparte senza interloquire.
— Egli è puro — rispose il De Diensi — non ha peccato ancora, ciò che
vuol dire ch’egli è un raffinato della concupiscenza.
Oddo Spiro non rispose, alzò gli occhi verso una riproduzione della
Vittoria di Samotracia ed ebbe un sorriso ambiguo. Si era abbandonato
sui ricchi cuscini di un divano situato nell’angolo più oscuro della
vasta stanza ottagonale rivestita di tappezzerie stile rinascenza;
dietro lui ricadevano le ricche pieghe di una tenda di seta olivastra a
disegni azzurri.
Eduardo De Diensi volse un poco il viso composto e gelido, bello nella
sua linea classica, ed animato stranamente dagli occhi, neri come
l’onice; fissò Oddo Spiro e riprese:
— Eppure potreste avere la vostra giovinezza ricca di tutti i tesori;
nulla vi si negherebbe perchè possedete il massimo fra i beni: la
bellezza.
— È cosa effimera — rispose Oddo Spiro.
— È tutto! — soggiunse De Diensi attardandosi su le parole quasi a
compiacersi del suono della sua voce, la quale aveva, come quella del
flauto, squisite morbidezze e cadenze dolcissime.
— Per voi edonisti è tutto, non per noi. Io vorrei già essere vecchio
per aver raggiunto quel termine di sapienza che vedo sì lontano
ancora. Può forse commuovermi un bene passeggero? Dovrei rinunziare
all’infinito bene della conoscenza per la semplice grazia di un’ombra?
Voi vivete di vanità, anzi vi siete fatti una veste della stessa
vanità. La vita vi accieca. Noi siamo reincarnati per redimere le
colpe della nostra passata esistenza. Solo coltivando l’ideale che
è in noi possiamo costituirci il futuro destino. Inoltre gli esseri
umani non sono che le cellule dell’umanità; ora un uomo non può
essere assolutamente felice finchè altri uomini soffrano. Per me ciò è
assiomatico.
E dopo una pausa soggiunse:
— Vorreste forse negare anche la nobiltà della mia fede?
Eduardo De Diensi sorrise. Era appoggiato al pianoforte e veniva
togliendo da un fascio di alburni che emergevano da un’anfora di
cristallo azzurro, qualche corolla. Rispose volgendo gli occhi verso i
fiori:
— È sempre nobile il motivo che vi spinge a compire una cosa sciocca.
— Ed è per raggiungere il tuo ideale — soggiunse Giusto Sorani — che
hai turbato il sonno secolare della piccola Creperèia Triphaena?
— Chi è questa tale? — chiese curiosamente, sporgendosi, Leonello
Robbia.
— Io vivo di quella memoria — rispose Oddo Spiro impallidendo. — Il
mio amore è nell’infinito con lei. Io so che innanzi a quell’arca
fredda in cui la sua giovinezza spenta posò tanti secoli or sono, un
acerbo dolore si risvegliò nell’anima mia. Non ero, come tutti voi,
di fronte ad una cosa muta, estranea che non ha altro valore se non
quello dell’antichità; io mi trovavo ricondotto alla sofferenza di una
vita molto anteriore. Voi non potete intendermi. Io la venero, sì, la
piccola Creperèia. I parenti la coprirono d’oro quando fu morta, io
le copro l’arca di fiori e le porto le mie parole più belle. Questa
purezza vi offende, lo so; voi impiegate la vostra forza nervosa
nel soddisfacimento di basse aspirazioni di passioni inferiori, io
spiritualizzo il mio ideale. La mia gioia vi è estranea come la breve
arca bianca nella quale posa il corpo di lei, la sua polvere. Ella ha
raggiunto le regioni dell’Astrale ed io l’ho eletta a mia guida nel
cammino difficile di questa vita e per ciò che le feci soffrire quando
visse, tanto più soffro ora. Non potrete intendermi, ma il mio amore
ha la purezza delle cose eterne, è come un fiore degli astri, vorrei
morirne!
Appoggiò i cubiti ai ginocchi; nascose il viso fra le palme. Le sue
dita, internandosi fra i capelli, li divisero in ciuffi salienti.
— Voi vivete in un inganno — riprese Eduardo De Diensi — ed io non
vorrei distogliervene. Vi siete composto un sogno meraviglioso e folle
sul mistero dell’irreale e irridete noi. Siete troppo giovane ancora
per dire: di qui non passerò. Certo è, e ne converrete forse, che il
profondo mistero della terra è nel visibile.
Dopo una breve pausa riprese:
— Voi esaltate e osservate la castità credendo seguire una superior
legge della natura e di qui ha principio l’inganno. La natura se ha
una voce e una legge l’esplica continuamente nel grido del piacere.
Tale è la sua volontà imprescindibile, imperiosa, sopraffacente. Se
vi prenderete la pena di considerarla un poco, potrete accorgervi
che è l’unica volontà che dobbiamo intendere con piena intelligenza.
Anzichè combattere il piacere e cercare un continuo martirio che non
vi condurrà mai ad alcun profitto e vi farà aspro e con voi e coi
simili vostri, cercate la compiuta soddisfazione dei desideri che
germogliano, che rampollano numerosi dall’anima vostra come i fiori
dal mandorlo allorchè giunge la primavera; concedete a voi stesso
ogni cosa che possa piacervi: solo quando sarete soddisfatto potrete
dire di esser buono ma con voi, non coi vostri simili. Che cosa può
significare per l’anima vostra codesta massa amorfa? Voi siete solo
nella vita e non potrete essere inteso mai dagli uomini che vi stanno
intorno, immersi nelle tenebre. Gli uomini sono, nella maggior parte,
spiriti meschini combattuti da antiche, sciocche paure. Iddio li
minaccia dal cielo; la società su la terra: fra lo spavento delle due
mani tese vivono compressi, sciocca nidiata implume. Vorrete esser
da tanto? Vorrete mutilarvi, rinnegare voi stesso? Aggiogarvi alla
ferrea catena secolare? Unirvi al nero gregge che va per il suo brago
dalla cuna alla tomba? Ah! ascoltate il grido della vostra giovinezza;
assecondate l’impeto del piacere; fate a qualunque costo di tutti i
vostri sogni una meravigliosa realtà. Non vi avvelenate nella rinunzia
cieca. Il martirio che vi imponete oggi potrebbe esservi amaro,
troppo amaro domani quando l’immonda vecchiaia verrà a deturparvi il
volto con le sue mani adunche e scioglierà la vigoria della vostra
persona, e vi farà una brutta, una orribile cosa dolorante alla quale
non vorrà togliere la triste eredità del pensiero. Voi credete nel
peccato; ebbene, se vorrete essere sincero, non potrete nascondermi di
aver peccato con l’intenzione. La cosa è brutta, rientra nel dominio
dell’ipocrisia. L’atto stesso che chiamate peccato, qualunque esso sia,
è, per me, un lavacro di purificazione. È un tormento che cade.
Si interruppe ancora; sedette sul divano disposto vicino al ricco
pianoforte; trasse da un astuccio dorato una sigaretta, l’accese e dopo
aver aspirato il fumo azzurro riprese:
— Non voglio persuadermi però; sarebbe immorale. Non voglio in
qualsiasi modo farmi di voi una eco dell’anima mia. Mi permetto
consigliarvi: d’altra parte so troppo bene che non intenderete.
— Ditemi — disse Oddo Spiro levando il capo — e con tutta franchezza:
la vostra coscienza non vi turba mai, non vi lascia perplesso talvolta?
— Volete dire la coscienza come movente morale? Non mi turba, no;
per me è cosa perfettamente trascurabile. Io so che se una volta sola
avrete il coraggio di vincere il Medioevo che vi opprime e commetterete
un grosso peccato per il quale potreste mettere in piena rivolta Iddio
e la Società, ritornerete allo stesso peccato più volte, con gioia
sempre nuova. Questa è la verità semplice. Noi viviamo in un eterno
inganno.
Sulpicio Alanna che era rimasto fino allora silenzioso, intento a
sfogliare, innanzi al pianoforte, lo spartito di un’opera di Wagner,
levò gli occhi dal ricco volume:
— Ognuno vive secondo l’inganno che più gli conviene — disse. — Tu
stesso non senti la sincerità delle dottrine che esponi.
— Io sento la loro bellezza e ciò mi basta. La sincerità può essere
talvolta degli apostoli, è sempre un dono dei poveri di spirito.
Bisogna rinchiudersi nell’angusto ambito di una qualsiasi morale
per essere sinceri e questa è già una povertà di spirito. Io non mi
preoccupo affatto delle vostre finzioni. Un uomo, se è una persona
di ingegno, comincia con l’ingannare sè stesso per raggiungere la
sincerità della sua finzione; rinunzia a una gran parte possibile di
godimento; si imprigiona. Bisogna provar tutto, foggiarsi a tutto con
uguale indifferenza. Una cosa sola è degna di esser presa sul serio ed
è il tuo _Io_. Ciò basta. Non sentite forse tutto il ridicolo di chi
assume seriamente un qualsiasi atteggiamento morale? Vi sono nemici dei
pregiudizi che non s’avvedono di esserne schiavi; spiriti liberi che la
morale incatena. Il controsenso è frequentissimo e passa inavvertito.
Pochi hanno il coraggio di vivere all’infuori di ogni legame;
unicamente per il loro piacere.
— E quando la giovinezza sarà trascorsa? Quando il piacere avrà
esaurito tutti i suoi fascini e la sua tentazione scuoterà invano
il tuo corpo disfatto allora la tua fredda logica non ti sarà
tormentosamente amara?
— No — riprese sorridendo Eduardo De Diensi — no perchè non avrò
rimpianti. Potrò guardare sorridendo al mio passato. Io svolgo il mio
sogno d’arte nella mia vita. La bellezza per me è una cosa tangibile,
vive al mio fianco, è mia. La visione di questa armonia ch’io compongo
per me stesso nel breve periodo che natura ci concede per la gioia, mi
accompagnerà fin ch’io viva. L’artista, normalmente, rinunzia a tutto
per gli altri e si appaga del contributo di ammirazione che il gregge
gli tributa; credi forse ne valga la pena? Perchè avvizzire l’anima
tua ponendola a contatto con quella de’ tuoi contemporanei che non la
potranno intendere? Che ne sa dell’amore e del piacere tutta questa
gente che è volgare anche quando si uccide? Ma tendi un poco l’orecchio
alle voci che ti giungono dal basso: sentirai, ovunque volga il capo, i
piagnistei della pietà, la quale, oltre essere un sentimento inferiore,
è la perpetua esaltazione di tutto ciò che è brutto, deforme, schifoso.
Viviamo in un secolo che si allontana dalla bellezza, che non ne
conosce il benchè minimo aspetto; in un secolo povero e ributtante;
meschino e vile in cui l’altruismo è levato a grido fra piangevoli
querele e grottesche minacce. Che cos’è mai un altruista se non una
piccola medusa che assimila i colori del gran mare e vi si perde?
Abbiamo perduto il senso della gioia e del riso; solo l’insuperabile
Grecia ne conobbe tutto il valore e lo esaltò. Ora l’uomo conosce ed
esalta il suo pianto; è quindi la più meschina fra le creature nate.
Che vale affannarsi e cercare la sua approvazione? A che ti servirebbe
la tua intelligenza in tal caso? Io ti ripeto che può dirsi unicamente
un organismo superiore quello che cerca moltiplicar la vita fin dove
lo assista la sua potenzialità; e ascolta la voce dell’unica madre; e
tutto accoglie in sè senza nulla concedere alla volgarità della folla.
Siate come la quercia millenne: ella estende intorno le radici per un
raggio immenso e nessun’altra pianta può crescerle vicina perchè tutti
i succhi della terra salgono alle sue cime. E si lancia sotto ai cieli
al di sopra di tutte le cose viventi e veggenti: è forte, è unica; il
regno dell’azzurro è suo. Se la morte si sofferma a’ suoi piedi ella
ride. L’anima di lei è in alto, sotto gli iridati archi del cielo. Per
l’altezza che ha attinto non può volgersi a sogguardare le cose che
gemono nell’ombra che getta su la terra. Il suo destino è il dominio,
la sua legge è la gioia di vivere. Ella adempie il suo diritto alla
vita possentemente e quando la folgore l’abbatta, precipiterà nel grido
della sua grand’anima solitaria e ancora le piccole cose intorno a lei
ne temeranno.
Dopo una brevissima sosta riprese:
— No, la vecchiaia e la morte non saranno per me tormentose se potrò
vivere così, come la quercia fatale.
Nessuno disse parola poich’egli tacque; ognuno di noi parve
acconsentire. Così non era. Il fascino ch’egli esercitava ci lasciava
stupiti come sotto l’azione di un narcotico. Dalle sue parole si
dipartiva un profumo strano. La voce languida e penetrante, accesa
da una musicalità voluttuosa, sapeva le vie per le quali si scuote
la mente e la si intorpidisce nel fascino, e gli occhi di lui
assecondavano lo squisito suono delle parole; pareva che tutta l’anima
sua, accesa e tranquilla, vibrasse nel breve arco di quelle pupille
nere in un profondo senso di gioia.
Mentre parlava, avevo osservato tutti i volti intenti al delicatissimo
suono delle sue parole; era una conquista lenta e sicura. L’anima
sua si espandeva in noi come un’onda di armonia, senza impeti
sopraffacenti, invisibile essenza propagantesi per virtù maliarda. A
volte mi sentivo scosso come se una voce mi avesse tolto dal sonno di
soprassalto; un profondo turbamento avveniva in tutto l’essere mio;
ogni pensiero era sovvolto da quella concezione edonistica della vita.
Una nuova ebbrezza mi stordiva.
— Alanna — disse Giusto Sorani — aspettiamo ancora il duetto del
Tristano.... siici cortese!
— Anima la superba strofe del senso, te ne sarò grato — soggiunse De
Diensi.
Nel silenzio i primi accordi si tolsero lievi, si espansero dolcemente
preludiando all’indicibile spasimo d’amore. Poco tenne il sospiro
chè crebbe incalzando, si perse nel magnifico canto in cui il Titano
raccolse la sua passione, la passione del mondo. Socchiusi gli occhi;
vidi gli oggetti lontani svanire pigramente nella penombra. Un’aureola
d’oro scendeva dalle lampade elettriche, foggiate in vivi grappoli
di strani fiori iridati, ad arricchire i contorni delle cose. Vidi
un antico paravento di cuoio di Cordova, un’anfora di agata nebulata
entro la quale cadevano sfogliandosi alcune rose gialle, un lembo degli
arazzi dai vivi colori di fiamma (gli oggetti che mi erano più vicini)
disperdersi in quella luce calda e diffusa.
Un sottil senso di piacere dilatava l’anima mia; ogni rigidezza
dileguò dinanzi dalla mia mente per il fascino del canto divino che
si innalzava accendendo una voluttuosa letizia. Dava tanta dolcezza
il soavissimo grido che ogni viso intorno ne smoriva. Come chiusi gli
occhi, Serenella mi riapparve.
***
La cena offertaci da Eduardo De Diensi volgeva al suo termine e
l’animazione era grande.
— Non giunge ancora la tua vaghissima incognita? — chiese Giusto
Sorani. — Io ne ardo già prima di conoscerla. Deve avere qualche pregio
singolare se può piacerti.
— L’unico pregio che possano avere le donne è quello di essere
decorative e Sara è meravigliosamente decorativa.
— È interessante?
— Interessantissima perchè sa assolutamente nulla.
— È troppo poco — disse Oddo Spiro.
— Ciò che basta perchè possa piacere. La sua insipienza le fa
nascondere la terribile superficialità del suo sesso. Ella tace.
— Una bella statua, allora! — esclamò Leonello Robbia.
— Ti pare poco? — soggiunse Giusto Sorani.
— Riducete a una miseria del senso anche l’essere più gentile che ci
abbia dato Iddio! — gridò Oddo Spiro scattando.
Un breve riso accolse le sue parole.
— Ma se affetti di essere misogine? — ribattè Giusto Sorani.
— Non potete intendervene — aggiunse Sulpicio Alanna — perchè, stando
alle vostre dichiarazioni, anche il vostro amore persegue l’irreale.
Suppongo non abbiate scambiato mai parola con Creperèia Triphaena!
— Non turbate la sua pura memoria — ribattè vivacemente Oddo Spiro. —
Non è questo il luogo nè l’ora più adatta a parlarne. Vi prego. Il mio
amore è un sogno e sta bene; ma ho accostate anch’io molte donne del
mio secolo e non ne ho riportato l’impressione disgustosa....
— Ma niente affatto disgustosa! — interruppe Giusto Sorani.
— È un ragazzo incorreggibile — soggiunse De Diensi sorridendo.
Oddo Spiro strinse il capo fra le spalle e tacque. Furon servite le
frutta e corse ancora per le scintillanti coppe cristalline la bionda
effervescenza dello _champagne_. L’animazione del conversare si faceva
più viva.
Sulpicio Alanna aveva composto coi tralci d’edera e coi fiori di cui
era cosparsa la tavola una ghirlandella bene contesta.
— Vuoi coronarne De Diensi? — chiese Giusto Sorani.
Alanna si levò dirigendosi verso una statua di Antinoo che sorgeva
nella penombra della sala, compose su la fronte dell’efèbo, che
la follia di un Augusto divinizzò, la sua ghirlandella e disse
rivolgendosi:
— Alla gloria di tutto ciò che è straordinariamente bello!
— E al prestigio della Bellezza quale fatto assoluto; divina e
tangibile espressione del Piacere! — rispose De Diensi.
— Fate che non vi senta Oddo Spiro! — esclamò Giusto Sorani.
— Per conto mio non v’intendo nè mi piacerebbe intendervi — rispose
Oddo — Noi ci troviamo agli opposti poli; non sarà mai possibile un
qualsiasi punto di contatto fra noi.
— Credo che Duccio della Bella, il taciturno — riprese guardandomi —
tenda piuttosto alla mia via anzichè alla vostra.
— Io vivo nella mia perfetta indifferenza — risposi —. Tutto mi
interessa perchè è nuovo per me. Mi guarderei dal prendere un qualsiasi
partito precipitosamente.
— Della Bella fa dell’arte ma non saprebbe viverla — aggiunse Giusto
Sorani.
— Come vedi, tento partecipare alla vostra vita!
— Quale curioso.
— Certamente. Sarebbe ingenuo pretendere che un uomo potesse spogliarsi
del suo passato come di un nulla.
— Sapete — disse Leonello Robbia — Albula, la ninfa delle maremme, ci
abbandona.
— E dove va? — chiesero in coro i compagni.
— Segue il suo pittore, il russo, che se n’è invaghito perdutamente e
la sposa.
— Glie lo avrà promesso — disse Giusto Sorani.
— E terrà fede — soggiunse Alanna. — Questi stranieri sono a volte
prodigiosamente ingenui e profondamente morali.
— Del resto la stessa sorte è toccata ad Annuccia ed a Bibiana —
riprese il Sorani.
— Bibiana? Quella che sposò il pittore malese? — fece Leonello Robbia.
— Lei. Era tanto bella! E quel ceffo obliquo l’uccise!
— Fine sentimentale che invaghirà chi sa quante altre! — commentò De
Diensi — Le donne ti amano tanto più quanto più le tratti crudelmente.
La loro intelligenza inferiore non concepisce che la schiavitù.
Ucciderle, nel loro concetto, significa adorarle.
— Bibiana non era affetta da romanticismi — disse Leonello Robbia.
— Come le venne in mente allora di abbandonare la gaia comitiva per
seguire quell’Otello mongolico? — chiese Sulpicio Alanna.
— Era ricchissimo.
— Poteva procurarsi bene altrimenti la ricchezza. C’è sempre qualche
unione molto più elegante del matrimonio — conchiuse a commento Eduardo
De Diensi.
— Si dice fosse innamoratissima del suo Malese.
— Che donna noiosa allora! — riprese De Diensi —. Una fra le tante
che hanno troppo spesso su le labbra la parola _sempre_ e mirano
all’eternità! Sono le più terribili nemiche dell’uomo; lo distruggono
semplicemente; gli tolgono ogni personalità. Qual’è mai quel sentimento
che non debba aver termine? Conviene sapere apprezzare il passato,
lasciargli un fascino. Solo una nullità può amare una volta sola e
la grande passione è il patrimonio dei meschini. La donna è un essere
grazioso appunto perchè dimentica facilmente, in massima. Questo è il
suo fascino maggiore. Dopo tutto anche l’amore parsimonioso, è cosa che
può divertirci.
A questo punto un servo si accostò a parlare sommessamente al De Diensi
il quale rispose:
— Falla entrare.
— È Sara? — chiese Giusto Sorani.
— Credo sia lei.
— Benvenuta, benvenuta!
— Brinderemo alla sua bellezza!
— Ed al suo silenzio!
— Me ne son creata una immagine strana; mi aspetto vedere una maga —
disse Sulpicio Alanna.
— Non ti inganni — rispose De Diensi.
— Di quale colore ha i capelli?
— E gli occhi?
— Saranno foschi, immagino, — disse il Sorani — foschi e profondi e
terribili nella voluttà!
— Immaginate una lucida malachite stupendamente venata di nero —
esclamò De Diensi. — Io non ho visto mai cosa più bella!
— Sono un poco obliqui?
— Hanno la grazia di una foglia di loto.
— Ricorderà Rodopis!
— No, una bellezza egiziaca!
— Venere Anadiomène!
— Eccola! — sussurrò De Diensi.
Tutti tacquero. Ci rivolgemmo protesi. Le portiere ondularono
lievemente, poi si scostarono levandosi in due bande e nell’armonico
vano apparve l’incantevole bellezza.
Ebbi l’improvvisa sensazione di perdere tutto il mio sangue; un
intensissimo gelo mi corse per la nuca, per le reni; mi levai scattando
e feci per gridare:
— Sita, Sita! — ma gli occhi suoi, ch’ebbero un inusitato lampo di
preghiera, mi trattennero, mi avvinsero.
Ricaddi a sedere. Ella avanzò fra le voci che l’acclamavano.
Aveva una veste del color verde tenero delle acque; sbocciava la
persona da quell’involucro lieve, in tutta la sua bellezza altera. La
gran fiamma rossa de’ capelli si spartiva a incorniciare la grazia del
pallido viso alabastrino, quasi immobile, fermo in un segno di dominio.
Gli occhi verdi, grandi, obliqui, mettevano subite luci ed ombre cupe
su la freddezza di quel viso, e così le labbra vermiglie, stranamente
accese. Era alta, magnifica; pareva discesa da una reggia. Negli occhi
di lei come in tutta la persona era la forza imperiosa che l’avea
condotta sempre a trionfare.
E l’udii parlare (anche la voce era grave e dolcissima) e vidi con
quale tatto sapeva reggersi tra quei raffinati.
Destò in breve una comune follia.
Sul tardi, mentre sfogliavo un volume, in un salottino attiguo alla
sala del pianoforte, sentii all’improvviso il soave contatto di un
braccio nudo che passava attorno al mio collo e una voce carezzevole
vicina al viso:
— Duccio?
Mi volsi. Sita era curva su me. Ah maravigliosa maschera d’amore!
— Mi perdoni? — mi chiese e vidi il sorriso de’ suoi denti bianchissimi
su le labbra vermiglie troppo vicine al mio volto. — Ho sofferto tanto;
mi perdoni?
Ella scendeva nel mio sangue, mi stordiva.
Si avvicinò ancor più.
— Non mi tradire! — sussurrò; poi la sua bocca come una morsa tenace
mi baciò, mi morse su la bocca; le sue braccia mi strinsero nella loro
carezza fremente; i suoi grand’occhi si arrovesciarono leggermente.
La fatale maliarda aveva gettato il terribile incanto. Vi caddi
abbrividendo come per il bacio della morte.