XVII.

Surge et ambula.

Si udiva un tonfo monotono ed uguale sopra al mio capo; il tonfo di

una sedia altalenante in un dolce dondolio di cuna. E una voce modulava

una nenia di sonno mossa in un ordine di lunghi intervalli e di tristi

cadenze.

_Vedo su dall’Orïente_

_tre corone risplendenti:_

_porteranno per ristoro_

_mirra, incenso e un dono d’oro._

Come alzavo il capo per riposare un poco, la voce materna infaticata

e soave fino al suo consumamento mi giungeva più chiara. La seguivo

perchè mia madre mi era vicina, sorta dal suo silenzio per me, una

volta ancora.

La donna che cantava così tutte le notti per addormentare il suo bimbo,

non m’era ignota.

Da quando avevo lasciato la mia vecchia stanza, improvvisamente,

di notte, per esser più certo che nessuno potesse spiarmi e mi ero

stabilito in una cameretta ad un quarto piano in via di Porta Salara,

m’era apparsa tutte le sere, seduta su gli scalini della porta di

strada, una giovane donna. Aveva sempre, abbandonata sul grembo, una

creaturina di pochi mesi.

Le prime volte ero passato senza porre attenzione all’incontro; ma in

seguito, notando come la sconosciuta mi osservasse timidamente, mi ero

soffermato a guardarla ricevendone un senso di sorpresa. Quel viso non

mi era nuovo, l’avevo veduto altre volte; ma dove?

Siccome non avrei saputo su qual punto di riferimento fissarmi

per parlarle e siccome poteva darsi ch’io fossi giuoco di una

rassomiglianza, vinsi la tentazione che avevo di rivolgerle parola. Una

sera rincasando, trovai la giovane donna ritta su la soglia della porta

di strada; pareva fosse là ad attendermi.

Non appena mi vide sorrise, poi, quando le fui vicino arrossì e disse:

— Non si ricorda di me? Ella fu buono con noi e trovò l’avvocato che

difese mio padre. Mi chiamo Pavona.

Ora sì, mi tornava in mente; non eran trascorsi molti anni da

quel tempo ma la mia vita era stata sì avventurosa! Mi era parso

riconoscerla fin da principio, però non avrei saputo identificarla

con esattezza tanto che non le avevo parlato per primo. Ora sì ora

ricordavo tutto ed ero contento di ritrovarla tanto lontana dalla

nostra terra.

Ella mi ascoltava sorridendo e gli occhi le si eran fatti più luminosi.

Il bimbo le dormiva fra le braccia, la testa appoggiata su la spalla

ed era sì grande il contrasto fra il volto pallido e consunto di lei

e quello bianco e roseo del figlio che pareva si fosse dissanguata,

la misera madre, perchè la sua creatura fiorisse. E mi narrò — il

dolce accento toscano scese come una musica; ell’era di San Benedetto

dall’Alpe nell’alta Romagna — mi narrò con la concisione che è propria

di tutti coloro che hanno sofferto e non conoscono la vanità del loro

dolore, come, nonostante la difesa dell’avvocato al quale le avevo

raccomandate, il padre di lei fosse condannato a tanti anni di prigione

che ne avrebbe avuto per il resto della sua vita se pure resisteva a

quello schianto.

Era stata una pena, uno struggimento da non si dire.

Parlava a bassa voce, con gli occhi chini, pareva temesse infastidirmi.

Il suo respiro si era fatto più frequente, era come un anelito.

— Quando tornammo a casa, s’aveva il core in sospeso, si sarebbe

rimaste sempre sole! Passarono giorni che non finivano mai, pareva

cominciasse l’eternità! Poi alla mamma le si travolse il cervello

e cominciò a piangere e urlare che ne rintronavano le selve. Io non

aveva più sentimento di nulla; per tanti giorni è stata una passione

continua; la mamma non parlava più; bisognava imboccarle il cibo, come

ad una bambina. Qualche volta pareva pregasse; ecco che a un tratto si

fermava incrociando le mani e mettendo il capo in seno, abbandonata. Il

sonno non le tornò più se non per trasognare. I vivi le eran fuggiti di

mente. E passaron così più di quaranta giorni. Li ho conti a goccie di

sangue! Poi Iddio le fece la grazia e morì.

Si chinò a baciare lievemente, per non rompergli il sonno, il tondo

visetto del suo bambino poi ebbe una ripresa simile ad un singulto:

— A contare tutto quello che ho passato da allora, sarebbe una leggenda

da far rabbrividire!

E pianse mutamente, senza scosse, per la consueta pena.

Quant’era mutata dal mattino lucente in cui mi aveva dato allegrezza

il vederla! Aveva fatto come la stagione che declina allorchè i giorni

rilucono appena e c’è, nelle nubi, il sentore della neve e il vento

ingagliardisce a furia. La sorella primavera era trascorsa, la dolce

bocca di baci, e c’era rimasto di lei sì poco che un nulla è più

ancora. Quando le nebbie si affoltano pare ch’ella non sia stata mai.

Pavona, per il rapido intendimento dell’animo femminile, s’avvide del

mio triste ragionare, ma tacque; tacque ed arrossì.

Ah pozzo splendevole d’acque chiare, pozzo di limpida vena d’un subito

riarso dalle sabbie! L’arca tua nera non ha più riso, nè pianto, nè

guizzi di luce, nè stelle; aperta contro il cielo come una bocca

sitibonda, come un occhio spento, attende la vana promessa delle

scorrenti nubi! Attende la promessa dei sogni come la vita nostra

allorchè, spenta la giovinezza, amore sia dileguato con lei.

Altro mi disse Pavona della sua vita triste. Abbandonata a sè stessa

aveva pensato al poi. Le era parso camminare su gli orli di una

voragine perchè non aveva nessuno al mondo, nemmeno un parente che

potesse accoglierla. Allora l’uomo al quale si era rifiutata sempre,

per una sua selvaggia volontà di essere sola, di sentirsi sola chè

il mondo le pareva più grande dell’amore; l’uomo ch’ella credeva

offeso dalle sue repulse era andato a lei una volta ancora ed avean

sposato. Dopo, era stata la loro vita come quella di tutti i poveri

che poco hanno a sperare; erano passati di patimento in patimento; di

tribolazione in tribolazione. Giunti a Roma quando c’era lavoro, ora

stentavano a tirare innanzi e se Giammaria non fosse stato cagionevole

di salute la buona speranza di qualche giorno migliore poteva

rifiorire; ma così?

Incontravo tutte le sere il dolce viso pallente, la giovinezza sfiorita

e a notte udivo il suo canto materno nel quale l’anima pensosa si

schiudeva quasi a seguire le vie di un pensamento di sogno sempre vivo

e splendente simile a una vita interiore gettata oltre la morte.

Anche quella volta, come sempre, Pavona si tacque e si abbandonò al

sonno allorchè giunse il suono di una campana che batteva le ore. Erano

le dieci. La pace notturna si distendeva sempre più grande.

Dal mio tavolino, posto contro alla finestra, vedevo, levando gli

occhi, un gran lembo di cielo stellato; negli attimi di sosta la

fantasia mi rapiva in quegli abissi. Era la prodigiosa amica della

mia solitudine, la madre inesausta che trae incantesimi e terrori

dall’ignoto, e corre infaticata dalle viscere della terra ai gurgiti

dello spazio; la generosa maga che sa il paese d’oblio e piccoli e

grandi e vecchi trae con sè fra le sue magnificenze onde inebriarli

di sogno, nei castelli levati in cima dei monti più in cima fra magici

boschi azzurri.

La Signora dell’ideale giungeva a quando a quando a distogliermi dalla

mia fatica diuturna. C’erano d’innanzi a me le luci degli altissimi

astri, le parole del fuoco che è la voce dell’eternità e, perso nelle

remotissime signorie di soli vermigli, smeraldini, azzurri; fisso su

le effimere luci che avean brillato nei gurgiti nell’inaccessibile,

ai tempi in cui la marmorea mole di Roma era sacra al genio degli

imperatori; attratto da quelle vertigini, il mio pensiero, tremante

al limite del finito, ai confini del magico cerchio che natura ci

prescrisse per l’armonia del nostro intelletto, vedeva con occhi nuovi

la vita che ha dato a noi un niente de’ suoi tesori più numerosi delle

arene dei deserti e delle goccie che formano gli oceani.

Tutto che la notte fugacemente ci addimostra scendeva alla mia

solitudine, lassù, in quel nido isolato ed alto su le case ricurve,

simile ad un camino che azzurri nastri di fumo ornano ed un sommesso

pispiglio di passeri freddolosi allegra.

È dolce la sosta al pensiero costretto ad una lunga via.

Ero ritornato a’ miei studi che la morte di mia madre mi aveva fatto

interrompere d’improvviso, e con vera gioia venivo constatando come

nulla avessi perduto del poco che sapevo. La mia memoria si era

afforzata e l’intelligenza era più agile, più disposta alla rapida

comprensione, alla associazione e al dedurre. Ritrovavo il mio _Io_ che

tanto aveva amato, nei primi tempi della giovinezza, le lunghe veglie

sui libri, che aveva cercato avidamente la sapienza ad ogni sua fonte

e se ne era nutrito per soddisfare la continua bramosia di vedere un

punto più in la nella vita degli uomini e del mondo. Allora le grandi

biblioteche nelle quali le parole si accumulano in montagne, mi avevano

incusso un sacro terrore perchè sentivo infinita la mia ignoranza fra

quell’affoltarsi di sapere e credevo rinchiusa nel silenzio di quei

volumi antichi e recenti, la spiegazione di ogni perchè, la soluzione

di ogni dubbio, la pace dello spirito, la tranquillità armonica che

ricercavo anelando.

La Morte e Iddio, i due problemi terribili che facevano le mie notti

insonni e tormentose, i due limiti fra i quali l’anima mia pensosa ed

irrequieta si agitava senza posa scrutando, interrogando, avida di fede

ma repugnante da ogni dogma, da ogni scuola, da ogni cieco aggiogamento

ad un principio imprescindibile, mi stavano innanzi di continuo; e

fra i sistemi filosofici che erano stati di alcuna pace agli uomini,

cercavo il rivoletto tranquillo sul quale gettarmi prono per ispegnere

l’avida sete. Inutilmente. Le parole, i pensieri guizzavano nella mia

mente senza stabili bagliori; troppo lontano ricercavo la pace che

era sotto agli occhi miei nel grande libro della natura. Allora non

avevo imparato a leggervi, o meglio ne provavo l’estremo fascino senza

comprenderne il senso. L’anima era traviata, raminga; andava come una

vela dispersa, come una nube nel turbine: non aveva amato ancora.

Senza l’amore ogni astrazione è vana nè l’anima vi può riposare.

Ora avevo ripreso le diuturne fatiche di un tempo.

Un giorno me ne andavo lungo via Nomentana verso Sant’Agnese (erano

trascorse due settimane dall’attentato di Sita ed altro avvenimento non

era occorso) il caso, compagno degli uomini e della scienza, mi fece

imbattere in un amico di vecchia data. Si chiamava Leonello Robbia e

discendeva da una fra le famiglie più facoltose della città che aveva

dato i natali ad entrambi. Si trovava a Roma a trascorrervi l’inverno.

Conduceva vita elegante ed era annoiato perchè anche la noia è elegante

e denota una certa superiorità di spirito. Così, secondo la Bibbia dei

ricchi.

Eravamo stati compagni di scuola. Allora Leonello non pensava ad

annoiarsi; era un caro ragazzo che due istitutrici esotiche, due

rifiuti dell’estetica e dell’amore, non avevano tormentato tanto,

da fargli dimenticare compiutamente la lingua italiana e da fargli

perdere la sua bella franchezza di modi per ridurlo al tipo comune dei

manichini bene allevati. Non era, a dispetto della sua condizione, nè

un pappagallo, nè una bestiuola addomesticata secondo le rigide smorfie

dell’etichetta. Amava le corse, le risate, i giuochi, ed aveva un cuor

d’oro. Ci si voleva bene per il naturale accordo delle nostre anime. In

seguito la vita ci aveva disgiunti.

Nonostante la lontananza che si faceva sempre maggiore per l’enorme

divergere delle nostre condizioni sociali, ogni qualvolta ci si fosse

trovati era una festa; ma le occasioni si eran fatte sempre più rare.

Leonello viaggiava, spendeva le sue rendite; io consumavo inutilmente

la mia giovinezza quale scrivano e galoppino di un avvocato che

aveva il cuore di una talpa e l’intelligenza di una rana, ciò che gli

fruttava naturalmente la stima dei più.

Erano forse cinque anni che non ci incontravamo quando il caso ci pose

di fronte a Roma. Benchè ravvisassi subito nel giovanotto elegante che

mi veniva incontro per il largo viale, Leonello Robbia, non volli esser

primo a salutarlo per tema ch’egli potesse interpretar male il mio

gesto. Proseguivo indifferentemente, allorchè mi giunse la sua voce che

mi fu più cara di un tesoro, in quel momento e in quella condizione:

— Duccio?

Era ancora il buon amico di un tempo. Mi gettò le braccia al collo chè

non ebbe ripugnanza de’ miei cenci.

Poi mi si pose a fianco; volle sapere tutta la mia vita e mi ascoltò

con amore.

Mi parve rinascere. Qualcosa che era rimasto a lungo, troppo a lungo in

fondo all’anima mia; una piena di affetti, di pensieri, di amarezze che

non avevo potuto comunicare mai compiutamente ad alcuno, aveva trovato

una via, poteva manifestarsi e irruppe. Il dolore mi fece eloquente.

Vidi inumidirsi più volte gli occhi di Leonello.

La mia parola purificava tutta la volgarità alla quale ero stato

costretto; mi pareva ch’ella mi coprisse di una nuova veste. L’anima

usciva più pura da quella confessione; dal racconto in cui potevo

liberamente, con piena certezza di essere inteso, tutto dire,

manifestare libero il mio pensiero. Mi sentii più forte; l’entusiasmo

e le lontane speranze ritornarono a frotte poichè la mia giovinezza

risorse impetuosa e ringagliardita, pronta a nuove lotte per la sua

ultima finalità d’amore.

All’indomani Leonello Robbia mi trovò un lavoro particolare, non troppo

simpatico ma molto rimunerativo.

Una persona di sua conoscenza stava compilando uno studio su la vita e

le opere di Seneca e voleva far seguire a tale studio una traduzione

limpida ed esatta delle opere stesse; mancandogli tempo per condurre

a termine sì ampio lavoro, mi proponeva occuparmi di tutta la seconda

parte promettendomi un lautissimo compenso sul quale mi anticipava

cinquecento lire affinchè potessi a tutto agio pormi all’opera.

Era l’attimo della fortuna e non ebbi esitanze. Sì come si pagava

l’opera mia, avrei posto ogni forza intellettiva nel’curarne l’ottima

riuscita. Inoltre non si trattava di una forma larvata di elemosina;

il mio orgoglio rimase tranquillo. Accettai assumendo l’impegno formale

di presentare dopo due settimane, gran parte della traduzione compiuta

e quando ebbi, coi danari riscossi, adempito alle prime necessità,

come quella di cambiar casa, di rivestirmi, di comprarmi i libri

indispensabili mi posi alla particolare fatica con novissimo ardore

travagliando giorno e notte.

Le ore trascorrevano inavvertite. Ero contento. Serenella sarebbe

giunta fra non molto; l’attendevo di giorno in giorno; di giorno in

giorno aspettavo Omero che me ne annunciasse l’arrivo. Ella m’era

vicina: la dolce figlia delle acque, la piccola pensosa che amore aveva

guidato chi sa per quali vie di tormento. Come avevan mai resistito i

piccoli piedi a tanto cammino? Non aveva ella lasciato tracce di sangue

lungo il suo passare? Altre volte Roma chiamava le anime stanche così,

da lontanissimi paesi per il fascino di un Dio che era nel cuore delle

turbe; ora l’amore compiva il dolce miracolo.

Ferma nella sua fede la debole giovanetta era giunta fino a me per

portarmi il superbo dono della sua tenerezza, della sua gioventù. E

chiedeva un nulla: un poco di posto al mio lato, per riposare; una

parola buona che la facesse contenta, nè avrebbe voluto mai che la

legge giacesse fra noi inutile ombra avvincente.

— Quando l’amore è morto meglio è abbandonarsi.

Così aveva detto più di una volta lassù, nella terra sperduta; eppure

anche se il dubbio di un abbandono le era passato per la mente, non si

era lasciata turbare, e sola, fra i mille pericoli che la bellezza sua

poteva farle sorgere innanzi ad ogni passo, era partita.

Perchè non veniva ora? L’attendevo con tanta trepidazione! A volte un

sommesso picchiare all’uscio, un piccolo stridore della maniglia mi

facevano dare un sobbalzo improvviso. Mi volgevo trattenendo il respiro

per l’ansia di vederlo apparire avvolto nello zendado azzurro, quel suo

bel viso di madonna!

Sita, la maledetta, era riuscita a nulla, piacendo al destino. Ora poco

la temevo. L’ambiente nel quale era caduta non le serviva all’accusa

chè non poteva sorgere da quel brago per vendicare su me, innocente, la

morte di suo padre. Altra volta la giustizia, che vede troppo spesso

con occhi di talpa, sarebbe stata facile arma nelle mani di lei; ora

non più, Sita aveva intuito ciò nella sua perfidia cercando farmi

sopprimere nella suburra. Il terribile fascino de’ suoi grand’occhi

verdi ed ambigui sul viso bruno macchiato dalla violenza delle labbra

rosse e sensuali; tutto l’incantesimo della sua bellezza imperiosa

ch’era già stata fatale a Zalèbi, avevano facilmente inebbriato i figli

delle strade; senza concedersi era riuscita ad incatenarli e tenerli

schiavi del suo volere; ora non avrebbe potuto continuare il giuoco.

Così credevo e ciò mi era sorgente di tranquillità.

Anche per me sarebbe giunta l’ora soave della pace; la mia vita

tribolata vi aspirava ardentemente.

Il canto dei galli mi fece levar gli occhi dalle carte. L’alba era

sorta. Superato il sonno, nell’eccitamento del lavoro non sentivo più

stanchezza; come altre volte non pensai a coricarmi.

Ad un tratto la porta si aprì e udii il grave passo della padrona di

casa: una donna sesquipedale dal rotondo viso appoggiato su l’enorme

mensola del seno e dagli occhi chiari fra il burbero e il benevolente.

Veniva tutte le mattine a portarmi il caffè; si soffermava dietro la

mia sedia attendendo e come vedeva ch’io non le prestavo attenzione

aveva sempre la stessa frase:

— _Stra rusbugghiete mo’, num ddurmire!_[11]

Era abruzzese; donna di cuore e di silenzio. In molti mesi che vivemmo

insieme tali furono le uniche sue parole.

Ne ho serbato memoria dolcissima.

Il Cantico · 第 27 / 42 题