Appena entrato, Omero girò gli occhi per la stanza assegnatagli.
C’era una branda, una sedia, una cassa e, appeso al muro, un grande
crocifisso. Fu contento della sua fortuna; quel luogo era una vera
reggia per lui. Posò la lucerna su la seggiola e si avvicinò alla
finestra aperta dalla quale si intravvedevano rame e gruppi di stelle.
Stette qualche attimo in ascolto, appoggiato al davanzale. Nel silenzio
notturno si udiva giungere a traverso gli alberi un mormorio sommesso
e continuo; parevano voci litanianti; o non era piuttosto un pullulare
remoto di acque, un indefinibile lamento nell’oscurità? Forse giungeva
dalla piccola chiesa in fondo al giardino, nascosta fra gli alberi.
Come più si raccolse all’intesa, distinse qualche parola. Era la
preghiera notturna delle sorelle, delle povere sole che piangono la
vita e non sanno e cercano il loro Dio nel martirio, anzi un demone
che le torturi per l’amore che non hanno avuto o per la pena della loro
anima malata.
Cresceva e diminuiva in intensità; a una sola voce che intonava il
cantico se ne aggiungevano cento altre ad intervalli uguali sì che
pareva morisse e risorgesse di continuo come il mormorio del mare.
Nel silenzio del bosco, a traverso il quale trapelava a pena
qualche bagliore dalla chiesetta sperduta nel suo cuore, quella voce
dell’affanno umano aveva un sì doloroso incantesimo che Omero se
ne sentì tutto compenetrare e stette in ascolto con la tensione con
la quale si segue un grido implorante da una via silenziosa, da una
tragica immensità di campi sotto la notte nera.
Non avrebbero chiesto aiuto? Perchè soffrivano tanto? Chi le faceva
piangere, Iddio?
Egli non concepiva un martirio che si chiude inutilmente in sè stesso
per giungere alla follia ed alla morte. Questa misera carne di cui ci
vestiamo sotto al sole ha pure i suoi diritti! L’Ignoto che armonizzò
le stelle volle per noi, nel nostro piccolo mondo, una simile armonia
di amore e di pensiero, di passione e di elevazione.
Chi non sa vedere il Mistero dell’Universo in questa sua grande bontà,
adora un mostruoso carnefice, un implacabile figuro sculto nella
pomice, il quale si diletta di supplizi tantalici e la larga bocca
ghignante, chini gli occhi triangolari, sogguarda esultando la sua
bell’opera di miseria!
Iddio è troppo lungi nell’inconcepibile infinito. La vela del nostro
povero sogno, contesta di asfodeli, ci conduce a naufragare nei
tranquilli mari della morte, molto lontano dai cieli del Signore. La
grande soglia non si varca.
Il cozzo acerbo e continuo di mille civiltà, di milioni e milioni
di uomini non ha destato neppure un tremito nella compatta soglia di
basalto.
Chi ci dette un’armonia vive in noi; adoriamolo in noi e in tutte le
creature.
La morte nulla ci toglie; ognuno reca con sè il suo mondo sotto il sole
e nel poi.
L’amore, il semplice amore è la parola di Dio: adoriamolo in gaudio chè
le sue vie sono innumerevoli, eterne di primavera. A lui solo soggiace
il dolore ed il suo regno è l’eternità.
La prece lontana si spense ad un tratto senza che l’immobile
taciturnità della notte ne fosse turbata. Così passa una stilla di
rugiada fra i rami, così muore un mondo negli spazi oltresolari.
Omero ascoltava ancora. Vide spegnersi l’incerto bagliore che
traspariva fra gli alberi. Le sorelle si allontanavano per un sentiero
remoto nel bosco. Ascoltò più intensamente ancora ma non udì se non il
fruscio sommesso che trascorre fra le rame; la notte, come se nimbi
di invisibili ali si muovessero in un volo continuo; non udì che il
rimbombo lontano di una grande porta rinchiusa. E pensò che anche
Serenella avesse pianto laggiù fra le inconsolabili; pensò allo strazio
della piccola sensitiva che sapeva amare con tanto ardore.
Non riusciva a spiegarsi tuttavia per quali singolari eventi ella
fosse stata tratta a rinchiudersi in quel triste silenzio di chiostro;
non era per lei la vita contemplativa e se aveva intrapreso il lungo
viaggio da Comacchio a Roma non era stato certo per isolarsi dal mondo.
Il desiderio di consolar l’anima di lei in pena gli avrebbe fatto
tentare prove insensate; ma il consueto equilibrio che lo reggeva gli
consigliò l’attesa. Fra non molto avrebbe saputo e il provvedimento era
sicuro perchè il cuore di Serenella non poteva essere diverso da quello
che era lassù nella città adorna di vele e di antenne.
Volse gli occhi intorno, poi chiuse le imposte e si gettò su la
piccola branda, per dormire; ma in quella improvvisa pace pensò
ancora alle molte difficoltà che aveva superato per iscoprire il
rifugio di Serenella; pensò a tutte le astuzie alle quali era ricorso
per avvicinarsi ai conventi e parlare ai guardiani; pensò allo
scoramento che lo aveva invaso allorchè tutte le prove erano fallite
e all’improvvisa fortuna che lo aveva condotto lassù e gli aveva
facilitato la strada facendogli trovare a guardiano del convento nel
quale era rinchiusa Serenella, un vecchio amico.
Una soave tranquillità lo tenne e senza avvedersene passò da questo
stato di riposo al torpore del sonno.
Pochi momenti dopo non udì lo stridulo battolìo della tempella che
chiamava le religiose al coro.