XVI.

La casa del sogno.

— Non lasciarti fuggire la buona occasione — mi disse Omero — compì la

tua strada; tutto andrà come abbiamo desiderato. Fra qualche settimana

sarete insieme!

— Ha saputo?

— Niente ancora, non aver troppa fretta.

— Io mi rimetto a te.

— Allora cerca di essere guardingo. Addio.

— Quando ci vedremo?

— Ora non saprei dirtelo. Quando mi sarà possibile.

— Non tardare troppo!

— No. Addio, Duccio.

— Addio, Omero.

Si spinse innanzi la carretta carica di erbaggi e gettò all’aria il

lungo grido di offerta che si perse nella solitaria via San Teodoro.

Alla sua sinistra lucevano, alte nel sole declinante, le boscaglie

del Palatino emergenti in enormi ciuffi dagli avanzi delle ciclopiche

costruzioni imperiali; alla sua destra si elevava una lunga fila di

case silenziose e malinconiche nelle quali si apriva di tanto in tanto

una botteguccia meschina.

Siccome era domenica e in quella via non erano osterie, non ebbe

occasione di incontrare se non qualche straniero che se ne veniva

rigido e tranquillo ammirando la superba visione del Palatino. Grande

cosa fra povera gente; inutile memoria di forza fra una razza di

giullari, come pensano benevolmente i popoli nordici.

Il giorno era sereno e l’aria tepida; pareva che l’inverno fosse

esulato verso i cieli del nord e che il soffio della primavera

giungesse a dischiudere le gemme.

Omero non mandava più il suo grido, tanto a quell’ora e in quella

via non avrebbe avuto occasione di vendere un solo capo della sua

mercanzia.

All’Arco di Giano, presso San Giorgio in Velabro, una vecchietta lo

fermò. Riprese poi il cammino senza più sostare. Attraversò Piazza dei

Cerchi e, lentamente, si spinse innanzi la carretta per la via di Santa

Sabina.

Le ultime case si fermavano ai piedi dell’Aventino. Saliva ora per la

viottola tortuosa, fiancheggiata da basse mura alzate a riparo delle

misteriose ville che si innalzano sul colle silenzioso.

Il rumore della città nuova non giungeva fin lassù. L’onda alterna

di suoni, il mareggiare continuo della vita si frangeva contro l’arce

capitolina e una eco languida trascorreva sul Foro per spengersi nelle

ampie caverne del palazzo dei Cesari. Lassù, fra le basse mura della

viottola, era il magico stupore delle cose indisturbate. Esse vedono e

sanno una vita che a noi è ignota. Il mistero le fa solenni.

A quando a quando, essendo la salita piuttosto ripida, Omero sostava

a riprender fiato e allora, spentosi il cigolìo della carretta, non

udivasi che qualche fruscìo scorrente oltre le mura lungo gli ignoti

giardini, lungo le vigne che si distendevano intorno ad un casolare,

sacro all’ombra di qualche pino ferrigno.

Le antiche divinità oscure dei progenitori nostri; le indefinibili e

indefinite forze assunte all’adorazione in simboli vaghi; le voci che

parlarono all’anima dei fratelli Arvali nei densi boschi, nei floridi

campi, nelle desolate solitudini; tutto ciò ch’era paura, desiderio,

esaltazione, tutto ch’essi riassunsero nel culto della _Dea Dia_ vive

in quelle boscaglie compatte, sorgenti nel cuore di Roma e pur tanto

lontane dalla sua anima nuova; anima torpida ancora per l’apatico

languore che secolarmente la tenne.

Pareva che qualcuna fra le piccole porte che si aprivano contro il

sol levante, dovesse dischiudersi e pareva dovesse erigersi nel vano,

fermo su la pietra della soglia, il capo dei dodici fratelli Aratori,

dei gravi sacerdoti dell’immensa natura. Avvolto nella toga pretesta,

il capo cinto da una ghirlandella di spiche legata da una bianca

benda; diritta la fiera fronte adusta e gli occhi profondi fissi

su l’immobile taciturnità del bosco, lanciava levando le braccia,

l’antichissimo grido di tripudio, una fra le prime voci articolate

che l’anima collettiva di un popolo abbia sciolto all’aurora del suo

benefico Iddio: — _Triumpe triumpe triumpe!_ — E dietro lui, nel grande

dilagare del sole, rispondeva l’urlo della moltitudine prona ad adorare

lo spirito immenso; il cuore del mondo, l’anima del sole e delle spiche

bionde.

L’Urbe millenaria che fu altare a tutti gli Dei e tutti li distrusse

per Uno all’ombra del quale raccolse le sue vittorie e le lanciò ad

un nuovo trionfo, non sa dimenticare il primo suggello che le impresse

l’anima salda de’ suoi figli agricoltori: il culto della natura madre e

del suo mistero.

Come ad un punto, sotto le mura di un grande giardino, la viottola si

biforcava, Omero volse a sinistra per la via di Santa Prisca, verso il

convento perduto lassù fra i cipressi dalla chioma compatta, alta come

una pura fiamma nell’aria senza vento.

Il sole che non giungeva fin su la viottola, si attardava a illuminare

gli scarsi steli che crescevano a sommo delle mura; le rame sporgenti;

i viluppi d’edera che rivestiva, in certi punti, la cadente rovina dei

ripari; e si addolciva, sbiancando in bagliori d’oro pallido, sul nitor

della calce o si addensava in una tinta calda, quasi sanguigna, su la

fitta chioma degli oscuri cipressi.

Dall’ombra pareva a volte che le grandi piante, irradiate così

dall’invisibile sole, si accendessero di un loro proprio bagliore a

indicare una infinita via lanciata verso la soglia dei cieli.

Una vettura trascorse rapidamente sollevando un alto frastuono che si

ripercosse e si perse lontano simile a un cupo rimbombo. Un pulviscolo

d’oro impalpabile, si distendeva per il gran sereno, su gli alberi e

su gli steli per rivestirli di quel suo aureo sfolgorìo, anima del sole

morente.

Passò ancora il lento martellare di una campana; poi anche quel

suono si spense, si diffuse nell’aria, lontanò verso altri silenzi.

L’incantesimo della viottola tortuosa, ombreggiata a volte dalle grandi

rame soverchianti, a volte più chiara fra i muri fioriti a sommo dai

ranuncoli gialli, ebbe più intenso dominio. Dormiva lassù fra quella

muta corona di giardini chiusi, fra quell’assieparsi di fronde che

sanno la tacita ombra, dormiva fra i rigidi compagni del silenzio, Roma

e, dall’abisso, il vigile tempo dalla gran chioma solare vegliava su

quel sonno dal quale doveva balzare una volta ancora la dolce figlia

sua per l’eterna vicenda dell’andare.

Ad un usciolo grigio che si apriva sul muro di un orto, Omero sostò e,

con le nocche, picchiò tre colpi a distanze uguali, lentamente.

Non attese molto che l’uscio si dischiuse e un vecchietto apparve.

— Hai tardato questa sera — disse rivolto a Omero. — Come è andata la

vendita?

— Bene; cioè, abbastanza bene. Lo sapete Paolo, nel pomeriggio non si

busca troppo.

— Fa vedere — riprese il vecchietto avvicinandosi alla carretta. —

Peuh! Non t’è rimasta gran cosa. Domattina si smercierà tutto.

— Così ce ne fosse! — esclamò Omero volgendo la carretta verso il vano

della porta.

— Guardatevi Paolo — riprese: — Voi e la carretta non passate insieme.

Paolo si scansò e quando Omero fu entrato, rinchiuse la porta che

cigolò sui cardini.

Si avviarono per un’andana fiancheggiata da alberi nani.

— Avete parlato con la superiora? — chiese Omero ad un tratto.

— Sì — rispose Paolo.

— E che vi ha detto?

— Puoi rimanere.

— Fin che vorrò?

— Fin che vorrai.

— Ma come le avete presentato la cosa?

— Capirai, non ci voleva molto.... — Si fermò a togliere con le

mollette un po’ di seccume da una pianta:

— Non ci voleva molto — riprese rialzandosi e traendo un sospiro. — Io

sono vecchio e l’orto è grande; poi bisogna avere un occhio anche al

giardino. Venti anni fa ne avrei curato il doppio della terra; ma ora

le ossa sono logore e non ci resisto. Le ho detto che avevo bisogno di

un aiuto.

— E lei?

— Lei? È buona Suor Anna; quando potrai conoscerla vedrai di quale

bontà angelica sia quella donna! Non ha fiatato. Poteva anche

rispondere: Non voglio aumentare le spese! — Invece ha detto: — Hai già

in vista l’uomo che deve aiutarti? — E dopo qualche parola ha convenuto

su tutto ciò che le ho detto. Tu dormirai nella casa in fondo all’orto.

Sabato, verrai con me dal Sindaco del convento per intenderti con lui

circa la paga.

— E posso cominciare a dormir qui da questa sera?

— Sicuro! Che cosa vuoi aspettare? Mi terrai compagnia. Io sono vecchio

e solo; starò più tranquillo.

— Ma Suor Anna non vi ha chiesto chi ero, da quale parte venivo? Non ha

voluto avere informazioni sul mio conto?

— Certo: non potrebbe mica accettare qui il primo capitato. Io l’ho

rassicurata subito però, dicendole che ti conoscevo da molti anni e le

ho fatto il racconto di tutto ciò che mi ricordavo della tua vita.

— Poca cosa — fece Omero sorridendo.

— Non tanto poco! Due anni non sono corti e ci stemmo ben due anni

insieme, a lavorare nel Veneto. Non ricordi?

— Ricordo benissimo. Avevate allora la vostra figliuola con voi. È a

Roma ora?

— No, sta su, in un paesetto della Sabina. Si è maritata. Ha già tre

figli.

— Ne sarete contento.

— Figurati, non ci vedo che per loro. Alla nostra età se non ci fossero

i figli, i nipoti, chi ti farebbe campare? Li vedrai domenica che bei

figliuoli! Sembrano tre belle rame fronzute! Io li benedico sempre nel

nome di Dio.

Tacquero. Erano giunti ad una capanna nella qua le Paolo soleva riporre

gli strumenti da lavoro.

— La lasciamo qui la carretta? — chiese Omero.

— Sì — rispose il vecchio. — Ora spruzzo gli erbaggi perchè si

conservino meglio, poi andremo a mangiare un boccone.

— Avrai fame — soggiunse raccogliendo da terra una secchia ricolma

d’acqua.

— Un pochino — rispose Omero.

Riposero la carretta e chiusero l’apertura della capanna con un

battente contesto di paglia e di stipa. Il sole allungava sul suolo

ombre azzurrognole.

La casa dell’ortolano sorgeva al limite dell’orto, prossima al

muricciuolo che la divideva dal giardino. Presero per una redola lungo

un filare di viti. Paolo andava innanzi soffermandosi di tanto in tanto

a guardare un solco, una vite, una pianticella. Omero seguiva col capo

basso e le mani annodate dietro le reni.

S’intravvedeva a pena, in fondo, fra la fitta trama dei rami, il

rosseggiare del convento; solo la cima del campanile splendeva

libera nell’azzurro superando gli alberi. Stormi di passeri passavano

frullando e cinguettando per l’aria.

La casa dell’ortolano sorgente fra un gruppo di eucalitti dal tronco

roseo e grigio, era a due piani ed era tutta annerita dal gran tempo

che aveva.

— Ho preparato la tua camera — disse Paolo allorchè si soffermarono su

la soglia — guarda a levante, verso il convento; avrai il primo sole.

Hai il sonno leggero?

— No.

— Tanto meglio; altrimenti il suono della tempella non ti lascierebbe

passar la notte in pace. Le prime settimane che stetti al convento non

potei chiudere occhio.

— Per me non ve ne preoccupate. Oltre la tempella potrebbero suonare a

stormo che non mi desterei.

Omero si sedette innanzi alla tavola nella piccola stanza a terreno;

Paolo, curvo sul focolare, attizzò le bragi per apprestare il mangiare.

— E le monache vengono mai nell’orto? — chiese Omero ad un tratto.

— Mai — rispose Paolo senza volgersi — mai. Non lo potrebbero perchè

ci siamo noi. D’altra parte non oziano neppure un minuto; o pregano o

lavorano.

— Dunque, pure essendo qui col permesso della superiora possiamo

ugualmente spaventare le monache?

— Certo — fece Paolo tralasciando il soffiar su le bragi. — Non debbono

vedere uomini. E ormai — aggiunse ammiccando — di noi non dovrebbero

temere!

Dopo un breve riso concorde, Omero riprese:

— L’avete veduta oggi quella novizia di Comacchio?

— Sì, l’ho veduta in cortile; passava sotto il portico.

Tacquero; avevano esaurito ogni argomento di conversazione; a Omero non

importava saper altro e Paolo taceva volontieri più per consuetudine

che per natura.

Mangiarono una zuppa d’erbe e quando Paolo ebbe riposte le scodelle

era già notte. Allora accese due lucerne, ne porse una a Omero e gli

chiese:

— Vieni a dormire?

— Sì.

Presero a salire la breve scala. Si soffermarono ad un pianerottolo sul

quale si aprivano due porte, una contro l’altra.

— Questa a destra è la tua camera — disse Paolo — e questa è la mia.

Buonanotte.

— Buonanotte.

Il Cantico · 第 25 / 42 题