Serenella.
Le amiche la chiamavano Serenella perchè era esile ed aveva molta
soavità in ogni suo gesto; forse avevano ingentilito il nome, così,
senza pensare, per il senso di rapporto che mantiene, nelle anime
semplici, le armonie fra i suoni, le cose e le creature.
Serenella era un nome aggraziato; le stava bene come una pallida veste
alla persona, o un nimbo a’ bei capelli fluttuosi. Toltone il padre di
lei e i fratelli che continuavano a chiamarla Serena, gli altri avevano
adottato il dolce vezzeggiativo.
Serenella possedeva, come tipo, le peculiari caratteristiche della
sua razza mantenutasi intatta in quelle terre remote, circondate dalle
acque e dai boschi; ricordava certe esili figure regali che gli artisti
del musaico perpetuarono nelle silenti basiliche di Ravenna; figure
vive per gli occhi nostri che le videro lungo le vie dell’antica città
imperiale o le scorsero nella vastità dei piani o su lo sfondo luminoso
del mare. Era diritta e fine; la persona, dalle movenze squisitamente
eleganti, aveva nell’armonica mollezza, nella rapida agilità dei gesti,
nel languore degli improvvisi abbandoni un’estrema grazia di voluttà.
Era pieghevole, armonizzava in ogni sua posa, aveva tratto dalle
acque le inconscie accortezze dell’avvolgimento sì che pareva dovesse
darsi tutta alle carezze come l’esile viburno si dona al fremito delle
correnti che l’incurvano e lo fanno tremare in uno spasimo che non ha
tregua.
Così le compagne di lei, le figlie della città sperduta fra acque
e cieli, vivevano nel dominio del piacere che signoreggia la bassa
Romagna e sì la tiene che tutta ne viva fremendo.
Ma Serenella differiva dalle compagne; era come l’argentea betulla
fra i pioppi. Gli occhi di lei, degli infiniti campi lagunari che
continuamente riflettevano avevano serbato l’incantesimo, la mistica
grazia che si diffondeva sul pallido volto, su la fronte pensosa.
Ell’era in tutto simile alle figure ieratiche ferme in un dolce
segno, da artisti ignoti, nelle oscure cattedrali bisantine. E quando
racchiudeva l’ovale del volto nello zendado azzurro e, negli ampi
panneggiamenti si perdeva la bella persona come un giglio fra le nebbie
del vespero, allora gli occhi suoi, solo gli occhi a volta a volta
ingenui ed oscuri nei quali pareva affondasse il cielo con tutti i suoi
bagliori, l’animavano dell’anima stessa che gli antichi musaicisti
dettero alle loro vergini che una mistica sensualità transumana.
Ell’era, così, lontana sorella delle fanciulle che l’arte predilesse od
elevò a simbolo religioso. Fioriva dall’anima di lei e dalla persona
gentile il dolce sensualismo avvolgente e la soave grazia del sogno
indefinito che le solitudini acquatili e gli orizzonti che hanno tenui
confini di nebbie alimentano nelle creature sacre alle silenti case.
Non era loquace: amava atteggiare il volto in segno di consenso o
di denegazione anzichè parlare, eppure la voce sua era armoniosa e
insuperabile nei canti a distesa nei quali si compiaceva effondersi
certe volte, di prima sera, accompagnandosi col lento battere
degli zoccoli sui ponticelli arcuati o sul selciato delle anguste
_fondamenta_.
Partiva la mattina col cestello infilato in un braccio e tornava a sera
tarda quando tutti attendevano, attorno alla tavola, il ritorno di lei
per iniziare la cena.
Le compagne sue che giungevano dai quartieri di Santa Maria in Aula
Regia, dai quartieri di San Mauro, dalle casupole nascoste da ampie
canicciate o dormienti sui canali in un sonno di secoli, la chiamavano
quando il sole sorgeva:
— Serena?... Serenella?...
Si udiva il mormorio delle giovani voci chiare e squillanti. Ella
si gettava su le spalle lo zendado azzurro, salutava Omero che
ordinariamente a quell’ora era intento a rammendare i nostri panni
sdrusciti, e usciva senza rivolgersi, come una reginetta. Omero levava
gli occhi a seguirla, levava gli occhi sopra certi suoi occhiali
grotteschi ch’egli teneva cari più del pane e rimaneva con l’ago
sospeso in aria senza compire il punto finchè ella non fosse scomparsa.
Giungeva dall’esterno la festosità delle giovani creature non
intristite dal continuo lavoro; era una gaiezza mattutina, come un
frullo di passeri da pioppo a pioppo quando il cielo si inalba; poi,
alla comparsa di Serenella, fiorivan le voci a coro:
— Presto, signora!
— Serena, hai gli occhi del sonno ancora!
E si udiva il riso della bella figlia ch’era squillante e tremava in
rapido giro estinguendosi dolcemente.
Andavano pei verdi canali le lente _burchielle_; i rapidi battelli,
sottili come fusi; i _sandali_ e, più lontano, i bragozzi che
spiegavano le grandi vele gialle e crocee su le quali erano dipinti
soli vermigli e croci nere. Le forti prore erano sospinte più dai remi
che dal vento. Il primo sole lumeggiava il santo protettore dipinto, a
colori vivaci, sotto la polena. La rude figurazione significava sempre
un vecchio mitrato, la mano levata in atto di benedire il mare.
I piccoli cani della Pomerania scorrevan sul bordo delle pesanti
imbarcazioni e, a poppa, il più vecchio fra i navigatori, curvo sopra
un fornello di lamiera, attizzava il fuoco per apprestare il pasto
mattutino ai compagni.
Passavano le grandi vele lontano, nell’aperta laguna mentre nei canali,
fra le consuete grida di avviso, scorrevano guizzando le piccole
imbarcazioni che un uomo o un monello sospingevan rapidamente col
forcino; scomparivano, ricomparivano da ponte a ponte inoltrandosi in
canaletti trasversali, assiduo succedersi di forme su le acque verdi
e tranquille. A quando a quando da un canale dischiuso come una bocca
viva su l’immenso spazio lagunare si intravvedevano argini neri e
boschi azzurreggianti in lontananza.
Fra scìe bianche e d’oro, fra bagliori di gemme, fra il cupo tremolar
dell’ombra passava la vita della piccola città sperduta da secoli nelle
sue lagune, mentre nell’aria dalla chiesa di San Mauro, da Santa Maria
in Aula Regia, dalle chiese del Carmine e del Rosario andavano squilli
e suon di doppî e tocchi lenti di campane gravi. Il sole ascendeva
con le allodole negli estremi campi del cielo. La luce, il colore, il
suono, i tre signori di Comacchio, stendevan la loro ghirlanda.
E le giovanette partivano per le _fondamenta_ a gruppi di tre, di
quattro, dandosi di braccio e cicalavano, ridevano, fra ombra e sole
nel folgorio dei loro zendadi bianchi, turchini, gialli; nel ritmico
battere dei loro zoccoli.
Serenella andava prima come la più bella fra le belle; era un muto
riconoscimento delle compagne.
Salivano le scalinate dei ponti, gioconda teoria giovanile; ascendevano
lentamente quasi procedessero verso un’ara lanciata nella luce fra
cielo e acqua; si stagliavano, sottili ed aggraziate, nella piena
luminosità dell’aria, un attimo, per ridiscendere all’opposta riva e
scomparire.
A quell’ora Giovanni della Nave ed i figli erano seduti su le
rozze scalinate del ponte del Borgo, insieme ai compagni e fumavano
silenziosamente grogiolandosi al primo sole. L’opera loro era compiuta.
Verso l’alba tornavano dalle lagune dopo aver tentato la pesca vietata
e il giorno potevano trascorrerlo in pace sonnecchiando. Solo chi
aveva avuto la mala sorte, scivolava col suo battello nel _Campo dei
Poveri_[2] ed ivi, ritto su la prua, la fiocina levata nel braccio
destro e l’occhio fissamente intento ad ogni guizzo nel cuore delle
acque, attendeva la misera preda che tanto gli desse da non morir di
fame.
Omero si attardava in casa, seduto sul focolare, intento a qualche
faccenduola per la quale si credeva abilissimo; io, vicino a lui,
scorrevo quei pochi libri che egli aveva salvato dalla comune vendita
riponendoli nelle bisacce in attesa di tempi migliori. Secondo un suo
curioso senso di elezione, aveva serbato: la _Sacra Bibbia_; l’_Orlando
innamorato_ del Boiardo e la _Grammatica latina_ dello Schultz.
Un giorno in cui una strana malinconia non mi dava tregua, Omero mi si
avvicinò sorridendo e mi disse:
— Ho io la medicina per te.
Raccolse le bisacce da un canto, ne estrasse, dal fondo, dall’intimo
fondo, i tre libri che erano incartati accuratamente e me li porse:
— Ecco, sollevati. Io non potrei dirti niente di ciò che ti diranno
loro.
Poi si volse e non volle ch’io lo ringraziassi perchè, secondo la sua
logica, solo i servi dovevano essere ringraziati.
Già da cinque mesi eravamo ospiti di Giovanni della Nave nè pensavamo a
riprender la via. Era giunto l’autunno, Omero aveva detto:
— Prima di ripartire voglio compiere la stagione del sale.
Lavorava alle saline e portava gran parte del suo guadagno a Giovanni
della Nave per il vitto e l’alloggio. Io mi ero addestrato alla pesca
notturna. Pietro e Zalèbi, i figli di Giovanni, mi erano stati guida
e consiglio. Pietro aveva venti anni, Zalèbi ne aveva diciotto; erano
due giovani belli e fieri che la gagliarda vita di lotta continua
aveva reso anzitempo pensosi. Zalèbi aveva cercato accostarsi più
all’anima mia; nelle ore di sosta, più di frequente mi sedeva a lato
interrogandomi su varie cose che gli piaceva sapere o narrandomi le
sue avventure di pesca. Era molto fanciullo ancora benchè in apparenza
sembrasse uomo maturo per la sua gravità.
A sera, allorchè, prima di partire alla ventura notturna, ci si trovava
tutti seduti attorno al desco, Zalèbi m’era sempre vicino, come un
fratello buono.
Una notte eravamo a Campo Cona, soli nel lungo battello sottile; si
sostava al largo, chè, alla Casona[3] di Farinello pareva ci avessero
avvertiti.
— Hai udito il suono del corno? — mi chiese Zalèbi.
— No.
— Tieni d’occhio il lume e sappimi dire se si spegne e si riaccende.
Io guardo a Fosecchie, potrebbe darsi che gli occhi del falco fossero
laggiù.
Le pupille dilatate e intente ai piccoli bagliori lontani, tacemmo.
La notte era oscura. L’esile imbarcazione ondeggiava a pena. Se il
lume della _Casona_, ch’era ordinariamente appeso vicino alla porta a
piccola altezza dal suolo, non gettava di continuo la sua immobile luce
a traverso lo spazio ma, a vicende ineguali, compariva e scompariva,
era segno che le guardie si erano messe in moto avendo molto
probabilmente intravveduto un bagliore della nostra lanterna cieca.
Passò qualche tempo nell’attesa. La lampada di Farinello non si oscurò
neppure per un batter di palpebra, neppure per la rapida ombra di un
volo. Si udiva il lento lappeggiare dell’acqua sotto la chiglia della
nostra imbarcazione.
— Si muovono? — chiese Zalèbi.
— Dormono — risposi.
— Hai osservato bene?
— Non ho abbandonato un attimo la lanterna. E a Fosecchie?
— Fosecchie è troppo lontano. Solo Diavolo potrebbe vederci.
— È a Fosecchie, Diavolo?
— No. Questa notte credo sia a Farmello. Così fosse all’inferno come lo
desideriamo tutti! Hai chiuso bene la lanterna cieca?
— È tanto chiusa che credo sia spenta.
— Guardala; ma non alzarla.
Mi chinai sul fondo del battello il quale ebbe una forte ondulazione
e minacciò capovolgersi. L’imbarcazione era sì leggera che un soffio
poteva sospingerla e il minimo urto rovesciarla.
— Fai adagio! — sussurrò Zalèbi — sei ancora inesperto. Se andiamo in
acqua, per questa notte non si busca un soldo.
Mi risollevai con molta cautela, giocando di equilibrio. Quando ebbi
ripreso il mio posto, Zalèbi, sporgendosi un poco, chiese:
— Hai perduto il _paradello_?[4]
— No, è qui sul fondo.
— Riprendilo e preparati che è meglio allontanarci.
Ci sporgemmo un poco sui due lati del battelletto pronti a riprendere
l’avvio, allorquando si levò lungo e continuato nella notte un grave
suono di corno.
— Hai udito? — chiese Zalèbi.
— Questa volta sì; ma è lontano.
— Credo sia sugli argini di Ussarola, a Campo. Era mia intenzione
andare proprio da quella parte e si cadeva in bocca al lupo.
Un altro suono di corno, più lontano, si levò nella notte, simile ad un
lamento disperso nella buia immensità.
— Sei pronto? — chiese Zalèbi.
— Sì.
— Allora, via!
Si udì contemporaneamente il tuffo dei forcini poi il gorgoglio
dell’acqua tagliata con violenza dalla prua. Giunti agli argini di
Campo Cona, saltati a terra, facemmo superare destramente il breve
ostacolo al battello e riprendemmo la rotta. Così trascorse mezz’ora
senza che l’un dei due dicesse parola.
La notte era profonda, tenebrosa; non altro si vedeva attorno a noi
se non, a volta a volta, il lume lontano di qualche _casona_. La
lanterna cieca mandava sul fondo del battello un piccolo sprazzo di
luce. L’acqua si intravvedeva a pena per qualche bagliore destato dal
momentaneo riscintillìo delle lontane lampade; non reggeva vento; era
tutto intorno una muta profondità d’abisso.
— Fermati — gridò d’improvviso Zalèbi — qui siamo sicuri, riposeremo un
poco.
Levammo i forcini. Il battello continuò per buon tratto la sua corsa,
poi, onduleggiando fra un breve risciacquio, sostò.
— Anche questa notte Diavolo ha fatto la sua preda — continuò Zalèbi —
Dio gli perdoni se cadrà senza farsi il segno della croce.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire che i _fiocinini_[5] sono gente buona ma guai a chi li
perseguita con odio. Diavolo ci odia, ci annegherebbe tutti se potesse.
Ne’ suoi rapporti dice il falso per aumentarci la pena. Una volta l’ha
scampata, una seconda volta non so se il colpo che gli toccherebbe
fosse deviato!
— C’è qualcuno che lo ami ancora, per salvarlo?
— No.
— O allora?
Zalèbi scosse il capo in silenzio. Intravvedevo l’ombra sua. Era seduto
a poppa, le gambe distese lungo le sponde del battello.
— Conosci Sita? — riprese.
— Non ricordo.
— Sita, la compagna di Serena; Sita, la figlia di Teodora. Viene
tutte le mattine fino alla nostra porta ad attendere mia sorella. La
rammenti?
— Sì — risposi dopo una pausa. Ricordavo infatti la figura agile ed
altera di Sita; una figura di dominatrice.
— Diavolo — continuò Zalèbi — è il padre suo. Ella sola ha potuto
salvarlo.
— E perchè?
— Perchè c’è chi l’ama. — Dopo breve silenzio riprese: — Dammi la
lanterna.
Glie la passai; l’aprì e l’infisse a prua sì che la luce si proiettò
su l’acqua; raccolta poi la fiocina si rizzò leggermente su gli estremi
bordi del battello.
Erto così, con tutta la persona, contro le tenebre dense; il capo
inchino verso il punto luminoso; alta sul capo la fiocina pronta a
saettare su la preda, stette immobile sorvegliando.
— C’è chi l’ama — riprese a voce spenta — e Sita è come una tanaglia:
guai a chi l’accosta per amore, non potrà più dimenticarla!
Era nella voce di lui un tono passionato e triste che mi commosse.
— Le vuoi bene? — domandai seguendo un improvviso impulso.
— Perchè vuoi saperlo? — chiese Zalèbi a sua volta.
Non risposi chè non avrei voluto aggiungere parole di scusa ad una
domanda che non aveva ragioni di sciocca curiosità. Zalèbi trasse la
fiocina due volte e per due volte la sollevò con infitta nei denti
la divincolante preda; udii ancora la voce di lui mormorare, quasi
parlando a qualcuno che gli fosse molto da presso, vicino alla bocca:
— Le voglio bene!
Sentii ch’era in quelle parole una passionalità aspra, dolorosa; sentii
che tutta la giovinezza altera di Zalèbi si piegava, come una fiamma
sotto il vento, verso la creatura bella dall’anima oscura e n’ebbi
rispetto; il rispetto religioso che destano le violenze d’amore. Egli
aveva detto poco ma io intuivo che l’adolescente avrebbe fatto nessun
conto di sè pur ch’ella avesse voluto; sentivo, per la voce di lui,
tremante nella semplice espressione; per il muto concentrarsi delle
sue energie intorno alla sperata dolcezza di tutta lei che si negava,
forse, ch’egli era pronto a qualsiasi eroismo, a qualsiasi prova; che
avrebbe ucciso o avrebbe cercato la morte con gioia, con la gioia della
giovinezza ebbra d’amore, purchè Sita, dalle chiome color rame, avesse,
sorridendo, offerta la sua tumida bocca al bacio; avesse piegato il
pallido viso all’offerta.
Zalèbi soffriva. Sentivo lo spasimo intenso di tutto l’essere di lui e
della sua carne.
— Spingi al largo — disse ancora con voce mutata e forte — Va adagio;
punta il _paradello_ senza battere l’acqua.
Ci allontanammo verso il cuore della laguna, fra le tenebre. A quando a
quando, sul fondo del battello, qualche anguilla catturata si dibatteva
disperatamente nell’agonia. La preda era buona. Io vegliavo, gli occhi
intenti nelle tenebre.
— Ferma! — gridò ad un tratto Zalèbi ponendosi in ascolto.
— Che c’è?
Udimmo il sibilo dell’acqua rotta violentemente da una imbarcazione in
corsa.
— Sono le guardie? — chiesi.
Zalèbi saltò sul fondo del battello, riafferrò il forcino sussurrando:
— A destra, senza troppa forza.
Nascose la lanterna cieca e prese il moto ritmico del vogare. Non
avevamo percorso trenta metri forse, allorchè una voce ci giunse dalla
notte:
— All’erta!
— Dove sono? — chiese Zalèbi.
— Su gli argini della Cona.
— Hanno preso nessuno?
— Nessuno.
— Chi ci insegue?
— Diavolo e i suoi.
La voce si perse, lontana già nella corsa pazza.
— Spegni la lanterna — disse Zalèbi. Com’ebbi compito il comando, con
voce rotta gridò:
— A sinistra, con tutta forza. Via!
Per quella notte ancora ci salvammo da _campo_ a _campo_, d’argine in
argine fra l’affannoso rompersi del respiro e l’estenuarsi delle nostre
forze esauste ormai.
Così trascorreva la mia vita, ed era così ch’io volevo si temprasse
il corpo e l’anima mia, era a queste dure lotte per la fame e per la
libertà. Ogni languore d’inerzia, ogni veleno di apatica inoperosità
mi aveva abbandonato; sentivo la mia giovinezza come un inestimabile
valore sul quale potevo far calcolo esatto. Alla prova non ero fallito.
Omero poteva sorridere di compiacenza. Quando ritornava alla sera
dalle saline, con le mani riarse, bianche e mi guardava negli occhi
scrutandomi, gli chiedevo:
— Ebbene, vecchio brontolone, che cosa ne dici del tuo allievo?
Rispondeva:
— C’è tempo, è nulla ancora tutto ciò, c’è tempo!
Ma era contento; ma gli occhi suoi brillavano di gioia perchè mi amava
più del suo pane e delle sue scarpe che serbava tutte avvolte, come
novissimi oracoli, entro le bisacce, e non calzava mai.
Contento sì, se qualcuna non fosse giunta alla soglia del mio
cuore, non fosse giunta a cantare su un ritmo stanco di onde, la
sua malinconia. Ed era la dolce malinconia delle anime femminili che
attendono e muoiono di speranza e si fanno udire sì belle che tutto
il cuore ne trema. Ognuno di noi avrà colto la eco di un simile canto
talvolta nella sua giovinezza, allorquando ogni senso intende con
maggiore intensità.
Io udivo, io mi chinavo ansiosamente verso la dolce voce che mi
giungeva da un silenzio; mi soffermavo così come ci si sofferma a
volte ai limiti della landa ad ascoltare, da un’aia, il canto di una
tessitrice ignota; — il cuore ne ragiona per dolcezza nuova e l’anima
ne gode, presa per incantamento. Serenella era entrata nella mia vita
come l’alba che reca, fra le nude braccia protese sul capo, una corona
di stelle.