La minaccia.
Forse non era ancora tramontata la stella diana; forse l’alba non
aveva ancora spento, col suo fiato di nebbie lucenti, le stelle che
si attardano a tremare su l’estremo lembo dei cieli quando la cassa
del telaio cominciò il suo battere ritmico, tranquillo fra lo stridere
delle calcole.
Omero si rivolse sul giaciglio, grugnì, si soffregò gli occhi e, dopo
un lungo respiro, volgendosi verso me chiese:
— Che ore sono, Duccio?
— È l’alba — risposi.
Aggrottò le ciglia, stette un attimo col capo fra le mani e riprese:
— Oggi è festa, mi pare.
— Non so.
— Che giorno è?
— Non ricordo.
— Tu non sai e non ricordi niente; ma in che mondo vivi?
— Nel tuo, se ho la tua stessa memoria!
— Hai ragione.
Dopo un altro breve pensare, conchiuse:
— Sì, è festa; dormo.
Si compose sul giaciglio, volse il capo verso la parete e non trascorse
un minuto che aveva ripreso il lento respiro del sonno. Io non dormii,
udivo il palpito del telaio. Serenella tesseva. La vedevo sotto la
lampada accesa, curva un poco, ordire la trama quasi segnasse con la
sua candida tela le bianche vie dell’alba.
Doveva serbare tuttavia nel viso, negli occhi grandi, la particolare
espressione che il sonno imprime sui volti giovanili; qualcosa che è
come la traccia di un ultimo sogno: un vago sorriso su le labbra, una
profondità maggiore nella pupilla dilatata. Le guance di lei dovevano
essere arrubinate dalla fatica del tessere.
Rimasi resupino guardando le travi ed ascoltando. Il palpito del telaio
era come il palpito di un cuore, di un cuore antico che amava le sue
vergini belle, perchè ne aveva cullato il primo sognare; perchè, giunta
l’ora, aveva battuto, battuto e battuto per farle bianche e molli
le lenzuola del corredo, le grandi lenzuola che dovevano avvolgere
due creature. Oltre questo suono, non udivo se non, ad intervalli
uguali, il richiamo che da cortile a cortile si mandavano i galli; gli
anziani avevano un grido acuto e squillante fermo in poche note decise
che si ripetevano esattamente uguali ad ogni ripresa; i giovani, i
galletti di primo canto, mandavano un suono incerto, dolce, tremante
che non significava un dominio, ma una timida volontà di vivere, di
partecipare, di godere. Era nell’aria un festoso incrociarsi di grida
per l’eterno saluto dei sacerdoti dell’alba. Ogni tanto volgevo gli
occhi verso la piccola finestra che si apriva nell’alto, sopra un
canale. Non appena le molli luci dell’aurora avessero acceso di nuove
lucentezze i vetri, sarei balzato in piedi per togliermi da quel penoso
attendere.
Non si era levata mai a tessere sì di buon’ora, Serenella; come mai
quel giorno aveva infranto la consuetudine? Quale necessità, quale pena
l’avevano tolta sì presto dal sonno?
Omero non si scuoteva più, dormiva del suo meglio, coricato sul
fianco destro, le braccia incrociate sul petto. Vedevo il suo volto
tranquillo, animato da un flusso di sangue, atteggiarsi di tanto in
tanto a un sorriso, chi sa mai per quali visioni lontane, chi sa mai
per quali sogni buoni; le labbra anche si agitavano talvolta quasi a
parlare ma ne usciva appena un fiato, un mormorio indistinto.
Ad un tratto tutta la casa si aprì all’aurora: una voce si era levata,
una sola voce che risuonò di vano in vano e si espanse al di fuori
nella sua dolcezza piana.
— ... _e la figlia del re_
_si fece alla finestra_
— _oilà, lerì, lerà_ —
_si fece alla finestra._
Serenella cantava. Doveva essere nato il sole s’ella cantava così senza
tema di rompere il sonno ai parenti.
Cominciai il mio abbigliamento sommario senza che Omero si turbasse. Il
battito del telaio scandeva a uguali riprese la voce di Serenella e la
tela cresceva simile alla trama che la luna distende sul mare.
— ... _quando passò Artigù_
_il principe d’amore_
— _oilà, lerì, lerà_ —
_il principe d’amore._
La bella leggenda fiorita per la voce di lei in quel primo espandersi
di luce, passava su le mute case a raccogliere i sogni degli
adolescenti.
Allorchè dischiusi l’uscio della stanza udii Omero che si rivolgeva
sul giaciglio. Mi volsi. Era appoggiato sui cubiti e sogguardava dagli
occhi sonnolenti:
— Che ore sono? — mi chiese.
— Dormi, è presto.
— Dove vai?
— All’aria.
— Tu non dormi, tu hai qualche pensiero.
— Neanche per sogno.
— Chi canta? — riprese, dopo avere ascoltato breve tempo.
— Giovanni della Nave — risposi sorridendo.
Era così pieno di sonno ancora che non discusse la risposta.
— E che fa?
— Tesse.
— Tesse?
— Sì. Mazapègul, il nano, gli ha chiesto una berretta. Ora lavora al
fiocco.
Mi guardò negli occhi, disorientato; poi diè nel ridere, si rivolse fra
le coltri e riprese sonno. Era tanto stanco che avrebbe dormito, senza
scomporsi, fra un fragore di ruina.
Quando giunsi nella stanza del telaio, Serenella si era levata per
ispegnere la lampada poichè dalla finestra aperta sul canale dilagava
la luce dell’aurora.
— Buon giorno a voi, Serenella.
Ella si volse sorridendo.
— Buon giorno, Duccio. Come mai vi siete levato sì di buon’ora?
— Dovrei chiederlo a voi che avete aspettato l’alba tessendo.
— Vi ho disturbato?
— No. Non dormivo quando avete incominciato il lavoro.
— Non siete andato alla pesca questa notte?
— No.
Serenella aveva ripreso la spola; china un poco su l’ordimento mosse
la pedana e lanciò la scorrevole navicella a traverso le fila per due
volte, con un bell’atto delle braccia nude. La persona di lei sottile
e il capo, il divino capo dai grandi occhi gemmanti, si inquadravano in
semplice armonia nel vano del telaio.
— Il babbo — riprese ella senza distogliere gli occhi dal lavoro
— è ancora da Simone, il lebbroso. Nessuno lo voleva vegliare ed è
moribondo. L’avete veduto?
— Sì. L’altro giorno andammo da lui con Zalèbi a portargli un pane.
— Dice che la carne gli cade a brandelli — riprese Serenella levandomi
in volto gli occhi vivi di una grande pietà.
— È terribile a vedersi, povero vecchio. Giace in una capanna, vicino
a Sant’Agostino; i figli non lo vogliono accostare; a sera non c’è
neppure chi gli accenda la lampada. Si lamenta e muore come una bestia
sul suo strame.
— Noi lo abbiamo aiutato come si è potuto.
— Lo so, anima buona. Egli vi benedice.
— Che il cielo lo accolga! — fece Serenella e trasse per due volte la
cassa a battere l’ordito.
Trascorse una pausa. Udimmo il frusciare dei _sandali_ che passavano
nel canale; udimmo il primo busso degli zoccoli sui ponti e le calli:
— Come mai lavorate anche oggi?
— Debbo finire queste lenzuola.
— Sono per voi?
— No. Me le ha ordinate Sita.
— Va sposa, forse?
Ella si guardò attorno, poi rispose impallidendo:
— Non so.
Notai il suo turbamento e tacqui. Riprese a voce più bassa senza
guardarmi:
— Rimarrete molto tempo fra noi?
— Fin che vorrete.
— Zalèbi vi vuol bene; difendetelo, Duccio, per carità!
— Ma che ha fatto?
— Sita è una strega; lo farà morire!
— Che ne sapete per parlarne così?
— Ah! Duccio. Non so nulla di certo ma è il cuore che mi avvisa! Zalèbi
è forte e fiero nel suo amore; io so che la morte è niente per lui,
ne parla come del pane e Sita — si guardò attorno ancora, prima di
proseguire — Sita non lo ama.
Come si era rotto un filo dell’ordito, si chinò per riannodarlo.
— Ne siete ben certa? — chiesi ancora, dubitando.
— Gli occhi di una donna non si ingannano, Duccio! Conosco Sita fin da
bambina. Ella ride e s’infinge e non conosce altro bene se non il suo.
Credete forse che Zalèbi sia il primo a piacerle?
— Non so.
— Zalèbi è un bambino. Ella sa il male che può fargli e non se ne cura.
L’amore di lui può piacerle per qualche giorno, e questo basta per la
sua coscienza.
Rimasi pensoso qualche attimo, poi chiesi:
— E lavorate per lei?
Serenella arrossì di bel nuovo.
— No, debbo dirvelo sinceramente — riprese a voce spenta — volevo
parlarvi e vi aspettavo. Io so che Zalèbi vi vuol bene come ad un
fratello, non potevo pensare che al vostro aiuto. Così vi ho destato
all’alba e speravo sareste venuto.
— Serenella, farò qualunque cosa per voi!
Mi guardò un attimo ma in quell’attimo vidi nelle pupille oscure di
lei un’improvvisa luminosità che valse più di mille parole. Il bel
viso ovale dal pallore delle ambre se ne animò rifulgendo. Qualcosa
mi era apparso che mi accese di grande gioia sì che sentii tutte
le mie energie giovanili salire impetuosamente come da un chiuso e
rinvigorirsi in una coscienza di felicità promessa; una parte di me,
ch’io ignorava quasi compiutamente, mi si appalesò; c’era dunque un
sentimento, un luogo, una creatura che potevano acquetare il mio
spirito? Qualcosa al di fuori, al di sopra della libertà? Io non
mi ero sentito ancora così forte, non avevo sentito mai una simile
dolcezza pervadermi e dal mio spirito dilagare a tutte le cose, a
tutto il mondo; mi pareva che l’infinito mi ascoltasse, che la bontà
dell’universo fosse racchiusa in quella dolcezza unica e grande, che la
morte e tutte le cose oscure ne fossero umiliate.
Non mai come allora avrei accettato senza pena ogni sacrificio, ogni
patimento. Il fiore della vita era sbocciato e l’anima mia ne era
ebbra.
Serenella si levò. Il sole aveva superato i tetti delle case sorgenti
all’altro lato del canale e, per oblique vie, era disceso ad irraggiare
il telaio e a stendere macchie d’oro sul nero impiantito. Il suo
passaggio era distinto dall’ombra con nitidezza in un fascio lucente.
— Guardate, Serenella, la vostra tela s’indora; pare abbiate tessuto
fila di sole per vestirvi alla reale.
Ella abbassò gli occhi al telaio poi li levò verso l’Astro, disse
piegando le mani:
— Così sia.
E rise come la sua giovinezza voleva.
— Se foste buono dovreste aiutarmi a preparare il mangiare — riprese
poi gaiamente uscendo dal telaio — ma siete un buono a nulla.
— Volete vi continui la tessitura?
— Per carità rovinereste tutto. Duccio, non fate, per carità!
Mi corse appresso e come stavo per sedermi al telaio mi prese per le
braccia ridendo. Sentivo tutta la persona di lei fremere contro la mia
— un impeto di gioia ci avvolse.
— Non fate, Duccio, è dall’alba che lavoro!
— Debbo ubbidire? — chiesi volgendomi. Ci trovammo a faccia a
faccia; ella non abbassò gli occhi; il suo viso, animato da una calda
festosità, era acceso dal sangue.
— Siate buono dunque!
La strinsi alla vita (ella non si disciolse, gli occhi suoi si
illanguidirono subitamente) e su la bella bocca di corallo e sangue
strinsi la mia bocca nella delizia del bacio. Qualcuno tossì presso la
porta. Serenella si disciolse rapidamente e, corsa ad accosciarsi sul
focolare, finse attizzar le bragi.
Omero entrò. Recava una camicia a brandelli.
Fermo su la soglia, la faccia un po’ inclina, disse:
— Serenella, avrei bisogno di un ago e di un po’ di filo.
La domanda e il tono col quale fu mossa rinfrancarono la giovanetta:
— Che ne dovete fare? — domandò ella senza rivolgersi.
— Debbo rimettere all’ordine il mio corredo.
— Ci penserò io; non ve ne occupate.
— No, figliuola, voi non sapreste da che parte rifarvi; per gli oggetti
miei ci vuole il consiglio di un vecchio.
Quand’ebbe avute le cose richieste, si sedette sul telaio sotto la
finestra e, in tutto silenzio, pensosamente, cominciò il lavoro.
Ritagliò, cucì, aggiunse, fece della sua vecchia camicia la veste
d’Arlecchino, chè non si peritò sostituire lembi di panno dove la tela
era consunta, nè badò al colore il quale, a suo avviso, non avrebbe
potuto preoccupare se non i gonzi, dato che la sostanza fosse la
stessa.
Serenella andava e veniva dal focolare alla madia. Aveva posto due
testi al fuoco sui quali sparse un rivoletto d’olio che sfriggolò
spandendo per la stanza un grato odore.
— Ci solleticate — disse Omero levando il naso all’aria — sento odor di
buono. Chiama la fame.
— Fra poco tutto sarà pronto — rispose Serenella. Omero trasse la lunga
gugliata, sì lunga che doveva levare il braccio in tutta l’estensione
per condurla a termine e conchiuse, con quel filosofare bizzarro che
destava il riso e l’ammirazione de’ suoi simili:
— La donna è il vino della giovinezza e la coltre della vecchiaia.
Quando il Signore la fece, disse all’uomo: Eccoti l’ombra, riposa.
Si tacque. Dal di fuori giungeva l’eterno risciacquio dei canali.
Una grande limpidezza adamantina era nei cieli. A voce spenta, non
interrompendo le sue faccende, Serenella aveva ripreso il canto:
— ... _quando passò Artigù_
_il principe d’amore_
— _oilà lerì lerà_
_il principe d’amore._
S’interruppe allorchè Giovanni della Nave si presentò su la soglia.
— È morto? — chiese levandosi dal focolare.
— No, riposa. Credo ne avrà ancora per molti giorni — rispose Giovanni.
— Di chi parlate? — fece Omero volgendosi.
— Di Simone, il lebbroso.
— L’hai vegliato?
— Sì.
— E non temi per la tua famiglia?
— Che debbo temere? Se deve toccarci la mala sorte non c’è precauzione
che valga.
— È rimasto solo, ora?
— Sì, è solo e dorme. Gli ho lasciato il pane.
Si sedette vicino alla tavola che Serenella aveva apparecchiata e, con
la testa fra le mani, attese in silenzio. Quantunque la pelle bronzea
e la lunga barba nera non lasciassero trasparire troppo l’abbattimento
sul volto di lui, si vedeva tuttavia che la stanchezza l’opprimeva.
Socchiuse gli occhi oscuri e parve addormentarsi.
Ad un tratto una porta laterale si aprì con fracasso e Zalèbi apparve:
— Si mangia? — gridò.
— Fai adagio — disse Serenella — babbo dorme.
— Non dormo — rispose Giovanni levandosi di soprassalto.
— Pensava — commentò Omero tirando la gugliata. Tutti dieron nel ridere.
— È pronto? — riprese Zalèbi.
— Ma sì — rispose Serenella. — Ti levi ora ed hai tanta fame?
— Mi levo ora? Vengo da _Campo_ Rillo. Guarda! E gettò sul pavimento
una retata d’anguille.
— Quando sei uscito? — chiese Giovanni.
— All’alba, quando Serenella si è levata.
— Ed hai potuto pescare a quell’ora?
— Sì. M’ero giurato di farla in barba a Diavolo ed ecco il frutto.
Dal canale una voce forte gridò all’improvviso:
— Oggi a me domani a te!
— Diavolo! — esclamò Giovanni scattando. — Ti ha inteso!
— Tanto meglio! — riprese con molta tranquillità Zalèbi.
Si udì lontanare e perdersi lungo il canale un riso beffardo.