IV.

Solo l’amore è eterno.

Un tumulto di voci aspre ci ridestò di soprassalto. Omero balzò in

piedi primo.

— Dove siamo? — chiesi soffregandomi gli occhi.

— Su lo strame — rispose Omero. — Levati, la strada non è compita. Sei

stanco ancora?

— No. Ho dormito molto?

— Dieci ore buone. Il giorno è chiaro.

— Riprendiamo subito la strada?

— Sì.

— Sono con te — risposi e mi levai dall’aspro giaciglio che la

stanchezza mi aveva fatto di piume. Scendemmo dal fienile l’un dopo

l’altro per una scala a piuoli appoggiata all’alta finestra. Non appena

fummo all’aperto un alito di brezza marina ci avvolse; fu come una

diana ai nostri sensi intorpiditi ancora.

Da tre giorni continuava l’ininterrotto cammino; ci eravamo dilungati

di buon tratto dalla nostra piccola terra del piano. Ove si andasse non

sapevo; Omero voleva provare la mia resistenza e la mia volontà.

Giunti su l’aia della cascina nella quale avevamo trovato ospitalità

per quella notte, vedemmo aggruppati vicino ai pagliai, molti uomini

che discutevano ad alta voce anfanando. Passammo oltre senza esser

notati.

Il sole ascendeva fra le betulle lontane, nella vastità. Andavan gli

albastrelli e le canevaiole a lunghi sciami per l’aria.

— Mantieni il passo — mi disse Omero — Non affrettarti in principio per

rimanere a mezzo. Mantieni il passo.

— Ma tu sei un orologio!

— Bisogna saper far calcolo delle proprie forze! Sono il nostro

patrimonio. Parlo per esperienza.

— Hai viaggiato molto?

— Quanti anni credi tu ch’io abbia?

— Quaranta.... quarantacinque.... non saprei.

— Ho cinquant’anni, sono stato sempre solo. Quando la primavera era

ancora per me come una invincibile malìa abbandonai la città dove

qualcuno sapeva ch’io esistevo. Da quel tempo non ho avuto posa un

giorno.

— E come hai vissuto?

— Come vivono i pari nostri: con niente.

— E non hai cercato mai un lavoro fisso?

— Ho lavorato a tutto, su la terra e sul mare; tutto è stato buono per

me, pur che fosse di breve durata.

— La solitudine non ti ha fatto mai paura?

— La solitudine?... Che cos’è?... Tu parli di cose ch’io non ho

conosciuto mai, figlio mio.

Curvo un poco sotto le sue bisacce continuò la via lungo gli scrimoli

dei fossi. Vestiva un soprabito di antica foggia fatto per un dosso

molto diverso dal suo: ciò che doveva giungergli alla vita, si fermava

alle spalle; aveva un paio di calzonucci miseri che pareva facesser

somma fatica a coprirgli la caviglia, tanto erano aggrottati e

sdegnosi, poi le scarpe rotte e un berretto a visiera compivano il suo

abbigliamento. Era forte e muscoloso a dispetto dei patimenti sofferti.

La sua faccia serena e bonaria, raramente si offuscava; ogni più

occulto pensiero poteva leggersi su quel viso nobilmente aperto.

Anche quel giorno, per tutto quel giorno, camminammo. Verso sera la

stanchezza mi fu come un lento veleno onde le mie facoltà cerebrali si

ottenebrarono.

Andare per una via interminata, scalpicciando fra la polvere, dall’alba

al tramonto; sostare brevemente a qualche ombra e ripartire quando

il tepor solare insonnolisce un poco e dolce sarebbe l’abbandono;

proseguire sotto al sole mutando qualche rara parola, fino allo

smorire dei cieli, fino all’ora che langue in ogni aspetto soavemente;

scambiare sempre più rari i passi; aver gli occhi stanchi, la mente

ottenebrata, sperduta verso un tutto ed un nulla di cui più non afferra

i contorni: tutto ciò è simile a un sonno di morte nè triste nè amaro

che per inavvertite vie vi raggiunge, spegne la vigile coscienza e

all’improvviso vi abbatte lungo la via senza che vi avvediate di cadere

per non più risorgere forse. Questa è la stanchezza, simile alla morte,

che sanno i viatori raminghi; coloro che una legge oscura condanna ad

errare per insoddisfatta bramosia di libertà di giorno in giorno fino

alle soglie estreme.

Poco è il pane e grande è il bisogno, più si toglie che non si dia; v’è

giorno in cui gli occhi non corrono ai cieli ma, chini su l’aspra via,

si annebbiano; v’è giorno in cui il pensiero non indaga, nè crea, nè

gioisce, ma si arresta, intorpidendo, ai moti della persona e allora si

contano i passi con assidua cura finchè il grido solivo delle cicale

che scende in onda alterna come un ritmo di acque profonde, come un

mare di infiniti suoni, non tolga anche l’ultima facoltà numerica alla

mente vigile. Così la vita con lieve mano si dislaccia e ci abbandona.

Non ricordo ove fossimo — ricordo a pena un gran cielo rossigno innanzi

a me e il suono della voce di Omero:

— Che hai, ragazzo?

Poi mi sentii sorreggere, poi vidi ancora qualche ombra di rama e tutto

trascolorò.

Era notte quando riapersi gli occhi. Omero, seduto vicino a me, frugava

nelle sue bisacce; al termine della via, verso levante, era un bagliore

bianchiccio.

— Bevi — mi disse Omero porgendomi un gotto; poi soggiunse:

— Come ti senti?

— Bene; ma che ho avuto?

— Nulla. Sono le prime stanchezze. Ho voluto provare troppo duramente

la tua resistenza.

— Dove siamo?

— A tre chilometri da Comacchio. Puoi proseguire?

— Sì.

Mi rialzai. Omero mi offerse il braccio. La strada andava fra le

acque delle lagune verso una luce che pareva sorgesse dall’ombra di

un’immensa nave a pena intravveduta. Intorno a noi era il silenzio

della distesa infinita. Su qualche argine sperduto luceva una

fiammella, ardente forse innanzi a qualche icone sacra alla notte e al

palpito stellare.

La distanza sminuiva sensibilmente; si accennava già la grande nave in

linee più decise e cresceva su l’orizzonte, con la sua ampiezza, il suo

lume.

— Quanto ci rimane ancora? — chiesi ad Omero.

— Di che cosa? — rispose volgendosi il mio compagno.

— Di ciò che guadagnammo prima di partire.

— Quasi tutto.

— Abbiamo vissuto di niente allora.

— Di ciò che era necessario. Bisogna ricordare che dall’oggi al domani

si può venir meno. In questo caso se si possiede nulla, gli uomini non

ci accoglieranno. Siamo bestie inutili, Duccio della Bella! Ricordati

questo, sopra tutto.

— Ricorderò — risposi. Aggiunsi: — Ci fermeremo a Comacchio?

— Sì.

— Poi?

— L’avvenire è nelle mani del destino.

— E così sia.

Dopo non molto traversammo, sopra un ponticello arcuato, un canale

che si lanciava verso levante costeggiando i brevi giardini della

città delle acque. Una _burchiella_ avanzava lentamente sospinta da

un invisibile navarca. Fummo su la lunga via che traversa la città in

tutta la sua lunghezza; ne percorremmo buon tratto senza incontrare

persona, volgemmo poi a sinistra seguendo un canale e, fra basse dimore

ed alte canicciate, riuscimmo ad un _campiello_ che si apriva da un

lato su la laguna. Una sola fiammella diradava l’oscurità del luogo.

Le piccole case senza imposte alle porte si addossavano tutt’intomo

strette nel buio contro l’immensità; da qualche andito traluceva a pena

un bagliore. Non si udiva voce. Tutti i pescatori dormivano forse od

eran lontani alla pesca di frodo nella notte illune e profonda.

Omero si appressò ad un andito e gridò per due volte consecutive:

— Giovanni della Nave? O Giovanni, sei desto?

In breve l’andito buio si rischiarò. Udimmo un lento batter di zoccoli

su l’impiantito e vedemmo avanzare, illuminato da una lampada appesa ad

uno spago, un uomo su la quarantina, forte ed adusto.

L’ondulare della lampada ch’egli teneva sospesa innanzi a sè nella

mano sinistra, illuminava ed ombreggiava a vicenda il volto di lui sì

che, per il giuoco delle luci, pareva che gli occhi suoi, fissi nello

scrutare, vedessero e svedessero d’improvviso nella tenebra notturna.

Teneva stretta fra i denti una breve pipa chioggiotta; aveva due larghe

brache di bordatino a bande rosse e celesti e una camicia azzurra,

aperta sul petto. I piedi nudi avea infilati negli zoccoli e sul capo

portava la _galosa_: un berretto conico di feltro nero.

Quando fu sul limitare chiese:

— Chi sei?

— Sono io, Giovanni della Nave, io, il tuo vecchio amico Omero.

— Omero! — esclamò con voce forte l’anziano. — E da dove vieni?

— Da lontano.

— Vuoi dormire?

— Sì. Ho con me un compagno. Puoi darci ricovero?

— Entrate — rispose Giovanni e si volse per l’andito invitandoci a

seguirlo.

Entrammo in una stanza angusta, umida, nerastra. Giovanni della Nave

appese la lampada alla cappa del camino ch’era basso sì che il focolare

si trovava appena un palmo sopra l’impiantito.

In mezzo alla stanza era una lunga tavola con a torno alcune panche;

alle pareti erano appese stanghe, forcini, reti, fiocine ed altri

attrezzi da pesca; un esile battello giaceva rovesciato lungo una

parete, innanzi ad una porticina che si apriva sul canale. Su la cappa

del camino, in alto fra alcuni rami di palma, era una vecchia immagine

stinta di un santo ignoto.

Giovanni della Nave trasse una panca più presso la tavola e fece un

cenno perchè sedessimo, poi prese da una vecchia madia due bicchieri,

li risciacquò in un orciuolo e ce li pose innanzi tutti stillanti.

— Questo vi sarà come manna — disse mescendo da un ampio boccale un

vinello nero che arrubinava rapidamente il bicchiere. — È vin di Bosco

e del migliore.

— Buono — fece Omero — sa di ferrigno.

— È la nostra salute — riprese Giovanni della Nave — ci preserva dalle

febbri; ci dà un po’ di calore, l’inverno, quando la pesca è opera

aspra e c’è da morirne; ci aiuta a campare. È santo come l’occhio di

Dio.

Soggiunse poi:

— Bevetene chè non fa male.

Omero tese il suo bicchiere per la seconda volta e per la seconda

volta, socchiudendo gli occhi, assaporò il gusto asprigno del vino

salmastroso.

— Dunque — fece Giovanni della Nave riaccendendo la sua pipa di cotto —

che pensi fare col tuo compagno, Omero? Rimarrai fra noi?

— Qualche giorno, poi si vedrà. C’è lavoro?

— Niente; c’è da industriarsi. È abile il giovanotto? — disse

indicandomi con un cenno del capo.

— È nuovo ma si farà. E i figli tuoi?

— Sono fuori a _Campo_[1] Rillo; tentano la sorte. Serena tornerà fra

poco, è ancora al lavoro. Pietro è stato in prigione, a scontare la

condanna dell’inverno scorso. Gli hanno tolto tre volte il battello, la

fiocina e la preda. Comunque sia la pesca ha reso. Ora è più forte che

mai.

— Si è ribellato alle guardie?

— No, si è lasciato prendere sempre, da buon figliuolo; tanto,

ribellarsi vuol dire accrescere la pena.

Tacemmo. Si udiva presso la piccola porta il risciacquio dell’acqua

mossa dal palpito del non lontano mare; era un battere molle e

continuo, un assiduo lappeggiare saliente dal buio del piccolo canale

che scorreva fra le canicciate e i muri rozzi delle basse dimore.

Null’altro suono si udiva: pareva che la muta città fosse stata presa

dall’incantamento delle umili acque e che solo le stelle avessero pe’

suoi canali lampeggiamenti di vita.

— Serena tornerà fra poco e appronterà il mangiare — riprese Giovanni

della Nave. — Avrete fame.

— Un poco — rispose Omero.

— Siete digiuni?

— No, abbiamo provviste per due giorni ancora; ma si bezzica, non

si mangia. È utile far così per continuare la via, altrimenti ci

si intorpidisce e si cade nel sonno. Per viaggiare conviene essere

leggeri.

— Hai sempre le tue belle dottrine di un tempo! — esclamò Giovanni

sorridendo.

— Se così non fosse potresti tu vedermi qui, dopo tanti anni, sano e

forte?

Tacemmo di nuovo. Il conversare languiva chè nessuno fra noi era

loquace e nessuno coltivava la vanità della propria parola e parlava

per ascoltarsi; ciò ch’era necessario dire lo si diceva nella forma più

breve senza perdersi in commenti o ampliazioni; buono era l’intendere

e per l’intesa bastava il poco. Odiavamo l’inutile, tutto ciò che

è vanità, fiorettatura leziosa; tutto ciò che oscura la limpidezza

dell’idea traendola per vie diverse. La parola doveva essere al

pensiero come l’arco alla freccia: la rapida forza che trae alla meta;

nulla più. Ciò corrispondeva alla rude armonia di tutta la vita nostra.

Per tale sentimento ch’era una legge, in poche frasi si esauriva ogni

argomento di discorso. Il silenzio non ci turbava: ognuno era libero

di seguire le sue vie di ideazione senza preoccuparsi del compagno che

faceva altrettanto.

Con i cubiti appoggiati alla tavola e il capo chino fra le palme, Omero

e Giovanni stettero lungo tempo l’uno di fronte all’altro assorti;

pareva fossero stati così fin dalla nascita senza lasciarsi mai,

tant’era la dimestichezza del loro abbandono. Omero aveva chiesto

e Giovanni aveva dato, ciò era ben naturale sì da una parte come

dall’altra. Non avevano avuto maraviglie per l’improvviso incontro;

pareva si fossero lasciati la sera innanzi e non si vedevano da

quindici anni almeno.

Tale apparente indifferenza non derivava da insensibilità; era

la risultante di una consuetudine antica e di un sentimento: la

consuetudine dell’ospitalità e il sentimento di una dignità virile che

non ammette svenevolezze.

Omero e Giovanni della Nave, come vidi poi, erano amici sinceri e

pronti al reciproco sacrificio; pure non una volta udii l’uno rivolgere

all’altro una parola d’affetto. Più ai fatti che alle parole si

temprava il loro sentimento fiero.

Trascorse non so quanto tempo nella muta attesa. Il sonno mi

appesantiva gli occhi, scendeva lento, irresistibile come un delizioso

torpore. Ad un tratto un rapido battere di zoccoli e il cigolio di una

porta che si apriva mi ridestò. Levai il capo; Omero e Giovanni si eran

volti verso la soglia su la quale era apparsa una giovinetta.

— Hai tardato — disse Giovanni.

— Babbo, il lavoro era molto e forte — rispose la giovanetta.

— Prepara subito la cena e pensa agli ospiti.

— Sarà fatto.

Ci passò innanzi e ci salutò con un chiaro sorriso. Giunta presso

il focolare slacciò il lungo zendado turchino che portava piegato

su la fronte e su le guance in bande ieratiche e sciolto lungo la

persona magnificamente l’appese al muro; e apparsa così co’ suoi bei

capelli neri raccolti a crocchia su la nuca e tutti vivi in superbi

ondulamenti, apparsa come in un guizzo di tutta l’esile persona ch’era

simile al viburno e alla molle ninfea, nella grazia del suo viso

pallido, ci sorrise ancora prima di chinarsi sul focolare ad avvivar le

bragi.

— Bella figlia — mormorò Omero rivolto a Giovanni. — Ti si è fatta

grande e bella!

— Non canzonate! — rispose Serena volgendo leggermente il viso sopra la

spalla.

— Non canzono. Se non credi a me domandalo al compagno mio che legge i

libri e se ne intende. Duccio, non ti par bella?

Ella volse su me gli occhi neri che aveano l’estrema limpidezza dei

cieli, e una fuggevole onda di sangue le arrubinò le guance; poi

riabbassò il capo e riprese le umili faccende.

Quando Omero mi si distese a lato sul giaciglio dopo avermi riassettato

una coperta ai fianchi e disse:

— Ora sosteremo qualche tempo; questa terra è buona ed è bene tu la

conosca — non ebbi l’aspra sensazione che mi aveva procurato già ogni

altro pensiero di sosta; qualcosa era in me che cantava una nenia

avvolgente, qualcosa che era simile a una freschezza di acque, a una

mattinale dolcezza. Io mi assopivo sorridendo, dimentico in parte di

ogni pensiero diverso.

Ricordo che, prima di prender sonno, apparve e riapparve alla mia mente

come in un cerchio, in una corona tutta di fiori e di gemme il motto di

un antico saggio: — Solo l’amore è eterno!

E il mio senso ribelle sostò su le vie dell’incantesimo eterno.

Il Cantico · 第 9 / 42 题