Solo l’amore è eterno.
Un tumulto di voci aspre ci ridestò di soprassalto. Omero balzò in
piedi primo.
— Dove siamo? — chiesi soffregandomi gli occhi.
— Su lo strame — rispose Omero. — Levati, la strada non è compita. Sei
stanco ancora?
— No. Ho dormito molto?
— Dieci ore buone. Il giorno è chiaro.
— Riprendiamo subito la strada?
— Sì.
— Sono con te — risposi e mi levai dall’aspro giaciglio che la
stanchezza mi aveva fatto di piume. Scendemmo dal fienile l’un dopo
l’altro per una scala a piuoli appoggiata all’alta finestra. Non appena
fummo all’aperto un alito di brezza marina ci avvolse; fu come una
diana ai nostri sensi intorpiditi ancora.
Da tre giorni continuava l’ininterrotto cammino; ci eravamo dilungati
di buon tratto dalla nostra piccola terra del piano. Ove si andasse non
sapevo; Omero voleva provare la mia resistenza e la mia volontà.
Giunti su l’aia della cascina nella quale avevamo trovato ospitalità
per quella notte, vedemmo aggruppati vicino ai pagliai, molti uomini
che discutevano ad alta voce anfanando. Passammo oltre senza esser
notati.
Il sole ascendeva fra le betulle lontane, nella vastità. Andavan gli
albastrelli e le canevaiole a lunghi sciami per l’aria.
— Mantieni il passo — mi disse Omero — Non affrettarti in principio per
rimanere a mezzo. Mantieni il passo.
— Ma tu sei un orologio!
— Bisogna saper far calcolo delle proprie forze! Sono il nostro
patrimonio. Parlo per esperienza.
— Hai viaggiato molto?
— Quanti anni credi tu ch’io abbia?
— Quaranta.... quarantacinque.... non saprei.
— Ho cinquant’anni, sono stato sempre solo. Quando la primavera era
ancora per me come una invincibile malìa abbandonai la città dove
qualcuno sapeva ch’io esistevo. Da quel tempo non ho avuto posa un
giorno.
— E come hai vissuto?
— Come vivono i pari nostri: con niente.
— E non hai cercato mai un lavoro fisso?
— Ho lavorato a tutto, su la terra e sul mare; tutto è stato buono per
me, pur che fosse di breve durata.
— La solitudine non ti ha fatto mai paura?
— La solitudine?... Che cos’è?... Tu parli di cose ch’io non ho
conosciuto mai, figlio mio.
Curvo un poco sotto le sue bisacce continuò la via lungo gli scrimoli
dei fossi. Vestiva un soprabito di antica foggia fatto per un dosso
molto diverso dal suo: ciò che doveva giungergli alla vita, si fermava
alle spalle; aveva un paio di calzonucci miseri che pareva facesser
somma fatica a coprirgli la caviglia, tanto erano aggrottati e
sdegnosi, poi le scarpe rotte e un berretto a visiera compivano il suo
abbigliamento. Era forte e muscoloso a dispetto dei patimenti sofferti.
La sua faccia serena e bonaria, raramente si offuscava; ogni più
occulto pensiero poteva leggersi su quel viso nobilmente aperto.
Anche quel giorno, per tutto quel giorno, camminammo. Verso sera la
stanchezza mi fu come un lento veleno onde le mie facoltà cerebrali si
ottenebrarono.
Andare per una via interminata, scalpicciando fra la polvere, dall’alba
al tramonto; sostare brevemente a qualche ombra e ripartire quando
il tepor solare insonnolisce un poco e dolce sarebbe l’abbandono;
proseguire sotto al sole mutando qualche rara parola, fino allo
smorire dei cieli, fino all’ora che langue in ogni aspetto soavemente;
scambiare sempre più rari i passi; aver gli occhi stanchi, la mente
ottenebrata, sperduta verso un tutto ed un nulla di cui più non afferra
i contorni: tutto ciò è simile a un sonno di morte nè triste nè amaro
che per inavvertite vie vi raggiunge, spegne la vigile coscienza e
all’improvviso vi abbatte lungo la via senza che vi avvediate di cadere
per non più risorgere forse. Questa è la stanchezza, simile alla morte,
che sanno i viatori raminghi; coloro che una legge oscura condanna ad
errare per insoddisfatta bramosia di libertà di giorno in giorno fino
alle soglie estreme.
Poco è il pane e grande è il bisogno, più si toglie che non si dia; v’è
giorno in cui gli occhi non corrono ai cieli ma, chini su l’aspra via,
si annebbiano; v’è giorno in cui il pensiero non indaga, nè crea, nè
gioisce, ma si arresta, intorpidendo, ai moti della persona e allora si
contano i passi con assidua cura finchè il grido solivo delle cicale
che scende in onda alterna come un ritmo di acque profonde, come un
mare di infiniti suoni, non tolga anche l’ultima facoltà numerica alla
mente vigile. Così la vita con lieve mano si dislaccia e ci abbandona.
Non ricordo ove fossimo — ricordo a pena un gran cielo rossigno innanzi
a me e il suono della voce di Omero:
— Che hai, ragazzo?
Poi mi sentii sorreggere, poi vidi ancora qualche ombra di rama e tutto
trascolorò.
Era notte quando riapersi gli occhi. Omero, seduto vicino a me, frugava
nelle sue bisacce; al termine della via, verso levante, era un bagliore
bianchiccio.
— Bevi — mi disse Omero porgendomi un gotto; poi soggiunse:
— Come ti senti?
— Bene; ma che ho avuto?
— Nulla. Sono le prime stanchezze. Ho voluto provare troppo duramente
la tua resistenza.
— Dove siamo?
— A tre chilometri da Comacchio. Puoi proseguire?
— Sì.
Mi rialzai. Omero mi offerse il braccio. La strada andava fra le
acque delle lagune verso una luce che pareva sorgesse dall’ombra di
un’immensa nave a pena intravveduta. Intorno a noi era il silenzio
della distesa infinita. Su qualche argine sperduto luceva una
fiammella, ardente forse innanzi a qualche icone sacra alla notte e al
palpito stellare.
La distanza sminuiva sensibilmente; si accennava già la grande nave in
linee più decise e cresceva su l’orizzonte, con la sua ampiezza, il suo
lume.
— Quanto ci rimane ancora? — chiesi ad Omero.
— Di che cosa? — rispose volgendosi il mio compagno.
— Di ciò che guadagnammo prima di partire.
— Quasi tutto.
— Abbiamo vissuto di niente allora.
— Di ciò che era necessario. Bisogna ricordare che dall’oggi al domani
si può venir meno. In questo caso se si possiede nulla, gli uomini non
ci accoglieranno. Siamo bestie inutili, Duccio della Bella! Ricordati
questo, sopra tutto.
— Ricorderò — risposi. Aggiunsi: — Ci fermeremo a Comacchio?
— Sì.
— Poi?
— L’avvenire è nelle mani del destino.
— E così sia.
Dopo non molto traversammo, sopra un ponticello arcuato, un canale
che si lanciava verso levante costeggiando i brevi giardini della
città delle acque. Una _burchiella_ avanzava lentamente sospinta da
un invisibile navarca. Fummo su la lunga via che traversa la città in
tutta la sua lunghezza; ne percorremmo buon tratto senza incontrare
persona, volgemmo poi a sinistra seguendo un canale e, fra basse dimore
ed alte canicciate, riuscimmo ad un _campiello_ che si apriva da un
lato su la laguna. Una sola fiammella diradava l’oscurità del luogo.
Le piccole case senza imposte alle porte si addossavano tutt’intomo
strette nel buio contro l’immensità; da qualche andito traluceva a pena
un bagliore. Non si udiva voce. Tutti i pescatori dormivano forse od
eran lontani alla pesca di frodo nella notte illune e profonda.
Omero si appressò ad un andito e gridò per due volte consecutive:
— Giovanni della Nave? O Giovanni, sei desto?
In breve l’andito buio si rischiarò. Udimmo un lento batter di zoccoli
su l’impiantito e vedemmo avanzare, illuminato da una lampada appesa ad
uno spago, un uomo su la quarantina, forte ed adusto.
L’ondulare della lampada ch’egli teneva sospesa innanzi a sè nella
mano sinistra, illuminava ed ombreggiava a vicenda il volto di lui sì
che, per il giuoco delle luci, pareva che gli occhi suoi, fissi nello
scrutare, vedessero e svedessero d’improvviso nella tenebra notturna.
Teneva stretta fra i denti una breve pipa chioggiotta; aveva due larghe
brache di bordatino a bande rosse e celesti e una camicia azzurra,
aperta sul petto. I piedi nudi avea infilati negli zoccoli e sul capo
portava la _galosa_: un berretto conico di feltro nero.
Quando fu sul limitare chiese:
— Chi sei?
— Sono io, Giovanni della Nave, io, il tuo vecchio amico Omero.
— Omero! — esclamò con voce forte l’anziano. — E da dove vieni?
— Da lontano.
— Vuoi dormire?
— Sì. Ho con me un compagno. Puoi darci ricovero?
— Entrate — rispose Giovanni e si volse per l’andito invitandoci a
seguirlo.
Entrammo in una stanza angusta, umida, nerastra. Giovanni della Nave
appese la lampada alla cappa del camino ch’era basso sì che il focolare
si trovava appena un palmo sopra l’impiantito.
In mezzo alla stanza era una lunga tavola con a torno alcune panche;
alle pareti erano appese stanghe, forcini, reti, fiocine ed altri
attrezzi da pesca; un esile battello giaceva rovesciato lungo una
parete, innanzi ad una porticina che si apriva sul canale. Su la cappa
del camino, in alto fra alcuni rami di palma, era una vecchia immagine
stinta di un santo ignoto.
Giovanni della Nave trasse una panca più presso la tavola e fece un
cenno perchè sedessimo, poi prese da una vecchia madia due bicchieri,
li risciacquò in un orciuolo e ce li pose innanzi tutti stillanti.
— Questo vi sarà come manna — disse mescendo da un ampio boccale un
vinello nero che arrubinava rapidamente il bicchiere. — È vin di Bosco
e del migliore.
— Buono — fece Omero — sa di ferrigno.
— È la nostra salute — riprese Giovanni della Nave — ci preserva dalle
febbri; ci dà un po’ di calore, l’inverno, quando la pesca è opera
aspra e c’è da morirne; ci aiuta a campare. È santo come l’occhio di
Dio.
Soggiunse poi:
— Bevetene chè non fa male.
Omero tese il suo bicchiere per la seconda volta e per la seconda
volta, socchiudendo gli occhi, assaporò il gusto asprigno del vino
salmastroso.
— Dunque — fece Giovanni della Nave riaccendendo la sua pipa di cotto —
che pensi fare col tuo compagno, Omero? Rimarrai fra noi?
— Qualche giorno, poi si vedrà. C’è lavoro?
— Niente; c’è da industriarsi. È abile il giovanotto? — disse
indicandomi con un cenno del capo.
— È nuovo ma si farà. E i figli tuoi?
— Sono fuori a _Campo_[1] Rillo; tentano la sorte. Serena tornerà fra
poco, è ancora al lavoro. Pietro è stato in prigione, a scontare la
condanna dell’inverno scorso. Gli hanno tolto tre volte il battello, la
fiocina e la preda. Comunque sia la pesca ha reso. Ora è più forte che
mai.
— Si è ribellato alle guardie?
— No, si è lasciato prendere sempre, da buon figliuolo; tanto,
ribellarsi vuol dire accrescere la pena.
Tacemmo. Si udiva presso la piccola porta il risciacquio dell’acqua
mossa dal palpito del non lontano mare; era un battere molle e
continuo, un assiduo lappeggiare saliente dal buio del piccolo canale
che scorreva fra le canicciate e i muri rozzi delle basse dimore.
Null’altro suono si udiva: pareva che la muta città fosse stata presa
dall’incantamento delle umili acque e che solo le stelle avessero pe’
suoi canali lampeggiamenti di vita.
— Serena tornerà fra poco e appronterà il mangiare — riprese Giovanni
della Nave. — Avrete fame.
— Un poco — rispose Omero.
— Siete digiuni?
— No, abbiamo provviste per due giorni ancora; ma si bezzica, non
si mangia. È utile far così per continuare la via, altrimenti ci
si intorpidisce e si cade nel sonno. Per viaggiare conviene essere
leggeri.
— Hai sempre le tue belle dottrine di un tempo! — esclamò Giovanni
sorridendo.
— Se così non fosse potresti tu vedermi qui, dopo tanti anni, sano e
forte?
Tacemmo di nuovo. Il conversare languiva chè nessuno fra noi era
loquace e nessuno coltivava la vanità della propria parola e parlava
per ascoltarsi; ciò ch’era necessario dire lo si diceva nella forma più
breve senza perdersi in commenti o ampliazioni; buono era l’intendere
e per l’intesa bastava il poco. Odiavamo l’inutile, tutto ciò che
è vanità, fiorettatura leziosa; tutto ciò che oscura la limpidezza
dell’idea traendola per vie diverse. La parola doveva essere al
pensiero come l’arco alla freccia: la rapida forza che trae alla meta;
nulla più. Ciò corrispondeva alla rude armonia di tutta la vita nostra.
Per tale sentimento ch’era una legge, in poche frasi si esauriva ogni
argomento di discorso. Il silenzio non ci turbava: ognuno era libero
di seguire le sue vie di ideazione senza preoccuparsi del compagno che
faceva altrettanto.
Con i cubiti appoggiati alla tavola e il capo chino fra le palme, Omero
e Giovanni stettero lungo tempo l’uno di fronte all’altro assorti;
pareva fossero stati così fin dalla nascita senza lasciarsi mai,
tant’era la dimestichezza del loro abbandono. Omero aveva chiesto
e Giovanni aveva dato, ciò era ben naturale sì da una parte come
dall’altra. Non avevano avuto maraviglie per l’improvviso incontro;
pareva si fossero lasciati la sera innanzi e non si vedevano da
quindici anni almeno.
Tale apparente indifferenza non derivava da insensibilità; era
la risultante di una consuetudine antica e di un sentimento: la
consuetudine dell’ospitalità e il sentimento di una dignità virile che
non ammette svenevolezze.
Omero e Giovanni della Nave, come vidi poi, erano amici sinceri e
pronti al reciproco sacrificio; pure non una volta udii l’uno rivolgere
all’altro una parola d’affetto. Più ai fatti che alle parole si
temprava il loro sentimento fiero.
Trascorse non so quanto tempo nella muta attesa. Il sonno mi
appesantiva gli occhi, scendeva lento, irresistibile come un delizioso
torpore. Ad un tratto un rapido battere di zoccoli e il cigolio di una
porta che si apriva mi ridestò. Levai il capo; Omero e Giovanni si eran
volti verso la soglia su la quale era apparsa una giovinetta.
— Hai tardato — disse Giovanni.
— Babbo, il lavoro era molto e forte — rispose la giovanetta.
— Prepara subito la cena e pensa agli ospiti.
— Sarà fatto.
Ci passò innanzi e ci salutò con un chiaro sorriso. Giunta presso
il focolare slacciò il lungo zendado turchino che portava piegato
su la fronte e su le guance in bande ieratiche e sciolto lungo la
persona magnificamente l’appese al muro; e apparsa così co’ suoi bei
capelli neri raccolti a crocchia su la nuca e tutti vivi in superbi
ondulamenti, apparsa come in un guizzo di tutta l’esile persona ch’era
simile al viburno e alla molle ninfea, nella grazia del suo viso
pallido, ci sorrise ancora prima di chinarsi sul focolare ad avvivar le
bragi.
— Bella figlia — mormorò Omero rivolto a Giovanni. — Ti si è fatta
grande e bella!
— Non canzonate! — rispose Serena volgendo leggermente il viso sopra la
spalla.
— Non canzono. Se non credi a me domandalo al compagno mio che legge i
libri e se ne intende. Duccio, non ti par bella?
Ella volse su me gli occhi neri che aveano l’estrema limpidezza dei
cieli, e una fuggevole onda di sangue le arrubinò le guance; poi
riabbassò il capo e riprese le umili faccende.
Quando Omero mi si distese a lato sul giaciglio dopo avermi riassettato
una coperta ai fianchi e disse:
— Ora sosteremo qualche tempo; questa terra è buona ed è bene tu la
conosca — non ebbi l’aspra sensazione che mi aveva procurato già ogni
altro pensiero di sosta; qualcosa era in me che cantava una nenia
avvolgente, qualcosa che era simile a una freschezza di acque, a una
mattinale dolcezza. Io mi assopivo sorridendo, dimentico in parte di
ogni pensiero diverso.
Ricordo che, prima di prender sonno, apparve e riapparve alla mia mente
come in un cerchio, in una corona tutta di fiori e di gemme il motto di
un antico saggio: — Solo l’amore è eterno!
E il mio senso ribelle sostò su le vie dell’incantesimo eterno.