III.

L’ignoto.

Qualche cosa era in me ch’io non sapevo vincere; qualcosa ch’era

disceso nell’anima mia per inavvertite vie. Nell’attimo in cui stavo

per troncare ogni legame col passato mi inteneriva con tale dolcezza di

rimpianto che temetti esserne vinto. Ed era un niente per sè stesso;

un amore di povere, di umili cose: del poco ch’era mio, ch’era stato

di mia madre. Dovevo disfarmene chè, per la vita del domani, non m’era

possibile serbare gli oggetti che erano stati compagni miei nel periodo

più quieto della mia esistenza; disfarmene per sempre; ed era la

certezza di questa eternità ch’io ponevo volontariamente fra il passato

e l’avvenire, la certezza che non avrei potuto mai più ricuperare la

benchè minima parte del piccolo tesoro di dolcezza dispersa, che mi

riempiva di amara perplessità.

Passò qualche giorno senza che una decisione definitiva mi si

presentasse. Omero rispettò il mio dolore nè una sola volta mi chiese

che pensassi fare: socchiudeva la porta, mi guardava qualche secondo

e ripartiva senza nulla dire. Rimanevo accasciato nel più assoluto

abbandono. La crisi fu quale non mi sarei aspettata; fu improvvisa,

passò come un vento di bufera; non ne fui travolto e non so perchè.

Mille voci sorsero in me, e mi consigliarono la schiavitù; mille

dubbi si affacciarono e riaffacciarono alla mente mia; pareva ch’io

albergassi una intera tribù di persone previdenti e sagge, di persone

che temono il domani, che si preparano un niduccio a modo per non

soffrire il domani, che tollerano con rassegnazione, che mangiano,

dormono, generano in vista di una quieta morte, di un tranquillo

riposo. E perchè mai dovevo soggiacere a tale incubo, a tale spavento?

Che c’era in me di così vecchio, di tanto debole ch’io non avessi

conosciuto ancora?

Rividi la mia tana, il mio principale; ripensai le interminabili ore

di prigionia; mi tornarono alla mente le ingiurie, i patimenti, le

terribili angoscie della mia giovinezza costretta a macerarsi in una

inattività bruta, eppure qualcosa fu in me che cercò scusare, smussare,

attenuare ogni asprezza; qualcosa fu che mi tenne dubbioso tuttavia.

Una forza ch’io temevo e alla quale non potevo ribellarmi ad un tratto.

Era l’ombra dell’anima stanca della mia stirpe; della secolare condanna

che per lunga consuetudine, da padre in figlio, si era connaturata

nella famiglia nostra, nella grande famiglia dei servi; una debolezza

innanzi alla quale mi trovavo d’improvviso e che mi lasciava stordito.

Nasceva dall’amore che avevo per le poche cose ereditate da mia madre,

poneva radici profonde in un sentimento più che umano, dilagava nel

misoneismo, giungeva all’aggiogazione bruta.

Quando fui per disfarmi di tutto, quando giunse il rigattiere che

avevo chiamato e cominciò a sbirciare, a porre le sue mani sozze su

gli oggetti che mi erano sacri perchè erano stati della mia santa,

perchè serbavano ancora nel loro colore, nella loro forma, e nella

disposizione un atteggiamento del pensiero di lei, del suo volere;

quando con l’indifferenza del mestierante che ha l’abito di simili

faccende, levando le coltri del letticciuolo ov’ella era morta disse:

— Vi compro questo per otto lire! — sentii sì violenta la profanazione,

tale impeto di sdegno mi invase che balzai in piedi e gridai su la

faccia al malcapitato:

— Vattene, vattene via, vattene!

— E perchè? — chiese egli maravigliando.

— Non voglio vender nulla, vattene!

Allorchè ebbe richiuso l’uscio, mi sentii un groppo di singhiozzi alla

gola. Poi mi si presentò il dilemma che mi arse nel cervello come una

febbre: o rinunziare al passato, lasciar cadere come il coperchio di

un’arca su tutto ciò ch’era stato dolcezza di un tempo — o riprendere,

chi sa fino a quando, per sempre forse, la mia vita del giorno prima.

Non m’era possibile una qualsiasi decisione allora; nel pensiero

travagliato, combattuto da mille correnti, non poteva presentarsi una

limpida linea risolutiva. La libertà è un sogno di assoluto egoismo;

finchè il minimo sentimento permane, nessuno può raggiungerla e non v’è

uomo che sia tanto vicino a Iddio o ai bruti da esser libero da ogni

sentimentalità.

Io fui umile e schiavo, in quei giorni; più che nell’anima mia, sentii

mia madre nelle cose; era una idolatria; un feticismo che aveva ragioni

di abitudine e di dolcezza. Ogni uomo che voglia disciogliere qualcuno

dei molteplici nodi che lo avvincono alla società, deve portare il

suo tesoro con sè, tutto nel suo cuore. Questo intendevo, questo avrei

voluto, ma la forza veniva a mancarmi; finchè un giorno chiamai Omero e

gli dissi:

— Io non ho coraggio che mi basti a disfarmi di queste povere cose. Ti

consegno tutto, vendi tutto. Ti aspetterò questa sera al fiume.

Omero mi guardò fissamente e mi chiese:

— Hai proprio deciso?

— Aiutami — risposi — aiutami tu che mi vuoi bene!

— Bada Duccio della Bella, ti poni sopra una via che ti farà sanguinare.

— Ho deciso: non tornerò più. Perchè vuoi accrescere la mia tristezza?

— Vorrei consigliarti se fosse possibile.

— Non eravamo dello stesso avviso qualche giorno fa quando ti narrai

ciò che avevo detto al mio principale?

— Io tacqui. Ti approvavo in cuor mio forse, ma tacqui.

— Ebbene taci ancora, non aumentare il mio dubbio. Ma perchè tu, che mi

sei amico fraterno, non mi aiuti a seguire la via che ho eletto?

— Perchè non ci vedo chiaro, perchè non so dove riesca.

— E che t’importa?

— Poco m’importerebbe se si trattasse di me. Tu non potrai essere

mai un niente come sono io; tu non potrai mai dimenticarti come io

mi dimentico. Tu hai una ragione forte, hai studiato, sai ciò che è

scritto nei libri. A proposito: vorresti vendere anche quelli?

— Anche quelli!

— Vuoi serbare nulla?

— Nulla.

— Io ti dico che piangerai! — esclamò Omero.

Per qualche istante rimanemmo di fronte muti; quando gli chiesi, e la

mia voce ebbe un tremito:

— Vuoi aiutarmi? — non rispose ma scosse il capo affermativamente.

— Allora a questa notte?

— Sì.

— Al ponte del fiume?

— Sì.

Me ne andai lentamente. Volgevano le ore pomeridiane, i quartieri

popolari nei quali si trovava la mia dimora erano deserti. Su qualche

porta ruzzavano gruppi di bambini sudici: erano seminudi, avevano

i capelli lunghi, aggrovigliati, e i visucci a volte terrei a volte

diafani e gialli, non mai animati da un’onda sana di sangue; ruzzavano

fra la polvere e le immondizie. Una vecchia sedeva su l’uscio di una

lurida casa agucchiando intorno ad un cencio abbandonato sul grembo;

vicino al rigagnolo d’acqua nerastra che scorreva in mezzo alla via

alcune galline pasturavano gracilando. La giornata era tepida chè

aprile era alla soglia dei cieli.

Mentre attraversavo un vicoletto buio nel quale le alte case si

aduggiavano sentii chiamarmi:

— Duccio? O Duccio?

Mi volsi. La vecchia Simona, da un uscio dischiuso, mi faceva cenno

perchè mi avvicinassi:

— Dove vai? — mi chiese.

— Perchè vuoi saperlo?

— Per nulla... così! Non ti ricordi più della tua vecchia Simona? Da

quanto tempo mai non ci eravamo veduti?

— Da molto tempo infatti.

— Non vieni più da queste parti! Quando c’era la tua povera mamma

le cose andavano diversamente; ora sei rimasto solo, ora la fai da

padrone. Dove andavi?

— Ti preme saperlo?

— No; ma non si può chiedere?

— Non saprei risponderti — dissi freddamente.

Dopo una sosta, la vecchia Simona riprese:

— Ora penserai ad accasarti, non è vero?

— Ad accasarmi? E perchè?

— Perchè? Ma chi ti può reggere la casa, chi può conservarti quel poco

che hai? La vita è difficile, una compagna ci vuole: io avrei la donna

adatta al tuo caso.

— Proprio per me l’hai serbata?

— Sì. Ho pensato: Duccio è solo, Duccio è un buon figliuolo, guadagna

abbastanza per reggere una famiglia: procuriamogli una famiglia. Avrai

così, almeno, chi curerà i tuoi panni, chi ti preparerà il mangiare

quando tornerai dal lavoro, chi ti farà compagnia...

— Guarda quante belle cose!

— Sì. Poi, detta fra noi, la gente cominciava a mormorare perchè non

andavi più all’ufficio, perchè ti eri dato alla vita scapestrata. Mi

hanno detto anche che ti ubbriachi, io non ci ho creduto ma l’hanno

detto. L’altra notte han dovuto portarti a casa perchè non ti reggevi

più! Un brutto vizio, figlio mio, guardatene. Il marito di Susanna è

morto l’altr’ieri all’ospedale in causa al vino!

— Si occupano tanto di me?

— Sì, ti vogliono bene, la gente fa per tuo bene. Ti biasimano perchè

dispiace a tutti che tu faccia così!

— E s’io ti dicessi che in tutto ciò non c’è una parola di vero, cosa

ne penseresti della gente?

— Naturalmente si esagera; tutti esagerano ma ciò avviene senza che

uno se ne avveda. Nel raccontare può sfuggire una parola di più. Però

ascolta: tutto ciò che è passato si dimentica, ora devi seguire il mio

consiglio. Vuoi conoscere la ragazza che ti ho destinato?

— No.

— E perchè?

— Perchè no! Non ti pare che basti?

— Ma vuoi dunque rimaner solo?

— Più che solo, solissimo!

— Vuoi continuare questa tua vita?

— Fino alla consumazione di tutte le mie forze voglio rimanere così.

— Fa come credi. Però, se fosse al mondo la tua povera mamma...

— Non parlare di lei!

— S’ella ti vedesse — continuò la vecchia — non potrebbe che soffrire

per questa tua decisione. Ella che sognava per te un pane, una famiglia

e dei figli...

— Non è vero! — gridai — Non continuare!

— Ma sei pazzo? — domandò Simona stupefacendo.

— Sono pazzo perchè non sono un servo come tutti voi.

— Ma che vuoi dire? Non ti capisco!

— Non importa, nonna Simona. S’io ti parlassi tre ore, tre lunghe ore,

non capiresti ugualmente una sola parola di ciò che ti direi.

— Quanto soffrirebbe povera donna! — esclamò la vecchia scuotendo il

capo. Vidi sul viso ipocrita della femmina maligna ed insensibile una

smorfia che avrebbe voluto essere di dolore e che mi destò ripugnanza

per la troppo vile finzione.

Simona non aveva amata mai mia madre della quale era parente prossima;

in molte occasioni ch’io ricordavo con chiarezza, aveva cercato esserle

dannosa, le aveva procurato continui dolori, amarezze continue. Ella

era stata prima ad abbandonarla quando, per la sua dolce colpa, le ero

nato, frutto di un non egoistico amore; era stata prima a denigrarla,

aveva detto di lei cose infami, l’aveva indicata alle compagne come

meretrice, poi, nel seguito degli anni, per necessità sopravvenute,

composto il viso a dolcezza, era ricomparsa nella nostra casa,

chiedendo, benedicendo, esaltando. Mia madre conosceva il perdono

e perdonò; dette ciò che poteva, fu buona come sempre, come sapeva

esserlo lei che regalava e pareva togliesse. Ora io sapevo perchè

Simona m’era apparsa innanzi; due volte era giunta fino al mio tugurio

a cercarmi. Ella aveva una nipote, una brutta figlia infingarda, una

sozza ignorante che moveva a schifo per la sua volgarità — erano sole e

poverissime, incapaci di qualsiasi lavoro; necessitava loro un uomo che

si sobbarcasse la spesa del loro vagabondaggio e andavano cercandolo.

Simona aveva pensato a me; mi credeva docile, umile, maneggiabile;

aveva scambiato il profondo amore che portavo a mia madre con la

debole sommissione degli impossenti e aveva creduto potermi facilmente

aggiogare. Di fronte all’ira che le sue parole avevano destato in me,

s’era trovata sì d’improvviso sbalzata nell’inatteso che una meraviglia

infantile aveva sconvolto il pensiero di lei.

Per parte mia, quell’incontro bastò perchè la decisione dei giorni

innanzi mi tornasse al pensiero chiara e precisa, vincesse gli ultimi

dubbi, le ultime sentimentalità; mi parve anzi che mia madre stessa

mi avrebbe consigliato partire, mia madre che aveva a sdegno ogni cosa

vile e volgare.

L’ambiente nel quale mi trovavo mi riusciva intollerabile, era un

legame che dovevo infrangere assolutamente; mi sentivo troppo lontano

da tutta quella gente cieca; troppa noia mi destava la confidenza con

la quale ero trattato e lo spionaggio e i consigli e i pettegolezzi;

non volevo essere e non ero uno dei loro, una bestia da soma per tutti,

dalla donna in su; non volevo rimanere nel cielo breve al quale pareva

avermi condannato la sorte. Il mio spirito alerte riprese le sue vie

ribelli; ritrovai me stesso con grande gioia.

Solo col mio tesoro: un niente per gli uomini, l’infinito per me!

— Sono le ultime tue parole quelle che hai detto? — riprese Simona

levandomi in viso gli occhi biancastri.

— Sono le ultime; almeno così spero perchè parto.

— Parti? E dove vai?

— Non lo so. Dove vorrà il mio capriccio.

— Ma per quanto tempo rimarrai assente?

— Per sempre, spero.

— Vai in America?

— No.

— Ma che vorresti fare?

— Nulla.

— Il vagabondo?

— Sì.

— Finirai male.

— Ti dispiacerebbe?

— Sì, perchè ti voglio bene, perchè penso a quella santa donna di tua

madre...

— Ti ho detto che non devi parlarne!

— Perchè?

— Perchè non voglio, perchè sei un’ipocrita e t’infingi e non l’hai

amata mai!

— Io?

— Tu! Ricordo tutto, non meravigliare, ricordo quanto l’hai fatta

piangere, quanto l’hai amareggiata con ogni tua viltà.

— Io? — riprese Simona sbiancando. Le sue vecchie mani tremavano; era

brutta, ributtante, odiosa; ne ebbi ribrezzo e non volli continuare;

d’altra parte il desiderio di andarmene, di fuggir lontano, di

togliermi dagli occhi la visione di quella miseria era sì violento che

non badai a ciò che la vecchia rispose; le volsi le spalle e fuggii.

Per tutto quel giorno errai senza meta. La felicità era tornata con la

perfetta coscienza del mio stato; la felicità dell’uomo che sente tutta

la sua giovinezza tesa violentemente verso le vie dell’ignoto, che si

sente libero da ogni vincolo umano e sa di poter vivere e morire senza

che l’egoismo altrui glie lo vieti o cerchi vietarglielo. La vita è

una continua lotta di egoismi che l’amore tenta nascondere. Poca è la

bontà: esiguo lago di fronte al grande deserto.

Allora credevo che l’uomo potesse trovare unicamente in sè ogni fonte

di energia e credevo che la solitudine, l’isolamento e l’ampia libertà

fossero per la creatura come lo spazio per le stelle, sola ragione

d’esistenza; ebbi a vedere poi come i ribelli cadano a volte in più

facili inganni e come l’illusione si compiaccia aprire campi subito

preclusi dalla realtà. Comunque sia, l’amarezza che venne incontro a

me come un fiume straripante nell’impeto di una piena, nulla mi lasciò

d’amaro. Vano è sospirare e dolersi se ogni creatura ha le sue vie

tracciate; pessima cosa è ottenebrare il pensiero degli uomini e render

loro più oscuro l’orizzonte. Chi può destare un sorriso o una speranza

e illuminare un’anima così faccia che è bene: poca è la gioia e grande

è il desiderio!

Quando fu notte uscii dalle porte della città, mi diressi verso il

ponte che sorgeva in solitaria campagna e attesi. L’aria era fredda;

nel cielo era uno stellato fisso. Passarono due plaustri e si persero

lungo il doppio filare di tigli che fiancheggiava la strada per

lungo tratto. Nella semioscurità si vedevano le acque trascorrere;

scintillavano a pena piccole gore qua e là, fra le sabbie abbandonate

dal fiume.

Ad un tratto vidi un’ombra salire il pendio del ponte.

— Omero? — chiamai.

— Sono io — rispose la voce buona.

Quando mi fu vicino e potei discernerlo con maggiore chiarezza vidi che

recava su le spalle due grandi bisacce. Andava un po’ curvo per il peso

di tale fardello.

— Hai fatto? — chiesi.

— Sì.

— Tutto bene?

— Benissimo.

— Di quanto disponiamo?

— Duecento lire.

— Hai detto?

— Duecento lire.

La somma mi parve enorme.

— Ma come mai hai racimolato tanto?

— Ti pare molto?

— Troppo.

— Eppure ti hanno rubato più della metà.

Trascorse una pausa. Omero sedette vicino a me su la spalletta del

ponte.

— Hai consegnato la chiave, hai compito ogni formalità?

— Tutto è fatto.

— Grazie — risposi.

— Ed ora.... — riprese Omero levandosi.

— Convien trovare un angolo per dormire.

— No, per questa notte cammineremo.

— Verso dove?

— Ti debbo essere guida?

— Sì.

— Allora vieni con me, lo saprai.

Lentamente, senza dir parola, l’uno a fianco dell’altro, ci perdemmo

sotto la notte. Così cominciava il mio cammino verso l’ignoto.

Il Cantico · 第 8 / 42 题