L'ULTIMO DEGLI HOHENSTAUFEN

Milleducento cinquantotto appunto

S'incarteggiava allor che Corradino

Tradito fu, e per Carlo defunto.

_Dittamondo._

La melanconia che s'attacca sempre al ricordo delle dinastie perite,

massime se raccomandate dal coraggio e dalla sventura, spinse

un'infinità di giovani letterati a cavare una tragedia od un romanzo

dalla morte di Corradino, ultimo degli Hohenstaufen. E un romanzo

veramente è il racconto che sogliono farne gli storici usuali, che,

contraddetti invano dal buon senso vecchio e dai documenti nuovi, si

ostinano a narrare il passato per via di luoghi comuni e di aneddoti

convenzionali. Tentiamo di restituire quel fatto, all'appoggio di

testimonianze o nuove o non comuni.

Precedenti.

La casa di Hohenstaufen, primeggiante fra quelle di Svevia, competè

all'impero romano germanico coi duchi di Franconia e di Sassonia, e lo

ottenne nella persona di Federico Barbarossa, uno degli eroi più insigni

del medioevo, ancora vivo nelle tradizioni tedesche con quanto v'ha di

prode e di generoso; e che, dopo rimesso l'ordine fra i contrastanti

baroni dell'impero, andò a morire crociato in Palestina. Il suo nome ha

suono ben diverso fra noi italiani, che ricordiamo come volle qui

comprimere il movimento municipale, che avviavasi a repubblica; quel

movimento che rinnovò la civiltà del nostro paese, e ne diede l'esempio

agli altri. Federico si propose di rimettere al freno le nostre città,

di piantarvi come diritto l'assoluta volontà del capo, ed ebbe il torto

di adoprare mezzi feroci e di non riuscire; laonde l'odio nazionale lo

marchiò fra coloro che soffocano un germe quando n'è inevitabile lo

sviluppo; respingono verso il passato, invece di avviare all'avvenire.

I Lombardi principalmente serbano abbominio alla memoria di lui, mentre

insuperbiscono della Lega Lombarda che avevano formata per resistergli.

E sebbene, nella pace di Costanza, lo vedessero scendere con loro ad un

accordo, che ne riconosceva l'indipendenza nazionale, stettero sempre in

gelosia de' successori di essi, e s'attennero alla parte Guelfa. Questa

parte (denominata dai signori Guelfi di Baviera, avversi agli

Hohenstaufen e ai fautori di questi ch'erano chiamati Ghibellini dal

costoro castello di Weiblingen) rappresentava l'anelito

dell'indipendenza, sotto la supremazia papale, mentre i Ghibellini

avrebbero amato un governo forte e uno, e perciò la sovranità imperiale.

Le due fazioni si spiegarono maggiormente alla morte del Barbarossa; e

alla Guelfa acquistò fautori l'indegnità del figlio di lui, l'imperatore

Enrico VI. Questi s'appoggiava tutto sulle sue armi, ultima ragione di

chi non n'ha alcuna buona; e menò guerre incessanti contro questa povera

Italia, per mozzarne la libertà, che da suo padre s'erano fatta

garentire. Ma alla prevalenza imperiale avevano fatto sempre contrasto

le repubbliche lombarde, i pontefici e i Normanni. Le repubbliche

avevano provato la nobile compiacenza del governare i proprj interessi;

e venute con ciò ad uno sviluppo stupendo d'intelligenza e di ricchezza,

non erano disposte a tornare a un giogo avvilente. I papi sentivano che

all'indipendenza del loro potere era necessaria l'indipendenza anche

delle Due Sicilie, e perciò mal soffrivano che alcun straniero vi

piantasse un dominio, il quale eccedesse que' limiti della supremazia

tra sacra e guerresca, quell'accordo tra Chiesa e Stato, ch'erasi

combinato dalla creazione del Sacro Romano Impero. Nell'Italia

meridionale poi si erano stabiliti i Normanni, e occupate le Due

Sicilie, ne formarono un regno, che controbilanciava qualunque potenza

avesse voluto prevalere nella settentrionale; ligi ai papi senza

pregiudizio della propria autonomia, e disposti a sostenerli qualunque

volta venivano a cozzo coll'imperatore e coi Ghibellini.

Supremo intento di chi volesse togliere l'indipendenza all'Italia,

doveva esser dunque l'acquisto delle Due Sicilie; quanto alla potenza

papale, essa non fu mai considerata come un ostacolo serio dai

conquistatori di quel paese.

Enrico VI aveva sposato Costanza, ultima erede dei re normanni, talchè

si trovò re anche delle Due Sicilie; ma da tal fatto, che pareva

consolidarla, venne la ruina della casa d'Hohenstaufen. Enrico

tiranneggiò insanamente i Siciliani, calpestando i privilegi e le

consuetudini, talchè non lasciò che odio in eredità al bambino suo, che

fu Federico II. Quest'uomo, uno de' più illustri del medioevo, disgustò

i Tedeschi perchè mostrava prediligere il suo regno in Italia; disgustò

gli Italiani perchè cercò di mozzarne le libertà, sostenendo da per

tutto i tiranni ghibellini; lottò tutta la vita coi papi, e mentre (come

il cronista Salimbeni dice) sarebbe stato senza pari sulla terra se

avesse amato l'anima sua, mori senza aver nulla consolidato.

Suo figlio Corrado IV, imperatore contrastato, venuto in Italia per

farsi valere, vi trovò la morte, dissero accelerata dal fratel suo

naturale Manfredi, il quale allora si fece re della Sicilia, a scapito

di Corradino figliuolo dell'estinto. I pontefici, ch'erano riconosciuti

signori supremi di quel regno, non potendo altrimenti reprimere la

tirannide dell'usurpatore, ne trasferirono la corona in Carlo d'Angiò,

il quale, sostenuti da essi papi, e dai Guelfi, venne, vinse in

battaglia Manfredi, e occupò il regno. Ma (caso troppo consueto) ben

tosto si mostrò per nulla migliore di coloro che aveva cacciati: sicchè

quei troppi che si lasciano lusingare a promesse di liberatori, e che

perciò si trovano spesso delusi, mutarono in compassione e ribrama

l'esecrazione che pur dianzi avevano per la casa Sveva.

Il volgo

Sempre il signor che più non ha vorria.

Corradino — Sue speranze.

Il 25 marzo 1252, da Corrado IV e da Elisabetta di Baviera era nato

Corradino; bellissimo di sua persona (_pulcherrimus_), _letterato sicchè

ben si esprimeva in latino_, mentre in tedesco componeva poesie, che

otteneano lode fra quelle dei Minnesingeri. Suo padre morendo l'aveva

affidato alla tutela, non dello zio Manfredi di cui sospettava, ma di

Bertoldo di Hohenburg, signore bavarese, il quale però vedendo i

Siciliani mal intalentati verso di lui straniero, rimise la reggenza a

Manfredi, che, come dicemmo ne usurpò il dominio. Corradino era stato

allevato presso il duca Lodovico di Baviera, sotto le sollecite cure

d'una madre, che all'affetto univa pure le indomite speranze di chi,

accostate le labbra al potere, non sa più cessarne la sete: e, come a

tutte le grandezze scoronate, gli stava dintorno una turba di persone,

che ne esageravano i diritti e ne esaltavano le speranze: e i

fuorusciti, perpetui sommovitori dello stagno ove confidano il pescare,

e i malcontenti de' paesi dominati da' suoi padri, lo circondavano di

quella nebbia d'incensi, che toglie di veder la situazione e di

calcolare al vero i mezzi e la probabilità.

Al giovinetto, allora appena di quindici anni e mezzo, entrò facilmente

il concetto che l'Italia aspirasse solo all'occasione di liberarsi dai

Guelfi, dai papi, dagli Angioini, e l'occasione aspettata fosse lo

sventolare dello stendardo svevo: certo lo ajuterebbero i tanti

beneficati dal padre e dall'avo suo, e che egli (giovane com'era)

confidava fedeli alla sventura. D'altra parte i Tedeschi lo

rimproveravano di neghittoso, e cantavano canzoni contro di lui[14]

perchè si rassegnava alla perdita dei diritti paterni.

Coll'ardore d'un giovane e la cecità d'un pretendente, mosse egli dunque

verso l'Italia, per quanto sua madre lo dissuadesse; i duchi di Baviera

suoi zii lo accompagnarono per Trento fin a Verona coi loro feudatarj,

ma poichè a lui venne meno il denaro da pagare quei 10,000 uomini, essi

tornarono indietro, eccetto 3000 ch'egli potè ritenere, impegnando il

proprio patrimonio. Che importa? I Ghibellini di tutta Italia, i

malcontenti del regno di Sicilia gli largheggiavano promesse, merce di

poco costo; uomini e denari affluirebbero. I Lucchesi aveano mandato a

sollecitare la madre di lui: i Fiorentini vi spedirono Bonaccorso

Bellincioni degli Adimari e Simone Donati, cavalieri d'alto credito, i

quali dall'andata loro riportarono larghe promesse e una mantellina

foderata da vajo che usava portare Corradino, la quale i Lucchesi

esposero in San Fridiano e «non altrimenti vi traevano le genti a

vederla, che se qualche solenne e celebrata reliquia fosse stata.»[15]

Il solo Manfredo Malatesta, signore napoletano, gli aveva assicurato

16,000 oncie d'oro e 1000 cavalieri stipendiati. È ben vero che nè

uomini nè danaro comparivano;[16] ma intanto Corradino componeva

manifesti, arma di chi è debole nelle altre, e lamentavasi di Roma «che

lo odiava a segno di non volerlo pur vivo;» e vantava la magnifica sua

stirpe, che sì lungamente imperò, e dalla quale egli non voleva esser

degenere; e dicevasi eletto e creato alla sublimità dell'impero, al

quale aspirava calcando le orme dei suoi progenitori.[17] Forse

all'infelice giovinetto aveano lasciato supporre ch'egli avesse alcun

diritto ereditario alla corona imperiale, mentre essa liberamente

attribuivasi dagli elettori.

Con lui veniva un altro giovane spossessato, Federico di Baden, a cui il

ducato d'Austria era stato tolto dal re di Boemia Ottocaro; sicchè,

legato a Corradino da parentela e da conformità di sventure, veniva

ajutarlo a recuperar il retaggio d'Italia, sinchè giungesse l'ora di

racquistare egli pure il suo. Giovani infelici, entrambi non

acquisterebbero che il patibolo.

Giunsero a Pavia, città fedele agl'imperiali per opposizione alla sempre

guelfa Milano; ed evitando le altre città lombarde, avverse a quel

partito, e secondati dai tirannetti che speravano rialzarsi, varcarono i

gioghi liguri; e ad un piccolo porto presso Savona trovarono galee della

Repubblica Pisana, che li trasportarono a Pisa, città commerciante, che,

come la moderna Inghilterra, avea promesse o almeno ricovero per

chiunque gliene pagasse: e che al pretendente allestì ventiquattro

galee, colle quali, presso Melazzo, dissipò un'armata assai maggiore di

Provenzali e Messinesi.

Sedeva pontefice Clemente IV, di nazione francese e perciò propenso a

Carlo d'Angiò: oltrechè si era indignato alle pretensioni del

giovinetto, che mostrava aspirare a congiunger l'impero colla corona di

Sicilia; e poichè su questa era riconosciuta la supremazia della Santa

Sede, nell'ottava di San Martino del 1247 dichiarò scomunicato

Corradino[18]. Trista mescolanza delle armi spirituali cogl'interessi

mondani, ma conforme alle idee del tempo. Chiamato poi in congresso

Carlò d'Angiò, da Viterbo, ai 12 aprile dell'anno seguente, proferì

proscritto Corradino co' suoi aderenti, e decaduto non solo da

qualsifosse diritto sopra il regno di Sicilia, ma anche sopra il ducato

di Svevia e sopra l'ideale reame di Gerusalemme, ignobilmente insultando

a questo _reatino, uscito dalla razza velenosa del tortuoso serpente

che, aspirando all'esterminio della romana madre Chiesa, col suo fiato

appesta i paesi di Toscana, e manda traditori nelle diverse città

dell'impero vacante e del nostro regno di Sicilia_[19].

Queste parole già fanno intendere come fautori non mancassero al

pretendente: chè mai non fu difficile, massime in regno nuovo, il

trovare partigiani a chiunque sorga a sommuovere. I baroni, che in

Lombardia e in Toscana tenevano i feudi dell'impero, e all'ombra di

questo aveano esercitato la tirannia, bramavano veder un nuovo

imperatore, e massime un imperatore giovane e fiacco, sotto il cui nome

mantellassero le superbe lor voglie. I Ghibellini, depressi in ogni

parte, rialzarono la testa. A Roma sovratutto, sempre riottosa al

dominio papale, parteggiava apertamente pel giovinetto, ed Enrico di

Castiglia, che n'era stato eletto poc'anzi senatore da Carlo, or,

disgustato di questo, mandava a Corradino invitandolo a venire,

proferendogli la propria spada e un corpo di combattenti.

Realtà e sconfitta.

Con sì fauste lusinghe Corradino mosse da Pisa; mal accolto dai

Fiorentini, malgrado le promesse traversò Siena, città a lui devota, che

gli diede centomila fiorini d'oro[20], e che, al primo successo ch'egli

ottenne al Pontavalle nel Valdarno Superiore, menò tripudj vivissimi e

distrusse case e torri di Guelfi e il palazzo de' Tolomei, levandone 13

colonne colle basi e i capitelli[21]. Corradino spiegò le sue bandiere

sotto alle mura di Viterbo, nelle quali stava ricoverato il pontefice,

profugo da Roma. Ancora una volta dunque il vessillo ghibellino

sventolava minaccioso al capo della Chiesa; e i cardinali, gente d'altro

che da eserciti, ne impallidivano; ma il papa disse loro: _non vi metta

paura questo giovane, trascinato dai malvagi come una pecora al

macello_, e non meno tranquillamente celebrò la solennità della

Pentecoste.

I Romani festeggiarono Corradino col tripudio di un popolo che ha

bisogno dello spettacolo, e coll'antica e nuova storditaggine di chi

spera sempre la liberazione dallo straniero; il terreno coperto di abiti

e di stoffe, le vie parate di ricchi tappeti, di pelliccie, di drappi di

seta e d'oro, e tese di corde, alle quali ciascuno avea sospeso quel che

di più vistoso avesse in fatto di vesti, di armi, di galanterie; e da

per tutto suon di tamburi, di viole, di pifferi, e cori allegramente

cantanti[22].

È sì facile anche ad uomini assodati da lunga esperienza il lasciarsi

inebbriare da applausi che crede aver meritati o spera giustificare!

Corradino, gridato liberator del popolo, spada d'Italia, e quegli altri

titoli che d'età in età sono echeggiati dal vulgo di piazza e di

gabinetto, salì al Campidoglio, e fece al popolo romano un discorso, ove

il popolo romano avrà trovato tutte le bellezze di sentimento e di

forma, perchè v'era adulato. Gridi, urla di gioja, strepitosi viva

risposero, facendo risuonare i sette colli, e in poesia e in prosa si

inneggiò al legittimo successore di tanti Cesari.

Di quante speranze non dovea colmarsi il giovane Svevo: con quanta

dolcezza ripensar all'esultanza di sua madre e della sua fidanzata! non

levavano esse ogni giorno le mani al cielo per la prosperità di lui? In

ciò fidando, ai 18 agosto mosse per Tivoli e Vicovaro, onde penetrare

negli Abruzzi, sia per evitare a' suoi Tedeschi l'arsura de' giorni

canicolari, sia per avervi abbondanza di carne e d'acqua: oltrechè quei

monti erano opportunissimi ad accamparvisi e vi verrebbero a

raggiungerlo tutti i partigiani suoi del regno, e principalmente i

Pagani di Lucera, come chiamavasi una colonia di Saracini, che Federico

II avea piantata nel cuor del regno, esponendo ai Musulmani e la

religione e l'indipendenza nazionale per aver sotto mano persone che non

temessero le scomuniche, e che di fatto furono fedelissimi sostegni

della casa Sveva.

Carlo d'Angiò, fratello di san Luigi di Francia, ma tanto astuto ed

avido quanto pio e disinteressato era questo, aveva eccitato moltissimo

scontento in quei regnicoli, che poc'anzi l'aveano accolto come

salvatore, ma egli fidava sull'esercito suo di Provenzali e Francesi e

baroni del regno. Non dormiva egli no: e ad Alba, donde si spiega il

campo Pallentino, oppose all'invasore un buon nerbo di cavalieri

francesi, toscani e regnicoli, guidati da Guglielmo Stendardo e Giovanni

di Grati; poi a Tagliacozzo si fe' giornata (23 agosto). Alle armi del

re benediva il legato pontificio, mentre imprecava a quelle di

Corradino: ma questi con Federico menava buon numero di Tedeschi; di

Italiani Galvano Lancia barone pugliese e Guido da Montefeltro; di

Spagnuoli Enrico di Castiglia; e la superiorità dei Ghibellini pareva

evidente, sicchè Carlo disperavasi nel veder i suoi dispersi e uccisi, e

Corradino già esultava della vittoria, già pensava al gaudio di sua

madre e della sua sposa; già credea sua quella superba Napoli,

quell'impareggiabile Sicilia, che suo avo Federico diceva empiamente, se

Dio l'avesse conosciuta, non avrebbe prediletto il regno di Palestina.

Ma Alardo di Saint-Valery, vecchio cavaliere francese, reduce allora di

Terrasanta, avea mostrato a Carlo l'importanza di tenere una riserva e

avea serbato in disparte un corpo di truppe fresche, colle quali

assalendo i Ghibellini, quando già si tenevano sicuri della vittoria, li

sbaragliò interamente.

Corradino, strappatigli repente gli allori e i sogni, non ebbe scampo

che col fuggire, e a fatica ricoverò sulle terre romane. A Roma i

Ghibellini aveano anticipato la nuova del suo trionfo, e presane

l'occasione sempre ambita di far izza al papa e menare nuove feste; ma

la verità giunse ben tosto coi fuggiaschi, e che Enrico di Castiglia,

senatore della città, era caduto prigioniero: poi le triste notizie

s'affollano: che Carlo ai prigionieri romani fece troncare i piedi,

acciocchè la loro vista più sgomentasse la città; ma vedendo il popolo

inferocirsi anzichè sgomentarsi a quello spettacolo, gli aveva fatti

chiuder in una casa e quivi bruciare; che Carlo stesso veniva su Roma.

Di fatto i Guelfi, rialzato il capo, e vendicatisi dei Ghibellini, con

nuove feste accolsero Carlo, che alla sua volta salì in Campidoglio fra

apparati ed inni, e ripigliò la dignità di senatore, e sedette

giudicando. Ma non perdette tempo ne' trionfi, e provvide a compiere la

vittoria.

Corradino, così subitamente caduto dal vertice delle speranze

nell'abisso della realtà, era corso a Roma, ma invece degli applausi di

jeri trovò scherni e insidie, talchè vestito da villano fuggì, avendo

seco l'indivisibile Federico d'Austria, Galvano Lancia, il costui figlio

e poc'altri, fedeli alla sventura. Presero la via del mare, sperando

trovar qualche legno, che li ritornasse a Pisa, o più volentieri

all'isola di Sicilia, ove Corrado Capece suo vicario avea chiamati

Saracini dall'Africa, e coll'armi straniere e musulmane teneva elevata

la bandiera Ghibellina. Giunsero al fiumicello che la campagna di Roma

separa dalle paludi Pontine presso al castello d'Astura. N'era

castellano Giovan Frangipani romano, che, come gli altri baroni, aveva

sposata la parte di Corradino; sposata, ma per vantaggio proprio,

giacchè costui non avea di mira che il guadagno, e facendo guerra alle

strade e al mar vicino, cercava d'ogni parte o prede o riscatti.

Avvisato che persone ignote erano giunte in paese, e che, per aver un

legno offrivano un prezioso anello e promettevano ingente noleggio,

lasciava che fosse lor data una nave, ma con cattivi rematori; intanto,

prevalendo la cupidigia, si pose ad inseguirli, e raggiunti li condusse

ad Astura, in tentenno se cavar oro dal salvarli o dal venderli.

Carlo non tardò ad averne contezza, e Roberto di Lavena, capitano delle

sue galee, si presentò davanti Astura, domandando i rifuggiti, mentre

per terra il cardinale Giordano di Terracina chiudeva ogni passo. Il

Frangipani dunque consegnò gli infelici, e Carlo venne in persona a

Genzano con un corpo di cavalleria per riceverli; e senz'altro fece

decapitare Galvano Lancia, suo figlio ed altri signori di Puglia; erano

sudditi ribelli; vassalli sleali; processo non occorreva.

Corradino e Federico tenne prigionieri a Palestrina; poi, disperso che

ebbe i residui del vinto esercito, li menò in insultante trionfo

attraverso alle città della Campagna e della Terra di Lavoro fino a

Napoli: lieto quanto il giorno che aveva ucciso Manfredi a Benevento. A

Tagliacozzo Carlo fece erigere la chiesa della Vittoria dal miglior

architetto d'allora, Nicolò da Pisa, e dotolla di laute possessioni. Il

traditore Frangipani ebbe in premio la signoria della Pilosa fra Napoli

e Benevento, la nobiltà e l'infamia.

Processo e morte.

Narrano che il papa, interrogato dal re che cosa dovesse far del

prigioniero, rispondesse: _La vita di Corradino è morte di Carlo_; _la

vita di Carlo è morte di Corradino_. Questo brutale consiglio è una

delle mille ciancie, inventate da un tempo e da un partito che,

venerabondi ai re, voleano scolpare questi col denigrare i sacerdoti e i

papi: e se il Giannone, nella sua servilità a coloro che poi doveano

ripagarlo a quel modo, bevette intrepidamente quell'aneddoto, lo trovò

improbabile perfino il Sismondi, così corrivo a tutto ciò che denigri i

pontefici. La storia insegna a valutare i fatti secondo le idee

dell'età; le quali, se non giustificano mai il misfatto, ne danno la

spiegazione.

Corradino era scomunicato; e come tale non poteva essere giudicato che

dalla Chiesa; laonde Clemente IX il domandò[23]. Questo pontefice avea

già preso malavoglia dell'ambizione e della violenza di re Carlo; e

l'aver in mano quel giovine sarebbegli stato un pegno e uno spauracchio

prezioso. Per ciò stesso dovea Carlo rifuggirne; e probabilmente trovò

modo di sgomentare Corradino sul trattamento che gli destinerebbero

questi preti, inesorabili nemici della casa sua; e di persuaderlo ad

affidarsi piuttosto alla sua regia clemenza. Di fatto il giovinetto

confessò di avere peccato contro la santa madre Chiesa. Frate Ambrogio

Sansedoni, predicatore rinomato di Siena, andò al pontefice e aveva

preparato un eloquente discorso da recitargli a favore di Corradino,

quando, accortosi dell'efficacia della semplicità, non fece altro che

prostrarsi a' piedi del papa, ricordargli la parabola del figliuol

prodigo, poi: _Santità, Corradino manda a dirvi: Padre, ho peccato

avanti ai cieli e te, e chiede umilmente la remissione del suo peccato

per la misericordia che è in voi._

Il pontefice, tocco nel cuore non dall'eloquenza del frate ma dall'alito

di Dio, rispose subito; _Ambrogio, io ti dico in verità, la misericordia

vogl'io non il sacrifizio_ e rivoltosi agli astanti: _Non è lui che

parlò, ma lo spirito di Dio onnipotente_. L'agiografo che racconta

quest'aneddoto[24] soggiunge che il pontefice e tutti gli astanti

rimasero stupefatti della dolcezza che Dio aveva fatto passare dalla

bocca del beato Ambrogio nei loro cuori; e così Corradino fu assolto da

ogni censura e dallo sdegno del pontefice.

La Chiesa assolveva; il re esultava di vedersi assicurata la sua

preda;[25] e non interponendosi più conflitto di giurisdizione, potè

disporre il processo in quel modo che giovasse al suo intento. Convocò a

Napoli due sindaci di ciascuna delle città del Principato e della Terra

di Lavoro, a lui devote e davanti a loro e a magistrati tutti francesi,

propose l'atto d'accusa di Corradino. Eppure i più dichiaravano non

fosse reo di morte un re vinto che tenta recuperare il toltogli dominio;

e che, dovea considerarsi come prigione di guerra; e perchè Carlo, quasi

a rendere il Cielo complice del suo misfatto insisteva sull'esser quello

colpevole di sacrilegio per aver arso dei monasteri. Guido di Suzara

valente giurista gli rammentò come un capo non possa star responsale de'

trascorsi de' suoi seguaci; e come l'esercito stesso di Carlo se ne

fosse contaminato nella prima conquista. Mandato ai voti, tutti furono

per l'assoluzione, eccetto Roberto di Bari, provenzale, protonotaro del

regno, che opinò per la morte; e bastò quell'unica voce perchè Carlo la

decretasse. Così faceansi allora a Napoli i processi, pubblici e

discussi.

Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua condanna, giocava agli

scacchi col cugino Federico d'Austria; e lasceremo ai romanzatori il

raccontare, e agli uomini di cuore il pensare qual impressione dovessero

riceverne i due giovinetti, nati al regno e or destinati al patibolo.

Chiesero di far testamento, e la mattina del 29 ottobre lo dettarono,

presenti Giovanni Bricaudi, sire di Nangey, e quell'Alardo di Valéry che

aveva a Carlo dato il suggerimento per cui vinse la battaglia di

Tagliacozzo. Nell'archivio di Stoccarda esiste il testamento di

Corradino, o piuttosto un codicillo di testamento anteriore non

pervenutoci, ove provvede al pagamento d'alcuni debiti; fa molti legati

a monasteri germanici; ai duchi di Baviera suoi zii lascia «tutti i beni

patrimoniali e feudali con tutte le persone d'ambo i sessi a lui

appartenenti ne' paesi germanici o nei latini.» e raccomanda loro

Corrado e Federico d'Antiochia suoi cugini. Della madre non fa cenno,

non della fidanzata, che si suppone fosse Brigida dei marchesi di

Misnia: che non parlasse d'un erede a suoi diritti sul trono di Sicilia

è facile comprenderlo, dettando egli sotto gli occhi di amici del suo

nemico.

[Illustrazione: Corradino, quando ricevette l'annunzio della sua

condanna, giuocava agli scacchi col cugino.... (_Pag. 238_).]

Dal castello di San Salvadore, Corradino con Federico d'Austria e dieci

compagni furono condotti alla piazza del Mercato, ove, nella cappella di

sant'Angelo, servita da Carmelitani, ascoltarono una messa da morto,

detta per l'anima di loro ancor vivi; e si confessarono. Quella piazza

non era allora chiusa verso il mare dagli edifizj; un rivo gettavasi in

mare, e di là da quello stava il cimitero degli Ebrei. Fra questo e la

predetta cappella fu eretto un patibolo, alla vista di quel cielo

incantato, di quel mare, di quel lido, che la vulgare locuzione

qualifica un pezzo di paradiso caduto in terra.

Re Carlo volle darsi il barbaro piacere di veder dal castello lo

spettacolo, e un popolo infinito v'accorse colla solita brutalità.

Roberto di Bari, il protonotaro che aveva votato per la morte di

Corradino, ne lesse la sentenza; e Corradino uditola, levossi il

mantello, si pose ginocchioni, ed esclamò: _O madre, madre mia, qual

notizia avete a sentire!_ e posata la testa sul ceppo, e giunte le mani

verso il cielo, aspettò quella che si chiama giustizia. Tale

rassegnazione inferocì il cugino Federico, che urlando, bestemmiò

imprecando, senza chieder perdono a Dio lasciossi strappar la vita....

Gli altri lo seguirono.

E il popolo guardava, stupidamente, e stupidamente piangeva, e alcuni

Francesi, tardi indignati d'essere stromenti alle vendette d'un

regnante, esalavano la collera con quei paroloni generosi di cui è

scialaquatrice quella nazione dopo fatti turpi. La morte di giovani

principi era un bel soggetto per canti, e in tedesco e in provenzale se

ne fecero; Saba Malaspina diede loro l'omaggio che uno storico può, la

patetica narrazione della loro fine, e un compianto su quel cadavere che

«giaceva come un fior purpureo da improvvida falce reciso.»

I Senesi, dopo la rotta di Tagliacozzo, aveano raccolto le reliquie

dell'esercito: e affidatele al gran cittadino Provenzan Silvani, ruppero

guerra ai Fiorentini: ma sopra Colle in val d'Elsa furono battuti dal

vicario di Carlo (11 giugno 1269). Il beato Ambrogio Sansedoni impetrò

ai Senesi l'assoluzione e dal 1273 in poi ogni anno facevasi a Siena una

rappresentazione con macchine, versi e canti, per ricordare quegli

eventi. Il vulgo narrò che un'aquila scese dall'alto delle nubi, intrise

l'ala destra in quel regio sangue, e tosto risalì al cielo. Era sangue

di re, che un re aveva fatto scorrere, giustificato dal diritto della

vittoria, e dimenticando che la vittoria non è sempre pei forti.

Non in terra sacra, ma nel sabbione del luogo stesso del supplizio

furono sepolti i cadaveri sotto un cumulo di pietre; poi si narrò che i

frati disseppellirono le ossa di Corradino, e le inviarono alla madre.

Al posto poi della cappella fu elevata la chiesa di Santa Maria del

Carmine; ma la lapide che or rammenta quella catastrofe fu posta solo

nel secolo passato per cura di Michele Vecchione; ed è tradizione

destituita di fondamento che Elisabetta dalla Baviera venisse in

persona, sopra una galea tutta nera, a raccoglier il corpo del

figliuolo, per farlo seppellire in una chiesa da lei fondata; e che in

memoria di ciò, quei frati ponessero una statua colla borsa in mano:

statua che or mutila è abbandonata in un magazzino del Museo degli

Studj.

Regnando Giovanna I, un cuojajo napoletano, di nome Domenico di Persio,

si ricordò di quell'infelice che i parenti principeschi aveano

dimentico, e dalla regina si fe' cedere il terreno dov'era stato ucciso,

e vi fece erigere una cappella, con una colonna sormontata da una croce

colla Madonna e la Maddalena e il simbolo affettuoso del pellicano. La

confraternita dei cuojaj la prese in cura, e vi facea celebrare nella

solennità, finchè la cappella non bruciò nel 1785. Ora la colonna vedesi

ancora al vestibolo della sagristia nella moderna chiesa delle anime del

purgatorio, e la croce staccatane è nella sacristia stessa sopra un

altare.

Ricordano Malaspini, e dietro lui il Villani e gli altri annalisti,

narrano che al supplizio assisteva Roberto conte di Fiandra, genero di

Carlo, e che, udita la sentenza, si avventò al protonotaro esclamando:

_Malnato! tocca a te condannar un signore sì nobile e gentile?_ e lo

trafisse. Il colpo sa talmente del francese, che romanzieri e tragici

l'han ripetuto, e la storia docilmente l'adottò. Per disgrazia degli

amatori del dramma in un _memoriale dei podestà di Reggio_, inserito nel

tom. VIII dei _Rerum italicarum scriptores_, si trova che il 18 ottobre

Margherita di Borgogna, nuova sposa di Carlo D'Angiò, arrivava a Reggio,

e vi si fermò, ed ivi giunse a incontrarla Roberto, alla fin del mese,

quando appunto accadeva il supplizio di Corradino. Poi nel lib. III pag.

215 del Summonte, _Historia di Napoli_, è riferito un diploma reale del

15 dicembre seguente, dato per mano di maestro Goffredo di Belmonte, e

_Roberto di Bari_ protonotaro del regno.

Ogni scolaretto ha inteso raccontare che Corradino dal palco gettò un

guanto, come segno che invitava alla vendetta il suo erede, che era

Pietro d'Aragona, al quale fu portato da Enrico di Waldburg; e qui

appiccicano la storia di Giovanni da Procida e del vespro siciliano;

storia divulgata in modo così differente dal vero. Di questa non

dobbiamo ora parlare; il fatto del guanto non leggesi in veruno storico

napoletano avanti del Collenuccio; però già prima n'avea parlato

Giovanni abate di Victring in Carintia, che fece una cronaca nel 1344:

autorità lontana di tempo e di luogo.

Del resto come c'entrava Pietro d'Aragona? Costui aveva sposato

Costanza, figliuola di Manfredi, figlio naturale di Federico II e

usurpatore del trono a danno di Corradino; sicchè questi, nel manifesto

che indicammo, lo designava per usurpatore e spergiuro. Possibile che

ora volesse indicarlo come erede? Da Federico II era nata

leggittimamente Margherita di Svevia, maritata in Alberto langravio di

Turingia, alla quale avria potuto competere l'eredità degli

Hohenstaufen, se altrimenti non n'avesse già disposto la spada; e lei

infatti aveva il re Corrado designata erede, qualora si estinguesse la

linea mascolina. E quando Pietro d'Aragona, per giustificare l'assalto

della Sicilia, cercò altri titoli che la chiamata del popolo, non allegò

questo guanto, nè la successione a Corradino, ma bensì quella a

Manfredi. Federico di Turingia (noto nella storia col nome di Federico

il Morsicato per un morso datogli alla faccia dalla madre quando fuggiva

da suo padre Alberto il Depravato) non dimenticò i suoi diritti al regno

di Sicilia e ne prese il titolo; sotto il quale diede concessioni e

ricevette ambasciate dalle città lombarde e dalle sicule; ma ben tosto i

vespri siciliani vennero ad avvertire che vi ha qualche altro diritto

superiore alle regie convenzioni.

1856.

Racconti storici e morali · 第 57 / 94 题