PERSEVERARE E RIUSCIRE

E' fu già tempo... come direbbe un novelliere; oppure — C'era una

volta... come cominciava nostra nonna le panzane, ci fu un giovane

inglese, di nome Tommaso Chatterton, miracolo di precoce talento, che a

16 anni faceva versi come i migliori poeti. Vedendo che l'oscurità del

suo nome mal serviva al bisogno ch'egli aveva di denaro o di gloria,

finse avere scoperto poesie di antichi, e il mondo festeggiò quelle

pubblicazioni come un tesoro trovato. Sì; ma intanto egli non guadagnava

tampoco di che vivere; i libraj non volevano dargli commissioni, perchè

non poteano annunziarle accompagnate da titoli O da un nome famigerato;

qualche signore lo faceva scrivere, ma lo retribuiva così a miseria da

non bastargli a mangiare; il ministero, povero lui se dovesse assistere

tutti quelli che si credono genj! E l'età passava; e la gloria non

veniva; e la donna ch'egli amava non poteva sperare di possederla. Nel

dispetto del successo fallito, nella mortificazione della gloria

mancatagli, perdè la speranza e si uccise.

Allora il mondo a compiangerlo, a raccorne ogni frammento, a deplorare

un genio perduto; e Chatterton fu ricantato per tutto il mondo come un

esempio de' patimenti del genio incompreso.

Di que' suoi compianti noi abbiamo in casa il riscontro nei desolati

versi di Giacomo Leopardi e nei dispettosi di Ugo Foscolo; n'abbiamo la

scimmieria in quegli autori d'articoli e d'opuscoli, davanti ai quali

l'uomo studioso incrocia le braccia al petto e abbassa la testa

esclamando: — Oh s'io sapessi la centesima parte di quel che costui

crede sapere!» È ben ragione dunque che piangano i tristi compensi che

dà il mondo alla tanto loro dottrina e trovino indegno che non si pensi

a collocarli nel Pritaneo; e nutrirli alla greppia del pubblico

bilancio, affinchè scrivano opuscoli e articoli di giornali.

Glorie d'Italia e dell'umanità, noi v'inchiniamo le ginocchia della

mente: ma collochiamo fra le piaghe, piuttosto fra le cachessie del

secolo, quel credersi gran cosa, quel lamentarsi sempre della società e

imputarla di tutti i nostri mali: quel trovare da per tutto ingiusti ed

egoisti; quella nessuna fermezza nel volere riparare ai proprii danni,

quel vagolare in un amor febbrile che viene da eccitamento de' sensi e

passa col soddisfarli; quella dissipazione negli studi; quelle precoci

disillusioni; quella scarsa fede in Dio, nel prossimo, nella propria

perseveranza.

Nè pensiamo adempia il dover suo la letteratura che mette l'uomo in

faccia alle miserie sociali, e al proprio nulla; snervandolo

coll'intenerirlo; sviluppandogli una falsa sensività; e fra questo

incessante declamare che rivela la debolezza; fra tante ostentazioni di

coraggio che attestano la paura, pensiamo ci bisogni qualcosa di tonico,

e di mostrar l'uomo che lotta coi mali, che persevera, che riesce.

Nel paese stesso del povero Chatterton era nato Giorgio Crabbe, da un

uomo da nulla, il quale in prima era vissuto coll'insegnare l'abbicì,

poi ottenne una dispensa di sale, e al tenuissimo guadagno suppliva col

pescare; ebbe sei altri figliuoli dopo Giorgio, il quale per tanto

crebbe in mezzo alle privazioni e agli stenti fra pescatori e

contrabbandieri e grascini, e gente abbandonata a istinti brutali.

Suo padre lo menava alla pesca? non poteva addestrarlo nè a tendere le

nasse, nè a raccorle, nè a remare, onde s'indispettiva e gli diceva: —

Bestione non sarai buono a nulla.» Ma quando la sera egli si raccoglieva

attorno i sette figliuoli e tirando a mano alcuni de' libri di quand'era

maestro, leggeva qualche storiella, delle poesiette religiose, un

racconto biblico, Giorgio non batteva palpebra, non perdeva una parola,

capiva tutto, e il ruminava nella notte, e non davasi pace finchè non

sapesse ripetere quella storia, e recitare a memoria quei versi.

Pertanto suo padre lo pose a scuola, e n'avea stupende informazioni; ma

la spesa era forte; e prima de' 14 anni dovette ritirarselo in casa. Se

Giorgio ne fu scontento vel lascio pensare; non però cadde nello

scoraggiamento che svoglia dall'azione; anzi ajutava suo padre

nell'umile impieghetto, e il tempo che anche troppo gli avanzava

occupava a legger quanti libri potesse trovare nel villaggio, a vagare

lungo la spiaggia, e da marinaj, da pescatori, da naufraghi farsi

raccontare storielle, costumi avventure, e formarsene tesoro nella

mente.

Vedendolo letterato, suo padre lo destinò alla professione più letterata

d'un villaggio, quella di speziale, unita, come suole in campagna, a un

po' di chirurgo. Crabbe v'aveva tutt'altro che inclinazione, ma vi si

rassegnò, e ne' cinque anni di pratica cercò svago in uno studio,

consono eppure più omogeneo quello della botanica.

Non dee mancar mai un amore nella storia d'un giovane; e Crabbe

s'invaghì di Sara Elmy, orfana povera raccolta, da un ricco zio; e da

lei furono inspirati i primi suoi carmi. Coi quali fattosi qualche nome

nel contorno, non però fortuna, a 21 anno passò a Londra onde

impratichirsi negli spedali; ma ben presto gli venne meno il danaro, e

dovè tornare al natio villaggio. Là aveva un nidio di parenti, tutti

poveri; e correano a lui a cercargli un consulto, una medicina,

un'operazione: ma il pagamento era un grazie, come si suole tra parenti;

gli altri compaesani che il vedeano erborizzare, volevate che gli

pagassero i succhi che estraeva da erbe comuni? Restava adunque sempre

in lotta colla miseria; e quel ch'è peggio in lotta colla propria

coscienza, ben egli conoscendo di non avere nè sufficienti studj, nè

pratica, nè franchezza quanta voleasi per operare sui proprj simili, e

salvar le vite. D'altra parte Sara ricambiava l'amor di lui; ma

ragionevolmente pensando ch'è follia e quasi colpa il matrimonio senza i

mezzi necessari, protestava non lo sposerebbe finchè non avesse uno

stato; ed egli nei cassetti non vedea crescersi se non i componimenti in

versi, dettatigli dal cuore e dalla ammirazione de' classici; e li

credea belli, e belli erano, ma nessuno li conosceva, nessuno li pagava.

Diveniva dunque un valoroso poeta, un esperto botanico; ma di speziale e

di chirurgo andava sempre alla peggio; nè vedeva avvicinarsi

quell'indipendenza, che è prima necessità del genio. E coi tormenti del

genio si struggeva; s'ammalava come Chatterton; ma lo sosteneva la fede

in sè e in Dio. E l'ultimo giorno del 1779 scriveva sul suo giornale:

— Quest'anno di afflizioni, di pene, di povertà, di svilimento, di

disinganno, di disgrazie, finisce, e va a raggiungere l'eternità.

Signore, ten prego, ricorda i miei patimenti e le preghiere mie;

dimentica i falli e le follie. Tu, sorgente di felicità, dammi maggior

sommessione al tuo volere, maggior docilità a reprimere le vanitose mie

speranze, maggior coraggio a sopportare la mia oppressione. L'anno che

cadde non sia per me un tormento; quel che nasce non gli rassomigli:

però la tua volontà si faccia e non la mia».

[Illustrazione: E l'ultimo giorno del 1779 scriveva sul suo

giornale: ... (_Pag. 209_).]

E risolse di tornare a Londra a cercarvi il pane inacetito di letterato.

Trovò (e questa fu una prima e grande fortuna) trovò a prestito 3000

lire, con metà delle quali, spense i piccoli suoi debiti, e s'imbarcò

per Londra coll'astuccio dei ferri chirurgici, un fascio di manoscritti,

un valigiotto e 1500 lire, avventurandosi in una città immensa, senza un

amico, ma colla gioventù e la speranza, e colla consolazione che non

correva più rischio di storpiare qualche malato.

E subito si dà alla poesia, sua vocazione prepotente; a forbire i versi

precedenti per la stampa, a farne dì nuovi, persuaso che valessero

tesori, come tutti crediamo delle nostre produzioni. Ma de' librai, uno

gli dice: «Siete troppo giovane, maturate un pochino;» e l'altro a «Eh,

il pubblico non sa che farne di versi;» un terzo: «Che? i tempi tirano

ad altro che a libri.» Crabbe non si dispera; non si svelenisce contro i

tempi, la società, la fortuna, e persuadendosi che ne vada la colpa alla

poca perfezione de' suoi componimenti, si ostina a migliorarli, ma

ahimè! per subire nuovi rifiuti. Finalmente un libraio stampa un suo

poemetto anonimo, e due tre giornali, ne parlano con lode; ma che? il

libraio fallisce prima d'avergli pagato pur un soldo.

E Sara? — Nel partire gli aveva detto come tutte: — Scrivimi spesso», ma

poi pensando alla posta che allora costava carissima, si fece promettere

solo qualche lettera di tanto in tanto, ma che notasse nel suo giornale

le impressioni di ciascun giorno. E quel giornale ci restò, cara

rivelazione di un'anima non vulgare, in conflitto colle difficoltà

esterno, senza fiaccarsi, e appoggiandosi all'amore e alla fede. La sua

miseria cresceva ogni dì; ogni dì le sue apprensioni; eppure egli ha il

coraggio di celiare or sull'abito suo unico per la festa e pei giorni di

lavoro; or sui bottoni che v'attacca, o sui pottinicci che vi fa nel

rammendarlo. Gli editori non vogliono stampargli? i ricchi non

riscontrano alle sue lettere? il posto ch'e' sollecita è già occupato?

Egli se ne consola, che sarà per lo meglio; che Dio vuol provarlo, e

intanto migliorerà i suoi versi, e l'amica sarà più contenta di lui.

— Quale giornata di timore e d'aspettanza sarà domani! Sara, le speranze

dileguano, e non vedo che il lato nero. Due volte, anzi tre in un mese

ho fatto un buco nell'acqua. Se avessi un'altra lira, mangerei

volentieri qualcosa stassera per cacciare i pensieri sinistri, ma son

costretto economizzare quest'unica che ho, per la speranza d'avere

domani a pagare una lettera. Come sarò ricevuto? Il peggio ch'io possa

aspettarmi è di vedermi restituito il mio libro dal servidore

senz'altro: il men peggio è di udire un rifiuto polito. Ipotesi dolorose

tutt'e due!»

Chi conosce l'alternar delle fidanze e degli sconforti in chi è alle

prese colle difficoltà, non può non affezionarsi a questo nobile

soffrente. E a volte a volte espone le sue angustie all'amica, come

Foscolo alla Donna Gentile; ma con ben altra nobiltà e colla sola

superbia della rassegnazione. Colla quale, sempre senza appoggi, cervava

consolazione nel legger Tibullo, Orazio, Dryden, e far qualche

passeggiata lungo il Tamigi, per quanto le mal nutrite forze gli

permetteano. Perocchè, nella gran città di Londra molti sono che muojono

a' pie' dei palazzi, ove un lord muore di replesione, o s'attedia per

non saper come spendere dieci milioni d'entrata annua; o davanti ai

magazzini dove si fanno affari per dugento milioni l'anno. E Crabbe la

soffriva come Chatterton; ma si rassegnava con Dio, col pensiero di

Sara, co' suoi libri.

Oh! sicuramente l'età nostra, tutta positività e numeri, è poco fatta

per compassionare un poeta, il quale sente in sè la favilla del genio; e

come il baco venuto a maturanza, dee metter fuori il nobile filo che

vestirà il re, e gli altari; perchè non si mette a lavori che acquistino

pane, che importerebbe se Paganini si fosse fatto calzolajo, o Duprè

muratore, o Manzoni impiegato al lotto?

Eppure anche al material vedere d'oggidì si cerca tanto il piacere, e

nella fisiologia di questo avran sempre parte primaria gli

intellettuali. Una grande nazione poi non vive di solo pane, e la

Germania e la Spagna e l'Italia si ringrandiscono dei nomi di Göthe, di

Calderon, di Dante, quanto di qualsiasi altra gloria o potenza. Da ciò

il dovere dei governanti di favorire i buoni ingegni, non dico gli

intriganti e i sollecitatori di impieghi e di pensioni, cui unico titolo

è l'alta opinione che hanno di sè stessi.

E Crabbe la pensava così, e diresse varie epistole a lord Nord e ad

altri ministri, e massime a lord Turlow, ricordando come il proteggere

le lettere fosse sempre stato uffizio del gran cancelliere

d'Inghilterra; ma queste gli rispose: «Scusate, ma le occupazioni non mi

lasciano tempo di legger versi.» E per verità poco glie ne lasciavano la

guerra allor calda contro le colonie ribelli d'America, lo scontento

della plebe di Londra, le finanze scarmigliate, gli attacchi rabbiosi

dell'opposizione. In questa primeggiava il famoso Burke, e a lui mandò

Crabbe una lettera chiedendo, come voleva il Parini

onorato e parco

Con fronte liberal che l'alma pinga.

Come uscirà il nuovo tentativo? Sarà vano l'appello alla generosità

anche di questo? Domani gli sarà reso il suo manoscritto da un servo col

solito complimento che si fa al pitocco: — Andate in pace?»

Quest'incertezza dovette agitare i sonni di Crabbe, metterlo in

convulsione al domani mentre avviavasi al palazzo di quello; e

traversando il Tamigi, guardò giù dal parapetto, ricordandosi di

Chatterton, di cui allora appunto avea conosciuto la miserabile fine; e

riflettendo che la vita sua dipendeva dal capriccio, da una buona notte,

da una cattiva digestione d'uno sconosciuto. Oh, certo allora, pensando

al suo villaggio,

Pianse i riposi di quell'umil vita

E sospirò la sua perduta pace,

e disse, — Oh fossi rimasto colà chirurgo, soffocando questa

Qual sia favilla che mia mente alluma».

Pure la disperazione è il peggior oltraggio che l'uomo possa fare alla

Divinità, che lo gettò fra i triboli dicendo, — Soffri e progredisci.»

Ma Burke accolse il poeta: gli parlò con quella benevolenza che costa sì

poco ai fortunati del secolo, e tanto giova agli sfortunati; e Crabbe

gli aperse il cuore, gli narrò quell'infanzia sua deserta,

quell'istruzione incompleta, quelle lotte contro una professione

ingrata, quelle lusinghe d'un amore virtuoso: e in tutto ponea tanta

sincerità, tanta onorata delicatezza, che Burke se ne sentì preso, e

raccontandolo ad un amico dicevagli un poco aristocraticamente: — Questo

garzone ha i sentimenti d'un gentiluomo.»

Quanto meglio avrebbe detto d'un galantuomo! ma invece di stiticarne la

parola, lodiamolo dell'averselo preso in casa e a tavola, quasi un

figliuolo; e benchè assorto nelle lotte parlamentari, trovò tempo di

leggere i manoscritti di esso, farne una scelta rigorosa, poi

presentarlo ad un librajo garantendo le spese di stampa. Il merito de'

versi e, diciamola, l'appoggio dell'insegne oratore, procacciarono a

Crabbe le lodi di qualche giornalista, di che egli non inorgoglì per

addormentarsi nella mediocrità, ma s'affidò per far meglio. Insomma il

primo passo era fatto; nè noi vogliam raccontare la vita di Crabbe.

Tanto più ch'egli non risultò un Omero o uno Shakespeare; buon poeta, ma

nemmeno pari ad altri del tempo, quali un Cooper, un Wordsworth.

Vanto e pretensione di lui era ritrar al vero — Vieni, bella Verità;

mostrami i caratteri ch'io dipingo, chiaro come li vedi tu; rivelamene

qualità e difetti, sicchè io possa dire, _Essere fragile, osserva qual

tu sei_, e ch'io possa leggere a nudo sin in fondo al cuor umano.»

Avrebbe con ciò esclusa la facoltà che alcuno dice primaria della

poesia, l'immaginazione, se non si sapesse quanta se ne richiede per

vedere e conoscere la verità; e come l'invenzione stia nell'ingrandire

ed abbellire il vero.

Il suo _Villaggio_ non è un idillio di Titiri e Mirtilli, ma la pittura

della vita campestre qual è, coi suoi dolori e le sue traversìe, e col

merito di superarli o sostenerli; ove il sole e il vento han tutt'altro

che bellezza e frescura; ove la incessante fatica dei campi dà altra

voglia che di pigliar l'opaca frescura sotto patuli faggi; nè i canti di

coloro che dalla città o dalle corti celebrano tre e quattro volte beati

i pastori, alleviano la scarsezza di pane, e il freddo e il fumo delle

afose capanne. Crabbe ritrae la grossolanità e le miserie del contadino,

l'abbandono del malato sul suo pagliariccio, l'indifferenza del suo

funerale, dopo una vecchiaja che s'accorge d'essere tutta a carico della

famiglia; e la fedeltà di quei quadri attinge alla poesia, perchè sempre

ne traspira l'affetto.

Nel _Registro parrocchiale_ scorre i libri di battesimo, di matrimonio e

di morte del suo paterno paesello, a ogni nome che incontra racconta una

storiella di villaggio, dipingendo un carattere, una vicenda: cornice

elastica ove entrano episodj senza fine.

Altrettanto elastico è quello del _Borgo_, serie di lettere, ciascuna

delle quali descrive uno degli elementi di cui si compone un borgo; la

chiesa e i suoi addetti; le varie professioni; i convegni, le cause pie,

le osterie, la scuola, la carcere, i mestieri.

Questa successione di quadri senza legame appare anche nelle altre

composizioni di lui; quadri della vita domestica e reale, adatti a un

tempo quando dalla vita aristocratica l'attenzione e l'importanza si

ritorceano su quella delle classi medie.

Non sarà difficile indovinare che, pur cercando il vero, Crabbe vide gli

uomini piuttosto in bruno, e nelle storie espose sempre qualche

catastrofe. Il patetico lo governa il più delle volte, e alcuna sino a

far sanguinare i cuori; e l'emozione che eccita il fece da molti

collocar fra i primarj scrittori d'Inghilterra, benchè realmente sia più

adatto a quei pochi che possono apprezzare le delicatezze dell'arte e la

finitezza delle particolarità. Perciò, se non ottenne quel ch'è merito

supremo, la popolarità, nessun altro autore moderno trovò tanto posto

nelle antologie e nei pezzi scelti; talmente quei suoi brani sono finiti

col fiato, e possono stare a sè come operette compiute.

Ma che vo io qui assumendo linguaggio di critico? I grand'uomini,

gl'insigni scrittori non leggeranno questa pagina, non ha bisogno di

tali esempj; forse l'avrà qualche animo giovane, che nel barcollamento

de' primi passi tende la mano, e non trova che un'altra gliene stende.

Il gran cancelliere Thurlow, quando il vide famoso, invitò Crabbe, gli

fece scuse d'averlo trascurato, e gli fece aggradire un viglietto di

2000 sterline. Il Crabbe ne distribuì gran parte a poveri studenti che

aveva conosciuti ne' momenti peggiori; e anche più tardi non capitava

mai a Londra senza informarsi se qualche giovane volenteroso si trovasse

alle strette. Conscio di tali patimenti, voleva mitigarli, e sdebitarsi

verso la provvidenza dei soccorsi ottenuti.

Non crediate ch'e' s'ostinasse solo a far versi. Entrò ecclesiastico; fu

cappellano del duca di Rutland; delle mortificazioni che accompagnano

l'uom di talento nella casa del ricco inghiottì la sua parte e la

espresse nel sermone _Il protettore_. Cercò quindi modo a sottrarsene, e

avuto un sufficiente benefizio, sposò la sua Sara, e non che mettere il

mondo alla confidenza di tutti i versi che componeva, dai 30 ai 52 anni,

dal 1785 al 1807, l'età migliore, non pubblicò nulla di letterario. Nè

del letterato avea l'ambizione o la vanità; erasi coll'ingegno sottratto

alla miseria; dopo 12 anni di prove avea sposato la donna del suo cuore;

or badava alla sua parrocchia, senza dimenticare d'essere stato medico;

allevava al bene i suoi figliuoli, il che aprivagli occasione d'educare

sè stesso; dalla botanica cercava distrazione scientifica; nè però

abbandonava la Musa, pago di farne giudicare i parti dalla moglie e da

qualche amico. Più d'una volta fu sul punto di pubblicar qualche opera;

ma ai riflessi dell'editore (notate bene che gli editori inglesi leggono

o fan leggere le opere che s'accingono a pubblicare) ne ripigliò

l'esame, e il risultato fu di buttarle al fuoco. Solo per istanza

dell'illustre ministro Fox, e dopo che questo l'ebbe letto e corretto,

pubblicò il _Registro parrocchiale_ che dicemmo, opera lodatissima, come

poi il _Borgo_ uscito nel 1810.

Affeddiddio, le compiacenze letterarie son troppo scarso compenso per

gli affanni domestici; e se repudiamo la grossolanità di Voltaire, che

diceva darebbe tutta la gloria per una buona digestione, siamo certi che

i più vantati scrittori cederebbero ogni loro vanto, e i titoli, e fin

le laudi dei giornalisti per una buona moglie, un buon figliuolo, un

amico provato: dirò di più, per un poco di pace. Crabbe ne' tardi anni

provò ancora i dolori, e quali! Di sette figliuoli, cinque perdè; e

Sara, men rassegnata e più appassionata di lui, n'ebbe diroccata la

salute, onde tra affezioni nervose trascinò misera vita sino al 1813.

Crabbe fu per morirle dietro, poi si rassegnò alla vita e alla panacea

del tempo: e cercato a gara dopo che fu celebre nelle case

aristocratiche che l'aveano respinto quand'era bisognoso, invecchiò

tranquillo tra i figli de' figli, tra le lodi di lord Grey, di Canning,

di Moore, di Walter Scott, di Jeffrey, di Gifford, di altri critici

sottili, e morì nel 1832 a 78 anni. E se gli encomj all'illustre poeta

si ripeterono per un mese sui giornali e le riviste, rimarrà perenne la

lode che lo presenta come specchio del letterato dabbene.

E qui non so resistere alla tentazione di esibir un altro esempio

inglese di quella perseveranza che riesce. Fu famoso ai dì nostri

Guglielmo Cobbet per potenza politica, e molti avranno letto i suoi

_Avvisi ai giovani_. Or egli racconta di sè: — Ero un povero soldato che

guadagnava 12 soldi il giorno, quando da solo imparai a leggere e

scrivere bene la mia lingua. Chi voglia imparare non ha bisogno nè di

scuola, nè di camera, nè di spese; il mio lettuccio mi serviva di sedia,

il saccone da leggio, un'assa da tavolino. Per comprare candele ed olio

non avevo denari; ma l'inverno studiavo accanto al fuoco, e al lume di

questo; e sì che non potevo accostarmivi che alla mia volta. Se un

giovane senza parenti, nè amici, nè fortuna, nè educazione, ha potuto in

capo a un anno, e pur facendo il tristo mestiere di soldato, venir a

capo d'altrettanto, quale scusa avrà chi in qualsiasi circostanza, sotto

qualsivoglia giogo, rimarrà ignorante e povero?

«Per comprare una penna o un foglio di carta ero costretto privarmi di

parte del nutrimento, per quanto avessi fame. Non un momento avevo tutto

a me; bisognava leggere e scrivere in mezzo ai soldati, che ridevano,

canticchiavano, zuffolavano, e che nelle ore di ricreazione sono

tutt'altro che decenti e quieti. Non beffate il quattrino che davo per

comprar la penna o la carta e l'inchiostro, per me era una somma, una

somma grossa. Ero gagliardo, pien di salute; facevo grand'esercizio;

pagato il rancio, mi restavano appena quattro soldi la settimana. Mi

ricorderò sempre che un giorno, dopo tutte le spese occorrenti, mi

avanzò un soldo, il venerdì sera, e lo destinavo a comprar un'aringa per

la modesta mia colazione del domani; il resto se l'erano divorato penna,

carta e inchiostro. Mi svesto: Oh Dio! nel mettermi a letto, affamato a

segno che avevo bisogno di tutto il mio coraggio per impor silenzio

all'appetito, scopro di aver perduto il mio soldo, il mio tesoro.

Nascosi la testa sotto il miserabile coltrone, e piansi come un ragazzo.

Lo ripeto: se fra tali strettezze io giunsi a qualche cosa, qual v'ha

giovane che, leggendo ciò, non avrebbe vergogna di pretendere che le

circostanze abbiano contrariato la sua educazione, e siagli mancato il

tempo d'imparare?»

Così Cobbet; e noi vorremmo che coloro i quali superarono penosamente i

primi passi, od ebbero più ispidi sterpi a sbroncare, più scoscesi

burroni a superare, lasciando molti brani del pelo e della pelle a quei

sassi, a quei vepri, raccontassero le vinte scabrezze ai giovani, e

colle severe prospettive delle difficoltà gli animassero a lottare, a

non credere che per agevole pendio fiorito, e tra le carezze d'una

madre, le lusinghe d'un'amante, le connivenze de' giornalisti

condiscepoli, si giunga alla vicina meta, al meritato riposo; e

mostrando que' tanti che soccombono sulla via, e che al principio di

essa o si prostrano scoraggiati, o siedono svigoriti, o sviano

distratti, ripetessero a tutt'uomo che bisogna perseverare, e non

isgomentandosi degli inciampi e neppure delle cadute, ripigliar lena, e

marciar più risolutamente appoggiandosi alla propria costanza, chiudendo

le orecchie ai canti lusinghieri come ai fischi villani; non

accasciandosi nel dubbio, non indispettendosi alla minutezza delle

particolarità, non irritandosi contro i colpi di spillo che ci danno gli

amici, più penosi che i colpi di coltello dati dai nemici, non

offuscando l'occhio colle lagrime, ma tenendolo fisso a una meta sempre

più elevata.

Racconti storici e morali · 第 56 / 94 题