GIANGIACOMO MEDICI

Giangiacomo, detto il Medeghino, era nato in Milano il 1498 da Bernardo

Medici, e da Cecilia Serbelloni. Suo padre, più ricco di prole che di

denaro, adornò coll'umane lettere l'animo del figliuolo, il quale, in

leggendo le lodi profuse agli assassini classici, chiamati eroi,

s'invaghì d'imitarli; — non prima, non ultima colpa di quelli che

encomiano i distruttori degli uomini. Entrò Giangiacomo nel mondo in

un'età quando, siccome avviene dopo le rivoluzioni, «ognuno (traduco le

parole di Enrico Dupuys) si facea legge il proprio talento: la gioventù,

lieta dell'agitato imperio, operosa di brighe e scapigliata,

insolentiva, tumultuava, facea violenze: i magistrati, postergato l'amor

della patria e della virtù, solo i proprj interessi prendevano a cuore,

soprusavano nella giustizia, agevoli ai ribaldi, molesti

agl'incolpevoli: tutto per chi avesse denaro: la virtù e l'ingegno erano

tolti a ludibrio, i buoni in odio, una signoria crudele, empia,

intollerabile: ambizione, avarizia, libidine in luogo di legge: in

ischerno il diritto: matrone e vergini chieste pubblicamente ad osceno

mercato: se ricusassero, la forza»[26].

Aggiungiamo che i nomi di Guelfi e Ghibellini, i quali una volta aveano

indicato i fautori o dell'indipendenza d'Italia anche a scapito della

libertà, o della libertà anche a diminuzione dell'indipendenza, allora

esprimevano fazioni, mutanti colore dalla state al verno, e dedite a

bassi interessi e a straniere ambizioni. La nostra indipendenza

minacciata, o dirò meglio, già perduta da che se la disputavano

Francesi, Tedeschi, Spagnuoli, con armi disuguali, ma tutte

infestissime, toglieva agl'Italiani l'occasione di utili combattimenti

per la patria, ed al valore uno sfogo nobile e generoso. Il Medeghino

pertanto, veduto andare il mondo diviso fra oppressori ed oppressi,

scelse d'esser fra i primi; e di soli sedici anni _con virile

vendetta_[27] trucidò un nemico: tristo preludio a carriera di sangue e

di corrucci. Cercato al castigo, rifuggì nel mestiero delle armi: e non

frenato mai dalle difficoltà nè dalla coscienza, in un tempo che sonava

tutt'uno audace e buono, acquistò la rinomanza che il mondo è così

facile a concedere ai capobanda.

Gli stabiliti confini e l'imminente servitù, portata dal prevalere degli

Spagnuoli ai Francesi, non aveano ricondotto la pace in Lombardia, e

meno nelle terre comasche. Antonio, detto il Matto da Brinzio, terra del

lago di Como, ribaldo d'agreste schiatta e di man pronto, mantellandosi

da eroe sotto il nome d'un partito, come si fa qualvolta i partiti

caldeggiano, perseguitava con uno stormo di bravi i fautori di Francia,

catturava, furfantava, rapiva figliuoli per ostaggi, e per trarne gravi

riscatti, oppure gli uccideva, raffinando l'ingegno ne' supplizj. Quelli

del suo colore lo inneggiavano capitano, eroe, liberatore; gli altri

l'abborrivano come brigante, masnadiero. Molti laghisti, specialmente di

Torno e Menaggio, armatisi a quella vendetta che la legge non facea,

stimolati sotto mano anche dal maresciallo Trivulzio, che pretendeva al

suo castello di Musso il dominio delle Tre Pievi (così chiamano le

estreme terre del lago), colsero il Matto e l'amazzarono; e sei giorni

dopo, l'altro capo di masnade, Pelosino da Sala. Ma Giovanni, figlio del

Matto, scellerato di professione, che come gregario, aveva militato

sotto ai Veneziani, raunata la banda del padre, col nome di vendicarlo

predò per oltre due anni il lago, rinnovando tutti gli eccessi del

Matto. Ajutato dalle Leghe Grigioni, si rideva della forza e

dell'astuzia usata per pigliarlo; e la cosa andò di male in peggio,

finchè, dopo molto tempo, si riuscì a sterminare que' masnadieri senza

però poterne avere il capo. Il quale, sendogli stati banditi sulla testa

quattrocento scudi, per non pagar le sue ribalderie il caro che gli

sarebbero costate, andossene a portare sue ruberie sul Trevisano. Anche

un Gisbelo di Val Porlezza, capobanda che per quindici anni la aveva

messa a soqquadro, fu da' Menaggini sorpreso nell'afforzata sua casa ed

appiccato. Così perduto ogni spirito pubblico, ogni generosa virtù, sono

costretti gli storici a riempiere le pagine loro colle miserie nostre,

con futili pompe, coi fiacchi delitti, solo retaggio a noi lasciato dai

tristi governi stranieri. Ed è questo il tempo che alcuni intitolano

secol d'oro!

Giangiacomo fu amico e vindice del Matto. Carissimo a quel Girolamo

Morone che e senno ed astuzia e perfidie mise in opera per salvare

l'indipendenza della Lombardia, coi Ghibellini fervorosamente adoperò in

rimettere nel ducato Francesco Maria Sforza, e, appostato un corriere

francese, lo assassinò, e dalle lettere di esso ricavò notizie

opportune. Coi primi soldati di Carlo V entrò in Milano, ove agitò aspre

vendette del sofferto esiglio; poi combattendo sulle sponde del Lario,

più volte aveva abbattuto i Francesi, ed erasi fatti amici e nemici

assai.

Avendo quivi battagliato intorno al castello di Musso, anzi per suo

principal merito essendo questo tolto di mano ai nemici, parendogli

tutto al suo talento, avea fatto disegno d'acquistarne il dominio.

Dilettatosi di questa speranza, si condusse a Milano a chiederlo, in

considerazione dei molti servigi renduti. Ma veniva mandato d'oggi in

domani, finchè il duca, che, non differente dagli altri signorotti di

quell'ora, non si faceva coscienza degli utili tradimenti, gli lasciò

intendere che era al tutto in lui l'acquistarsi quella rôcca, sol

veramente che togliesse dai vivi Astore Visconti, che chiamavano il

Monsignorino, cavaliere milanese di gran nome, la cui parentela, la

popolarità ed il turgido ingegno lasciavano a temere non mescesse novità

per rimettere nella prisca grandezza la propria famiglia. Giangiacomo

fece come il duca accennò; ma questi, o piuttosto il Morone, che allora

aggirava ogni cosa, vedendosi in grand'odio perchè lasciasse impunito

l'assassino di Astore, stabilì disfarsene. Inviò dunque Giangiacomo a

Giambattista Visconti castellano di Musso, con ordine manifesto di

cedergli il castello, ma con segreto di ucciderlo. Chi è in difetto è in

sospetto, e il Medeghino, che conosceva troppo bene i tempi, il Morone e

sè stesso, violò la lettera, e v'ebbe letto il pericolo. Nè per questo

atterrito, e consigliatosi col fratello, che fu poi papa, contraffece un

ordine del Morone al castellano, che senza indugio andasse a Milano,

cedendo in man d'esso Medici la rôcca[28]. Sortitogli a desiderio

l'inganno, ne venne al possesso; non si diede per inteso delle sinistre

intenzioni del duca, il quale del pari trovò del suo conto chiudere un

occhio. Tanta era in quei giorni la lealtà dei principi e dei privati!

Il Macchiavello avea troppi modelli a quel suo ritratto, esecrabile

quand'anche se ne guardi l'elevato fine.

Sul ciglio d'uno scosceso promontorio alla destra del lago di Como ove

in maggior ampiezza si dilata, a sopraccapo della borgata di Musso

innalzasi quel castello, che dicono di Sant'Eufemia, e che ha per

naturale riparo da tre bande inaccessibili balze in precipizio, a spalle

una alpestre scogliera. La torre di mezzo sta da tempi anteriori alla

tradizione, e forse è delle antichissime difese de' Galli, o almeno de'

Longobardi. Tra quella torre e il lago, i Visconti murarono una rôcca

quadrata, per difesa e soggezione dei paesi finitimi. Quando l'ebbe il

maresciallo Trivulzio, avendo le artiglierie mutato il modo di

guerreggiare, pose presso il lago, al cominciare dell'erta, un baluardo,

ove collocare le bombarde, e attorniò d'un muro le due rôcche. Trovò

Giangiacomo questi lavori imperfetti: li compì; dirupò ove fosse alcun

poco d'agevole; scarpellò verso il monte un fossato, il cui fondo seminò

di triboli, di lamine e d'aguzzi stecconi, che tristo a chi vi desse dei

piedi: dispose merli, vedette, feritoje con tale opportunità e saldezza

di lavoro da fare che quel luogo, per natura forte, divenisse

inespugnabile, tuttavolta che bastassero l'acqua ed il vitto. Nelle

quali opere fin le donne s'affaticavano di forza, animate dall'esempio

di Clarina e di Margherita, sorelle del Medici; la prima delle quali

sposò poi Wolfango Teodorico Sittich signore di Altemps, l'altra il

conte Giberto Borromeo, e divenne madre di san Carlo.

Ivi dunque il Medeghino acciarpò un popolo di truffatori e scampaforche,

e quelli d'ogni sorta, paesani ed avveniticci, che tutte le rivoluzioni

sogliono lasciar sulle strade, e che bramassero ricovero e soldo, pronti

a far quello e peggio ch'egli volesse. Là entro tutto era vita di

guerra. In ogni dove rumor d'armi, accordo di pifferi e tamburri: chi

impara le mosse, chi fa cartucce, chi tondeggia palle, chi trae a mira

ferma: e per insegnare a quella bordaglia l'arte difficile e sì

necessaria in guerra dell'obbedire, Giangiacomo teneva un consiglio di

togati, diretti dall'integerrimo messer Giannantonio da Nava, che alla

spiccia rendessero diritto, mentre altri regolavano le finanze. Anche

esperti capitani ed artieri avea seco, e mi basti nominare Agostino

Ramelli da Pontetresa, macchinista di gran nome, che per alzar l'acqua,

i ponti, i pesi, inventò molti ingegni, pregevoli assai, e più se

fossero più semplici[29].

Ebbe il Medeghino mezzana statura, membra proporzionate, petto ampio,

viso bianco ed ilare, guardatura dolce e penetrante, parlar facile e

naturale, nel dialetto più basso del paese; vestiva poco meglio che

soldatello, il che unito a quella sua maniera alla soldatesca, lo

rendeva assai popolare. Pochissimo dormiva; i piaceri del senso non

cercò, unico diletto suo dicendo il pensar alla guerra ed alla casa;

negl'istanti di riposo raccoglievasi sotto una tenda, e seduto s'un

forziere, rosicchiando le ugne meditava e risolveva. Adottato un

partito, e più volentieri appigliandosi ai più arrisicati, gli

effettuava con risolutezza. Affabile con tutti, ma severissimo, anzi

spietato nel mantenere la disciplina; audace all'immaginare, pronto al

compire le imprese: insofferente del riposo, fantaccino o capitano

secondo occorreva, amato e venerato insieme da' suoi dipendenti;

inflessibile lo provavano i nemici e i trasgressori de' cenni suoi: chi

sel guadagnasse, ne traeva e denaro al bisogno e braccia per ottener la

sicurezza propria o minacciare l'altrui. Menando a battaglia, non

tenevasi in mezzo a' soldati, ma da banda ove potesse veder l'ordine e

la mischia. Quanto le limitate fortune glielo permisero, usò

splendidezza e generosità.

Quivi il Medeghino applicò l'animo a legarsi lo Sforza con qualche

importante servigio; e tale fu l'essersi opposto ai Grigioni, che

dall'asprezza del natio suolo s'affrettarono alla primavera del cielo

italiano, dove gl'invitava re Francesco I di Francia a prodigare il loro

sangue per una causa straniera. Il Medeghino affogò o trasse in sua

forza tutte le navi, sicchè furono essi costretti per montane vie

costeggiare il lago e venire nel Bergamasco, bezzicati senza tregua da

quel capitano. Il quale poi, per costringerli a tornare indietro, assalì

le Tre Pievi, dove tenea pratiche, e chiamatele alla desiderata libertà,

corse per la valle di Chiavenna, portando ruina e strapazzo a quelle

terre, dominate allora dai Grigioni. Al pericolo, il governo retico

dovette richiamar i suoi guerrieri, capitanati da Dietegano Salis, i

quali frenarono bensì le baldanzose correrie del Medeghino, ma non fu

che gli potessero svellere di mano quanto avea già occupato. Si volsero

dunque i Grigioni al duca, che, desiderando cessarne le nimicizie,

confermò loro tutti quei possedimenti, restituì le barche tolte dal

Medeghino, purchè dessero parola di più non osteggiar il Milanese. Il

Medeghino, non curandosi più che tanto dell'accordo, si mantenne a viva

forza in possesso delle Tre Pievi.

Poco dipoi, re Francesco rinnovò le ostilità contro il ducato; e al

primo ridergli della fortuna, i Grigioni, rotta la fede, ripresero

l'armi contro il Milanese, e con larghe promesse e colla fiducia ne'

soccorsi e nel denaro di Francia, procurarono di trarne dalla loro il

Medeghino. Questi però era stato preoccupato dal duca, che, posponendo

l'odio al vantaggio, gli assegnò buono stipendio e il perpetuo governo

di Musso, del lago, della Valsassina e anche di Chiavenna, se riuscisse

ad impadronirsene.

Fu aggiungere sproni a buon corsiere: ma arduo quanto importante era

l'occupare il castello di Chiavenna, il quale, dominando le vie che

apronsi verso i varchi della Spluga e della Pregalia, sta antemurale

contro i Grigioni. Vogliono far rimontare sino ai Galli l'erezione di

quel castello, una parte del quale siede al piano, quasi guardia del

borgo; l'altra detta il Paradiso, sovra il ciglione di un'erta rupe,

cinta da doppio muro e dalla Mera, e non accessibile che per uno stretto

viottolo, approfondito a punta di picconi e di scalpello nella pietra

ollare, indi per una lunga scaliera, anch'essa ricavata nel vivo nel

sasso, ed agevole a guardarsi a mano di pochi. Torlo a forza era dunque

impossibile: onde il Medeghino ebbe ricorso all'astuzia, e ne affidò

l'impresa a Mattiolo Riccio da Dongo, detto il Pelliccione, uno de' suoi

più arrisicati.

Questi ed una mano di prodi di sperimentata fede si posero

occultissimamente entro il primo vallo che cingeva la pensile via, dove

per ventura il fiume aveva aperto una breccia; ed ivi stettero

attendendo, nello stridore d'una notte invernale, guazzosi e presso a

intirizzirsi, se non che li ravvivava il coraggio. Era gran pezzo di

notte quando Silvestro Wolf, castellano grigione, tornò d'aver goduto un

banchetto a Chiavenna. Al quale tosto sono addosso i cagnotti,

imponendogli, coi coltelli alla gola, di dar il solito segno, perchè

s'abbassasse il ponte levatojo. Resisteva l'uomo, preferendo la morte al

tradire i suoi: ma un figlioletto che seco menava, spaurato dalle

minaccie e dall'armi, cominciò a gridare e chiamar la mamma, che fattasi

ad uno spaldo, e inteso il pericolo di que' suoi cari, fece senz'altro

levare le saracinesche e calare il ponte. Così penetrati, stettero senza

rumore. La mattina seguìta, essendo giorno festivo, i principali del

paese montarono, come solevano, a salutare il castellano, ed uno e due e

tre fin a venti entrarono senza che uom ne uscisse. Taluno alfine ebbe

scorto in sugli spaldi gente d'armi diversa dalle consuete, e non

sapendo che volessero importare, entrò sospetto, e si diede nelle

campane e all'armi. I Medicei resistettero da par loro, fin tanto che il

Medeghino istesso sopraggiunto, valendosi di quegli imprigionati come di

ostaggi, ebbe in potere anche Chiavenna, e corse la Pregalia, concedendo

la preda ai soldati, nuovo infervoramento alla guerra. La presa di quel

borgo costò al Medeghino una fucilata, che gli tolse il potere più

divenir padre.

Era stato in quest'impresa soccorso da Gherardo conte d'Arco governatore

di Como, col quale concertò di conquistare la Valtellina. E senza por

tempo in mezzo v'entra, occupa Delebio e Morbegno. Ma non appena si fu

egli ritirato, Giovanni Travers engaddino, governatore della valle,

colle cerne paesane diede addosso al conte d'Arco, lo ruppe, e costrinse

ad abbandonar le conquiste. D'altra parte i Grigioni, dato alla presa di

Chiavenna la spiegazione più plateale, cioè il tradimento, decapitarono

il castellano Wolf, e toccate le campane a stormo, benchè nel rigore del

gennajo movevano a ricuperar quel borgo. Conoscendo però non potere

levarsi quello stecco dagli occhi senza truppe regolari, mandarono

ordini ai loro che militavano al soldo dei Francesi in Lombardia perchè

ritornassero, stimando prima vittoria il conservare l'acquistato. Fu

questo il massimo servigio che il Medeghino potesse prestare allo

Sforza: poichè la partenza di que' lancieri, in cui stava allora il

nerbo delle battaglie, tanto peggiorò le cose di re Francesco che nella

famosa giornata di Pavia fu sconfitto e preso egli stesso, _perdendo

tutto fuorchè l'onore_. Poco dovette dunque rincrescere se la vittoria

sorrise ai Grigioni sì in Valtellina, donde snidarono affatto i ducali,

e sì a Chiavenna, che ricuperarono. Anche quel castello, stato assai

alla dura, si rese a buoni patti d'armi appunto la vigilia della

battaglia di Pavia, e tosto i Grigioni fecero strascinare nella Pregalia

i cannoni, e dai terrieri smantellare la rôcca, come pure ogni bicocca e

terra murata di Valtellina (1526). Restarono però le Tre Pievi al

Medeghino, che tratti a sè nuovi satelliti col largheggiare, si diede al

corsaro, predando le navi, imprigionando persone per vantaggiare sul

riscatto; e inteso a stendere il proprio dominio, ebbe a sè Porlezza e

la Valsassina.

Tra ciò Francesco Sforza era caduto in grave malattia: sicchè temendone

la morte, erasi fatto trama, massime per opera del Morone, di trasferire

il dominio in suo fratello Massimiliano, affinchè non ricadesse il

ducato in Carlo V, esoso ai principi pel crescente potere, ai popoli per

la sfrenata soldatesca. Ma venutone sentore al falso cuore del marchese

di Pescara, occupò Milano a nome dell'Imperatore: ed anche a Como, per

invito de' terrazzani, pose un presidio spagnuolo, capitanato da Pietro

Arias. Così lo Sforza perdette lo Stato, e la Lombardia l'indipendenza.

Giangiacomo Medici non s'era piegato agli Spagnuoli; anzi opere di leone

e di volpe usò contro di loro, e non era impresa che non gli venisse ben

fatta. Si finse una volta partito ad un lungo viaggio, e mandò uno

scaltrito che offerse agli Spagnuoli di metterli in potere della rôcca

di Musso. Essi, avendo creduto, inviarono alcuni: e il castellano li

prese ed appiccò, col danno e colle beffe. Allora, buttata giù la buffa,

si pose a sfavorire apertamente la Lega Santa, che erasi ordita per

ultima ruina alla lombarda indipendenza: e sfogossi contro Como, amica,

o dirò più giusto, serva de' Cesarei.

Debolissimi erano i provvedimenti contro di lui, sicchè su navi sottili

correndo con rapine, prigionie ed arsioni il lago tutto, e facendo sua

roba della roba di chicchefosse, si affacciò sino al borgo Vico di Como.

Da terra poi acquistato il castello di Monguzzo, presso al Pian d'Erba,

vi pose a guardia suo fratello Battista, come a Civello uno sbandito di

Como, Luigi Borserio, che facevano star la campagna così che non poteva

star peggio. Egli poi, a capo di quattromila, cerniti i più da Lugano,

Bellinzona e Chiavenna, prese il borgo di Cantù, occupò i luoghi

principali della Brianza, tutta sparsa di castellotti dominati da

feudatarj, e corse sino ai forti di Brivio e di Trezzo sull'Adda,

presidiati a diligenza dagli Spagnuoli. E sebbene, mentre si avviava a

soccorrere Milano, toccasse dagli Spagnuoli una piena rotta a Carate

presso il Lambro, nondimeno conservò tutte le conquiste.

Nè meno de' nemici nocevano al Comasco i difensori, lupi custodi del

gregge, che succhiavano e cittadini e campagnuoli con gravose tolte; ed

oltre gli alimenti, in cui spendeva il Comune cento scudi d'oro

quotidiani, rubavano grano, liquori, panni; se qualche cosa avanzava, se

la portavano i comandanti, esattori violenti delle pubbliche imposte;

per insatollare le ladre brame degli Spagnuoli, si dovettero vendere

alla tromba, non che i beni degli assenti, quelli ancora di presenti; e

molti, fin donne, per impotenza a pagar le tasse, furono cacciati in

prigione. Dava ombra al debole governo la forza della città di Como che

s'era nelle passate guerre mostrata poco o tanto capace di resistere:

sicchè, col pretesto che potessero venire occupate dal Medeghino, si

diroccarono molte fortificazioni; perfino il castel Baradello, ove

tenevasi scorta e munizione di cibi e d'armi, fu per ordine del Leyva

smantellato, mandando con somma fatica in ruina le parate, i ridotti, le

stanze, la cappella di San Nicolò, lasciando appena la torre, che fra

quei ruderi rammenta tuttavia in quali tempi quell'edifizio venne

ristaurato, in quali distrutto. Impedito poi ogni commercio col lago,

chiuso fin il porto per assicurarsi dell'armata medicea guidata da

Francesco del Matto, di giorno in giorno si facea più viva la penuria,

cresceano i languenti, chi non piangea aveva il singhiozzo, e per tutto

un contar guai, un cercar pane, una continuità di miseria e di morte. Un

cronista scriveva nel suo zibaldone: «La terra da soldati et di fame è

rovinata, et io ne ho visto che, volendo extirpare herba per mangiare,

caschare indreto, et così di penuria atenuati morire: sì che pregate il

maximo et optimo Dio che ne difenda da tal condizione et dalle mani

degli stranieri.»

Volevasi altro che i deboli sforzi de' Cesarei a reprimere il terribile

Giangiacomo. Il quale campeggiò Lecco (1528), e sebbene ne fosse snidato

dai sovraggiunti soccorsi, pure quei della Santa Lega, conoscendone per

prova il valore, mossero ogni pietra per tirarlo dalla loro. E vi

riuscirono: onde, mutate le croci bianche in rosse, disertò dal duca

all'imperatore, dalla causa nazionale alla straniera, e ne fu ripagato

coll'investitura del castel di Musso, da cui prese il titolo di

marchese, aggiunto il dominio del lago da Nesso in su, e Lecco, di cui

si proclamò conte. Per esercitare interi i diritti della sovranità, fece

anche battere moneta nel suo staterello; in questo nulla più riprovevole

dei re e delle repubbliche d'allora, tutti legali falsarj del

denaro[30]. E siccome il Leyva, sempre mal agiato di moneta, ne chiedeva

al Medeghino, questi prometteva gran somme, purchè gli desse Como in

pegno; e a poco più l'otteneva.

Per consolidare il suo dominio nelle Tre Pievi rinforzò la torre

d'Olonio, posta allo sbocco della Valtellina, e singolarmente la sua di

Musso; poi si diede in corso pel lago, mentre il Borserio guastava la

terra ferma. La flotta di lui era numerosa di sette navi grosse, da tre

vele e quarantotto remi, e munite di bombarde che scagliavano palle da

quaranta libbre, oltre un'infinità di legni spediti. Per sè teneva

riservato un brigantino di gran capacità, coi migliori remiganti;

tramezzati da fucilieri, e con questo dominava il lago, anche quando era

maggior travaglio di venti. Là sciorinava lo stendardo dalle palle d'oro

in campo rosso, e quel brigantino stesso col motto _Salve, Domine,

vigilantes_, era stato da lui tolto per divisa.

E poichè la virtù spesso è ridotta a prostrarsi a piè del delitto ed

invocare la permissione d'essergli sostegno, fortunato reputavasi chi

acquistasse l'amistà del Medeghino, e guai a chi ne provocasse gli

sdegni! Ben se lo seppe Polidoro Boldoni di Bellano, che richiesto delle

nozze d'una sua sorella, osò rispondere non voler legare parentela con

ribelli e ladroni, e ne seguì l'eccidio di quasi intera la famiglia[31].

Ai padroni del mondo parlò una volta in cuore alcuna pietà della

Lombardia, senza vantaggio sterminata; sicchè finalmente conchiusero la

pace (1529), per la quale Carlo V si obbligava a restituire il ducato a

Francesco Sforza verso il pagamento di novecentomila ducati d'oro: per

sicurtà di essi l'imperatore occuperebbe Como e il castello di Milano.

Il Medeghino, sdegnando obbedire al duca, e possente d'oro, d'uomini e

di delitti, più sempre estendeva gli ambiziosi disegni. Il cognato conte

di Altemps gli assolderebbe truppe in Germania; col Borromeo avea

pratica per ottenere Arona, e così porre piede nel Lago Maggiore: già

teneva una rôcca in Valsoda, barche sul lago di Lugano, intelligenze a

Bellinzona, gli occhi sulla val Leventina; stringerebbe lega difensiva

cogli Svizzeri; e poichè si faceva delle cose umane a chi più tirava,

chi sa che, nella discordia dei voleri e nel conflitto delle ambizioni,

non riuscisse a ciuffarsi il ducato di Milano?

Vôlto a dar corpo a queste ombre, e già inorgogliendo della speranza,

cominciò dall'impresa della Valtellina, disponendo agli inganni il suo

pensiero. Procurò metter vescovo di Coira Giovannangelo suo fratello,

allora arciprete di Mazzo, poi divenuto papa Pio IV: ma avvedersi i

Grigioni dell'intenzione e sventarla fu tutt'uno. Mandò allora un suo

fidato, che, col sarocchino e il bordone e con devoti atti da

pellegrino, si pose alla Ràsega, luogo oltre Tirano, ove acconciandosi

pie parole in bocca, persuase i popoli alla devozione verso san Rocco

come riparo ai fieri contagi d'allora, fe' gettare le fondamenta, diceva

egli, d'una chiesa, che in fatto dovea riuscire una fortezza.

Affascinati dalla superstizione, davano i Valtellinesi e oro e mani per

elevar la rôcca: ma scoperto infine, e distrutte le opere sue, il

bugiardo pellegrino n'ebbe assai a campar la testa.

Allora, ricorso alla forza aperta (1531), Giangiacomo assoldò Tedeschi e

Spagnuoli, e condottieri lasciati senza stipendj dalla pace, tutti

uomini avvezzi a disprezzar ogni legge per soddisfare ogni voglia; ed

armate tante braccia e le sue, sbarca in Valtellina, dove sostenuto da

amici, e massime dai frati, s'insignorisce di Morbegno, sparpaglia le

truppe raunaticcie de' Grigioni, uccide Giovanni del Marmo governatore

della valle ed i prodi Martino Travers e Dietegano Salis, ed a tutti i

principi annunzia in voce di trionfo una vittoria sì segnalata. E poichè

spargeva di far ciò tutto d'intesa col duca, i Grigioni mandarono a

questo un ambasciatore a prender lingua del vero. Ma il Medeghino lo

fece in un agguato ammazzare. Rimase pertanto ai Grigioni la convinzione

che il marchese dicesse il vero, fin quando un legato dello Sforza,

trapelato fra le insidie, narrò ai Reti come il fatto stesse, e che il

duca, non che aver mano a quell'impresa, gl'invitava ad ajutarlo a

liberarsi da quell'audace ribelle, promettendo loro trentamila zecchini

se ricuperasse quanto possedeva avanti la guerra. Fece anche impedir gli

ausiliarj che venivano al Medici, e richiamare gli Spagnuoli che stavano

a suo servigio, i quali, vista mal parata la cosa, facilmente

obbedirono. Ad essi il Medeghino sostituì dei prodi laghisti, e continuò

pertinace, benchè fosse bandita una grossa taglia addosso a lui ed a'

suoi fratelli.

Ma il cielo s'oscurava. Da una parte movevano diecimila Grigioni,

dall'altra i ducali guidati per terra da G. B. Speziano e per acqua da

Lodovico Vestarino: mentre Alessandro Gonzaga, duca di Mantova, marciava

sopra Monguzzo e gli altri castelli mediterranei, che con brava

battaglia sottomise. Il Medeghino, che non aveva mai creduto volessero i

montanari condurre a proprie loro spese la guerra, non fece ancora come

sbigottito; e respinto dalla Valtellina, raccozzò i suoi a Mandello, e

nell'acque di Menaggio fe' giornata colla flotta ducale; ma benchè

combattesse con un valore degno di miglior causa, ne andò colla peggio.

Frattanto Grigioni e Svizzeri, superando col numero il valore de'

Medicei, si avanzarono nelle Tre Pievi, e posero assedio al castello di

Musso, trascinate con ineffabile fatica le artiglierie su gli inaccessi

rocchi di quello scoglio. Ma vola al soccorso il Medeghino, cui la

trista fortuna non iscoraggia, e con una presa di fortissimi, per vie

note solo a lui ed alle capre, si aggrappa sopra la montagna, ruzzola

nel lago le bombarde de' Grigioni, sbaraglia gli assedianti, nell'ardore

della vittoria li rincaccia da Bellagio, da Varenna, da Bellano;

ridottosi poi a Lecco, non solo manda a vuoto gli sforzi del Gonzaga, ma

così bene coglie il suo tempo che, audacissimamente penetratogli di

notte nel campo, fa prigioniero lui stesso, e a Malgrate riporta sui

ducali un'insigne vittoria.

Però in battaglia avea perduto Francesco del Matto, avventato garzone;

poi il Borserio, braccio suo principale, e quel che più al cuore

gl'increbbe, il fratello Gabriele: onde disanimato da tante perdite,

esausto di moneta, e stanco forse di tempestar fra le speranze e i

timori d'una minacciata ambizione, pensò raccorre le vele.

Prima si proferse a Francesco re di Francia, significandogli esser ad

ogni suo comandamento se mai volesse ritentare la calata in Italia. Ma

quegli se ne rese malagevole, benchè molti l'esortassero ad afferrare il

ciuffo alla fortuna. Giangiacomo fece dunque gettar parole a Carlo V e a

Ferdinando d'Austria, chiedendo buone condizioni, i quali pressarono il

duca sì, che stipulò con lui in questi termini. Il marchese

restituirebbe le rôcche di Musso e Lecco, ricevendo in compenso

trentacinquemila scudi d'oro ed una signoria pel valore di mille ducati

l'anno: il duca trasporterebbe a proprie spese le artiglierie ed ogni

arnese del Medeghino, e procurerebbe la vendita del grano e del sale di

lui; ad esso Giangiacomo poi «ed a tutti li fratelli et tutti quelli che

li hanno servito, concederà gratia ampla et generale de tutti li loro

excessi et delicti commessi, etiam che fossero tali che recercassero

speciale et individua mentione, come sarebbe crimen lesæ majestatis, di

modo che non saranno vexati directe nè per indirecto, nè se li potrà

procedere per alchuno indice, et saranno restituiti li loro beni a

tutti.»[32]

Nel marzo 1532, quel famoso avventuriere, al cui orgoglio troppo era

grave l'obbedire un solo istante là dove era uso governare ad una

rivolta d'occhi, salpava dal suo Musso. Ma dato appena dei remi in

acqua, volgendosi a guatare il suo ricovero di tanti anni, scorge i

Grigioni, che impazienti si precipitano a demolirlo. Non sa frenarsi

l'impetuoso, e risortagli in cuore l'antica baldanzosa volontà, fa porsi

a terra, sbanda quella ciurma, e dispettoso e torvo impone rispettino il

suo nido, fin almeno ch'egli non sia fuor di vista. In quanto appena il

disse cessò il martellare, e solo dopo che la punta di Mandello ebbe

tolto di veduta il partente suo brigantino, si demolì a picconi e a mine

quella rôcca. Le ruine, vaste e solide quasi opera romana, rimasero

lungo tempo spettacolo di terrore ai naviganti, che da lungi nominandole

a dito, narravano i casi ond'erano state teatro. Oggi ancor

sopravanzano, e nel mezzo intatta la chiesetta di Sant'Eufemia, che tra

i disastri durò come l'anima del giusto fra le tempeste della vita.[33]

Quest'avventuriere, che, tra per forza d'armi e per arti d'inganno, non

può essere domato dal duca di Milano, dai Grigioni, dal re di Francia,

da Carlo V padrone di mezz'Europa e dell'America, rivela la debolezza

dei reggimenti d'allora, e ci chiama alla mente Alì bascià di Giannina,

che ai giorni nostri resistette invitto a tutta la potenza de' Turchi.

Fu questa l'ultima guerra nazionale che si combattesse in Lombardia.

Giangiacomo, titolato marchese di Melegnano, ma ormai uomo d'altrui,

prese soldo dal duca di Savoja, servendolo a nome di Spagna; ed elevossi

fino a mastro di campo, pel favore di Anton di Leyva governatore del

Milanese. Ma a questo succedette (1526) il marchese del Vasto, che

avendo ruggine antica col Medici, colsegli addosso cagione di perfidia,

e invitandolo a pranzo, dopo un allegro bere, il fece arrestare, e lo

tenne prigione diciotto mesi. E principi e re scrissero in favore di

lui, tanto che per ordine espresso di Carlo V fu liberato.

Passò allora in Ispagna, ove Carlo V con gran favora l'accolse, e

l'inviò a reprimere i cittadini di Gand ribellati, come fece: si

condusse poi in Ungheria a soccorso di re Ferdinando contro i

Protestanti; all'assedio di Landrecy trovossi, come generale

d'artiglieria a combattere, contro altri italiani fuorusciti, e

sperdenti per altri stranieri il loro valore: in Germania osteggiò la

lega protestante insieme con que' tant'altri prodi d'Italia, cui la pace

e la servitù della patria toglievano occasioni nazionali di guereggiare:

fu sino vicerè di Boemia; sempre insomma ministro a despoti. Fatto poi

generale della lega de' Medici fiorentini, del papa, dell'imperatore

contro la toscana libertà, moltiplicò gli orrori di quella guerra; ed è

in parte sua colpa se oggi ancora il viaggiatore piange la vasta

solitudine che sterilisce intorno alla florida Siena. Fu allora che

s'inventarono genealogie per provarlo d'un ceppo coi duchi di Firenze:

ma egli potea dire come Napoleone: — La mia nobiltà comincia con me».

Dall'Elba e dal Tibisco non dimenticò esso gli antichi suoi disegni; e

dopo il 1547 scrisse per indurre Carlo V a conquistar la Valtellina,

proponendo suoi avvedimenti guerreschi, ed offrendosi anticipare

all'imperatore metà delle spese ed il dieci per cento dell'altra metà,

purchè gli venisse in feudo quel territorio. Non gli diedero ascolto.

Sposossi in Milano a Maria Orsina, figlia del conte di Pitigliano, altro

famoso capitano di ventura; e quando ivi morì agli 8 ottobre 1555, il

senato vestì a lutto e fu con gran pompa deposto nella metropolitana,

ove si ammira il mausoleo, eretto a lui ed a suo fratello Gabrio, per

disegno di Michelangelo e lavoro di Leon Leoni aretino, e che costò

settemila e ottocento scudi[34]. E chi lo guarda, tristamente medita in

che miserabili imprese fossero costretti e sfogarsi l'attività e il

valore italiano, e a quali uomini prodighi onori e monumenti l'Italia,

che è spesso matrigna a chi più la onora e la giova.

Racconti storici e morali · 第 58 / 94 题