Il disgusto che ha sentito V. S. della mia indisposizione dovrà
restare annullato, mentre di presente gli dico che io sto
ragionevolmente bene circa al male sopraggiuntomi in questi
giorni passati, che, quanto alla mia antica oppilazione credo che
farà bisogno di una efficace cura a migliore stagione; intanto mi
andrò trattenendo con buon governo, siccome ella mi esorta. È ben
vero ch'io desidererei, che del consiglio che porge a me, si
valesse anche per sè stesso, non immergendosi tanto ne' suoi
studj che pregiudicano troppo notabilmente alla sua sanità. Che
se il povero corpo serve come strumento proporzionato allo
spirito nell'intender e investigare le novità con sua gran
fatica, è ben dovere che se gli conceda la necessaria quiete;
altrimenti egli si sconcerterà di maniera, che renderà anco
l'intelletto inabile il gustar quel cibo che prese con troppa
avidità.
Non ringrazierò V. S. dei due scudi e altre amorevolezze
mandatemi, ma sibbene della prontezza e liberalità con la quale
ella si dimostra tanto e più desiderosa di sovvenirmi, quanto io
bisognosa di esser sovvenuta.
Resto confusa sentendo ch'ella conservi le mie lettere, e dubito
che il grande affetto che mi porta gliele dimostri più compite di
quello che sono; ma sia pure come si voglia, a me basta ch'ella
se ne soddisfaccia: con che gli dico a Dio, il quale sta sempre
con lei, e gli fo le solite raccomandazioni.
E questa vada in contraddizione al dottor Faust, poichè vediamo che
quest'austero Galileo, occupato de' pianeti e in lotta con tanti
avversarj e invidiosi, siccome è la sorte degli uomini grandi, non è
vero che abbia sagrificato alla testa il cuore; e siane prova il
conservar che fa le lettere della sua monacella.
Frugando nelle quali, procediamo, e vediam come ella si condolga della
morte dello zio Michelangelo.