So che V. S. sa meglio di me che le tribulazioni sono la pietra
del paragone, ove si fa pruova della finezza dell'amor di Dio,
sicchè tanto quanto le piglieremo pazientemente dalla sua mano,
tanto potremo prometterci di posseder questo tesoro, ove consiste
ogni nostro bene. La prego dunque di non pigliare il coltello di
questi disturbi e contrarietà per il taglio, acciò da quello non
resti offesa, ma piuttosto prendendolo a diritto, se ne serva per
tagliare con quello tutte le imperfezioni, che per avventura
conoscerà in sè stesso, acciò levati gl'impedimenti, siccome con
vista di lince ha penetrato i cieli, così penetrando anche le
cose più basse, arrivi a conoscere la vanità e fallaccia di tutte
queste cose terrene; vedendo e toccando con mano che nè amor di
figli, nè piaceri, onori o ricchezza ci possono dar vera
contentezza, essendo cose per sè troppo instabili, e che solo in
Dio benedetto, come in ultimo nostro fine, possiamo trovar vera
quiete. Oh che gaudio sarà il nostro quando, squarciato questo
fragil velo che ne impedisce, a faccia a faccia godremo questo
gran Dio? Affatichiamoci pure questi pochi giorni di vita, che ci
restano, per guadagnare un bene così grande e perpetuo; ove
parmi, carissimo signor padre, che V. S. s'incammini per dritta
strada, mentre si vale delle occasioni che si gli porgono, e
particolarmente nel far di continuo benefizj a persone che la
ricompensano d'ingratitudine; azione veramente, che, quanto ha
più del difficile, tanto è più perfetta e virtuosa. Anzi questa,
più che altra virtù, mi pare che ci renda simili all'istesso Dio,
poichè in noi stessi esperimentiamo, che, mentre tutto il giorno
offendiamo S. D. M., egli all'incontro va pur facendone infiniti
benefizj; e se pur talvolta ci castiga, fa questo per maggior
nostro bene, a guisa di buon padre che, per correggere il figlio
prende la sferza: siccome par che segua di presente nella nostra
povera città, acciocchè, almeno mediante il timore del
soprastante pericolo, ci emendiamo.
V. S. mi perdoni se troppo l'infastidisco con tanto cicalare,
perchè, oltre che ella m'inanimisce col darmi indizio che gli
sieno grate le mie lettere, io fo conto ch'ella sia il mio devoto
(per parlare alla nostra usanza), con il quale io comunico tutti
i miei pensieri, e partecipo i miei gusti e disgusti; e
trovandolo sempre prontissimo a sovvenirmi, gli domando non tutti
i miei bisogni, perchè sarieno troppi, ma sibbene il più
necessario di presente, perchè venendo il freddo mi converrà
intirizzirmi se egli non mi soccorre mandandomi un coltrone per
tenere addosso, poichè quello che io tengo non è mio, e la
persona se ne vuol servire, come è dovere. Quello che avemmo da
V. S. insieme con il panno, lo lascio a suor Arcangela, la quale
vuole star sola a dormire, e io l'ho caro: ma così resto con una
semplice sargia, e se aspetto di guadagnar da comprarlo, non
l'avrò nè manco quest'altro inverno. Sicchè io lo dimando in
carità a questo mio devoto tanto affezionato, il quale so ben io
che non potrà comportare ch'io patisca. E piaccia al Signore (se
è per il meglio) di conservarmelo ancora lungo tempo; perchè,
dopo di lei, non mi resta bene alcuno nel mondo. Ma è pur gran
cosa ch'io non sia buona per rendergli il contraccambio in cosa
alcuna! Procurerò almeno, anzi al più, d'importunar tanto Dio
benedetto e la Madonna santissima, ch'egli ci conduca al
paradiso, e questa sarà la maggior ricompensa ch'io possa dare
per tutti i beni che mi ha fatti e fa continuamente.
Gli mando due vasetti di lattovaro, preservativo dalla peste.
Quello che non vi è scritto sopra è composto di fichi secchi,
noci, ruta e sale, unito il tutto con tanto mele che basti. Se ne
piglia la mattina a digiuno quanto una noce con bervi dietro un
poco di greco o vino buono, e dicono che è esperimentato per
difensivo mirabile; è ben vero che ci è riuscito troppo cotto,
perchè non avvertimmo alla condizione dei fichi secchi, che è di
assodare. Anco di quell'altro se ne piglia un boccone
nell'istessa maniera, ma è un poco più ostico. Se vorrà usare
dell'uno o dell'altro, procureremo di farli con più perfezione.