La lettera di V. S. mi ha apportato molto disgusto per più
ragioni. E prima perchè sento la morte dello zio Michelangelo del
quale mi duole assai, non solo per la perdita di lui ma anco per
l'aggravio che perciò ne viene a lei, che, veramente questa non
credo che sarà la più leggiera fra le altre sue poche
soddisfazioni, o per dir meglio tribulazioni. Ma poi che Dio
benedetto si mostra prodigo con V. S. di lunghezza di vita e di
facoltà più che con suo fratello e sorelle, è conveniente ch'ella
spenda l'una e l'altre consolare benemplacito di S. D. M. che ne
è padrone.
Sento anco grandissimo disgusto di non poterle dare quella
soddisfazione che vorrei circa il tener qua in serbo la Virginia,
alla quale sono affezionata per essere ella stata di sollevamento
e passatempo a V. S., già che i nostri superiori si sono
dichiarati non voler in modo alcuno che pigliamo fanciulle nè per
monache nè per inserto, perchè essendo tale la povertà del
convento quale V. S. sa, si rendono difficili a provveder da
viver per noi che già siamo qua, non che vogliano aggiungercene
dell'altre. Essendo adunque questa ragione molto plausibile, e il
comandamento universale per parenti ed altri, io non ardirei di
ricercar da Madonna o da altri una tal cosa. Assicurisi bene che
provo una pena intensa mentre mi trovo priva di poter in questo
poco soddisfarla, ma finalmente non ci vedo verso.
Dispiacemi anche grandemente in sentire ch'ella si trovi con poca
sanità, e, se mi fosse lecito, di molto buona voglia piglierei
sopra di me i suoi dolori; ma poi che non è possibile, non manco
almeno dell'orazione, nella quale la preferisco a me stessa; così
piaccia al Signore di esaudirla!
Io sto tanto bene di sanità, che vo facendo quaresima, con
speranza di condurla sino al fine, sicchè V. S. non si pigli
pensiero di mandarmi cose da carnevale; la ringrazio di quelle
già mandatemi, e, per fine di tutto cuore me le raccomando
insieme con suor Arcangela e le amiche.
Questa suor Arcangela era di salute ancor più disfatta; e di lei
scriveva il 12 agosto:
Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio
sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi,
comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche
pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di
qualcuno per questi prossimi giorni magri.
Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a
Bellosguardo.
Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è
la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in
dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta
confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che
non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e
tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova
aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto
volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia
altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di
pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che
molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi,
per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi
quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che
comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo
all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi
raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un
fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor
Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in
questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta
scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei
che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le
raccomando.
Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di
una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di
lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato
a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui
protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per
quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle
raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso:
ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano,
l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor
Celeste.
Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:
L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per
sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come
anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice
esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il
desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in
questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno,
reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie
proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da
ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da
me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa
ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti
eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima
ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se
avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che
sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può
immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io
non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il
tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che
stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in
ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.
Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto
bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo
moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a
male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non
ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il
più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando
Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima,
poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.
Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la
tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto
quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto
l'affetto insieme con le solite.
Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo
consolava: