11 marzo 1631.

La lettera di V. S. mi ha apportato molto disgusto per più

ragioni. E prima perchè sento la morte dello zio Michelangelo del

quale mi duole assai, non solo per la perdita di lui ma anco per

l'aggravio che perciò ne viene a lei, che, veramente questa non

credo che sarà la più leggiera fra le altre sue poche

soddisfazioni, o per dir meglio tribulazioni. Ma poi che Dio

benedetto si mostra prodigo con V. S. di lunghezza di vita e di

facoltà più che con suo fratello e sorelle, è conveniente ch'ella

spenda l'una e l'altre consolare benemplacito di S. D. M. che ne

è padrone.

Sento anco grandissimo disgusto di non poterle dare quella

soddisfazione che vorrei circa il tener qua in serbo la Virginia,

alla quale sono affezionata per essere ella stata di sollevamento

e passatempo a V. S., già che i nostri superiori si sono

dichiarati non voler in modo alcuno che pigliamo fanciulle nè per

monache nè per inserto, perchè essendo tale la povertà del

convento quale V. S. sa, si rendono difficili a provveder da

viver per noi che già siamo qua, non che vogliano aggiungercene

dell'altre. Essendo adunque questa ragione molto plausibile, e il

comandamento universale per parenti ed altri, io non ardirei di

ricercar da Madonna o da altri una tal cosa. Assicurisi bene che

provo una pena intensa mentre mi trovo priva di poter in questo

poco soddisfarla, ma finalmente non ci vedo verso.

Dispiacemi anche grandemente in sentire ch'ella si trovi con poca

sanità, e, se mi fosse lecito, di molto buona voglia piglierei

sopra di me i suoi dolori; ma poi che non è possibile, non manco

almeno dell'orazione, nella quale la preferisco a me stessa; così

piaccia al Signore di esaudirla!

Io sto tanto bene di sanità, che vo facendo quaresima, con

speranza di condurla sino al fine, sicchè V. S. non si pigli

pensiero di mandarmi cose da carnevale; la ringrazio di quelle

già mandatemi, e, per fine di tutto cuore me le raccomando

insieme con suor Arcangela e le amiche.

Questa suor Arcangela era di salute ancor più disfatta; e di lei

scriveva il 12 agosto:

Suor Arcangela, che tanto m'ha dato da pensare, per grazia di Dio

sta alquanto meglio, e sebbene assai debole e fiacca si ritrovi,

comincia a sollevarsi; e perchè avrebbe gusto di mangiare qualche

pesciuolo marinato, prega V. S. che gliene faccia provvisione di

qualcuno per questi prossimi giorni magri.

Di lei stessa si occupava in una del 30 agosto, sempre diretta a

Bellosguardo.

Se la misura o indizio dell'amore, che si porta ad una persona, è

la confidenza che in lei si dimostra, V. S. non dovrà stare in

dubbio se io l'amo di tutto cuore, come è in verità, poichè tanta

confidenza e sicurtà piglio con lei, che qualche volta temo che

non ecceda il termine della modestia e riverenza figliale, e

tanto più sapendo ch'ella da molti fastidj e spese si trova

aggravata. Nondimeno la certezza che ho, che V. S. sovviene tanto

volentieri alle mie necessità quanto a quelle di qualsivoglia

altra persona, anzi alle sue proprie, mi somministra ardire di

pregarla che si compiaccia di alleggerirmi di un pensiero, che

molto m'inquieta mediante un debito che tengo di cinque scudi,

per la malattia di suor Arcangela; essendomi convenuto in questi

quattro mesi spendere alla larga, in comparazione di quello che

comportava la povertà del nostro stato. E ora che mi trovo

all'estremo, e in necessità di soddisfare a chi devo, mi

raccomando a chi so che può e vuole ajutarmi. E anco desidero un

fiasco del suo vino bianco, per farlo acciajato per suor

Arcangela, alla quale credo che più gioverà la fede che ha in

questo rimedio, che il rimedio istesso. Scrivo con tanta

scarsezza di tempo, che non posso dirle altro, senonchè vorrei

che questi sei calicioni fossino di suo gusto, e me le

raccomando.

Fra ciò arrivarono i tempi grossi pel Galilei. Figuriamoci l'animo di

una monacella, tutta innamorata di suo padre e superba della gloria di

lui, e che tutt'inaspettatamente lo vede accusato d'eretico, e chiamato

a Roma a scagionarsi o a ricredersi, da quel papa appunto, dalla cui

protezione ella si era ripromesso tanti vantaggi per suo padre. Per

quanto ella il sapesse trattato coi riguardi dovuti a grand'uomo e alle

raccomandazioni del granduca, ella non poteva non restarne in sospeso:

ma la sobrietà del dolore di essa, i lamenti che mai non accusano,

l'interesse che non trascende mai ci fanno stimare infinitamente suor

Celeste.

Mentre dunque Galileo stava a Roma, essa gli scriveva, ai 12 marzo 1633:

L'ultima sua lettera mi ha apportato gran consolazione, sì per

sentire ch'ella si va mantenendo in buon grado di sanità, come

anco perchè per quella vengo maggiormente certificata del felice

esito del suo negozio, che tale me l'hanno fatto prevedere il

desiderio e l'amore. E sebbene veggo che passando le cose in

questa maniera, si andrà prolungando il tempo del suo ritorno,

reputo nondimeno a gran ventura il restare priva delle mie

proprie soddisfazioni per un'occasione, la quale abbia da

ridondare in benefizio e reputazione della sua persona, amata da

me più che me stessa. E tanto più m'acqueto, quanto che son certa

ch'ella riceve ogni onore e comodità desiderabile da cotesti

eccellentissimi signori, e in particolare dalla eccellentissima

ambasciatrice, mia signora e padrona, la visita della quale se

avessimo grazia suor Arcangela e io di ricevere, certo che

sarebbe favore segnalato, e a noi tanto gradito quanto V. S. può

immaginarsi. Quanto al procurare ch'ella vedesse una commedia, io

non posso dir niente, poichè bisognerebbe governarsi secondo il

tempo nel quale ella venisse; sebbene io veramente crederei che

stessimo più in salvo lasciandola in quella buona credenza, in

ch'ella deve ritrovarsi mediante le parole di V. S.

Suor Arcangela sta alquanto meglio, ma non bene affatto. Io sto

bene perchè ho l'animo quieto e tranquillo, e sto in continuo

moto, eccetto però le sette ore della notte, le quali io mando a

male in un sonno solo: perchè questo mio capaccio così umido non

ne vuole manco un tantino. Non lascio per questo di soddisfare il

più che io posso al debito che ho con lei dell'orazione, pregando

Dio benedetto che principalmente le conceda la salute dell'anima,

poi le altre grazie ch'ella maggiormente desidera.

Non dirò altro per ora, senonchè abbia pazienza se troppo la

tengo a tedio, pensando che io restringo in questa carta tutto

quello che io le cicalerei in una settimana. La saluto con tutto

l'affetto insieme con le solite.

Come poi udì ch'egli era stato per alcuni giorni nel Sant'Uffizio, lo

consolava:

Racconti storici e morali · 第 32 / 94 题