Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho
accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè
dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di
quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è
riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi
giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una
rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà
da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa,
potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba
passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che
significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione)
possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno
della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità
dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto
per sua misericordia.»
Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli
anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un
amorevole lamento.
Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in
parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e
questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne
dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando
quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi
dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a
visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua,
mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho
fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse
caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne
ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o
spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho
quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di
visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde
questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per
altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra
accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può
attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia
continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa
alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa
tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso
che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la
penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di
carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S.
si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo
permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono
state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate
parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I
berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (_figli di
Michelangelo fratello di Galileo_). Gli mando una lettera per
Vincenzo (_fratello_), acciò questo gli riduca in memoria che
siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè
non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di
tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.
Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e
che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone
la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non
rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non
quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa
gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:
Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente
giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io
sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a
visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma
siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa
suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale
non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder
ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti,
lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro
viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso
nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto
quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto.
Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S.
si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome
l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo
gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor
suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che
desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non
succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica,
perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce
alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?
Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò
otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S.,
se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina.
Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non
le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo
molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre
di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.
Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della _buona società_ i
regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi
godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo,
di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò
moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria
Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi
(oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse
che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle
figliuole.
Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto
affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il
conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che
sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse
permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra
inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al
Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come
figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci
mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio
concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non
l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia
amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se
non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio,
l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri
beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata
e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per
lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S.
mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta
l'affetto mi trasporta.
Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene
per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la
sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si
può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per
non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo
aggiustato, caso che n'abbia bisogno.
Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con
noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi
anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè
quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti
stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni
giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a
rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare
scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V.
S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto
ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi
fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa,
perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.
Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che
V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho
dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o
ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la
bottega.
Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la
lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza
non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della
religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra
amorevoli.