19 dicembre 1625.

Del cedro, che V. S. m'ordinò che dovessi confettare, non ne ho

accomodato se non questo poco, che al presente le mando, perchè

dubitavo, che per esser così appassito, non dovesse riuscir di

quella perfezione che avrei voluto, come veramente non è

riuscito. Insieme con esso le mando due pere cotte, per questi

giorni di vigilia; ma per maggiormente regalarla gli mando una

rosa, la quale, come cosa straordinaria in questa stagione, dovrà

da lei esser molto gradita, e tanto più che, insieme con la rosa,

potrà accettare le spine, che in essa rappresentano l'acerba

passione del nostro Signore, e anco le sue verdi fronde, che

significano la speranza, che (mediante questa Santa Passione)

possiamo avere di dover, dopo la brevità ed oscurità dell'inverno

della vita presente, pervenire alla chiarezza e felicità

dell'eterna primavera del cielo; il che ne conceda Dio benedetto

per sua misericordia.»

Quest'affetto non è passeggero; ma come di figlia, non si altera cogli

anni; e a' 4 marzo 1627 essa gli scriveva ancora a Bellosguardo un

amorevole lamento.

Credo veramente che l'amor paterno inverso dei figli possa in

parte diminuirsi, mediante i mali costumi e portamenti loro, e

questa mia credenza vien confermata da qualche indizio che me ne

dà V. S., parendomi che più presto vada in qualche parte scemando

quel cordiale affetto, che per l'addietro ha inverso di noi

dimostrato; poichè sta tre mesi per volta senza venire a

visitarne, che a noi pajon tre anni, ed anche da un pezzo in qua,

mentre si ritrova con sanità, non mi scrive mai, mai un verso. Ho

fatto buona esamina per conoscere se dalla banda mia ci fosse

caduto qualche errore, che meritasse questo castigo, ed uno ne

ritrovo (ancorchè involontario), e questo è una trascuraggine, o

spensierataggine ch'io dimostro verso di lei, mentre non ho

quella sollecitudine, che richiederebbe l'obbligo mio, di

visitarla e salutarla più spesso con qualche mia lettera. Onde

questo mio mancamento, accompagnato da molti demeriti che per

altra parte ci sono, è bastante a somministrarmi il timore sopra

accennatole; sebbene appresso di me non a difetto può

attribuirsi, ma piuttosto a debolezza di forze, mente che la mia

continua indisposizione mi impedisce di poter esercitarmi in cosa

alcuna; e già più d'un mese ho travagliato con dolori di testa

tanto eccessivi, che nè giorno nè notte trovavo riposo. Adesso

che (per grazia del Signore) sono mitigati, ho subito preso la

penna per scriverle questa lunga lamentazione, che, per essere di

carnevale, può piuttosto dirsi una burla. Basta insomma che V. S.

si ricordi che desideriamo di rivederla quando il tempo lo

permetterà, intanto le mando alcune poche confezioni, che mi sono

state donate; saranno alquanto indurite, avendole io serbate

parecchi giorni colla speranza di dargliele alla presenza. I

berlingozzi sono per l'Anna Maria e suoi fratellini (_figli di

Michelangelo fratello di Galileo_). Gli mando una lettera per

Vincenzo (_fratello_), acciò questo gli riduca in memoria che

siamo al mondo, poichè dubito ch'egli se lo sia scordato, poichè

non ci scrive mai un verso. Salutiamo per fine V. S. e la zia di

tutto cuore, e da N. S. le prego ogni contento.

Pretendono che il cervello non si sviluppi se non a scapito del cuore, e

che perciò le persone di testa non siano le più amorevoli. Rimettiamone

la decisione al dottor Faust; questo noi sappiamo, che Galileo non

rispondeva abbastanza alle sollecitudini di sua figlia, o almeno non

quanto essa desiderava. E però, sempre con religiosa rassegnazione, essa

gli rinnuova il lamento agli 11 novembre dell'anno seguente:

Essendo io stata tanto senza scriverle, V. S. potrebbe facilmente

giudicare ch'io l'avessi dimenticato; sì come potrei io

sospettare ch'ella avesse smarrita la strada per venir a

visitarmi, poichè è tanto tempo che non ha per essa camminato. Ma

siccome poi son certa che non tralascio di scriverle per la causa

suddetta, ma si bene per penuria e carestia di tempo, del quale

non ho mai un'ora che sia veramente mia, così mi giova di creder

ch'ella, non per dimenticanza, ma sibbene per altri impedimenti,

lasci di venir da noi; e tanto più adesso che Vincenzo nostro

viene in suo scambio, e con questo ci acquetiamo, avendo da esso

nuove sicure di V. S. le quali tutte mi sono di gusto, eccetto

quella per la quale intendo ch'ella va alla mattina nell'orto.

Questa veramente mi dispiace fuori di modo, parendomi che V. S.

si procacci qualche male stravagante e fastidioso, siccome

l'altra invernata gl'intervenne. Di grazia, privisi di questo

gusto, che torna in tanto suo danno, e se non vuol farlo per amor

suo, faccialo almeno per amor di noi suoi figliuoli, che

desideriamo di vederla giugnere alla decrepità, il che non

succederà s'ella così si disordina. Dico questo per pratica,

perchè ogni poco ch'io stia ferma all'aria scoperta, mi nuoce

alla testa grandemente: or quanto più farà danno a lei?

Quando Vincenzo fu ultimamente da noi, suor Chiara gli domandò

otto o dieci melarancie; adesso ella torna a dimandarle a V. S.,

se sono mediocremente mature, avendo a servirsene lunedì mattina.

Gli rimando il suo piatto; dentrovi una pera cotta, che credo non

le spiacerà, e questa poca pasta reale. Saluto V. S. e Vincenzo

molto affettuosamente, e il simile fanno l'Arcangela e le altre

di camera. Il Signore gli conceda la sua grazia.

Sono uno dei temi favoriti agli scherzi della _buona società_ i

regalucci delle monache; ma qui prendono un carattere solenne, e noi

godiamo pensando n'avrà goduto quel grand'uomo di Galileo. Il Vincenzo,

di cui qui si parla, era un altro figlio di lui, il quale nel 1629 menò

moglie, e la fece conoscere alle sorelle. In quest'occasione suor Maria

Celeste scriveva al padre con affetto ancor più espansivo, quasi

(oseremmo cercar un bruscolo mondano in quella candida anima?) temesse

che le cure della nuora lo distraessero alquanto dall'amor delle

figliuole.

Restammo veramente tutte sotisfatte della sposa, per esser molto

affabile e graziosa; ma sopra ogni altra cosa ne dà contento il

conoscere ch'ella porti amore a V. S., poichè supponghiamo che

sia per fargli quegli ossequi, che noi le faremmo se ci fosse

permesso. Non lascieremo già di fare ancor noi la parte nostra

inverso di lei, cioè di tenerla continuamente raccomandata al

Signor Iddio, che troppo siamo obbligate, non solo come

figliuole, ma come orfane abbandonate che saremmo se V. S. ci

mancasse. Oh se almeno io fossi abile ad esprimerlo il mio

concetto, sarei sicura che ella non dubiterebbe ch'io non

l'amassi tanto teneramente, quanto mai altra figliuola abbia

amato il padre; ma non so significarglielo con altre parole, se

non con dire che io lo amo più di me stessa, poichè, dopo Dio,

l'essere lo riconosco da lei, accompagnato da tanti altri

beneficj che sono innumerabili, sì che mi conosco anche obbligata

e prontissima ad espor la mia vita a qualsivoglia travaglio per

lei, eccettuatone l'offesa di Sua Divina Maestà. Di grazia V. S.

mi perdoni se la tengo a tedio troppo lungamente, poichè talvolta

l'affetto mi trasporta.

Non mi ero già messa a scrivere con questo pensiero, ma sibbene

per dirle che, se potesse rimandare l'oriuolo sabato sera, la

sagristana che ci chiama a mattutino l'avrebbe caro; ma se non si

può mediante la brevità del tempo che V. S. l'ha tenuto, sia per

non detto che, meglio sarà l'indugiare qualche poco, e riaverlo

aggiustato, caso che n'abbia bisogno.

Vorrei anco sapere se ella si contentasse di far un baratto con

noi, cioè ripigliarsi un chitarrone, ch'ella ci donò parecchi

anni sono, e donarci invece un brevario a tutte due, giacchè

quelli che avemmo quando ci facemmo monache, sono tutti

stracciati, essendo questi gl'istromenti che adopriamo ogni

giorno; talchè quello se ne sta sempre alla polvere, e va a

rischio d'andar a male, essendo costrette, per non fare

scortesia, a mandarlo in presto fuor di casa qualche volta. Se V.

S. si contenta, me ne darà avviso, acciò possa mandarlo: e quanto

ai breviarj non ci curiamo che siano dorati, ma basterebbe che vi

fossino tutti i santi di nuovo aggiunti, e avessino buona stampa,

perchè ci serviranno nella vecchiaja, se ci arriveremo.

Volevo fargli della conserva di fiori di ramerino, ma aspetto che

V. S. mi rimandi qualcuno de' miei vasi di vetro, perchè non ho

dove metterla; e così se avesse per casa qualche barattolo o

ampolla vuota, che gli dia impaccio, a me sarebbe grata per la

bottega.

Sopraggiunse intanto il 1630, l'anno della peste; e in tali pericoli la

lontananza cresce gli sgomenti, quand'anche siasi certi che la presenza

non diminuirebbe i pericoli. È in questi casi che la voce della

religione vien di conforto più presentaneo, e viepiù se esca da labbra

amorevoli.

Racconti storici e morali · 第 28 / 94 题