Questi furo gli estremi onor renduti
Al domatore di cavalli.
Senza guardarmi ai piedi, corsi per forse un'ora a rotta di collo, poi
sfiatato m'accôrsi d'aver lasciate le strette e miserabili callaje de'
sobborghi: una sabbietta copriva la strada sotto gli stanchi miei piedi:
intorno a me nell'oscurità si stendeva un bosco di pini, e sovra il mio
capo la luna inargentata scintillava attraverso le nubi.
Trovai la situazione mia poeticissima: eppure, che volete? una prosaica
cena presso una cuccetta di paglia non mi sarebbe dispiaciuta.
Ed ora che fare? ove drizzarsi? Io non sapeva cosa rispondere a queste
mie domande. La fame non si fa mai sentire così viva come quando non si
sa come calmarla: nè la vita è mai sì cara come nel momento che è in
pericolo. Questi tristi pensieri ingombravano il mio spirito; onde
rimisi in moto i miei piedi a benefizio di fortuna, curioso di sapere
cosa diverrei, e dove infine mi condurrebbe la mia sorte avversa.
Sentii cani abbajare; qualche lume mi apparve da lontano, alla cui
scorta arrivai spedato ad un villaggio. Innanzi all'osteria stava un
carozzino di posta a tiro a due, voltato proprio verso la direzione
ch'io intendeva seguire. Guardai attorno: il sottopiede dietro al
cocchio non aveva nulla che mi impedisse di accomodarvimi d'incanto, e
di attaccar un sonnellino intanto che la vettura mi trascinerebbe
lontano assai. Il padrone era ancora nell'osteria: io, cercandomi nelle
tasche, non mi trovai allato nemmeno la croce d'un quattrino: eppure
avrei comprato sì volentieri una pagnottina, perchè la vedevo in aria.
In qualità d'uffiziale non potevo batter l'accattolica; potevo bensì
goder a isonne mettendo a contribuzione: onde risolsi di tentare la
fortuna, ed entrai nella casa.
Sopra un truogolo di avena erano posati un cappello rotondo, un
palandrane ed un frustino. Risoluto di cavarne le mani dal mestiero
dell'armi, senza esitare gettai in là il mio cappello gallonato, deposi
la giubba turchina sull'avena, e presi il palandrano: se avessi avuto la
sciabola, di tutto cuore l'avrei barattata col frustino, che non ostante
presi in mano per sicurezza, se non altro, contro i bottoli del
villaggio. Non occorre dire che in tale arnese non potevo più pensare a
cenar in quella casa onde attaccai la voglia ad un arpione: ma andava in
solluchero pensando che ormai potrei viaggiare incognito tra mezzo ai
Francesi.
Stavo ancor ritto e fermo come un termine a piè dell'uscio, cercando
cogli occhi un cantuccio, dove ripormi ad agguatar la vettura, che non
la se ne andasse senza me, quando a un tratto una voce francese mi sonò
dietro, che fece su me l'effetto di un fulmine. — Andiamo, ghiotto;
lesto, andiamo,» gridò il Francese, che mi aveva tolto pel suo
cocchiere, lo rimaneva lì intra due di cascar morto, o di darla alle
gambe come un ladro: ma il Francese non voleva nè l'uno nè l'altro: e
ghermitomi pel colletto con una forza prodigiosa, mi trasse presso il
cocchio, e mi intronò nell'orecchio: _Sitzen dich auf_: poi balzando
egli stesso nella carrozza, aggiunse: — Presto, frusta; avanti.»
Alla buon'ora: pensai io nel sedermi sulla cassetta: e sferzando i
cavalli uscimmo dal villaggio, tirando via di pratica.