Un bel fuggir salva la vita ancora.
Al domani fummo tradotti a Francoforte sull'Oder. Io conosceva da cima a
fondo quella città, anzi v'avevo degli amici a rotoli, ma nel caso
presente questi amici mi riuscivano affatto inutili, se non anco
dannosi. Un onesto Francofortese poteva trovarsi per caso sull'ingresso
di sua casa nel momento appunto del nostro arrivo, e alluciarmi: e
riconoscendomi, salutar l'ajutante generale col nome di «Caro mio
dottore;» e forse domandarmi conto delle mie odi guerriere.
Perciò, all'arrivar dinanzi alla porta, oh come il cuore mi faceva
ticche tocche! Tirai giù il cappello, e su la cravatta fino agli occhi;
mi sentivo vergognoso di entrare come un malandrino, fra mezzo a
prigionieri, in una città che conoscevo; e davvero cominciava a mangiare
del pan pentito, perchè, diciamolo, un po' di colpa ce l'avevo io
coll'arrogarmi gradi e onori militari che aveano a far con me come il
papa colla Cina.
Ci prese in mezzo un nugolo d'oziosi, — ma no; sì duro nome non
s'addiceva a quella buona gente; venivano, mossi di compassione, o forse
cercando fra noi un amico, un parente.
Benchè già buiccio, io mi rimpiccinivo il più che poteva: la mia
coscienza era certo irreprensibile, ma una virtù involontaria somiglia
al delitto. Infine giungemmo ai nostri quartieri di notte, e, parola
d'onore promettemmo di non fuggire.
Lo confesso, questa parola d'onore, non era gran fatto onorevole per me,
giacchè mentre la dava, rifletteva tra me e me: — L'ajutante generale
può ben legare la sua promessa, ma senza che ciò formi alcuna
obbligazione pel signor dottore e _magister_.
Appena fatto scuro, chiesi licenza d'andar a visitare certi amici:
n'ebbi un bel no; ma quando volli uscire nessuno mi fermò, nessuno mi
chiese, _Dove va?_ nessuno per le strade mi volse la parola; onde
vedendomi libero a metà, volli esser libero affatto sgusciando fuori
della città, e la sentinella mi tolse per un uffiziale francese.