CAPITOLO XV.

Un bel fuggir salva la vita ancora.

Al domani fummo tradotti a Francoforte sull'Oder. Io conosceva da cima a

fondo quella città, anzi v'avevo degli amici a rotoli, ma nel caso

presente questi amici mi riuscivano affatto inutili, se non anco

dannosi. Un onesto Francofortese poteva trovarsi per caso sull'ingresso

di sua casa nel momento appunto del nostro arrivo, e alluciarmi: e

riconoscendomi, salutar l'ajutante generale col nome di «Caro mio

dottore;» e forse domandarmi conto delle mie odi guerriere.

Perciò, all'arrivar dinanzi alla porta, oh come il cuore mi faceva

ticche tocche! Tirai giù il cappello, e su la cravatta fino agli occhi;

mi sentivo vergognoso di entrare come un malandrino, fra mezzo a

prigionieri, in una città che conoscevo; e davvero cominciava a mangiare

del pan pentito, perchè, diciamolo, un po' di colpa ce l'avevo io

coll'arrogarmi gradi e onori militari che aveano a far con me come il

papa colla Cina.

Ci prese in mezzo un nugolo d'oziosi, — ma no; sì duro nome non

s'addiceva a quella buona gente; venivano, mossi di compassione, o forse

cercando fra noi un amico, un parente.

Benchè già buiccio, io mi rimpiccinivo il più che poteva: la mia

coscienza era certo irreprensibile, ma una virtù involontaria somiglia

al delitto. Infine giungemmo ai nostri quartieri di notte, e, parola

d'onore promettemmo di non fuggire.

Lo confesso, questa parola d'onore, non era gran fatto onorevole per me,

giacchè mentre la dava, rifletteva tra me e me: — L'ajutante generale

può ben legare la sua promessa, ma senza che ciò formi alcuna

obbligazione pel signor dottore e _magister_.

Appena fatto scuro, chiesi licenza d'andar a visitare certi amici:

n'ebbi un bel no; ma quando volli uscire nessuno mi fermò, nessuno mi

chiese, _Dove va?_ nessuno per le strade mi volse la parola; onde

vedendomi libero a metà, volli esser libero affatto sgusciando fuori

della città, e la sentinella mi tolse per un uffiziale francese.

Racconti storici e morali · 第 20 / 94 题