Marcia dell'esercito.
Un tenente di ussari, _sforza_, _sprona_, _divora la via_ venendo dalla
direzione di Berlino, e, senza altro preambolo ci dirige, le parole
seguenti dal più lungi che potè farsi ascoltare: — Corpo di tre legioni
di diavoli, dove andate per di qua, canaglia berrettina? I Francesi sono
entrati in Berlino con tanta gente che nulla è floge: noi abbiamo dato
volta: il re è a Kustrin nella Prussia occidentale, bisogna procurare di
salvarci in Slesia dietro l'Oder.»
— Viva Dio!» gridò Carlomagno con gran prosopopea; noi siamo Prussiani,
signor mio, e non scappiamo; no, perdinci: noi, piuttosto, noi passeremo
a traverso dei battaglioni.»
Tale risposta fece metter la berta in seno al tenente, che si carezzò la
barba corvina, e salutò con profondo rispetto il nostro generale. — Se
volete unirvi alle mie truppe che ho raccozzate per conservarle al re
(soggiunse Carlomagno maestosamente) sarete il benvenuto. Io vi do il
comando della cavalleria sotto i miei ordini. Guard'a voi! in riga! per
fianco destro! Il primo che parla di Berlino sarà trattato da disertore
ed appiccato. Marsc.»
L'esercito nostro così riprese il cammino di Mittinwald, senza che
alcuno volgesse la testa verso Berlino, non mica per paura d'essere
impiccato, ma per paura dei Francesi. Elisabetta stessa tenne dietro
mogia mogia, discesa dal suo trono, e cessati i suoi canti di trionfo.
Tutto l'esercito era preso da un certo terrore. I Francesi già a
Berlino! Ma per dove diavolo sono passati? Che sian fioccati dal cielo?
Io chinai anch'io la testa: Napoleone aveva in poter suo metà della
monarchia prussiana, la città capitale del regno del gran re, e la mia
Giulietta. Oh! l'aveva pur ragione la povera tosa quando, animata di
profetico spirito, m'aveva detto tra gli scapigliati congedi, —
Giammaria, non ci vedremo più!
Qual improvviso rovescio! Alquanti giorni bastarono a tutto sovvertire:
la Prussia, i cui eserciti erano testè lo sgomento dell'universo, un
regno così florido, distrutto da una sola battaglia: la mia sposa
prigioniera in potere del popolo più galante e più prode d'Europa: il
mio protettore conte dell'impero, in una città che era già stata
incendiata da Tilly: la mia parrocchia Dio sa dove; ed io pacifico
_dottor in filosofia_, io _magister bonarum artium_, di tutti i miei
titoli non mi restava più che quello di ajutante generale di Carlomagno.
Allorchè, galoppando fra questo e il suo comandante di cavalleria
Sparapane, mi abbandonavo alle illusioni, passando in rivista le mie
memorie antiche, l'immagine di Giulietta, la mia stanzuccia di Berlino,
eccettera, uno scapuccio del mio cavallo veniva a trarmi di botto dalle
dorate visioni: e volgendo attorno gli sguardi inquieti, quelle contrade
sconosciute che traversavamo, quelle strane figure che mi circondavano,
tutto pareami un sogno, ed era obbligato a stropicciarmi gli occhi per
assicurarmi che non dormivo.
Di fatto io era un osso fuori di posto. Quanto meglio avrei fatto a
fuggire a Berlino sull'ali dell'amore! O che i marescialli di Francia
volevano prendersi la briga d'un povero maestruccolo? e poi, i miei
canti di vittoria non m'erano usciti ancora di tasca. — Sì, ma cos'avrei
fatto per vivere? Le mie lezioni sarebbero preoccupate da altri; i miei
canti non potevano veder più la luce. Come ajutante generale sono
spesato; sono alloggiato: e po' poi, chi sa ch'io non riesca meglio a
pan che a farina? chi sa ch'io non faccia fortuna nella carriera delle
armi? Moreau non era che un avvocatello, e più tardi, in qualità di
generale, eseguì una ritirata da far la barba a Senofonte. Chi sa mai
che il dottore in filosofia non faccia un giorno meravigliar l'universo
colle sue imprese? S'ella coglie coglie: o Cesare o niente.
Sospinta dal cattivo vento de' Francesi, che da Berlino ci soffiava in
faccia, la nostra truppa si dirigeva sempre verso mezzodì. Fra noi non
si parlava altro che d'eroi, che d'imprese, ma in fatto Sparapane non
aveva tutti i torti quando ci insinuava di fuggire. Non ci avanzavamo
che con precauzione e pe' tragetti, schivando le città e le borgate
considerevoli, non fermandoci che in miserabili cascinali, e spesso
facendo marcie forzate; simili piuttosto ad una masnada di ladri, che ad
audaci conquistatori. I paesani ci tenevano informati delle notizie, e
ci fornivano di viveri in abbondanza; ma tutti ci dicevano ad una voce:
— Combatterete nella Slesia, perchè i Francesi sono già a Francoforte
sull'Oder.»