CAPITOLO VIII.

L'Ajutante generale.

La sera del quarto giorno Carlomagno mi trasse in disparte: aveva capito

da un pezzo che in quel suo capaccio maturava qualche magnanimo disegno.

— Sor dottore (mi disse), alla guerra si fa passata. Io sono tenente già

da otto anni: oggi sarò generale, o mai più. Comando dugento uomini a un

bel circa: innanzi di arrivare all'Oder, ne avrò probabilmente uniti

duemila, che conduco al nostro re. Ma prima qualche eroica impresa.

Piombo colla mia truppa sulla Sassonia, e detto fatto prendo il nemico

alle spalle.

— Come, come, non volete andare a Berlino?» l'interruppi io, pensando

alla mia povera Giulietta.

— No: io volto a diritta, verso Mittenwalde. Dottore, il posto di

cappellano non vi sta bene: ho pensato che sareste un bravo soldato. Vi

do un cappello militare, un mantello turchino, una brava spada e un buon

puledro; e sarete mio ajutante generale. So che conoscete le matematiche

e disegnate a meraviglia: vi adopererò nelle ricognizioni ed a levare i

piani.»

Avrei io osato contraddirgli? Accettai il posto di ajutante generale,

perchè mi procurava il bene di sedere sul dosso di un cavallo, col cui

mezzo speravo veder più tosto la Giulietta: lodai la confidenza di

Carlomagno, e mutai il mio abito nero collo spadone di san Paolo. La

sera stessa il generale passò in rassegna il suo esercito, nominò nuovi

capitani, caporali, tenenti e tutto; mi presentò come suo ajutante

generale, e sviluppò il suo disegno ai Prussiani meravigliati.

— Sì, camerati miei, (gridò alzando ambe le braccia) il dado è gettato.

Noi colle imprese nostre faremo il nome prussiano terribile per sempre.

Lo spirito del gran Federico ci anima: la patria insanguinata e deserta

ci guarda... Camerati, e noi soffriremo d'essere ridotti ad un indegna

servitù? Quale sceglieremo? vittoria e fama nell'universo, od una

miserabile esistenza sottomessi a stranieri? Quelli che vogliono essermi

fedeli, che vogliono seguirmi per vendicar il loro Dio, il loro re, la

patria loro, ripetano con me: Vittoria o morte.»

Infiammati a questo discorso, sbolgettato con nobile ardore, i più

gridarono — Vittoria o morte.» Solo alcuni, ustolando gli alberghi di

Berlino, gridarono con un comico entusiasmo — Vittoria o pane.»

La regina Elisabetta era fra i malcontenti: tutta versata per questa

risoluzione presa senza consultarla, trasse fuori la tabacchiera, la

rotolò fra le dita, l'aperse, poi la guardò con aria cupa e minacciosa.

Il domattina eramo poco lontani da Brandeburgo: Carlomagno camminava

innanzi con una maestà proprio imperatoria; io dietrogli giù giù sopra

una rôzza che l'ultimo villaggio dove pernotammo era stato costretto a

fornirci. A mancina stendevasi la strada grossa di Berlino; a destra il

sentiero che dovea menarci alla gloria e all'immortalità.

Il generale e me, benchè il mio cuore sanguinasse, voltammo eroicamente

a dritta: l'esercito ne seguì: la vivandiera chiudeva la marcia

cantilenando sul suo baroccio, ma arrivata che fu al crocicchio infilò

bravamente la strada di Berlino.

Non appena la retroguardia vide il bariletto dell'acquavite in quella

direzione, voltò fronte, e lo seguitò senza proferire parola. L'esempio

trascinò poco a poco tutti i soldati, che rinunziarono all'immortalità

per l'attraente baroccio; sicchè alla fine ci trovammo soli il generale

e me, esso involto ne' fumi suoi e negli umor bravi, io struggendomi dal

desiderio della mia povera fidanzata.

Il dispetto di Carlomagno quando vide la sua truppa sparita, voglio

lasciarlo pensare a voi. Essa, volgendoci le spalle, camminava in coda

al diletto barile; a capo le stava Elisabetta, assisa sul suo botticino

come sur un trono, cantando in quilio: _Viva Bacco e l'allegria_.

L'imperatore mandava faville: corremmo dietro ai disertori, comandammo

con voce tonante, _Alto là!_ L'orgogliosa Elisabetta si compiacque di

fermar il baroccio, e i soldati obbedirono: allora l'eroico tenente

buttò fuori con energica voce la sua filippica. Oh, che ci hanno mai a

che fare le parlate degli eroi di Senofonte e del Guicciardini? I

commilitoni ascoltavano con tanto d'orecchi la pifferata: pure ebbi ad

osservare che poteano tenersi di gettare tratto tratto uno sguardo

amorevoluccio sulla carriola d'Elisabetta, temendo vederla sguisciar

via. Nè so bene a che sarebbe andata a riuscire l'eloquenza del nostro

generale, atteso che la regina Elisabetta rialzava la cresta con aria

disdegnosa; ma tutt'a un tratto un nuovo incidente trasse la nostra

curiosità.

Racconti storici e morali · 第 13 / 94 题